Pubblicato in: pratica filosofica

ORIENTARSI NELLA VITA E NEGLI STUDI: LA VIA DELLA CONSULENZA FILOSOFICA


“Orientarsi” è una parola ricca di significato. Una delle tante parole che usiamo comunemente senza pensarci troppo sopra, ma che, solo a fermarcisi un attimo, dischiude profondità abissali, fa tremare le ginocchia. Proviamo a tuffarci nella parola… seguitemi.
Orientarsi = prendere la strada che porta ad oriente. Il verbo latino “orior-iris, ortus sum, iri” significa “sorgere”, “spuntare”, “nascere”, “venire alla vita”. Il participio presente del verbo, ovvero “oriens-tis” (da cui “oriente”), significa, alla lettera, il “sorgente”, il “nascente”, ossia “colui che sorge”: il Sole. “Orientarsi”, dunque, equivale alla locuzione “prendere la direzione indicata dal sole nascente”, “andare verso il Levante”.
A noi moderni abitatori delle metropoli, degli spazi razionalizzati, plastificati, cementificati, è toccato un destino singolare: disimparare la semplice gioia che arreca la contemplazione dei fenomeni naturali, il puro piacere di essere al mondo e di godere della vita così come si manifesta nella sua traboccante elementarità. Ma per gli antichi quel “Levante”, l’astro nascente era qualcosa di più di un semplice ammasso di gas incandescenti. Il Sole era la vita. Il Sole rappresentava il simbolo tangibile, esperibile del divino. Il poter “godere della luce e del calore solare” era la metafora con cui i Greci designavano il vivente tout court. Il ri-nascere del sole, ad ogni alba, ri-svegliava i vivi, li sottraeva alle tenebre del sonno notturno, immagine della morte in vita, dolcemente preceduto nel delicato momento del trapasso tra la morte e la vita, tra le tenebre e la luce, da “Aurora dita di rosa” (Èos rododàktilos).
L’Oriente, dunque, non è un semplice luogo geografico, ed “orientarsi”, di conseguenza, non significa semplicemente muoversi nello spazio in una data direzione. L’Oriente è anche un luogo dell’anima, il Luogo per eccellenza, un punto di partenza remoto al quale ogni essere vivente aspira tornare.
“Here comes the Sun!” – “ecco il sole!” suona come una formula magica, alchemica. A Lui le creature si volgono come girasoli. Presso tutte le culture umane, dalla notte dei tempi, la luce è sinonimo di conoscenza ed il Sole è adorato come un dio. Ce lo ricordano i megaliti di Stonehenge che si ergono biancheggianti nell’ampia pianura dell’Inghilterra sud occidentale. E le Piramidi egizie, quelle babilonesi, maya ed azteche, costruite da giganti affinché gli uomini potessero essere più vicini al cielo splendente. “Illuminato” in tutte le lingue, antiche e moderne, è sinonimo di “saggio”, “risvegliato”, “vicino agli dei”. “Illuminato” è il Budda, colui che ha compiuto il suo destino di uomo.
Alla metafora spirituale si fonde quella, tutta terrestre, del viaggio per mare. Orientarsi, allora, vuol dire “puntare la prua verso il Levante”, abbandonare la terraferma e il porto sicuro per Altri lidi, affrontando procelle, tifoni, mostri marini. Il Sol Levante è la meta, ma lo Sconosciuto, l’Altro, il Diverso, sono la via. “Orientarsi”, dunque, non è da tutti. Richiede coraggio, ovvero la capacità di affrontare e vincere le proprie paure, i dubbi, l’incertezza della navigazione. Affrontare la sfida dell’orientamento rende la vita degna di essere vissuta, come ci rammenta l’Ulisse di Dante:
Considerate la vostra semenza:
fatti non foste a viver come bruti,
ma per seguir virtute e conoscenza.
Quantunque, considerando il tragico destino di Ulisse, che aveva osato coltivare il desiderio di far “l’esperienza, di retro al sol, del mondo sanza gente” volgendosi a Ponente, la navigazione oltre ad esser irta di pericoli, può terminare nel naufragio.
Orientarsi, dunque, è umano, troppo umano… non possiamo proprio farne a meno. È una faccenda decisamente problematica… e al contempo entusiasmante.
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Al liceo quando si parla di “orientamento”, in genere, si intende la scelta della facoltà universitaria o comunque del proprio immediato futuro di studente o lavoratore. E provvedere all’orientamento significa, da parte dell’istituzione, offrire allo studente la possibilità di prendere informazioni, più o meno dettagliate, su questa o quella università. Sono le stesse università, anzi, che provvedono ad organizzare stage, workshop (odio queste parole! quando noi italiani utilizziamo anglismi, spesso, vi nascondiamo dietro delle fregature o delle grosse incompetenze) e quant’altro. Sapete, da qualche anno a questa parte, qualcuno si è inventato una sorta di regime di concorrenza privatistica all’interno delle pubbliche istituzioni: più studenti, più denari da spendere (e da mettersi in tasca). L’idea sarebbe quella di migliorare l’ “offerta formativa” (altro termine mutuato dal linguaggio del marketing) mettendo gli atenei e le facoltà in concorrenza: Bologna contro Chieti, Siena contro Bari, Matematica contro Lettere, Agraria contro Psicologia e via discorrendo. Lo stesso avviene per i Licei: il Classico contro lo Scientifico, il Pedagogico contro il Linguistico… quindi vi lascio immaginare (ma molti di voi l’hanno già sperimentato!) le modalità di organizzazione e di gestione di questi “incontri”. A detta di alcuni studenti assomigliano molto a quelle fiere in cui si espongono merci scintillanti tra batuffoli di zucchero filato, perline colorate, noccioline tostate, animali esotici in gabbia.
Insomma, nella migliore delle ipotesi, si riesce a tornare a casa con lo zainetto gonfio di volantini e di brochure, più o meno patinate, recanti informazioni generiche su questa o quella facoltà presso l’ateneo x o y. Ma niente paura: c’è internet (anche se in Italia siamo decisamente indietro rispetto alla maggior parte dei cosiddetti paesi del “primo mondo”). Per chi conosce l’abc della cyber-navigazione procurarsi informazioni “tecniche” – durata del corso, ordine degli studi, iter formativo, esami e crediti, possibili sbocchi lavorativi e professionali, test di ammissione per le facoltà a numero chiuso, ecc. – è abbastanza facile.
Mancano, tuttavia, tempi, spazi e risorse per il vero orientamento che non può non partire dalla domanda: “che fare della mia vita?” E, comunque la si metta, si tratta di una DOMANDA FILOSOFICA, anzi direi della domanda filosofica per eccellenza: ovvero quella che chiama in causa, primieramente, il soggetto stesso che pone la domanda, il quale gettandosela dinanzi, non può evitare di mettersi in gioco completamente, assumendosi la responsabilità del suo personale progetto esistenziale. Non porsi la domanda non annulla, né diminuisce la sua portata problematica. Si può anche scegliere di “lasciarsi vivere” o di affidarsi, senza riflettere, a questo o a quel “luogo comune”. Ma sempre di una scelta si tratta. Ed essendo in gioco la mia, la tua, la sua vita, presto o tardi se ne pagheranno le conseguenze o se ne raccoglieranno i frutti. Il mio, tuo, suo destino si compirà comunque.
Sbaglia chi pensa che per rispondere a questa domanda – che è e resta filosofica – si debbano e si possano invocare, in prima battuta, criteri di ordine economico, sociologico, psicologico o demografico. Qualunque criterio adotti devo in primo luogo vagliarne la validità in relazione a me stesso, alle mie aspirazioni, alle mie qualità, alle mie reali forze e capacità. Ad esempio, se sento irrefrenabile in me la volontà di esser d’aiuto agli Altri, la passione per la filantropia, probabilmente finirò col fare una scelta legata al “sociale”, indipendentemente dalle statistiche che mi confermano l’inadeguatezza dei salari percepiti dalle figure professionali (psicologi, assistenti sociali, infermieri, ecc.) che lavorano in quest’area. Se, d’altro canto, è il criterio del maggior guadagno possibile ad ispirarmi, ovvero decido di metterlo in cima alla mia personale gerarchia di priorità, ebbene, potrei e dovrei esser tentato di valutare e confrontare attentamente le proiezioni di rendita economica in ciascun settore professionale. In ogni caso, economia, sociologia, statistica, ecc. mi forniscono piuttosto del materiale, dei dati da leggere ed interpretare per dar corpo, concretezza, fattibilità alla mia scelta, ma non mi dicono CHE COSA scegliere e, soprattutto, PERCHÉ sceglierlo.
Voglio provare ad essere più chiaro. Vediamo se la metafora dell’ “orientamento” per mare ci torna utile. Cartine nautiche recanti indicazioni marittime, climatiche e geografiche in senso lato, possono tornar utili al navigante nel momento in cui abbia deciso di spiegar le vele verso questo o quel lido (per esplorazione, commercio, guerra, turismo, evangelizzazione, ecc.). Ma non gli dicono verso DOVE e PERCHÉ navigare. Nessuno si mette per mare senza avere una minima idea di cosa lo aspetti – venti, correnti, stretti pericolosi, barriere coralline, iceberg – o di come si governa un vascello, ma soprattutto non leva le ancore senza aver deciso preventivamente la propria meta (lo stesso Colombo credeva fermamente alla possibilità di raggiungere le Indie navigando verso Ponente e morì senza sapere di avere toccato un nuovo continente!).
Nell’immagine cartine, indicazioni, conoscenze tecniche ecc. rappresentano le nozioni utili che possono giungerci da un attento esame di statistiche, ordini degli studi, sbocchi professionali, proiezioni di stime intorno al cosiddetto “mercato del lavoro”. Mentre la decisione di navigare e della meta da raggiungere si configurano piuttosto come questioni di carattere etico ed esistenziale (o politico-sociale), dunque eminentemente FILOSOFICHE.
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Il problema, in ultima istanza, è di pertinenza del singolo individuo. Cosa fare della MIA vita è un MIO problema. Affrontarlo significa provare a mettermi in relazione con me stesso, ovvero DIALOGARE con me stesso. Quando “rifletto” è come se mi mettessi di fronte ad uno specchio: da una parte ci sono io e dall’altra c’è l’immagine che ho di me stesso. MI GUARDO, mi scruto. Sono, contemporaneamente, SOGGETTO ed OGGETTO del mio agire “riflessivo”. Come se da UNO diventassi DUE.
Immagino che la maggioranza dei miei lettori intenda perfettamente a cosa mi riferisco per diretta esperienza. E sia altrettanto consapevole che non si tratti – nella maggior parte dei casi – di un’operazione semplice e lineare, né tanto meno lieve ed indolore. Quando ci si mette in gioco in tutto e per tutto si fatica, spesso si arranca, ci si sente smarriti, in preda al timore e al dubbio. Emozioni e ricordi a lungo compressi e sedimentati si affacciano alla coscienza, come ospiti ingombranti, e presentano il conto. L’azione del riflettere e del dialogare con se stessi richiede coraggio, assunzione di responsabilità, sacrificio, esperienza ed abilità non di poco conto – ad esempio, saper argomentare, concettualizzare, astrarre, indurre, dedurre. E non ultima, la capacità di amare e di comprendersi dal di dentro (empatia): in una parola l’obbedienza all’imperativo delfico “conosci te stesso” (gnòthi seautòn).
L’elenco non è completo, naturalmente. Ma poco importa: basta per esser riconosciuto da chi è in grado di intendere. È l’armamentario del FILOSOFO, i suoi attrezzi, la sua officina. Se esiste una “strumentazione” filosofica, è perché vi è, di fatto, un campo di attività, di prassi propriamente “filosofica”. Che non si propone come meta la soluzione di problemi metafisici, né si arrovella intorno al sesso degli angeli, ma che ha come oggetto lo stesso soggetto, in carne ed ossa, che si interroga, la sua concreta dimensione autobiografica, il suo “qui ed ora”. È amore, desiderio, struggimento per la domanda, per la ricerca in sé, che dischiude l’orizzonte della saggezza. È, appunto, PHILO-SOPHIA (“amore per la saggezza”) in pratica.
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Ad un aspirante filosofo, o a chi è necessitato, è spinto dalle circostanze, ad esserlo – la cosa ci riguarda tutti, che ne siamo consapevoli o meno – può esser d’aiuto fare ricorso alle capacità e alla maestria di un filosofo consulente. La consulenza filosofica è una disciplina-professione nata circa trent’anni fa in Germania – il suo inventore è stato il filosofo tedesco Gerd Achenbach – ed ora diffusa in gran parte del mondo occidentale (e non). Il suo scopo è appunto quello di aiutare il consultante ad “orientarsi” a partire dalla sua visione del mondo e dal suo vissuto autobiografico. Chi si rivolge al consulente filosofico non cerca soluzioni concettuali prefabbricate, né nozioni di carattere storico-filosofico, né tanto meno si aspetta di ricevere un qualche trattamento (psico)terapeutico. La consulenza filosofica è fondamentalmente una pratica basata sul dialogo a due, nella quale il consulente (che ha una laurea in tasca e, in genere, un corso di specializzazione superiore pluriennale) mette a disposizione del con-dialogante la sua esperienza nell’uso di quella “strumentazione” filosofica cui si accennava sopra.
È come se – per tornare alla metafora dello specchio – nell’atto dello scrutarsi dentro, del passare in esame aspettative, aspirazioni, nodi problematici, stati emozionali sgorganti dalla propria storia personale, ci si avvalesse di un terzo soggetto, in grado di svolgere una funzione equilibrante, fluidificante e critica tra me e l’immagine che ho di me stesso. Un essere umano in carne ed ossa al quale non delego la responsabilità di decidere cos’è giusto o è sbagliato per me (solo io posso stabilirlo in ultima istanza!), cosa debba o non debba fare, ma che mi dia una mano ad assumermi in prima persona l’onere della scelta. Che, sapendo innanzitutto ascoltare, faccia le veci del foglio bianco, quando mi risolvo a raccontargli idee, sogni, progetti, angosce, fissandoli nero su bianco in una pagina di diario autobiografico. Come la scrittura del diario, la pratica del dialogo filosofico giova alla consapevolezza che ho di me stesso.
Non mi dilungo oltre. Chi volesse avere informazioni più dettagliate ed approfondite intorno alla consulenza filosofica può navigare il mio sito http://www.consulentefilosofico.it e quelli ad esso collegati (la letteratura sull’argomento inizia ad essere abbastanza cospicua anche in lingua italiana).

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Autore:

Ho studiato filosofia presso l'Università degli Studi di Roma “La Sapienza” e mi sono laureato nell'aprile del 1990, relatore il prof. Gabriele Giannantoni, con una tesi in storia della filosofia antica intitolata "Vivere significa morire: analisi di alcuni frammenti eraclitei". Sono socio della SFI - Società Filosofica Italiana di cui curo il sito web. Da alcuni anni mi interesso di Pratiche Filosofiche e Consulenza Filosofica, collaborando con riviste scientifiche del settore, sulle quali ho all'attivo decine di pubblicazioni. Dal 2004 svolgo la professione di Consulente Filosofico e ho promosso una serie di iniziative filosofiche (Caffè Philo, Dialogo Socratico, Seminari di gruppo) aperte al pubblico. Nel giugno del 2005 ho partecipato come relatore al convegno "Pratiche filosofiche e cura di sé" presso l'Università di Venezia "Cà Foscari". Tra il settembre 2006 e il giugno 2007 ho curato il ciclo di seminari "La filosofia come arte di vivere" presso la Biblioteca Comunale di Rieti "Paroniana" con il beneplacito dell'Assessorato alla Cultura del Comune di Rieti. Nell'anno accademico 2006-2007 sono stato docente a contratto per il master in Consulenza Filosofica attivato presso l'Università di Roma3. Attualmente insegno filosofia e storia presso il Liceo "I. Vian" di Bracciano (Liceo Classico sezione X).

3 pensieri riguardo “ORIENTARSI NELLA VITA E NEGLI STUDI: LA VIA DELLA CONSULENZA FILOSOFICA

  1. Ai tempi del liceo la sapienza delfica “conosci te stesso e diventa ciò che sei” fu determinante per me, mi accompagnò negli anni finchè ho sentito sempre più confacente ai miei movimenti quella “veste vocazionale” della filosofia. Inizialmente ho messo avanti (a me stessa in primo luogo, ma si trattava di temporanee coperture) una serie di possibili scelte del dopo-scuola, incalzata anche da parenti inspiegabilmente più preoccupati di me da quelli che sarebbero stati gli sbocchi di questa o quella professione. Mi sentivo dire che potevo lavorare lì o là, che potevo guadagnare questo e quello. Ma poi ho cominciato a chiedermi: perchè devo fare una scelta, come dire, in base al risultato finale? Qual è lo spazio e il tempo vitale che intercorre tra il momento presente e il momento in cui avrò una laurea in mano? (non fraintendetemi: non che avere una laurea possa significare qualcosa per chi continuerà a non guardare aldilà della punta del proprio naso). E questo interrogativo è saltato fuori perchè stavo male ad immaginarmi di essere, a distanza di qualche anno, una figura impegnata in questo o quell’ambito, e niente più. Perchè in tutte quelle professioni non riuscivo ad immaginarmi quei 5 anni universitari di vita necessari allo studio? Guardando alla realtà della mia scuola mi si prospettava davanti proprio il fenomeno dipinto dal prof: atenei di varie città che miravano soltanto a farsi concorrenza l’un l’altro accaparrandosi il maggior numero di studenti, senza dare alcuna indicazione utile e chiara sull’importanza formativa dei vari indirizzi. E probabilmente è stato meglio così, altrimenti immaginate quale sorta di lavaggio del cervello, quale confusione si creerebbe nella mente degli studenti se tante persone diverse tentassero a tutti i costi di convincerci (perchè la concorrenza tra atenei non cesserebbe comunque), senza neanche conoscerci, che ci dobbiamo orientare verso questo o quell’altro tipo di studi. Passavo ore e ore spese in aula magna a guardare diapositive, a leggere noiosamente volantini su volantini, a guardare i più annoiati andare al bagno a fumare. C’era pure da capirli. Hanno ben ragione i ragazzi a non prendere la cosa seriamente, venendosi a trovare in un circo con bestie esotiche e zucchero filato a volontà come pare che abbiano detto! Bè io credo che la ricerca di informazioni dettagliate debba essere un passaggio successivo alla scelta individuale…non può avere luogo il processo inverso, altrimenti mi farei semplicemente guidare da un apparato di norme precostituite senza sapermici raccapezzare, come possedere una ferrari e non avere la patente, stessa identica cosa…puù valere per me e per tutti quanti… Per quanto mi riguarda, come accennavo all’inizio, mi sono posta una domanda filosofica, e con filosofica intendo esistenziale, urgente, viscerale, e non esagero. Probabilmente anche se avessi intrapreso una strada diversa poi sarei tornata sui miei passi…mi urgeva e mi urge tuttora l’esigenza di non lasciarmi scorrere sopra neanche una goccia del tempo che ho a disposizione, mi sento viva nell’incarnare questo tipo di urgenza che sento molto più autentica della speranza di arrivare alla fine di una stressante e alienante giornata lavorativa…come si può desiderare che il tempo personale di ognuno che ci avvicina alla morte scorra più in fretta? Perchè per le persone è così difficile scegliere qualcosa che le faccia realizzare in pieno? La filosofia non è e non deve essere lo studio degli autori fine a se stesso, non può essere la raccolta enciclopedica dei più svariati tipi di informazioni, o meglio se c’è qualcuno che possieda una memoria così spaziosa buon per lui, ma in nuce c’è necessariamente qualcos’altro…la ricerca di un’unità di pensiero che è andata persa…la volontà di orientarsi e seguire una via dritta verso se stessi, perchè forse di nient’altro possiamo essere così sicuri se non di quello che sentiamo. Quello che ognuno di noi sente, e una laurea in qualsivoglia disciplina non ce lo può insegnare, non può ingannarci. Quale cosa più semplice e più elementare delle nostre sensazioni fisiche e mentali? Certo, anche questo è un universo quasi inestricabile, e, come sperimento sulla mia pelle, è estremamente complicato sapere porre a me stessa le giuste domande prima ancora di risposte superesaurienti ammesso che esistano. Perchè ok rilevo un certo tipo di sensazione, ma una volta contestualizzata questa sensazione come posso giocarla a mio favore? Come posso spianarmi una strada verso l’essere me stesso in mezzo agli altri, nel dialogo con un uomo qualsiasi per strada? Ora, il buon samaritano che si assume l’onere di aiutare l’altro a partorire le giuste domande si chiama consulente filosofico…e questo mi interessa smisuratamente…è probabilmente tra i mestieri più antichi e complicati del mondo, proprio come Socrate che faceva partorire verità alla persone per strada a loro insaputa :P

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  2. “Conosci te stesso”. E “diventa quello che sei”. Due frasi pronunciate camminando sù e giù per l’aula durante una lezione che era una consulenza filosofica ante litteram, che mi sono rimaste tanto impresse da utilizzarle ogni qualvolta qualcuno mi chiedesse un consiglio per orientarsi; scrostando la banalità di superficie che si può trovare dietro un paio di frasi giunte sino a noi attraversando i secoli e sfidando le interpretazioni (banalità perchè il commento che per primo viene partorito è:”Certo che è me stesso che devo conoscere, e certo che diventerò quello che sono”), la paura è la sensazione che è possibile si affacci. O, almeno a me, questo è successo. Il messaggio è semplice,malgrado l’enorme portata di significato, e proprio questa semplicità disorienta e provoca la vertigine: come è possibile che io, inconsapevolmente, sia tanto lontana dalla me stessa che mi si agita dentro e che è lontana anni luce dalla me stessa che progetto di essere? Essere quando, poi?La vita non è un programma di là da venire, è un fluire, è sempre ineluttabile vita. Prima di perdermi in contorsioni mentali di vario genere, commento dicendo che io, durante l’ultimo anno di liceo e tutt’ora all’università, ho ascoltato le sue parole. Ci disse che non dovevamo perderci nel futuro (scusi se riadatto un pò i suoi discorsi, ma, come sempre accade, li rileggo alla luce della mia coscienza e li plasmo un pò sul mio modo di percepire la realtà, quindi è probabile che le espressioni non fossero proprio queste)e che dovevamo guardare ai noi stessi di quel giorno, capendo quali fossero le nostre passioni, quali fossero le attività che più amavamo svolgere e quali fossero i momenti più piacevoli della giornata, per noi studentelli che oscillavamo tra un libro e un altro macinando nozioni da mostrare alla cattedra senza apprezzarne quasi per niente il valore. “Ti vuoi iscrivere a economia?Mh. Ma tu lo sai che cos’è l’economia?L’hai mai letto un libro di economia? Ci sei mai andata a una lezione di economia?No? E allora di che parli, che cos’è che orienta questo tuo volere?”. Giusto. Ascoltando questa sua replica mi si è aperto davanti un intero orizzonte e ho indirizzato la mia vita in un certo modo (o, più verosimilmente e buttando giù la maschera per un attimo, credo di aver capito come fare ma senza quel coraggio vitale che ti spinge a diventare veramente te stessa), che comprendeva anche una scelta universitaria. Criticata, accusata (curioso come si venga rimproverati appena si esce di un paio di metri dal recinto costruito da quelli che inneggiano a non si sa bene quale libertà)ecc., ma soddisfattissima di me; e è andata bene, anzi sta andando bene. Sta andando bene perchè in facoltà mi sento meglio che a casa mia, perchè sono circondata da eventi e persone che mi interessano e con cui sento di aver qualcosa da spartire, perchè il fututo non lo vedo nè nero nè rosa nè altro, vedo solo la strada che sto percorrendo per arrivarci, e mi sento addosso la certezza di non aver perso la bussola. Il terzo soggetto di cui parla lei prof in fondo ce l’abbiamo tutti ben presente, ma tra il saperlo e il volerlo vedere ci corre un abisso in tempesta. Non so se io lo sto prendendo per mano mentre gli parlo, non so se riuscirò a essere così generosa verso di me da volerlo avere sempre accanto -il soggetto equilibrante, dico-, però so che, se voglio, mi posso orientare sul serio, senza perdere mai la strada che fa per me.Credo. Forse. Va bene.

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