Senso di insicurezza, inquietudine, ansia: spesso sono prodotti dal presumere di conoscere quel che non si sa. Contrariamente al luogo comune che siamo soliti associare all’insicurezza, non è il non sapere questa o quella cosa, il non possedere le conoscenze “giuste” o il corretto sovoir-faire, insomma, il non “essere all’altezza”, a generare questo stato d’animo. Bensì, all’opposto, una certa “conoscenza” più o meno abbozzata nella nostra mente, tale da dare origine, col tempo, ad una visione del mondo strutturata con nessi logici, elementi di causalità, simbologie, miti…
La progressiva formazione di una siffatta “mitologia” – atta a rispondere a quell’insopprimibile bisogno di descrivere, “mappare”, di dar senso al proprio essere-al-mondo che ciascun essere umano si porta dentro – fa sì che non ci si limiti più a sentirsi insicuri, fragili, in balia degli eventi, in questa o quella specifica circostanza. Dopo un po’, si diventa effettivamente insicuri, deboli, pavidi. Nel senso che si crede di esserlo, che si è più o meno consapevolmente convinti di esserlo.
Tale interpretazione di noi stessi rispetto agli altri e al mondo, per quanto diminutiva e svalutativa, ci torna comunque utile. Ci aggrappiamo ad essa perché “funziona”. Ovvero, ci consente di far fronte ad un pericolo ben maggiore, di evitare un’inquietudine più radicale: il non-senso e ciò che esso comporta a livello personale e inter-personale.
Siccome “funziona”, trae d’impaccio, l’assumiamo come abito mentale, stabiliamo con essa una certa consuetudine. Dalla dimensione simbolica e mitologica che aveva all’inizio, più immediatamente collegata all’emozionalità che l’ha generata, l’idea di insicurezza si cristallizza, guadagna, a modo suo, chiarezza, levigatezza, disponendosi all’uso “razionale”. Ed ecco che il cerchio si chiude: da sensazione aoristica, a sensazione ricorrente, da simbolo a mito, da idea a ratio, ossia “misura”, “criterio di giudizio”. E come tale la adoperiamo per calibrare interpretazioni e giudizi su noi stessi e sugli altri.
Non che, così facendo, ci si senta pienamente a proprio agio. Il disagio rimane, come un rumore di sottofondo, un retrogusto amarognolo che non ci consente di gustare appieno il momento presente.
Ma insomma: alfine “sappiamo” di essere timidi, insicuri, “difettosi”. Sappiamo che gli altri, per alcuni versi, ci sopravanzano in questa o in quella attività o faccenda umana che giudichiamo essenziale, e da cui facciamo dipendere la nostra autostima. E questo “sapere” genera sofferenza.
In realtà, se si è compreso il meccanismo di formazione di quella che ora chiamiamo “conoscenza”, non possiamo dire, letteralmente, di conoscere alcunché. Non ne sappiamo nulla, a meno che non siamo disposti ad intraprendere il cammino a ritroso, che dalla ratio conduce sino al sostrato emozionale originario, a quel “vissuto” da cui, a più riprese, essa deriva. In tal modo, quanto meno, diveniamo consapevoli di “sapere di non sapere”. Cioè sostituiamo una parvenza di conoscenza, un fàntasma (in greco prodotto della fantasia, della facoltà di immaginare), con una consapevolezza “realisticamente” fondata su noi stessi, sulla nostra psiche.
Ma cosa c’è di “realistico” in tale consapevolezza? Innanzitutto, direi, la non utilizzabilità dell’insicurezza come “concetto-etichetta”: cioè, la consapevolezza che l’attribuzione ad un determinato soggetto del predicato “insicuro”, “inadatto”, “incapace”, et similia, è erronea. Perché, va da sé, un conto è scorgere in sé l’apparire, il manifestarsi in determinate circostanze di quella data emozione che chiamiamo “insicurezza”, “dubbio”, “incertezza”, un conto è affermare che si è, in sé, timidi, dubbiosi, e quindi, inadeguati. E il ricorrere di tale sensazione, peraltro, potrebbe continuare a non essere così significativo come generalmente si crede. Magari, come si diceva prima, esso dipende dalla “sovrastruttura” interpretativa che ci si è formata col tempo.
Una concezione del genere è errata perché tende a far coincidere indebitamente il proprio Sé, la propria coscienza, con i pensieri che l’abitano. A ben guardare, non abbiamo elementi di certezza per sostenere tale identificazione. Conosciamo i nostri pensieri, quando ne prendiamo consapevolezza. Ma essi non ci dicono nulla di ulteriormente verificabile rispetto alla coscienza che li “genera”. Peraltro, anche l’uso di questa terminologia potrebbe essere fuorviante. Non sappiamo se il rapporto tra il Sé e i pensieri sia risolvibile in termini causali (dove coscienza=causa, pensiero=effetto). La coscienza, per quello che ci è dato osservare, assomiglia piuttosto ad uno sfondo incolore, uno schermo su cui i pensieri si proiettano, baluginando appaiono alla velocità della luce, per poi scomparire con altrettanta celerità. A volte nulla rimane per più di qualche minuto. I contenuti della coscienza, dunque, non ci dicono molto sulla coscienza stessa, così come i fotogrammi di un filmato che scorre sul monitor non ci parlano del supporto hardware (al limite possono suggerirci qualcosa sulle modalità del suo funzionamento).
D’altro canto, gli stati d’animo che accompagnano la proiezione di quanto si va pensando, li possiamo assimilare, nella metafora cinematografica, alla colonna sonora del film, che si dispiega a commento delle immagini. È uno spettacolo meraviglioso, se solo si riesce a fare un passo indietro e a non identificarsi con esso. Ma questo richiede allenamento e pratica costante: la meditazione lasciandosi guidare dal respiro può esser molto d’aiuto.
Quindi, detto con altre parole, il sentirsi deboli, dubbiosi, insicuri dinanzi alle piccole-grandi sfide che la vita ci getta quotidianamente tra i piedi può non sottintendere in nessuna maniera debolezza, dubbiosità, insicurezza sostanziale. Non si “è” deboli: è corretto dire che ci si “sente”, a volte, deboli. E questo capita a tutti quanti, nessuno escluso. Non si “è” radicalmente dubbiosi: piuttosto accade, come è naturale che sia, che dinanzi ad un determinato evento si “provino” dei (legittimi) dubbi. Infine, non si “è” di per sé insicuri: succede, in maniera circostanziale, che si sperimenti una sensazione di insicurezza.
Il cammino “a ritroso” verso l’osservazione di se stessi è una pratica filosofica, anzi, la pratica filosofica per eccellenza. Quella che risponde al celebre motto delfico “conosci te stesso” (Γνῶθι σαυτόν, gnôthi sautón), che la tradizione vuole campeggiasse in bella vista sul frontone del tempio di Apollo in Delfi.
È un cammino meravigliosamente tortuoso. Come nel paese delle meraviglie di Alice nulla è ciò che sembra. Perché man mano che si procede verso il fondo di se stessi, ciò che sembrava esser saldamente conosciuto comincia a diventare evanescente come brina al sole mattutino. Sottoponendo a indagine i propri criteri di giudizio, quelle “rationes” che adoperiamo dì per dì credendo di ben orientarci nel polisemantico mondo degli uomini, scopriamo che la loro validità, spesso, si fonda su nulla di certo. E questo fa di loro strumenti di “pre-giudizio” piuttosto che di sensato giudizio. “Pre-giudizi” che, in primo luogo, rivolgiamo verso noi stessi, catalogando, appiccicando etichette a ciò che sfugge a ogni catalogazione ed etichettatura, perché «i confini della psyché (anima-coscienza), peregrinando, non potrai mai trovare, pur se tenti ogni via, tanto è profondo il suo logos (discorso, ragione, criterio)». (Eraclito fr. 45 D-K)
Bisogna prenderne coscienza attraverso un esame approfondito che miri ad individuare la sorgente di quel determinato criterio nel proprio vissuto personale. Ovvero, che ci conduca indietro dal criterio-concetto, che ci capita sovente di applicare in maniera automatica e irriflessa, verso le situazioni che l’hanno effettivamente generato, individuando, sotto la (spesso) malcelata veste di “universalità” il “particulare” bio-esistenziale. Finiamo con lo scoprire che non conoscevamo affatto quel che pensavamo di sapere. E quella sensazione di inadeguatezza cresceva in noi traendo forza proprio da questo humus di presunta conoscenza. E per paura, per trascuratezza non c’eravamo mai presi la briga di vangarlo il terreno… Ed ora che il cerchio principia a chiudersi, sappiamo… di non sapere… ed è meraviglioso accorgersi, fosse solo per un batter di ciglia, che non abbiamo più paura!
Ci prendiamo per mano e, d’incanto, scopriamo che il macigno di paura non grava più sul nostro petto: abbiam fatto rotolare a valle quell’illusione di sapere che ci rendeva difficile finanche respirare!
Ho detto “ci prendiamo per mano”. Siamo “noi” il soggetto. Perché, beninteso, questo esame è ben più agevole condurlo insieme con un partner condialogante oppure, se capita, all’interno di una comunità. Grazie allo specchio fornito dalla presenza dell’Altro in cui vedere riflessa la propria immagine il nostro cammino di autoconoscenza si fa più agevole… La nostra essenza, del resto, è dialogica, puro essere-in-relazione.
Su queste fondamenta “socratiche” si basa la pratica della consulenza filosofica.
Carissimo Professore, La ringrazio per questo spazio che mette a disposizione proponendo sempre (anche spesso, purtroppo, con un linguaggio eccessivamente criptico o, comunque, di “nicchia”) argomenti importanti illuminandoli con la visione dei filosofi che sono, anzichè antichi, più che mai attuali e attualizzabili.
In quest’ultimo post, in particolare, vedo come spiegato il fiorire di tante nuove patologie (soprattutto i cosiddetti “attacchi di panico”), tanti nuovi tentativi della Medicina di descrivere, classificare e inserire in protocolli diagnostici e terapeutici ciò che Lei ha magistralmente enunciato appoggiandosi alle salde spalle di Socrate.
Per noi genitori del terzo millennio è più che mai indispensabile essere aiutati ad aiutare come intendeva Socrate. Sapere che i nostri figli possono camminare per un tempo molto importante, quello della formazione liceale, con un maieuta come Lei è una grande consolazione e un grande motivo di crescita. Mi piacerebbe che questo cammino fosse maggiomente condiviso anche se con le dovute distanze e rispetto delle competenze ( in quanto ritengo anche fondamentale che i figli spicchino il volo da soli e che noi li accompagnamo “da lontano”, tifando per loro e non facendo loro mancare il sostegno, la cura, la fiducia ) perchè, per il fatto che l’essere genitori non ci fa smettere di essere persone in ricerca.
A metà degli anni ottanta, scopri la figura di un medico, Luigi Oreste Speciani, che parlava di una forma di Medicina integrata, psicosomatica, che guardava all’Uomo non in senso meccanicistico nè settorialmente come una macchina con pezzi smontabili e riassemblabili. Credo che nessuno possa diventare veramente un medico o un insegnante o un vero genitore se non si “innamora” della persona nella sua totalità in una empatia dinamica e costruttiva (che non diventa nè dipendenza nè mero rispecchiarsi in una determinata situazione).Lui per me rimane il Socrate della Medicina come Lei lo è per l’insegnamento della Filosofia.
Grazie.
Loredana
Gentile signora Loredana, La ringrazio moltissimo del suo intervento. Le mie considerazioni, per quanto possano apparire “astratte”, come sa, nascono da esperienze concrete fatte tra le aule di scuola e lo studio di consulente filosofico. «È vano il discorso di quel filosofo che non curi qualche male dell’animo umano»: in questa massima epicurea è racchiuso tutto il senso dell’affinità e della vicinanza tra filosofia antica e arte medica. C’è un filo rosso che ci lega alla tradizione. Semplicemente, tante cose le abbiamo dimenticate: modi di essere, abilità, conoscenze…
Una volta – sembra un secolo fa – i medici erano in primo luogo degli umanisti… e degli empiristi… ovvero curavano la relazione umana con il paziente, facendo domande ed ascoltando le sue risposte, e, soprattutto, lo “visitavano”, auscultando, palpando le viscere, guardando il fondo degli occhi e la gola, ecc. Oggi, se mi capita di incontrare un medico che agisca così, letteralmente, mi commuovo. Ho la fortuna di conoscere un raro caso di medico antroposofico di scuola steineriana, ancora disponibile ad esercitare l’ars medica nel rispetto del giuramento di Ippocrate.
Negli ultimi decenni a tanti atteggiamenti umani, fin troppo umani, è stata appiccicata l’etichetta di “patologia”, si sono inventati termini “scientifici” da inserire nei prontuari psichiatrici, e le industrie farmaceutiche hanno sfornato molecole a gogò. Pochi si sono realmente interrogati sul perché fiorissero così tante nuove (nonché stravaganti) patologie. Ci siamo spesso dimenticati di interrogare l’uomo, la persona in carne ed ossa. I medici hanno spesso preferito interrogare la “malattia”. Tante “patologie”, poi, hanno un’eziologia sociologica, politica ed economica, piuttosto che psichiatrica. La psichiatria (o la psicoterapia) si rivolgono al singolo (o, al limite, al nucleo familiare) tentando di confinare il problema all’interno delle sue dinamiche personali. In realtà, non occorre una grande competenza filosofica per rendersi conto che tutto è collegato, che l’individuo dipende strettamente dalla relazione che ha con l’ambiente circostante. Tutto è inter-relato. Gli antichi, in occidente come in oriente, questo principio lo avevano ben chiaro. I Greci pensavano che occuparsi dell’individuo al di fuori dell’ambiente “politico” (della polis) o della natura in senso più lato, fosse semplicemente insensato. E noi, oggi, non vediamo come tante “malattie” abbiano un’eziologia radicalmente politica, sociale, relazionale. I giovani sono ammalati di “insicurezza” perché abbiamo trasformato il futuro – e un giovane è esistenzialmente proiettato nel futuro – in una minaccia. Poi magari li mandiamo da qualche psicologo che li aiuti a superare le crisi respiratorie… o meglio lo fa ancora chi può permetterselo. Mentre assistiamo, più o meno silenti, alla quotidiana distruzione dello spazio e del tempo scolastico pubblico. Distruzione doppiamente drammatica per chi è più debole economicamente. E chi è più debole economicamente lo è perché privato di quei diritti civili e politici che i suoi nonni avevano tanto faticosamente conquistato.
In questo senso, forse, la filosofia va oltre l’approccio medico. Perché, inevitabilmente, coinvolge la dimensione politica, quella sociale e relazionale, quella pedagogica ed istruttiva.
Di fatto, quando mi trovo a tu per tu con i miei condialoganti, finiamo con lo spingerci al di là del problema posto all’inizio della conversazione, allargando sempre di più il giro d’orizzonte. Ci dimentichiamo di stare lì per “prenderci cura” di noi stessi: cominciamo ad esplorare per il puro gusto della conoscenza. Siamo fatti così noi umani. Capita a tutti: basta trovare la giusta alchimia. Questo è fare filo-sofia. Un modo d’essere “erotico”.
Sarebbe molto bello riuscire ad allargare la dimensione educativa e formativa alla componente genitori. Purtroppo, socialmente e istituzionalmente, ci siamo organizzati per non dimostrarci troppo amore. Lo stesso vale nei rapporti tra noi insegnanti. Magari potessimo avere spazio e tempo per condividere le nostre scelte professionali con i colleghi! Dovremmo essere “pagati” anche per questo. Invece no. Ci si incontra, a dio piacendo, per un pugno di ore all’anno, affogati in pomeriggi straripanti di idiozie burocratiche. Quando ho proposto ai colleghi di istituire uno sportello pomeridiano cui i ragazzi potessero bussare per affrontare “filosoficamente” problemi scolastici, relazionali, di orientamento universitario, la risposta è stata piuttosto freddina. Di fatto lo sportello del giovedì si basa su un’opera di volontariato (professionale).
Lo stesso vale per i rapporti con i genitori. Sarebbe interessante riuscire ad organizzare degli incontri “comunitari” aperti a tutti. Ma anche qui mancano risorse, tempo e spazio, disponibilità.
Questa è la situazione, per come la vedo io. Facciamo quello che possiamo in una condizione di precarietà assoluta. Come la maggior parte delle persone, del resto.
PS Purtroppo parlare di filosofia non è semplice nemmeno per un “didatta”. Chiedo venia, quindi, per il linguaggio che a volte, comprensibilmente, può risultare piuttosto ostico. È una questione che mi sono posto anche a proposito del linguaggio che uso in classe. La difficoltà sta nel trovare il giusto equilibrio tra un registro linguistico specialistico (ed aulico) – che può servire allo studente per sforzarsi e crescere in termini di abilità linguistiche – ed uno più quotidiano e “terra terra”. È l’eterno dilemma del “divulgatore”…
Il dubbio è un crick, lo strumento che attraverso successive energiche spinte ficca il nostro sguardo dentro dio.
A quel punto è fatta, direi.
Grazie, Francesco!
tina