COME TRASFORMARE LA “TESINA” PER L’ESAME DI STATO IN UNA CHANCHE DI AUTOREALIZZAZIONE


La tesina (o mappa concettuale) per l’esame di stato ha un non so che di paradossale. Suona paradossale, infatti, se non addirittura “provocatorio”, chiedere ai nostri studenti liceali di dar prova di creatività, criticità, capacità di mettersi in gioco e di lavorare in maniera autonoma ed interdisciplinare, dopo aver tentato, di fatto, di “normalizzarli”, “irreggimentarli”, “automatizzarli”, “ammansirli” ed “alienarli” per cinque o più anni della loro vita. Naturalmente, molti colleghi negheranno di averlo fatto, anzi, si sentiranno offesi, sbeffeggiati, indignati… negheranno con foga, nessuno consapevolmente ha fatto cose del genere, anzi… “il nostro lavoro è stato sempre mirato allo sviluppo di una personalità libera, consapevole ed autonoma”, e via dicendo.


Ma le chiacchiere stanno a zero. O meglio, come recita il vecchio adagio napoletano-borbonico (Garibaldi, o Garibaldi che cosa hai fatto? tu con quei mille facinorosi? perché prendersela con quel povero Franceschiello per fare questa povera Italia?): “chiacchiere e tabacchiere ‘e ligna o banco ‘e Napuli nun s’empigna”. Ovvero, il nostro sistema scolastico è radicalmente, immutabilmente, atrocemente impiantato su quel modello “standard” di cui dicevo la volta scorsa. Con qualche aggiunta di italico presenzialismo, “tutto chiacchiere e distintivo”, una risibile spruzzata di progettualità da accattoni, una infinità di addendi e moltiplicatori che, senza cambiare la sostanza della vita scolastica, sortiscono l’effetto di renderla vieppiù complicata, di anno in anno. “Un vestito vecchio e logoro che continuiamo a rattoppare per renderlo presentabile, mentre dovremmo semplicemente sbarazzarcene per uno nuovo” – come ha magnificamente sintetizzato l’amica Luisella. Nessuna reale volontà di cambiamento. Ad ogni sussulto burocratico-istituzionale, corrisponde un ulteriore impantanamento (progetto: “risparmiamo la carta delle circolari”; slogan: “basta abbattere gli alberi per dare corso allo stupidismo militante”; slogan in “straniero”: “save your mind with a tree”).
Pertanto, non s’indignino i singoli. Forse la gran parte degli insegnanti è in buona fede, davvero. Una buona fede che è pari solo alla loro (mia/nostra) cecità. Naturalmente non si tratta primieramente di un problema tecnico-pedagogico-didattico, ma politico-filosofico. Se dal sistema “standard” non proviamo a traghettarci verso un sistema “riflessivo”, cambiando radicalmente le regole del gioco, potremo al massimo provare a vivacchiare, remando contro-corrente e sforzandoci di nobilitare il nostro lavoro, NONOSTANTE il sistema. Noi docenti non facciamo le regole (per quelle c’è il Parlamento), dovremmo solo applicarle. Né abbiamo il compito di dirigere o influenzare la cosiddetta “società (in)civile”. Insomma, non facciamo “tendenza”, la subiamo.
Fatta questa doverosa premessa, proverò a tracciare sinteticamente alcune linee operative per affrontare in maniera (auto)soddisfacente e produttiva la sfida della tesina. In fin dei conti mi piace credere che, per quanto il nostro non sia assolutamente il migliore dei sistemi educativi possibili, qualche valido input qua e là possa averlo dato. Ed ho fiducia, NONOSTANTE tutto, nella naturale intelligenza e nel buon senso dei nostri studenti, della maggior parte almeno. A volte, le sfide sono stimolanti e quello che non uccide, fortifica.
1) Occorre ri-centrare l’attenzione su se stessi. Mettere da parte, per un attimo, impegni e convulsioni scolastiche dell’ultima ora e “starsi a sentire”, “mettersi in ascolto”. Provare a farsi domande del genere: “a che cosa mi dedico nel tempo libero?” – potrebbe rappresentare un buon inizio. Non importa che i miei interessi non siano – apparentemente – compatibili con l’ordinaria amministrazione scolastica, o che, ancora, non presentino un retroterra intellettuale o “culturale” (nel senso scioccamente deteriore della scuola: “culturale” è quello che ci viene presentato in classe). Facciamo un esempio: mi piace danzare? Benissimo. Sono innamorato/a della letteratura russa dell’Ottocento? Oppure del genere “fantasy”? Ho la passione del web design o della moda? Why not? Potrebbero essere tutti quanti degli ottimi punti di partenza.
Un’altra strategia potrebbe consistere nel focalizzare l’attenzione su esperienze di vita vissuta, un amore, un viaggio, una tempestosa querelle figlio/a-genitori, una malattia, una vicenda particolarmente significativa insomma. Una di quelle esperienze, per intenderci, intorno alla quale ci si arrovella, ci si industria ad escogitare soluzioni, si elaborano prospettive di vita o sogni ad occhi aperti, si vergano pagine e pagine di diario intimo (per chi ama tale genere letterario).
Last but not least, soprattutto se si è all’ultimo anno di liceo (ma consiglio vivamente di iniziare a lavorarci ben prima…), si potrebbe provare a collegare tali spunti autobiografici con il necessario lavoro di progettualità in vista della (tanto agognata) “fuoriuscita” (“espulsione”, “ri-nascita”, fate voi) dal sistema liceo. “Cosa fare nella vita?” è una domanda generica e scorretta. Meglio sarebbe chiedersi: “Cosa voglio (desidero, amo, aspiro a), posso (ho la capacità), debbo (ho il dovere, è giusto, buono) fare DELLA MIA VITA?”. Domanda complessa che va affrontata in maniera seria, profonda (e ben declinata) e richiede una grande capacità di introspezione, di conoscenza di se stessi e dei propri limiti, nonché una buona dose di coraggio (o incoscienza?) ed umiltà. Ecco, l’elaborazione della tesina, inserita in questa prospettiva, potrebbe rappresentare un’ottima chance per mettersi concretamente alla prova in vista della scelta universitaria (o comunque post-diploma). Un’utile e concreta azione di (auto)orientamento. Va da sé che il cosiddetto “orientamento” non può che essere, in primo luogo, di carattere personale ed esistenziale. Stabilire i criteri, le priorità per le proprie scelte di vita precede – non necessariamente in senso temporale, ma logico ed erotico sì, vivaiddio – il momento più propriamente informativo-burocratico. A questo proposito, si noti che il presunto “orientamento universitario” che fornisce il liceo con la complicità dei vari atenei, si riduce, in gran parte, ad una mera passerella – tanto scintillante quanto inane – di offerte “pubblicitarie”. Che volete farci: è la logica del mercato… siamo consumatori, prima che cittadini ed uomini/donne.
A questo proposito sarebbe cosa buona e giusta prendere in mano un libro universitario, un saggio, un classico, fate voi, di medicina, se si crede di essere “vocati” alla nobile arte di Ippocrate, o di diritto, se ci si sente attratti da un’onorevole carriera forense (magari al servizio della giustizia), o di tattica e strategia, se si vuole vestire la divisa dell’esercito. Provate a leggerlo, con curiosità ed apertura, disposti ad ammettere con voi stessi, veritieramente, se la cosa fa o non fa per voi, se il linguaggio vi suona “familiare” o no, se intercetta o meno la vostra curiosità e stimola il vostro eros esistenziale ed intellettuale. Tentar non nuoce. Un’altra possibilità concreta potrebbe essere dedicare una giornata o un pomeriggio ad ascoltare una lezione universitaria (sono aperte a tutti, per legge). Di tempo se ne sperpera tanto in faccende decisamente bislacche… potrebbe rappresentare, nella peggiore delle ipotesi, una giornata vissuta in maniera diversa… Ricordate: siate sinceri con voi stessi… non prendetevi in giro, non cedete alla logica del luogo comune, delle chiacchiera stradale, del denaro a gogò…
2) Probabilmente, a questo punto, vi sarà frullato per la mente un qualche argomento in forma di concetto astratto o di slogan. Che so, uomo e natura, l’equilibrio, la depressione, la mafia, la felicità, carpe diem!, e via dicendo. Fermi lì. Immagino l’impazienza. “E di matematica che ci metto?” “Con storia come faccio?” “Oddio, se non trovo qualcosa d’inglese… la professoressa mi si mangia!” Ed altre amenità del genere. Lasciate perdere. Concentratevi piuttosto su una domanda da rivolgere a voi stessi: “perché mi è venuto in mente proprio questo argomento?” Provate a ricostruire il percorso che avete fatto, in maniera apparentemente casuale: in bagno, a letto prima di prendere sonno, per strada passeggiando, leggendo una poesia… nulla è casuale: deve esserci un qualche legame con la vostra storia personale, con la vostra visione del mondo. Rifletteteci.
3) Il concetto astratto non va bene. Mi spiego: potete utilizzarlo come titolo per la tesina o per la mappa concettuale (remember: entrambe le possibilità sono previste dalla legge), ma non vi servirà a molto per l’elaborazione della stessa. A meno che, naturalmente, non abbiate intenzione di procedere per semplici associazioni mentali del tipo: depressione, Freud, Leopardi (era depresso, ammazza!), Schopenhauer (il prof ha detto che è pessimista come Leopardi, ergo c’entra, eccome!), prozac (il farmaco che prende la zia… è depressa!), il classico urlo di Munch per arte (ce lo mettono tutti: è utile per ogni stagione), la matematica mi deprime in sé e per sé, ecc. Questo genere di libera associazione mentale forse può essere utile al vostro analista (ma spero non ne frequentiate: perché piuttosto non vi date alla filosofia e non vi rivolgete ad un consulente filosofico? Dipalo pro domo sua…) per comprendere il vostro background psichico, ma per una tesina direi proprio che non è il massimo.
Una “tesina” è pur sempre una “piccola tesi” se la mia conoscenza dell’italiano non m’inganna. Dunque, dovete provare a sostenere una tesi, ovvero un’ipotesi, un assunto, una qualche idea complessa… Non basta il concetto astratto: è necessario formulare, quanto meno, una proposizione, o meglio ancora, una serie di proposizioni. E per farlo vi consiglio di partire da una domanda, la stessa sulla quale vi ho invitato a lavorare in precedenza. Troppo complicato? Facciamo un esempio.
Mi è rimasto impigliato nella capeza il termine “depressione”. Mi sono chiesto: perché mai ho pensato alla “depressione”? Ho scoperto che il vero motivo era autobiografico: un sacco di gente che conosco parla di “depressione” o si autodefinisce “depressa”. Da qualche parte ho letto che la depressione è la malattia del XXI secolo. Tuttavia la storia della letteratura rigurgita di “depressi”: poeti, intellettuali, filosofi… Sarà vero? Ma perché poi ho pensato proprio alla “depressione”? Ho paura di essere/diventare un/a depresso/a? Cosa c’è dietro questa paura? Perché oggi usiamo il termine “depressione” mentre Lucrezio, ad esempio, usa l’espressione taedium vitae? La depressione dipende da certe condizioni storiche o sociologiche? Forse se tento di scoprirlo sarò in grado di guarire, almeno in parte, dalla paura… e se la depressione iniziasse proprio dalla paura di essere depresso (oppure di essere considerato, additato come tale)?
Questo, mi perdonerete l’esempio banale (banale?), non è un libero gioco di associazioni mentali (tipo: maiale, prosciutto, porchetta, coltello, forchetta, ecc.), bensì rappresenta un “flusso di coscienza” con interessanti, per quanto ancora in abbozzo, nessi argomentativi.
La tesi potrebbe suonare, pertanto: “la depressione, così come viene concepita dall’odierna letteratura clinica, in molti casi altro non è se non una ri-proposizione dell’antico taedium vitae (mal di vivere) cui l’uomo ha cercato sempre di porre rimedio e le sue moderne connotazioni dipendono da precise condizioni storico-sociali”.
Mi raccomando: non rubatemi l’dea! Per voi probabilmente non andrebbe bene…
4) Se siete giunti sin qui, il grosso è fatto! Non avete ancora niente in mano, ma avete intuito la direzione verso cui dovrete muovervi. Ora comincia il vero e proprio lavoro di “collezione” dei dati. Dovrete ricercare fonti, letterarie, filosofiche, artistiche, scientifiche, ovvero scartabellare libri, giornali, recensioni, frugare nella vostra memoria di studenti e lettori appassionati di testi (I hope so!). Vedrete che strada facendo tutti i tasselli del puzzle si metteranno a posto da soli. Una tesi ben costruita è l’inizio e la fine del vostro lavoro, è il contesto, il territorio entro il quale vi muoverete. Il VOSTRO territorio. Gli insegnanti potranno darvi consigli (purché non siano troppo invadenti, badate bene!) e, al momento dell’esame, porvi domande su questa o quella fonte. Ma saranno loro a giocare sul vostro terreno: voi giocherete in casa e dovreste avere il pronostico a vostro favore.
Mi raccomando: curate in maniera scientifica e, aggiungerei, “maniacale” i nessi argomentativi tra una fonte e l’altra! Dovrete avere sempre ben chiaro il motivo per cui vi state spostando da Lucrezio a Freud, da Munch a Galimberti… tenete ben saldo il timone tra le mani, puntando al porto sicuro della tesi di partenza. Provate a chiedervi sempre “perché?” cito tizio o caio, “perché?” dall’ambito scientifico passo a quello letterario, e via discorrendo.
Soprattutto, MEMENTO: è la VOSTRA tesi: dovete difenderla con le unghie e i denti! E provare piacere nel farlo… la vostra passione deve diventare palpabile, odorabile, adamantina. È il VOSTRO lavoro, una ricerca che, alla fine, non avrete fatto solo per dovere d’ufficio, ma che rappresenta una parte della VOSTRA vita, ore ed ore di meditazioni e di ricerche, la VOSTRA vera ed unica ricchezza il TEMPO (che avete vissuto e che vi resta da vivere).
Un’altra raccomandazione: non vi preoccupate assolutamente di essere esaustivi. Discorsi del tipo “mi rimane fuori filosofia” non sono ammissibili. Non dovete dar prova di sapere di tutto un po’ in termini strettamente nozionistici (se poi gli insegnanti vorranno verificare questa o quella conoscenza lo faranno nella seconda parte dell’esame orale), quanto piuttosto di essere capaci di argomentare, di saper ragionare su questo o quel problema, di saper interpretare un testo o di parlare in inglese.
Per quanto riguarda la documentazione, vi consiglio di partire da brevi brani antologici (o immagini pittoriche, brani musicali, brevissime sequenze filmiche). Aggiungeteli senz’altro alla vostra tesina, dopo aver scritto una breve premessa in cui spiegate il senso (anche autobiografico) della vostra ricerca. Se riuscite a confezionare il lavoro in maniera multimediale (powerpoint, html, word quanto meno) tanto di guadagnato (ma non è obbligatorio).
La parte dell’esame orale dedicato alla discussione (esposizione) della tesina dura circa 10-15 minuti. Quindi non servono orazioni ciceroniane o costruzioni dialogiche faraoniche. Dovete rimanere nei tempi, a tutti i costi. Esercitatevi ad esporre la vostra ricerca in 10-15 minuti. Cronometratevi, se necessario. Siate umili: non peccate di hybris!
Sono stato sufficientemente chiaro? Se no, chiedete: vi risponderò… indipendentemente dal fatto che siate miei studenti. Non abbiate timore!
PS Avete capito il motivo per cui l’elaborazione di una tesina è un lavoro prettamente “filosofico”?

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7 thoughts on “COME TRASFORMARE LA “TESINA” PER L’ESAME DI STATO IN UNA CHANCHE DI AUTOREALIZZAZIONE

  1. La mia tesina fu “un parto” e dunque sofferta, come ci insegna Socrate a proposito della maieutica. E’ molto difficile, in una fase della vita in cui la maggior parte del tempo è dedicata alla scuola e molto spesso ad un sistema di trasmissione culturale “alienante” qual è quello del liceo classico che io per prima ho vissuto, trovare anche il tempo esistenziale per ascoltarsi, ma soprattutto per autolegittimarsi ad esprimere (per iscritto, in classe, fuori dalla scuola)le nostre “urgenze” interiori. Ma questo probabilmente lo si capisce DOPO aver concluso il capitolo LICEO (in realtà non si concluderà mai del tutto), quando si comincia a pensare che può valere la pena tentare di conciliare le “cose” che faremo nella vita con le nostre passioni, a mettere la faccia in queste cose, a giocarci il tutto per tutto, a rischiare, a vivere autenticamente DIVENTANDO CIò CHE SI è. Ed ecco che entrando in quest’ordine di idee NOSTRO, PERSONALE, possiamo pensare che magari la campanella non è più un richiamo di chi ci costringe a stare sui banchi, ma può un domani diventare l’appuntamento quotidiano di un professore che mette tutto se stesso nella professione (il vostro DIPALO ne è un esempio, ma non lodatelo troppo..) Cioè potremo vedere uno stesso fenomeno da un punto di vista differente, magari a distanza di anni!
    Si ha la possibilità finalmente di SCEGLIERE (che a mio parere è anche qualcosa di TERRIBILE, perchè come insegna Zarathustra dobbiamo essere liberi DI FARE QUALCOSA, e non essere solo liberi DA QUALCOSA). Per concludere, la mia tesina 3 anni fa fu una cosa profondamente mia, non mi sforzai di metterci tutte le materie, mi venne così e basta…c’erano dentro filosofia, musica, italiano e inglese. Lasciai fuori la matematica e la chimica e non mi sforzai nemmeno di trovar loro una collocazione perchè sarebbe stato innaturale. Altra cosa è invece la tesi all’università, e confesso di essere preoccupata perchè temo che al momento dello svolgimento non ci sarà posto per un modo di esprimermi personale ed appassionato… detto questo faccio un grande in bocca al lupo a tutti i ragazzi alle prese con l’AUTOASCOLTO!! Spero che con il vostro esempio i bacchettoni della commissione cominceranno a mettersi in discussione!!!
    Un saluto anche all’istrionico prof ;)

    Giulia

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  2. Sebbene agli esami manchino ancora alcuni mesi, una certa tensione, tuttavia, è già percettibile. E poter avere dei consigli concreti/pragmatici sulla realizzatione della famosa tesina…è fantastico!!! (L’idea di un esercizio pratico per il trimestre è ancora meglio.)

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  3. Litigo tutt’ora coi prof miei sostenendo che una mappa concettuale non è una tesi(na), che il lavoro è ben diverso (e sopratutto di ben altra entità).
    farò una tesi sui limiti, sulla necessità umana di superarli, sminuendone comunque l’importanza, e nonostante una concreta ed accertata ricerca autobiografica (mi son chiesto: qual’è il problema? cosa conta? cosa sento?) i collegamenti interdisciplinari sono piuttosto deboli…ma sviluppo, pur mantenendo questo tema vago e dispersivo, un’organicità del discorso impossibile da mantenere nella scelta di un argomento, pardon, di una tesi, specialistica.
    …la mia esperienza…

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  4. …un pomeriggio del V ginnasio,passeggiando come sempre con le mie migliori amiche, in un periodo di forte negatività di una delle due, una scritta su un muro ci balza agli occhi:”DUBBIO,UNICA CERTEZZA”: subito la mia amica afferma la propria approvazione(non per l’atto vandalico,ma per l’aforisma), ed altrettanto istintivamente io sostengo con fermezza il contrario.
    Anno successivo, primo liceo. Anche grazie a Lei,prof, le mie certezze cadono una ad una, fin dal primo giorno. Ma altre idee cominciano a farsi strada nella mia mente, idee di relativismo e bisogno di curiosità, sete di conoscenza, volontà di crescere ammettendo ed abbracciando l’eventualità del dubbio.
    Pian piano scopro che in fin dei conti quell’aforisma non è poi così sbagliato, secondo me. Ma nasce nel mio cuore prima ancora che nella mente una tenue scintilla, che diventa una convinzione sempre più forte via via che il tempo passa e che la vita si fa più difficile, che mi spinge a provare esperienze forti, crude, insopportabili. Questa scintilla mi dice che sì, il dubbio è probabilmente l’unica certezza…ma che ciò non è da intendersi come un fatto negativo: al contrario, è il dono più grande che abbiamo ricevuto con il nascere.
    Arrivata in secondo liceo,già so che la mia tesi-na, il frutto del mio percorso scolastico-educativo,spirituale,filosofico e scientifico, non potrà che riguardare questa consapevolezza tutta mia (ovviamente non in senso esclusivo,ma strettamente personale, quasi filiale), maturata grazie al concatenrsi di una serie di eventi e di quotidiane vicissitudini che mi hanno accompagnato per il periodo di più intensa crescita della mia vita.
    Seguendo i consigli della guida che lei è stato,non ho badato affatto alla preoccupazione dell’inserimento di “tutte le materie”, o di una lunghezza TOT della mia produzione,o peggio,mappa concettuale. Più che cercarle, le fonti a suffragare la mia tesi venivano da sè, si aggiungevano con naturalezza ogni volta che, leggendo qua e là, con un sorriso ritrovavo il mio pensiero in un greco di 2500 anni fa, in un francese di pochi decenni orsono o in un cantante italiano di oggi; mentre storcendo il naso nel trovarmi a confronto con un inglese settecentesco che sosteneva il contrario o con un mio coetaneo che proprio non era d’accordo, capivo che non siamo tutti uguali, e che è proprio questo che rende tanto stimolante la nostra vita, e degna di essere vissuta. Comprendendo che è meraviglioso sentirsi parte di un tutto che non comprendiamo, così diverso e così simile a noi, così unico e vario, così inspiegabile, così privo di certezze…e per questo pronto a darci ogni giorno una motivazione per andare avanti con entusiasmo,curiosità,voglia di scoprire e di raggiungere una meta sapendo già che le sfide non avranno mai fine. Realizzando di poter gioire ogni istante di questa consapevolezza, invece che soffrirne.
    Ed è nato il mio piccolo figliolo,in 10 paginette striminzite che però raccolgono i pensieri più profondi del mio cuore ed in un certo senso giustificano anche il mestiere che ho scelto di intraprendere, una missione di ricerca senza sosta nel tempo e nello spazio, alla scoperta del nostro rapporto col mondo.
    IL SENSO DEL NON-SENSO è forse la “cosa” a cui io sia più affezionata tra tutte, della serie “cosa porteresti su un’isola deserta?”: senz’altro quelle 10 paginette, anche se so che sono talmente,profondamente mie -e non di filosofia, di inglese, di matematica…-che non avrei bisogno di qualche foglio di carta per ricordarmene. Ma si tratta di un prolungamento di me stessa, da cui non potrei mai separarmi. E la cosa più meravigliosa è che di questo mio alienato lato cartaceo fa davvero, profondamente parte anche Baudelaire, pur controvoglia, anche Giuseppe Ungaretti, per non parlare del mio Socrate, e -non ci crederete- persino i cosiddetti “frattali”, una cosa matematica che mi ha spiegato la cara prof.Aleandri all’esame e tuttora non saprei descrivere, e che comunque, in un modo o nell’altro, rappresenta me ed il mio modo di pensare, e chissà quello di quanti altri!Quindi il mio consiglio, per chi è coraggiosamente giunto al termine di questo sproloquio, è di ascoltare se stessi, di analizzare il proprio percorso di crescita avvenuto necessariamente anche per mezzo di questa benedetta scuola ODI ET AMO…(io nonostante tutto ancora la amo perchè viverla secondo lo spirito vero,non santobonesco e burocratico significa adorarla, per tutto ciò che può dare allo spirito, alla mente, al cuore)…e sfruttare una delle poche occasioni,uno dei rarissimi privilegi concessi alla nostra persona nella sua più piena integrità e non nella dicotomica entità di “studente” di esprimere se stessa attraverso ciò che è,ovvero non soltanto protagonista di esperienze vissute nè soltanto acquisitrice di nozioni studiate, ma un perfetto connubio armonico di questi elementi.Quale occasione migliore della tesina per dimostrare che sappiamo concretizzare,vivere ciò che studiamo e che siamo in grado, anzi che ci lasciamo pervadere dall’influenza di almeno alcuni degli innumerevoli stimoli ricevuti ogni giorno per cinque anni tra i banchi di quella scuola?In fin dei conti siamo influenzati da essi tanto quanto dai fattori esterni,considerato quanto tempo abbiamo trascorso in quell’edificio pieno di mummie impagliate o semoventi. Volenti o nolenti qualcosa deve rimanere di ciò, in noi. Sentirsi liberi di scrivere, di pensare, di utilizzare le conoscenze acquisite e fonderle con le esperienze di vita, è una delle sensazioni più appaganti che si possano provare…indipendentemente da come gli altri giudicheranno il vostro lavoro, avrete la consapevolezza che esso è speciale, unico, solo vostro.
    Con ciò volevo ringraziare ancora una volta il caro Prof. che mi ha sempre spinto a non curarmi più del necessario della burocrazia prima e della prospettiva pecuniaria poi, ma di procedere a testa alta se convinta di essere nel giusto…tanto più che dopo solo un anno e mezzo di università mi sono ritrovata a lavorare e guadagnare anche qualche bel soldino non arringando in tribunale nè curando malati, come il mio entourage avrebbe voluto(tanto di cappello a chi lo fa PER PASSIONE), ma bensì dirigendo un cantiere alla ricerca di frammenti di passato da poter riassemblare per avvicinarmi sempre di più, ma mai completamente,per fortuna, a quel senso che nel non-senso proprio non riesce a scomparire.
    In bocca al lupo a tutti!!!!!!!

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  5. Devo complimentarmi, questo articolo è davvero ben costruito: è riuscito a buttare giù tutte le certezze che avevo riguardo ad una mia possibile tesina come quattro sonori ceffoni ben assestati!E di solito non è così facile sradicare un’idea che si è insediata nel mio cervello…però è stato meglio così, forse perchè così ho smascherato un’ipotesi non buona e soprattutto perchè ora, anche se sono ritornata al nevrotivo caos iniziale, so almeno come organizzarlo! Per quanto riguarda l’articolo sono decisamente d’accordo, credo che tutti debbano rimboccarsi le maniche e decidersi a prendere in mano le briglie della propria tesina cercando di elaborarla con una propria critica. Questi consigli li trovo comunque preziosissimi e si sono meritati ben due pagine nel mio quaderno delle “cose da non dimenticare” insieme ai miei studi di narrativa…ne terrò senz’altro conto! Vedremo cosa ne verrà fuori alla fine…mediterò a lungo sulla mia idea. Complimenti ancora x il sito!

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  6. e’ piuttosto entusiasmante l’idea di tesina che esce fuori dalle sue rige. il termine tesina giustamente si riferisce a piccola tesi, non ci avevo pensato mai, e’ cio’ che da’ senso al lavoro che si dovrebbe produrre. ed e’ bella questa cosa perche’ si e’ spronati non a fare una cernita passiva e quasi meccanica di informazioni che centrano piu’ o meno con l’argomento che si vuole trattare, ma c’e’ una motivazione che da forma a tutto, che permette di selezionare materiale in maniera personale e interessata. solo un appunto, la parte introduttiva del suo intervento mi e’ sebrata troppo lunga, nel senso che, come le ho detto una volta a scuola, lei usa troppe parentesi…
    martaf

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