Pubblicato da: Francesco Dipalo | 24 gennaio, 2012

Dio è morto! Gott ist tot!

Non avete mai sentito parlare di quell’uomo pazzo che, in pieno mattino, accesa una lanterna, si recò al mercato e incominciò a gridare senza posa: “Cerco Dio! Cerco Dio!” Trovandosi sulla piazza molti uomini non credenti in Dio, egli suscitò in loro grande ilarità. Uno disse: “L’hai forse perduto?”, e altri: “S’è smarrito come un fanciullo? Si è nascosto in qualche luogo? Ha forse paura di noi? Si è imbarcato? Ha emigrato?”. Così gridavano, ridendo fra di loro… L’uomo pazzo corse in mezzo a loro e fulminandoli con lo sguardo gridò: “Che ne è di Dio? Io ve lo dirò. Noi l’abbiamo ucciso – io e voi! Noi siamo i suoi assassini! Ma come potemmo farlo? Come potemmo bere il mare? Chi ci diede la spugna per cancellare l’intero orizzonte? Che facemmo sciogliendo la terra dal suo sole? Dove va essa, ora? Dove andiamo noi, lontani da ogni sole? Non continuiamo a precipitare: e indietro e dai lati e in avanti? C’è ancora un alto e un basso? Non andiamo forse errando in un infinito nulla? Non ci culla forse lo spazio vuoto? Non fa sempre più freddo? Non è sempre notte, e sempre più notte? Non occorrono lanterne in pieno giorno? Non sentiamo nulla del rumore dei becchini che stanno seppellendo Dio? Non sentiamo l’odore della putrefazione di Dio? Eppure gli Dei stanno decomponendosi! Dio è morto! Dio resta morto! E noi l’abbiamo ucciso! Come troveremo pace, noi più assassini di ogni assassino? Ciò che vi era di più sacro e di più potente, il padrone del mondo, ha perso tutto il suo sangue sotto i nostri coltelli. Chi ci monderà di questo sangue? Con quale acqua potremo rendercene puri? Quale festa sacrificale, quale rito purificatore dovremo istituire? La grandezza di questa cosa non è forse troppo grande per noi? Non dovremmo divenire Dei noi stessi per esserne all’altezza? Mai ci fu fatto più grande, e chiunque nascerà dopo di noi apparterrà per ciò stesso a una storia più alta di ogni altra trascorsa”. A questo punto l’uomo pazzo tacque e fissò nuovamente i suoi ascoltatori; anch’essi tacevano e lo guardavano stupiti. Quindi gettò a terra la sua lanterna che andò in pezzi spegnendosi. “Vengo troppo presto, disse, non è ancora il mio tempo. Questo evento mostruoso è tuttora in corso e non è ancor giunto alle orecchie degli uomini. Per esser visti e riconosciuti lampo e tuono hanno bisogno di tempo, la luce delle stelle ha bisogno di tempo, i fatti hanno bisogno di tempo anche dopo esser stati compiuti. Questo fatto è per loro ancor più lontano della più lontana delle stelle e tuttavia sono loro stessi ad averlo compiuto!” Si racconta anche che l’uomo pazzo, in quel medesimo giorno, entrò in molte chiese per recitarvi il suo Requiem aeternam Deo. Condotto fuori e interrogato non fece che rispondere: “Che sono ormai più le chiese se non le tombe e i sepolcri di Dio?” (Friedrich Nietzsche, Gaia Scienza, Aforisma 125 – L’uomo pazzo).

Oggi, il Dio della tradizione occidentale lo abbiamo sostituito con Nasdaq e Mibtel. Abbiamo ammazzato Dio per adorare un nuovo vitello d’oro. Insieme a Dio abbiamo fatto fuori quello che c’era di più nobile e dignitoso nel nostro essere umani. Gusci vuoti si aggirano rumorosamente silenti nei nuovi templi eretti al dio-merce. Tutto merce, tutto per la merce, tutto con la merce. Mercificazione dei sentimenti. Mercificazione delle emozioni. Mercificazione del tempo che ci resta da vivere. Ladri di tempo e assassini. Non sentite un brivido freddo salirvi lungo la schiena? Non vedo super-uomini, ancora. Ma gli uomini dove sono andati a finire? Non c’è nulla di tragico in tutto questo. Davvero il male è così banale… Banale come una domenica passata al centro commerciale. All’insegna dell’inautenticità. Come si può, del resto, essere “autentici” (autòs “se stessi” – entòs “dentro”) quando ci si è volontariamente privati di qualsivoglia “interiorità”? Anche per cadere ci vuole dello spazio aperto. Non si può sprofondare in un uno schermo ultrapiatto. Spazio, ci vuole, ed aria. Andate nella foresta. Chissà che non incontriate voi stessi.

Senso di insicurezza, inquietudine, ansia: spesso sono prodotti dal presumere di conoscere quel che non si sa. Contrariamente al luogo comune che siamo soliti associare all’insicurezza, non è il non sapere questa o quella cosa, il non possedere le conoscenze “giuste” o il corretto sovoir-faire, insomma, il non “essere all’altezza”, a generare questo stato d’animo. Bensì, all’opposto, una certa “conoscenza” più o meno abbozzata nella nostra mente, tale da dare origine, col tempo, ad una visione del mondo strutturata con nessi logici, elementi di causalità, simbologie, miti…

La progressiva formazione di una siffatta “mitologia” – atta a rispondere a quell’insopprimibile bisogno di descrivere, “mappare”, di dar senso al proprio essere-al-mondo che ciascun essere umano si porta dentro – fa sì che non ci si limiti più a sentirsi insicuri, fragili, in balia degli eventi, in questa o quella specifica circostanza. Dopo un po’, si diventa effettivamente insicuri, deboli, pavidi. Nel senso che si crede di esserlo, che si è più o meno consapevolmente convinti di esserlo. Continua a leggere…

Pubblicato da: Francesco Dipalo | 2 dicembre, 2011

Lettera di Capriolo Zoppo (1854)

 

Lettera scritta nel 1854 dal capo pellerossa Seattle Capriolo Zoppo all’allora presidente degli Stati Uniti Franklin Pierce.

Una grande testimonianza di quello che oggi chiameremmo spirito ecologista. Che altro non è, poi, se non l’espressione di una saggezza antica quando il mondo, un tempo diffusa in ogni parte del pianeta. Quel pianeta che oggi ci è diventato estraneo. Perché noi figli degli uomini siamo diventati estranei a noi stessi e a quel dio interiore che tutto lega in armonia con un solo meraviglio lacciolo.

Il grande Capo che sta a Washington ci manda a dire che vuole comprare la nostra terra. Il grande Capo ci manda anche espressioni di amicizia e di buona volontà. Ciò è gentile da parte sua, poiché sappiamo che egli ha bisogno della nostra amicizia in contraccambio. Ma noi consideriamo questa offerta, perché sappiamo che se non venderemo, l’uomo bianco potrebbe venire con i fucili a prendere la nostra terra. Quello che dice il Capo Seattle, il grande Capo di Washington può considerarlo sicuro, come i nostri fratelli bianchi possono considerare sicuro il ritorno delle stagioni. Continua a leggere…

Pubblicato da: Francesco Dipalo | 20 novembre, 2011

Marx: “comunismo rozzo” e “dittatura del proletario”

Marx teorizza due fasi del comunismo, una detta “Comunismo rozzo” in cui la proprietà privata non è abolita del tutto, ma diviene una sorta di proprietà collettiva e il Comunismo vero e proprio in cui la proprietà privata è abolita del tutto; in questo quadro tra le due forme di Comunismo vi è una fase di transizione detta “Dittatura del proletariato”: ma quest’ultima non coincide con il “Comunismo rozzo”?

Sì e no. La locuzione “comunismo rozzo” appare nei Manoscritti del 1844. Marx la utilizza per sottoporre a critica le scuole socialiste precedenti (i cosiddetti “socialisti utopici“), che avevano formulato una visione piuttosto approssimativa, non-scientifica del “comunismo”. Esso veniva ancora inteso in senso borghese: ovvero come estensione “a tutti” dei diritti inerenti alla proprietà privata, e non come superamento della stessa (e quindi superamento del principale ostacolo verso una società non-classista, senza oppressi ed oppressori). Come dire: la fabbrica (la scuola), che prima apparteneva esclusivamente a tizio, ora è di tutti, quindi è anche mia. Da essa debbo ricevere una quota proporzionata di ricchezza (o di istruzione). Come tutti, senza alcuna differenza, senza tener conto delle mie reali capacità, del mio lavoro effettivo, di quante persone ho a casa da sfamare. Del tipo “6 politico” a scuola per tutti: basta la presenza…

Il comunismo marxiano invece fa riferimento ad un tipo nuovo di uomo, che è andato oltre l’idea della proprietà come mero possesso e del lavoro come fonte di guadagno. Si tratta di un uomo “economico e sociale” allo stesso tempo, che all’ “avere” è riuscito a sostituire l’ “essere”.

Nella Critica del programma di Gotha (1875) anche se la locuzione “comunismo rozzo” non è più testualmente usata, Marx distingue tra due diverse “fasi” di passaggio dalla società borghese a quella comunista: la prima, ancora incompleta e in fieri, che si verifica nei momenti convulsi della rivoluzione del proletariato, in cui la proprietà privata non viene superata, ma provvisoriamente sostituita con la proprietà dello Stato (statalizzazione); la seconda, invece, che rappresenta il vero punto d’arrivo della dialettica storico-materialistica, ovvero una società in cui verrà definitivamente superata ogni divisione di classe, di lavoro (manuale/intellettuale), di sfruttamento dell’uomo da parte dell’uomo (quindi anche dello Stato sull’individuo), per la quale varrà il motto: “ognuno secondo le sue capacità; a ognuno secondo i suoi bisogni.”

Ora, come vedi, nel primo caso (Manoscritti del 1844) la distinzione operata da Marx è relativa a due concetti diversi di comunismo, l’uno, quello “rozzo” attribuito ai “socialisti utopici”, con i quali Marx è in polemica, l’altro alla nuova prospettiva del “socialismo scientifico” (Marx utilizza indifferentemente i termini “socialismo” e “comunismo”). Nel secondo, invece, si parla di due diverse “fasi” della futura affermazione storica del comunismo, entrambe, per coerenza, ascrivibili al comunismo marxiano, ma ben distinte in quanto “differenti momenti nell’evoluzione dialettica della storia”. In quest’ultimo senso, è senz’altro possibile (ma vedi quante precisazioni è stato necessario fare!) concepire l’equivalenza “socialismo rozzo” = “dittatura del proletariato”.

Pubblicato da: Francesco Dipalo | 20 novembre, 2011

Gorgia intorno al non-essere

Per Gorgia “nulla è, se anche qualcosa fosse l’uomo non la potrebbe conoscere e se anche per caso fosse conoscibile non potrebbe venir comunicata… dunque l’essere non esiste e se non esiste nemmeno il non essere vuol dire che davvero non esiste nulla…! Perciò noi siamo cavolfiori?? Non riesco a capire come può teorizzare che nulla esiste… mi sembra tanto una contraddizione!

Infatti, cara ***, è una contraddizione! Per quello che ci è dato sapere, in termini storico-filosofici, il ragionamento gorgiano mira proprio a “contraddire” (o a contrapporsi a) quello eleatico-parmenideo. Ovvero, non sarebbe possibile intendere le tre asserzioni di Gorgia se non le accostassimo a quelle di Parmenide per il quale l’Essere è (e il Non-Essere non è), l’Essere è pensabile (conoscibile: “la stessa cosa sono Essere e Pensiero”) e, di conseguenza, è dicibile, comunicabile (solo ciò che si può pensare si può anche dire, trasformare in Parola, Logos). Le due sequenze di proposizioni (ovvero i due “ragionamenti”), quello di Parmenide e quello di Gorgia, rappresentano, per così dire, il positivo e il negativo della stessa fotografia.

Non sappiamo, in effetti, se Gorgia fosse un “nichilista” convinto, ovvero credesse all’insensatezza di qualsiasi forma di conoscenza e all’inconsistenza di qualsiasi valore assiologico (ossia di giudizio etico-morale), oppure si limitasse a fare una sorta di “parodia” del pensiero parmenideo, un semplice esercizio retorico volto a dimostrare, al suo pubblico (pagante), come si possa effettivamente dimostrare tutto e il contrario di tutto e come, quindi, la “parola” (il logos) è in sé onnipotente. Una sorta di elogio dell’arte della parola (la retorica) assolutamente svincolata da qualsivoglia principio religioso o scientifico.

In effetti, a ben guardare, le due interpretazioni potrebbero anche essere giudicate “convergenti” se è vero, come è vero, che solo un vero “nichilista” può credere alla onnipotenza della parola fine a se stessa… svincolata da qualsiasi forma di verità (o di “verificazione” attraverso il controllo, la condivisione, ecc.). Basti pensare all’uso che si fa oggi della parola (e dell’immagine) nei mass-media (il presunto nichilismo di Gorgia, paragonato al “caso Ruby”, si trasformerebbe in barzelletta).

Ma forse, chissà, Gorgia con la sua dimostrazione voleva proprio mettere i suoi ascoltatori sull’avviso… mostrare loro che è fin troppo facile cadere nei tanti tranelli che, in maniera interessata o meno, ci vengono tesi dall’uso più o meno consapevole del linguaggio.

Come dire: proprio perché non siete cavolfiori “statevinne accuorti”.

Spero di essere stato chiaro.

Pubblicato da: Francesco Dipalo | 20 novembre, 2011

Platone tra mondo terreno e mondo iperuranio

Come può Platone sostenere che il nostro è un mondo retto da illusioni, apparenze e non da verità assolute e allo stesso tempo dichiarare il mondo delle idee come verità assoluta se lui stesso fa parte del mondo terreno? Grazie. :)

Cara ***, la mettiamo sul personale eh! La tua provocazione sembra avere la forma del cosiddetto argumentum ad hominem (consiste nello screditare un’affermazione o un’argomentazione attaccando la persona che la sostiene invece di confutare gli argomenti che questa persona ha esposto), argomento evidentemente fallace… in breve non solo Platone in carne, ossa e anima, ma nessuna creatura umana (neppure tu!) fa completamente parte dell’uno o dell’altro “regno del reale” (terrestre o iperceleste). La natura umana, secondo il Platone filosofo, è duplice come lo è la realtà: per quanto concerne la nostra componente corporea siamo immersi, mani e piedi, nel regno del divenire, avviluppati nella materia, nell’apparenza, ecc. ma per quanto riguarda la nostra anima, ebbene, apparteniamo a pieno diritto a quel mondo delle idee in cui soltanto risiede la Verità… il problema è che gran parte di noi se l’è dimenticato! Fare filosofia per Platone vuol dire esercitarsi a rammentarselo…

«L’anima, dunque, poiché immortale e più volte rinata, avendo veduto il mondo di qua e quello dell’Ade, in una parola tutte quante le cose, non c’è nulla che non abbia appreso. Non v’è, dunque, da stupirsi se può fare riemergere alla mente ciò che prima conosceva della virtù e di tutto il resto. Poiché, d’altra parte, la natura tutta è imparentata con se stessa e l’anima ha tutto appreso, nulla impedisce che l’anima, ricordando (ricordo che gli uomini chiamano apprendimento) una sola cosa, trovi da sé tutte le altre, quando uno sia coraggioso e infaticabile nella ricerca. Sì, cercare ed apprendere sono, nel loro complesso, reminiscenza [anamnesi]! Non dobbiamo dunque affidarci al ragionamento eristico: ci renderebbe pigri ed esso suona dolce solo alle orecchie della gente senza vigore; il nostro, invece, rende operosi e tutti dediti alla ricerca; convinto d’essere nel vero, desidero cercare con te cosa sia virtù».
(Platone, Menone, 79e-82b, in Opere complete, vol. V, pp. 275-79.)

Pubblicato da: Francesco Dipalo | 19 novembre, 2011

Lezioni, ripetizioni on line (via internet) di storia e filosofia

A partire dall’anno scolastico 2011-2012 su consulente filosofico.it è attivo un servizio di lezioni/ripetizioni di storia e filosofia riservato agli studenti liceali interamente gestito via internet. Lo studente che ne facesse richiesta potrà usufruire di specifiche consulenze didattiche mirate al superamento di prove scolastiche, dalla verifica orale sino all’esame di stato, assistito da un docente professionista con un paio di decenni di esperienza alle spalle, esperto di pratiche filosofiche, di consulenza didattica e di nuove tecnologie. Per le consulenze oltre alle risorse didattiche presenti sul sito consulente filosofico.it si utilizzerà un servizio multipiattaforma (posta elettronica, messanger, video-conferenza, facebook) a seconda delle esigenze prospettate dal singolo studente. L’assistenza offerta non si limiterà alla preparazione in senso nozionistico, ma mirerà, per quanto è possibile, a sollecitare capacità e abilità dello studente, ad aiutarlo sul piano motivazionale, a guidarlo in un percorso di maggiore autonomia con l’individuazione di un metodo di studio personalizzato. I costi, grazie all’uso della rete, saranno quanto mai contenuti. Per maggiori informazioni o per richiedere una consulenza didattica inviate una mail a: francesco.dipalo@consulentefilosofico.it.

Il patto Molotov-Ribbentrop (dal nome dei ministri degli esteri sovietico e tedesco) fu siglato nell’agosto del 1939 pochi giorni prima della data fissata per l’operazione contro la Polonia (1 settembre 1939) con la quale ebbe inizio la Seconda Guerra Mondiale. Il patto prevedeva, tra le altre cose, la spartizione della Polonia che fu effettivamente messa in atto da parte di entrambi gli eserciti (articolo II del Protocollo segreto aggiuntivo). Il patto M.-R. dal punto di vista hitleriano doveva essere puramente “tattico”, legato alla convenienza del momento. La sua strategia di ampio respiro, già tratteggiata nelle pagine del Mein Kampf scritto nel lontano 1924, prevedeva la conquista dell’oriente europeo e russo, quel “Drang nach Osten” che avrebbe dovuto garantire al popolo tedesco l’acquisizione del suo sacrosanto “Lebensraum” ai danni dei popoli slavi (definiti, sprezzantemente, “untermenschen”). Per Hitler, quindi, aveva una validità provvisoria. Serviva cioè a prender tempo, liquidare la Polonia e poi gli alleati occidentali (Francia e Gran Bretagna) senza che la Wehrmacht fosse costretta a combattere su due fronti, come era avvenuto durante la Prima Guerra Mondiale. Dopo la capitolazione della Francia, nonostante la strenua resistenza britannica (che però non possedeva i mezzi per una controffensiva sul continente), Hitler immaginò che i tempi erano maturi per mettere in atto il suo piano a lungo termine, abbattere il regime sovietico – che peraltro arrivava alla guerra largamente impreparato – e conquistare la Russia fino al Caucaso, trasformandola in una colonia di popolamento tedesca. A quel punto, il patto M.-R. era già, di fatto, carta straccia nelle mani del dittatore, che non si era certamente fatto scrupoli violando in precedenza ben altri accordi (ricordo quello di Monaco del 1938 con Francia e GB, con la garanzia dell’Italia fascista). Ma il calcoli di Hitler non erano proprio esatti… e risvegliare dal suo letargo l’orso russo costò alla Germania milioni di morti, la distruzione di gran parte del suo territorio e la sconfitta nella seconda guerra mondiale.

Pubblicato da: Francesco Dipalo | 15 novembre, 2011

VOGLIO VEDERTI DANZARE – Franco Battiato

 

 

La danza può essere una forma di meditazione? Ogni pratica, ogni forma di espressione umana è meditazione se esprime consapevolezza e armonia, se aiuta ad esser amorevolmente presenti a se stessi sullo sfondo del kosmos. Godetevi questo video-musicale del grande musicista-filosofo Franco Battiato.

Pubblicato da: Francesco Dipalo | 15 novembre, 2011

I Dervisci Rotanti di Konya

 

 

La confraternita dei Mevlevi ha sviluppato a Konya fin dal XII secolo, una musica colta fondata sul sistema dei makam, modi analoghi ai maqam arabi, ai datsgah iraniani e ai raga indiani. La musica sufi della setta Mevlevi, per le sue caratteristiche spirituali e meditative, aiuta i credenti ad avvicinarsi a Dio con un rituale che prevede una danza rotatoria dove la mano sinistra è abbassata verso terra, mentre la mano destra è girata verso il cielo. Il danzatore diviene così il medium tra la terra ed il cielo. La musica è dominata dal nay (flauto verticale) che ha un ruolo mistico nella musica turca, i Küdum (piccoli timpani in cuoio ricoperti di pelle di capra) e gli halile (piatti in rame). Con tali strumenti si esegue la musica del rito mevlevi (ayîn), elemento principale del sema, concerto spirituale preconizzato dal fondatore della confraternita, Mevlänä Djelâleddin el Rûmi («il nostro maestro Djelâleddin del paese di Rum») e divenuto la base della musica colta turca.

Il nome Mevlevi deriva da quello di Mevlana, con il quale era conosciuto presso i Dervisci il grande poeta mistico del 13° sec., Jelaluddin Rûmi. Il canto cerimoniale è basato soprattutto su poemi tratti dal Masnavi o da altri scritti di Rûmi. Egli non diede origine alla danza religiosa presso i Sufi, poiché essa gli preesisteva, ma le diede enorme importanza. Così scriveva: “Molte strade portano a Dio. Io ho scelto quella della danza e della musica.
Il rituale ha inizio con un lento assolo di preghiera al profeta Maometto, poi i danzatori si tolgono i neri mantelli e chiedono al Semazen il permesso di danzare; benedetti da lui, cominciano lentamente a volteggiare, con le braccia incrociate. A mano a mano che i giri si fanno più veloci i lunghi abiti di discostano dal corpo dei danzatori e le loro braccia si distendono. Il percorso descritto dai Dervisci sul pavimento della sala simboleggia i movimenti dei pianeti intorno al sole: ciascun Derviscio ruota intorno al proprio asse e al tempo stesso si muove intorno al leader Semazen, che rappresenta il sole.

[Fonte: http://www.youtube.com/watch?v=kz3epAGvUy0]

Pubblicato da: Francesco Dipalo | 14 novembre, 2011

Giordano Bruno: De la causa, principio et uno

«È dunque l’universo uno, infinito, immobile»

È dunque l’universo uno, infinito, inmobile. Una, dico, è la possibilità assoluta1, uno l’atto, una la forma o anima, una la materia o corpo, una la cosa, uno lo ente, uno il massimo ed ottimo2; il quale non deve posser essere compreso; e però infinibile e interminabile, e per tanto infinito e interminato, e per conseguenza inmobile. Questo non si muove localmente, perché non ha cosa fuor di sé ove si trasporte, atteso che sia il tutto. Non si genera; perché non è altro essere, che lui possa desiderare o aspettare, atteso che abbia tutto lo essere. Non si corrompe; perché non è altra cosa in cui si cange, atteso che lui sia ogni cosa. Non può sminuire o crescere, atteso che è infinito; a cui come non si può aggiongere, cossì è da cui non si può suttrarre, per ciò che lo infinito non ha parte proporzionabili. Non è alterabile in altra disposizione, perché non ha esterno da cui patisca e per cui venga in qualche affezione. Oltre che, per comprender tutte contrarietà di nell’esser suo in unità e convenienza, e nessuna inclinazione posser avere ad altro e novo essere, o pur ad altro e altro modo di essere, non può esser soggetto di mutazione secondo qualità alcuna, né può aver contrario o diverso, che lo alteri, perché in lui è ogni cosa concorde3. Non è materia, perché non è figurato né figurabile, non è terminato né terminabile. Non è forma, perché non informa né figura altro, atteso che è tutto, è massimo, è uno, è universo. Non è misurabile né misura. Non si comprende, perché non è maggior di sé. Non si è compreso, perché non è minor di sé. Non si agguaglia, perché non è altro e altro, ma uno e medesimo. Essendo medesimo e uno, non ha essere ed essere4; e perché non ha essere ed essere, non ha parte e parte; e per ciò che non ha parte e parte, non è composto. Questo è termine di sorte che5 non è termine, è talmente forma che non è forma, è talmente materia che non è materia, è talmente anima che non è anima: perché è il tutto indifferentemente, e però è uno, l’universo è uno. Continua a leggere…

Pubblicato da: Francesco Dipalo | 14 novembre, 2011

Thomas Kuhn: Nuove riflessioni sui paradigmi

Thomas Kuhn

Nuove riflessioni sui paradigmi

Che cos’è un paradigma scientifico

Sono ormai trascorsi parecchi anni da quando il mio libro, La struttura delle rivoluzioni scientifiche, fu pubblicato1. Le reazioni che ha suscitato sono state varie e talvolta contrastanti, tuttavia esso continua ad essere ampiamente letto e molto discusso. In genere, provo molta soddisfazione per l’interesse che ha suscitato, comprese molte delle critiche. Un aspetto delle reazioni, tuttavia, di tanto in tanto mi sconcerta. Seguendo le discussioni, in particolar modo quelle tra gli entusiasti del libro, ho talvolta trovato difficile credere che tutti i partecipanti al dibattito si fossero occupati dello stesso libro. Ne deduco con rincrescimento che parte della ragione del suo successo è dovuta al fatto che troppo spesso può significare tutto per tutti. Continua a leggere…

Pubblicato da: Francesco Dipalo | 13 novembre, 2011

Sandokai – L’armonia tra differenza e identità.

Meraviglioso lasciarsi cullare da questi versi…

Lo spirito del Grande Saggio dell’India si è trasmesso intimamente da occidente ad oriente.

Esistono differenze nelle capacità umane, che possono essere più o meno acute, ma nella Via non vi sono né patriarchi del nord, né patriarchi del sud.

La sorgente spirituale brilla chiara nella luce, gli affluenti si riversano nell’oscurità.

Attaccarsi ai fenomeni è causa di illusione, ma l’unione con l’identità non è ancora il risveglio.

Tutti gli oggetti dei sensi interagiscono tra loro e tuttavia non interagiscono.

L’interazione aumenta la solidarietà, senza la quale ciascuno resta sulla sua posizione.

Gli oggetti visibili variano nelle qualità come nelle forme. I suoni sono talvolta piacevoli, talvolta sgradevoli.

Nell’oscurità purezza e impurità si confondono. Nella luce purezza e impurità si distinguono.

I quattro elementi ritornano alla loro natura, come il bambino si volge alla madre.

Il fuoco arde, il vento è in movimento, l’acqua bagna, la terra sostiene.

Occhio e visione, orecchie e suono, naso e odore, lingua e sapori.

Così, per tutto ciò che esiste, le foglie si sviluppano secondo le proprie radici.

Il tronco e i rami condividono la stessa essenza, nobile o ordinario non sono altro che parole!

Nella luce esiste l’oscurità, ma non guardate solo il lato oscuro.

Nell’oscurità esiste la luce, non guardate solo il lato luminoso.

Luce ed oscurità differiscono l’una dall’altra come il passo in avanti dal passo precedente.

Ogni esistenza ha la sua utilità, espressa secondo la sua funzione e il suo posto.

Esistono in quanto fenomeni e si adattano come la scatola e il suo coperchio. Si accordano col principio come l’incontro di due punte di freccia.

Ascoltando le parole comprendetene il senso, non costruite categorie personali.

Se non comprendete la Via che si trova sotto i vostri piedi, come potrete conoscere il cammino sul quale procedete?

Quando si avanza nella pratica non si tratta di vicino o di lontano, ma la confusione crea ostacoli quali montagne e fiumi.

Voi che ricercate la Via, vi prego, non lasciate che i giorni e le notti passino invano.

[Fonte: Dojo dell'oceano di Buddha – Zen Soto – Vercelli, http://www.bukkaidojo.it/?page_id=237] Continua a leggere…

Pubblicato da: Francesco Dipalo | 13 novembre, 2011

Kosmoszen: Manifesto sullo zen d’Occidente

Questo articolo a cura del Centro Zen di Vicenza mi pare un ottimo punto di partenza per una comune riflessione che metta in dialogo la pratica Zen con la tradizione filosofica occidentale. Un dialogo che non vuole essere di stampo “intellettuale” o “accademico”, ma per l’appunto “pratico”, ovvero inerente alla “pratica”. Perché sono convinto che gioverebbe molto provare ad utilizzare testi della tradizione filosofica occidentale per meditare, riflettere, allargare ulteriormente i nostri orizzonti. È un lavoro ancora tutto da fare. Mi piacerebbe metterci mano quanto prima.

Un loto Continua a leggere…

Pubblicato da: Francesco Dipalo | 8 novembre, 2011

GUATAMA BUDDHA: DISCORSO SUL MODO MIGLIORE DI VIVERE SOLI

Discorso sul modo migliore per vivere soli

Ho udito queste parole del Buddha una volta che il Signore dimorava nel monastero del boschetto di Jeta, nei pressi della città di Sàvatthi. Chiamò a sé tutti i monaci e li istruì: “Monaci!”.

E i monaci risposero: “Siamo qui”.

II Beato esordì: “Vi insegnerò cosa si intende quando si dice ‘conoscere il modo migliore per vivere soli’. Comincerò con i tratti essenziali dell’insegnamento e poi vi darò una spiegazione dettagliata. Monaci vi invito ad ascoltare con attenzione”.

“Beato, ti ascoltiamo”. Continua a leggere…

Pubblicato da: Francesco Dipalo | 5 novembre, 2011

Pratiche basate sulla Raccolta di Linji

Il maestro Linji insegnava che ognuno di noi ha una mente brillante e luminosa. Se riusciamo a ritornare alla nostra mente brillante, allora possiamo essere come il Buddha e i bodhisattva. Quando la nostra mente luminosa è offuscata, significa che è ricoperta di afflizioni. Con la pratica della consapevolezza possiamo ritrovare la nostra mente brillante. La nostra mente è un giardino e il nostro giardino è stato a lungo ignorato. Il suolo è duro e dappertutto crescono rovi ed erbacce. La pratica consiste nel ritornare al nostro giardino e prendercene cura. Noi siamo il giardiniere, la nostra mente e la terra e nel suolo ci sono buoni semi. Continua a leggere…

Pubblicato da: Francesco Dipalo | 31 ottobre, 2011

James Hillman Linguaggio della psicologia e linguaggio dell’anima

Occorre che il linguaggio corrente delle psicoterapie sia ricondotto alla sua dimensione storica, affinché il linguaggio dell’anima possa esprimersi.

Ritorniamo indietro alle due modalità di descrizione, ai due linguaggi (il linguaggio della psicologia come scienza e il linguaggio dell’anima umana). Una delle duplici modalità di espressione deriva da Plotino che nelle Enneadi distingue due tipi di movimento riguardanti i fatti umani. Il moto dell’anima è circolare. Il passo dice «L’anima vive in rivoluzione attorno a Dio, al quale si stringe con amore, mantenendosi fino all’estremo delle sue forze vicino a Lui come l’Essere da cui tutto dipende e, poiché non può coincidere con Lui. essa gli ruota intorno». D’altro canto il moto del corpo differisce da quello dell’anima. Egli dice: «… il cammino in avanti è caratteristico del corpo…». Questo brano ci fornisce indicazioni sul perché il linguaggio della psicologia fugge per le tangenti, tocca solo tangenzialmente l’anima. Il modello delle sue scoperte e delle sue invenzioni segue il cammino in avanti della ricerca somatica. Continua a leggere…

Pubblicato da: Francesco Dipalo | 30 ottobre, 2011

Thich Nhat Hanh: La persona che non ha nulla da fare

A mio avviso, non c’e poi così tanto da fare, se non essere semplici, vestirsi, mangiare e trascorrere il tempo senza fare nulla.

Linji, Insegnamento 18

Chi studia il buddhismo e figlio del maestro Linji, anche se non ne conosce il nome. Nella tradizione zen, lo spirito del maestro Linji è in qualsiasi cosa pensiamo o facciamo.

II maestro Linji visse durante la dinastia Tang in Cina. Nacque nella provincia occidentale dello Shandong, proprio a sud dello Huang Ho, il fiume giallo, tra l’810 e l’815. Ancora giovane, lasciò la famiglia e si diresse verso nord per studiare con il patriarca zen Huangbo nel suo monastero vicino Hongzhou, nella provincia di Tiangzi, a sud del fiume Yangzi. La Cina viveva allora un periodo di instabilità politica; il buddhismo subì una grave repressione da parte del governo che culminò in un decreto, emesso nell’845 dall’imperatore Tang Wu Zong, che ordinava a tutti i monaci e a tutte le monache di rinunciare all’abito e di tornare alla vita laica. Vennero distrutti molti templi e statue, in particolare nelle città. I monasteri nelle zone periferiche vennero meno colpiti. Continua a leggere…

Pubblicato da: Francesco Dipalo | 24 ottobre, 2011

Thich Nhat Hanh: Nulla da cercare – La raccolta di Linji (11)

Da: Discorsi della sera

11

Il maestro insegnava: “Di questi tempi chiunque studi il Buddhadharma necessita di retta visione. Una volta che ci sia retta visione nascita e morte non potranno più toccarvi. Allora, che rimaniate o andiate, Io farete da persone libere. Non avrete bisogno di andare in cerca del trascendente, e il trascendente che vi scoverà.

“Amici sul sentiero, i monaci virtuosi del passato hanno tutti offerto agli esseri umani un sentiero di liberazione. Il compito di questo monaco di montagna e solo quello di incoraggiarvi e di non permettere alla gente di illudervi. I miei consigli dovrebbero essere messi in atto subito. Non siate indecisi o dubbiosi. Continua a leggere…

Pubblicato da: Francesco Dipalo | 24 ottobre, 2011

Thich Nhat Hanh: Nulla da cercare – La raccolta di Linji (10)

Da: Discorsi della sera

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Durante una sessione della sera il maestro esordì con la seguente spiegazione: “A volte e necessario eliminare la persona, ma non le circostanze della persona, altre volte e necessario eliminare le circostanze della persona, ma non la persona. A volte e necessario eliminare entrambe: la persona e le sue circostanze. Altre volte non eliminate né la persona né le sue circostanze”.

In seguito un monaco chiese: “Cosa significa eliminare la persona, ma non l’oggetto delle percezioni della persona?”. II maestro rispose: “II sole sorge facendo della terra un ricamo. I capelli del fanciullo cadono bianchi come fili di seta”.

Il monaco chiese: “Allora cosa significa eliminare l’oggetto della persona e non la persona?”. II maestro rispose: “I comandi del re vengono trasmessi a ogni parte del mondo. Gli ufficiali di frontiera hanno dissipate le nubi di fumo”.

Il monaco chiese: “Allora cosa significa eliminare sia la persona sia l’oggetto?”. II maestro rispose: “I due distretti di Bun e di Phan non sono in comunicazione. La gente e isolata nel proprio mondo”.

Il monaco chiese: “Cosa significa non eliminare né la persona né l’oggetto?”. II maestro rispose: “II re entra nel palazzo di gemme. Anziani cantano nella campagna”.

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