Pubblicato in: pratica filosofica

TRASFORMARE LA LETTURA DI UN TESTO IN UNA PRATICA FILOSOFICA


Leggere un testo letterario – un classico – a contenuto “filosofico” non significa necessariamente che sia stia “facendo filosofia”. E così commentarlo, annotarlo, chiosarlo, studiarlo, interpretarlo, spiegarlo ad una classe di studenti non sono necessariamente azioni filosofiche. Non basta che il contenuto del testo che si ha tra le mani sia classificato come “filosofico” perché, magari, si trova in un’antologia scolastica, oppure è stato scritto da un insigne “filosofo” cattedratico, a connotare l’esercizio della lettura come “filosofico”. E d’altra parte, è pur vero che si può “leggere filosoficamente” un testo dal contenuto non-filosofico: un romanzo, una poesia, una fiaba, persino un fumetto.
Esiste, dunque, un “modo filosofico” di leggere, o meglio esiste la possibilità di trasformare la lettura in un esercizio filosofico.
Naturalmente sono necessarie alcune condizioni a che tale esercizio possa essere messo in atto. Cerchiamo di evidenziarle a partire dalla nostra esperienza concreta.
Andiamo per esclusione. In quante maniere sperimentiamo l’attività del leggere? Facciamo qualche esempio e vediamo di raccapezzarci. Si può leggere così tanto per “ammazzare il tempo”. Lo testimoniano i cumuli di carta stampata sparsi nelle sale d’attesa di parrucchieri, medici e dentisti. Oppure a scopo meramente informativo, come quando leggiucchiamo le pagine di cronaca o di sport di un quotidiano. A volte dobbiamo prendere tra le mani un qualche “manuale” per poter risolvere un problema tecnico o montare una sedia acquistata ai grandi magazzini. O peggio, per controllare l’importo di una bolletta.
Ancora. Leggiamo per motivi di “studio” – e quando dico “studio” non mi riferisco all’atto, ben più profondo e motivato, cui si riferisce l’etimo latino “studium” (impulso interno, tendere con zelo, aver cura) – bensì alla ben più prosaica pratica dell’esaminare e “mandare a memoria” concetti, nozioni, paradigmi, formule e quant’altro sia necessario per “ripetere la lezione”. In una parola: dovere, nient’altro che dovere. Ma può anche capitarci di aprire un libro per il puro piacere di leggere. Qualcuno lo fa per “svago”, per perdersi nella trama di un romanzo ed obliare la realtà di tutti i giorni. Non a caso esistono generi letterari cosiddetti di “evasione” o di “intrattenimento”. Non ci si propone lo scopo di “afferrare il proprio tempo”, di vivere intensamente l’esperienza del leggere, ma al contrario di “lasciar scorrere il tempo” ovvero di “perderlo”, evadendo in mondi onirici paralleli perché questo mondo qui, proprio, non riusciamo a digerirlo. Oppure, semplicemente, vogliamo ricaricare le nostre energie in vista del tempo che verrà (ma la peculiarità del tempo è il suo essere presente a chi lo sperimenta!), perché domani, domani sì che avremo da fare qualcosa di serio ed importante (lavorare in genere).
Ma a qualcun altro sarà capitato di praticare la lettura per la lettura, rimanendo ben ancorato “nel (suo) tempo” e “nella (sua) realtà”. Mi auguro che tutti voi abbiate avuto modo di sperimentare, almeno qualche volta, quanto cerco di indicare con le parole. Me lo auguro perché si tratta di un’esperienza unica per intensità, ricchezza, umanità.
Non so se il quadro è completo. Immagino che, “leggendo”, vi siano venute in mente altre modalità in cui si può coniugare il verbo “leggere”. E mi piacerebbe sapere, in differita, cosa provate mentre state scorrendo questo testo. Comunque, vorrei proseguire prendendo in esame l’ultimo esempio della rassegna: “la lettura per la lettura”.
È curioso. Si tratta forse dell’unico caso in cui il baricentro dell’azione si sposta, all’inizio in maniera impercettibile, poi in maniera sempre più rilevante, dall’oggetto (il testo) al soggetto (il lettore), finché lettore e testo diventano una cosa sola nell’atto “cosciente” (dirò in seguito cosa intendo per “coscienza”) del leggere.
Cercherò di spiegarmi usando parole il più semplici possibile. Una prima suggestione potrebbe essere quella relativa alla dimensione dell’ESPERIENZA IN SÉ (o dimensione “fenomenologica”, gr. fainòmenon-lògos, discorso intorno al fenomeno, a ciò che si mostra, a ciò che appare; la “fenomenologia” è la branca della filosofia che studia il darsi dei fenomeni in sé). Il testo che ho sotto gli occhi, ad un certo punto, non rappresenta più per me un puro e semplice “oggetto concettuale”, fatto di parole che racchiudono significati più o meno “oggettivi” da “comprendere”, “afferrare”, “concepire”, “fare miei”. Diventa qualcosa di vivo, a se stante, uno scrigno parlante da aprire e maneggiare con cura, da “odorare”, “toccare”, “accarezzare”, INTERROGARE. Si acquieta per poi svanire l’urgenza dell’ “avere”, quella, per intenderci, che evocavano verbi come “comprendere” (cumprehendo, lat. prendo insieme, racchiudo), “afferrare” (adferro, lat. impugno – il ferro, la spada – tengo stretto), “concepire” (cumcapio, lat. prendo con, mi impossesso). E al suo posto subentra la logica dell’ “essere”, o meglio dell’ “essere con”, dello “stare insieme”. Il libro che si ha tra le mani, d’improvviso, è come se diventasse un’entità parlante, immateriale, una VOCE. Come dire, non è più un “fatto” che si possa “dominare”, “manipolare”, “incorporare”, perché gli si scopre un’autonomia insospettata, uno stare per proprio conto, un ergersi dinanzi a me in maniera pro-blematica (pro-ballo, gr., getto davanti).
Di proposito ho evidenziato due termini: “interrogare” e “voce”. Entrambi fanno riferimento alla mia/nostra dimensione personale. Qual è il modo giusto di stare di fronte ad una voce (o una musica, una sinfonia)? Il predisporsi all’ “ascolto”, vien da dire. E credo sia la risposta migliore che si possa dare. Una “voce che parla” non si lascia prendere, sguscia via, prosegue incessante in un continuo autogenerarsi ed essere presente a se stessa. Vogliamo fare un esperimento? Fate suonare il pezzo musicale che preferite, qualunque esso sia. Concentratevi sul vostro atteggiamento interiore, su quello che realmente accade durante l’esecuzione del brano. E cercate di non pensare ad altro. Poi provate a rispondere: cosa vi è rimasto? di cosa vi siete impossessati? dove eravate voi e dove la musica mentre ascoltavate? dove il soggetto, dove l’oggetto?
Ad una sinfonia ci si relaziona “standoci insieme”, come avviene in un rapporto umano autentico, tra persone in carne ed ossa: questa è la reale dimensione dell’esperienza dell’ascolto profondo. E l’ascolto è una componente fondamentale del DIA-LOGO (dià-logos, gr. discorso tra). L’altra è quella cui accennavo prima: l’interrogare. Una voce parlante non si afferra, “si interroga” (inter-rogare, lat. chiedere tra), ovvero le si pongono domande, quelle domande che hanno fatto capolino nella “nostra” COSCIENZA – non si sa da dove e senza che lo si volesse intenzionalmente – durante l’ascolto. L’interrogare, dunque, è un atto assolutamente spontaneo. Le domande si pongono da sole nel momento in cui vengono “riflesse” nella coscienza. Non sono propriamente “nostre”. L’uso del possessivo deriva da un errore di prospettiva, da una fallacia logica in cui cadiamo tutti quanti, e di frequente: l’atto del prendere coscienza e del porre la domanda al nostro interlocutore non precedono bensì seguono il “riflettersi” della domanda, il suo “darsi” nella coscienza. Come dire: la coscienza precede, sia in senso generativo-causale che in senso cronologico, il suo farsi contenuto volgendosi in Io psicologico, quello, per capirci, cui alludiamo quando diciamo “io” (dico, penso, faccio).
Mi fermo un attimo. So di aver “sforzato” il senso delle parole oltre i limiti del linguaggio ordinario e di aver messo a dura prova la vostra pazienza. Purtroppo, a volte, le cose più semplici sono anche quelle più difficili a dirsi. Voglio brevemente tornare sul tema della “coscienza” offrendovi degli esempi concreti. Prendete uno specchio ed osservate attentamente il vostro viso riflesso. Noterete quel che noterete a seconda della vostra età e sensibilità: il naso, gli occhi, le rughe intorno gli occhi, la bocca, la fronte, ecc. Il vostro “notare” difficilmente sarà distaccato ed oggettivo. Ad esso si accompagneranno una serie di stati emozionali: mi piaccio, non mi piaccio, ho il naso “a patata”, ho troppe rughe, ho gli occhi cerchiati, ecc. In ogni caso, finirete con l’identificarvi con l’immagine che state osservando: quello è il vostro volto, siete voi. Torniamo al rapporto tra “coscienza” ed “io psicologico”. Ebbene, nella metafora lo specchio rappresenta la coscienza, mentre l’immagine che vi vedete riflessa dentro rappresenta l’io. Lo specchio con la sua virtù “riflettente” precede la vostra immagine, in quanto, di fatto, ne rende possibile la visione. Dunque viene “prima”, come la causa precede l’effetto. Quello che chiamiamo “io” altro non è che il “veduto” rispetto al quale l’atto del “vedere” è ben altra cosa. In filosofia si usa il termine “trascendentale”, sembra una parolaccia, sono d’accordo. Ma indica semplicemente un certo tipo di relazione tra due cose (o concetti): l’una sta all’altra in quanto la fonda, ne rende possibile l’esistenza (o il manifestarsi), e dunque si trova su un altro piano della realtà (o piano “ontologico”, gr. òn-lògos, discorso intorno a ciò che è, discorso intorno all’ “essere”; l’ “ontologia” è quella branca della filosofia che studia l’essere in quanto tale).
Una lettura “filosofica”, dunque, presuppone un rapporto profondo con il testo, una relazione “dia-logica”, ovvero “contemplativa” e “interrogativa”. L’altro aspetto che vorrei sottolineare è quello propriamente “erotico”. Un’altra immagine, forse, ci potrebbe esser d’aiuto per chiarire meglio quello che intendo dire. Spero che tutti voi abbiate provato, almeno una volta nella vita, l’immensa, impagabile esperienza dell’innamoramento, dello stare dinanzi alla persona che si ama autenticamente. Tralasciate i particolari e lo sviluppo della storia – ogni amore ha una storia a se stante. Concentratevi su quello che avete vissuto in quella singola esperienza che vi sembrerà più significativa, che è rimasta impigliata in maniera indelebile tra le maglie del vostro vissuto AUTOBIOGRAFICO, fino a diventare parte di voi. Provate a “ricordare” (richiamare al cuore, rivivere nel cuore, dal lat. cor-cordis) l’atteggiamento, le sensazioni, il vostro modo d’essere in quel determinato frangente. Gli occhi. Il naufragare nello sguardo della persona che si ama. In silenzio, magari. L’autenticità, spesso, è silente, fa a meno delle parole. Seguite il mio consiglio e abbandonatevi al ricordo, senza fretta. Godetevelo.
[…]
Ho aggiunto una piccola pausa, la semplice fine di paragrafo mi sembrava inadeguata a segnare il tempo del vostro/nostro silenzio. Ognuno a modo suo, forse, avrà inteso quale sottile legame ci sia tra amore, contemplazione/ascolto, interrogazione/dialogo, stupore ed “estasi” (gr. ex-ìstemi, esco fuori da me). E chissà non vi sia capitato, qualche volta, di “fare all’amore” con un testo… è questo ciò che intendo con “leggere phìlos-sòphica-mènte” (la componente “erotica”, del resto, è fortemente implicata da quel “phìlos”, gr. amico, che ha interesse, simpatia per qualcuno o qualcosa).
[…]
Sopra ho usato il termine “vissuto autobiografico”. Non l’ho fatto a caso, naturalmente. La pratica della lettura filosofica, in quanto tale, non può non chiamare in causa la dimensione AUTOBIOGRAFICA di chi legge. Nell’interrogare il testo, di fatto, il lettore interroga se stesso. Il dialogo con il testo si trasforma, dunque, in dialogo interiore, in un gioco di specchi “riflettente” che annulla la distanza – fittizia – tra interno ed esterno, tra Coscienza, Io e Altro-da-me. Farsi una domanda, filosoficamente parlando, vuol dire mettersi in gioco, in tutto e per tutto. Una domanda astratta non è realmente filosofica. Una domanda di carattere tecnico, grammaticale, lessicale, filologico o storico, non è propriamente filosofica. Al limite può essere funzionale ad una certa comprensione dello scritto, il che è innegabilmente importante, fondamentale per certi versi. Ma non basta. Il punto interrogativo mi si deve incidere nelle carni, deve coinvolgermi e sconvolgermi dentro per poter essere filosoficamente rilevante. Dinanzi ad un vero interrogativo phìlo-sòphico, mi dispongo a sottoporre ad esame un aspetto della mia vita o il senso della mia vita tout-court. Beninteso, sto parlando della mia/nostra vita quotidiana, di quello che facciamo, sperimentiamo, sentiamo giorno per giorno. Di come abbiamo fatto la spesa al supermercato, di come ci siamo comportati con i nostri amici, di quello che abbiamo detto o non detto alle persone che ci sono care. Di come abbiamo agito in classe, se siamo studenti, o in ufficio, se siamo impiegati. Del modo in cui ci siamo risolti o meno a pagare le tasse o a provvedere alla raccolta differenziata dei rifiuti.
Lo scritto che teniamo tra le mani, allora, perde la sua rilevanza oggettuale, cessa di essere una cosa tra le cose (in senso informativo, scolastico, culturale). Diventa un rovello, uno stimolo, un pungolo che ci penetra dentro. Per l’esattezza, ci spinge prima in direzione della nostra interiorità, del nostro vissuto autobiografico, per poi portarci oltre, verso la dimensione del razionale, nel territorio del concetto. Agisce inducendo una sorta di movimento cardiaco di sistole (contrazione) e diastole (dilatazione). Prima ci si contrae nell’indagine del particolare – in quella determinata occasione ho provato questa emozione, ho pensato e ho reagito così – ed in seguito ci si dilata verso una comprensione più ampia, più ricca e profonda del proprio vissuto. Si cerca un “significato”. Raramente il testo offre una risposta chiara e distinta. Tutto dipende dal lettore. Quelle parole stampate sulla carta o baluginanti sullo schermo del computer offrono un’occasione, rappresentano una chanche spazio-temporale. Nulla di più, nulla di meno. Ma credetemi è davvero tanto.
A tutti i visitatori di questo blog, conosciuti e sconosciuti, auguro un 2008 sereno e ricco di esperienze umane autentiche e stimolanti.

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Autore:

Ho studiato filosofia presso l'Università degli Studi di Roma “La Sapienza” e mi sono laureato nell'aprile del 1990, relatore il prof. Gabriele Giannantoni, con una tesi in storia della filosofia antica intitolata "Vivere significa morire: analisi di alcuni frammenti eraclitei". Sono socio della SFI - Società Filosofica Italiana di cui curo il sito web. Da alcuni anni mi interesso di Pratiche Filosofiche e Consulenza Filosofica, collaborando con riviste scientifiche del settore, sulle quali ho all'attivo decine di pubblicazioni. Dal 2004 svolgo la professione di Consulente Filosofico e ho promosso una serie di iniziative filosofiche (Caffè Philo, Dialogo Socratico, Seminari di gruppo) aperte al pubblico. Nel giugno del 2005 ho partecipato come relatore al convegno "Pratiche filosofiche e cura di sé" presso l'Università di Venezia "Cà Foscari". Tra il settembre 2006 e il giugno 2007 ho curato il ciclo di seminari "La filosofia come arte di vivere" presso la Biblioteca Comunale di Rieti "Paroniana" con il beneplacito dell'Assessorato alla Cultura del Comune di Rieti. Nell'anno accademico 2006-2007 sono stato docente a contratto per il master in Consulenza Filosofica attivato presso l'Università di Roma3. Attualmente insegno filosofia e storia presso il Liceo "I. Vian" di Bracciano (Liceo Classico sezione X).

2 pensieri riguardo “TRASFORMARE LA LETTURA DI UN TESTO IN UNA PRATICA FILOSOFICA

  1. Fare l’amore con i libri…che magnifica espressione. Ma chi è in grado di farlo con i libri lo è anche di farlo con il mondo, con l’universo, con se stesso. Riuscire a vivere la lettura lasciandosi liberi di intravedere i propri occhi, il proprio cuore tra le righe proprio come in uno specchio, questo è sintomo di consapevolezza, di disposizione positiva all’autoconoscenza, di volontà di crescita e e di inserimento ed appartenenza in un mondo di cui si fa comunque parte. Il libro è una realtà poi non così distante dalla vita, poichè, come sosteneva Giulia, anch’esso lo scrutiamo ed interpretiamo con una chiave di lettura quasi mai congruente con quella della critica, ma con la nostra personale visione dell’esistenza. E non che la nostra sia invariabile nel tempo, anzi. Ogni minuto, ogni giorno, ogni anno che trascorre noi cambiamo, e dunque cambia la percezione di noi stessi: perciò non può non mutare quella che abbiamo nei confronti del libro, specchio dell’anima solo un pò più leggibile di altri oggetti inanimati. Perchè credo che, come anche lei Prof ha accennato, qui non si tratti di saper leggere filosoficamente un testo non filosofico, ma la vita in tutti i suoi aspetti. Una sedia non potrebbe essere dai noi percepita in modo differente in base all’ esperienza del momento?Io credo di si. Meno frequentemente di un tramonto, di uno sguardo, di un frammento di Saffo, di un film d’altri tempi, ma comunque può succedere.
    Tutto è potenzialmente filosofico,dipende da quanto noi siamo disposti a scoprire la nostra “filosoficità”, che troppo spesso nascondiamo a noi stessi prima ancora che agli altri: ed è terribilmente frustrante farlo, perchè noi uomini-incredibile ma vero- siamo per natura più filosofi che burocrati, ed è tutto dire dunque, quanta parte di noi rinneghiamo se ci troviamo a non essere in grado di leggere “filosoficamente” un libro,un tramonto,una sedia.Non abbiamo ancora trovato noi stessi, o peggio, neanche abbiamo iniziato la nostra ricerca.
    Insomma, conosci te stesso ed ama te stesso, in un circolo virtuoso che ti porterà dall’amarti attraverso il mondo, all’amare il mondo attraverso te. Non è egotismo. Non intendo amare in senso narcisistico ed egocentrico. Per me amore è armonia con ciò che ci circonda, indipendentemente dalla qualità delle emozioni provate in un determinato istante. Basta che le emozioni ci siano, positive o negative, e ciò ci rende amanti di noi stessi e del mondo (due elementi che poi è inutile distinguere), ovvero diveniamo partecipi del tutto, ci “dis-aleniamo”, ritrovando in esso vari pezzettini di noi. Questo non è amore?Ammettere le emozioni secondo me lo è. Non ammetterle, rifiutare di provarle nel leggere, ad esempio, questo benedetto libro, è non-amore, non-filo-sofia, non-desiderio di crescita e conoscenza (non ripeto di se stessi e del mondo perchè a questo punto sembrerebbe inutilmente schizofrenico).
    “Filosofico” non è, a mio parere, un aggettivo da dare a quell’oggetto piuttosto che a quell’altro, perchè considero la filosofia piuttosto come un filtro insostituibile insito nell’animo umano, solo a volte poco considerato o negato. Ma va di pari passo con il nostro sguardo, forse più del nome stesso che diamo all’oggetto che ci troviamo davanti. La domanda è quindi: come riuscire a far emergere quella parte fondamentale,inalienabile di noi che è il nostro io filosofico, che non può e non deve essere ricacciata negli angoli più remoti della nostra personalità, in modo da riuscire finalmente ad essere noi stessi ed utilizzare al meglio quel meraviglioso filtro che costituisce una delle nostre caratteristiche principali?

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  2. Un libro, di qualunque genere esso sia, non lo leggiamo mai con gli stessi occhi. E’ ovvio che in tempi diversi si provano cose diverse, ci sono contesti assai diversi in cui si intraprende una lettura. L’insegnante di lettere può leggere un classico con passione, con gusto, perchè ormai non ha altro da fare che occuparsi di lettere. Uno studente alle prese con lo studio di tante materie e tanti argomenti diversi, se si sente alienato è ovvio che non potrà leggere un classico proposto o imposto dall’insegnante con lo stesso piacere del docente. In quel particolare momento magari lo odierà con tutte le sue forze, lo considererà un libro di merda scritto da un autore complessato che non aveva di meglio da fare e così via. Mentre in un contesto diverso, magari d’estate, quando è sereno e rilassato, può dire a se stesso: perchè non mi leggo un bel libro/classico/giallo/fantasy…? Anche se credo che la percentuale sia molto bassa, almeno per la fascia d’età che copre gli anni delle scuole superiori. All’università la musica cambia: i libri si te li devi leggere, e tanti, ma si tratta di una documentazione che serve a te stesso e basta. O ti piace quello che studi o fai meglio a non intraprendere affatto qualcosa tanto per farla, o meglio puoi farla in tutta libertà (nella maggior parte dei casi si tratta di giurisprudenza od economia) ma sei consapevole che non è la tua vocazione, e te la vivi male. All’università leggo diversi libri scritti da vari docenti ma pure ,che so, Darwin, Cartesio ecc. Credo che l’essenziale, vivendolo sulla mia pelle, sia rilevare una certa familiarità con il linguaggio dei libri che si devono/possono/vogliono leggere. Si sa, il libro non è altro che uno specchio per noi, non nel senso che ci dobbiamo per forza specchiare in esso..ci dà semplicemente indicazioni sulle nostre sensazioni e sul modo in cui ci vengono provocate. Si può avere familiarità con un qualsiasi tipo di linguaggio… e se ci provoca o suscita qualcosa, allora quella lettura ci sta riflettendo, ci sta facendo sdoppiare, ci sta ponendo fuori da noi e allo stesso tempo ci sta facendo incarnare quanto è scritto. Non riesco a spiegarmi meglio di così, posso dire che ho sempre avuto familiarità con il linguaggio filosofico. Mi provoca domande, mi stupisce, mi sconvolge, mi fa scoprire tantissimo di me, mi coglie sempre alla sprovvista: penso di avere risposte a tutto, ed eccoti lì un altro punto interrogativo da declinare in tutte le maniere possibili per cercare di sviscerarlo. Insomma, con i libri non ci si deve fare a pugni. Se non ci va di leggere non leggiamo, punto. Potranno dirci si che è assolutamente necessario e urgente sorbirci questo o quel libro con un linguaggio del tutto incomprensibile, perchè è per il nostro bene, perchè è per quella interrogazione o quello che vi pare. Siceramente non trovo utile a me, alla mia vita, al mio tempo, riempirmi di nozioni e rivomitarle a qualcuno, o sforzarmi di sviscerare qualcosa che non mi appartiene. La lettura è personale e per ogni uomo e donna va di pari passo con il proprio tempo vitale, con la propria dimensione e le proprie sensazioni o urgenze. Se deve diventare un obbligo allora posso dire che sto sprecando tempo ed energie. Ad esempio, quanti soldi si spendono per le ripetizioni il pomeriggio senza progredire di un passo, con la sola conseguenza di sentirsi inadaguati nell’ambito di quella materia? Magari invece è solo un problema di linguaggio! Magari se certi contenuti fossero posti in un altro modo li capiremmo alla perfezione! Con i libri ci sei fa proprio l’amore come ha detto il prof, e così via con la musica e con l’arte. Va impiegato tanto tempo, senza stare a vedere l’ora. Il libro… ma quanti ce ne saranno in giro. Deve diventare un tormento per ognuno di noi, si, tormentatevi con un libro che vi fa sentire vivi e palpitanti. Ci dev’essere un libro per ognuno di noi! Io ce l’ho. Non fatevi trascinare dalla tv. Non vedete che tutto intorno è potenziale eros?

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