Pubblicato in: pratica filosofica

LA DIMENSIONE ESISTENZIALE COME “LUOGO DEL FILOSOFARE”


Che cos’è la filosofia? A cosa serve la filosofia? Perché la filosofia? Sono già di per sé domande “filosofiche”. Curioso. Anzi irritante. Come il professore che ad una domanda spesso risponde con un’altra domanda. Una domanda che va sul “personale”, in genere. Di quelle che lasciano irretiti. Sembra un cane che si morde la coda. Un vano cianciare. E che poi, inevitabilmente, le antenne finiscono con il rizzarsi. Come si fa a rimanere indifferenti, del resto, quando si parla di “amore”, di “amicizia”, di “felicità”, o della “morte”, dell’ “anima”, della “verità”… un bel rompicapo, insomma.
Quello che più sorprende, o fa arrabbiare, entusiasma, lascia perplessi, oppure “ostentatamente” indifferenti (perché si tratta, in genere, di un’indifferenza di maniera, da portare, esibire, o dietro la quale trincerarsi) è che la filosofia non fornisce risposte e quando sembra fornirle, esse durano un batter di ciglia, vengono ribaltate e subito diventano il pretesto per un’altra domanda. La filosofia non definisce neppure il proprio oggetto, pare non avere assiomi su cui poggiare, territori ben delimitati entro i quali muoversi, pietre angolari nozionistiche sulle quali reggersi. Il biologo sa cos’è la biologia e l’ingegnere sa a cosa servono le nozioni e le competenze che va maturando. Si tratta di un territorio amplissimo, in cui è facile perdersi, di una ricerca sempre in fieri, ma, diavolaccio!, almeno sa di cosa si occupa, produce risultati certi, teorie che si possono formulare in maniera chiara e distinta e verificare sperimentalmente. E la gente, di fronte ad un biologo o ad un ingegnere, non cade dalle nuvole. Anzi, tanto di cappello.
Il filosofo è davvero sorprendente. Pare ti prenda per il sedere. A vent’anni di distanza dalla laurea, ancora è lì a chiedersi e a chiederti (nel frattempo, in genere, è diventato un professore barbuto ed occhialuto) che cosa sia la filosofia. Eppure se ne sta lì, occupa un posto di lavoro pubblico e la filosofia ti tocca studiarla, fa parte del tuo curriculum di studi. Si dice, genericamente, che “apra la mente”, che “aiuti a ragionare”, che “faccia maturare”. Come dire serve a tutto e a niente. Cioè a niente.
Ti spiega, tutto compunto, che “philo-sophia” significa amore per la sapienza. Ma questo benedetto amante di sophia, sa solo una cosa, ovvero di non-sapere. E ti mette in croce, a volte, come quell’irritante personaggio dei dialoghi platonici, quel satiro di Socrate, quel borioso rompiballe, che non sa nulla, ma non smette di fare domande impertinenti, con quel sorriso ironico stampato sulla bocca, con quel suo rivoltare le frittate appena fatte, sputare sentenze e ritirarsi sul più bello, come il prof al suono della campanella. E poi qualcuno si meraviglia che gli abbiano fatto bere la cicuta a quello là!
Ma in fin dei conti, può capitare che ti piaccia, certe volte, andartene a casa con quel non so che di problematico, con la testa che ti fa acqua da tutte le parti e le orecchie che ti ronzano come dopo una serata trascorsa a sentire musica a palla. Perché ciò che, fino a poco fa, ti sembrava ordinario, assodato, indiscutibile – l’amore esclude l’odio, gli uomini, in fin dei conti, sono tutti uguali, gli zingari sono tutti ladri, di un amico si può esser gelosi – beh, proprio così sicuro non lo è più. L’ordinario si volge in straordinario e il mutar punto di vista, sballottato qua e là da quella sfilza di domande, ti fa sentire un po’ più vivo, toglie la crosta a vecchie ferite, fa scorrere sangue vivo, ti fa assaporare l’ebbrezza dello sconosciuto. Senti il bisogno di continuare a parlarne con qualcuno, di chiarire il tuo rapporto con l’amico del cuore, di provare a guardare la zingara che chiede soldi al semaforo in maniera diversa, di riconsiderare la tua posizione in relazione a Giovanni, di goderti un bel pomeriggio di sano odio amoroso. Magari però ti sfugge il collegamento e alla domanda “che avete fatto oggi a scuola?” rispondi: “Socrate, la maieutica, quella roba lì, sta a pagina 118”.
Bizzarro. Se hai avuto la pazienza di leggere sin qui, forse, hai intuito quale potrebbe essere la risposta alle domande iniziali. La sai, in qualche maniera, ma non sai spiegare esattamente di cosa si tratti. Sai e non sai cosa sia la filosofia. Solo una presa in giro, un gioco di parole?
Voglio fornirti qualche ulteriore spunto di riflessione. Niente di troppo complicato. Metafore più che altro. E sarò terribilmente serio. Per scherzo, naturalmente. O sarà che ti sfugge l’insostenibile leggerezza della serietà? Sono solo maschere, chiedo venia, un gioco, una faccenda di bambini. Ma se non torneremo bambini…
Filosofia è attività, è un fare. Non c’è nulla di più concreto e di più inutile. Come la vita. La vita non serve a niente. Si vive e basta. La vita è senza se e senza ma. Il respiro che entra ed esce dalle tue narici, il cuore che senti palpitarti nel petto sono soltanto segni, metafore, dita puntate verso lo sconosciuto. Non ti dicono perché. Ti dicono che.
“Ti” dicono. E in quel “ti” è racchiuso il segreto del filosofare. Dicono a qualcuno. A te. E quel “tu” è coscienza che riflette, non può fare a meno di riflettere, come uno specchio. Vivere ed aver coscienza di esser vivi sono una cosa sola, un inestricabile binomio, un uno che si fa due. Senza coscienza non c’è vita, senza vita non c’è coscienza. O almeno non c’è vita degna d’esser vissuta per un essere umano. Che volete farci siamo animali simbolici noi uomini, non possiamo fare a meno di riflettere. E quel riflettere si colloca “oltre”. Oltre gli accadimenti che formano la trama della nostra esistenza, oltre le emozioni che ci fanno sobbalzare ad ogni piè sospinto, oltre la gioia, oltre il dolore. Oltre ciò che è utile o inutile, giusto o sbagliato, bello o brutto.
Ed è proprio questo lo spazio della pratica filosofica. Sei tu quello spazio, la tua esistenza. Le scienze, naturali ed umane, si basano su teorie e “sensate esperienze”, più o meno complesse. Partendo dal particolare mirano all’universale. Universali sono le formule matematiche che esprimono le leggi della termodinamica o quelle del moto generale. Universali sono le leggi della psicologia, che cercano di inquadrare i fenomeni psicologici all’interno di ben rotonde teorie. E quelle che definiscono i valori standard della fisiologia del corpo umano, che so, frequenza cardiaca, tasso di glicemia, quantità di globuli bianchi.
E ancora: economia, andamento dei titoli in borsa, potenzialità di assorbimento di manodopera da parte del cosiddetto “mercato del lavoro”. La statistica e il calcolo delle probabilità la fanno da padrone, con le loro rappresentazioni geometriche, le funzioni, che traducono in grafemi complicate equazioni a due o più incognite.
Eppure, la realtà esistenziale, quella che ti si squaderna dinanzi, un respiro dopo l’altro, la trama autobiografica che costituisce propriamente il tuo “io”, con le sue fondamentali scelte di senso e significato, ebbene, quella cosa lì non si lascia irretire da formule e funzioni, non si lascia inquadrare all’interno di teorie generali. Perché è la “tua” realtà… il mondo intorno a noi è fatto di “particolari”, di “eventi”, di “manifestazioni”, attraverso cui sempre nuovo e sorprendente si svela lo sconosciuto. Il contenuto dell’Essere si srotola nel Tempo, il tuo tempo esistenziale, il tempo della tua vita, questo particolare tempo da questa particolare prospettiva, come una pergamena preziosa che lascia intravedere, pian piano, i segni, gli ideogrammi misteriosi che la attraversano fitti fitti da cima in fondo.
La trama della tua esistenza è fatta di domande che inseguono risposte, e risposte provvisorie che pongono altre domande, secondo l’ineluttabile legge del tempo. Domande e risposte che chiedono di essere continuamente annodate tra loro, affinché il loro svolgersi abbia un senso, il progetto di domani si fondi sul ricordo di ieri, pronto a sua volta a tramutarsi in ricordo per nuovi progetti. Annodare è propriamente dia-logare. Stabilire un tramite, un collegamento (dia-) tra logoi sempre diversi, che alimentino il tuo “io”. L’ “io”, propriamente, altro non è che “dialogo” con sé e con l’Altro da sé (con sé stessi nella misura in cui, nell’atto del prender coscienza, riflessivamente, ci si ponga come Altro da sé).
Nessun altro può vivere la tua vita al posto tuo, nessun altro può assumersi la responsabilità delle tue scelte, nessun altro può morire la tua morte. Perché la trama della tua esistenza è a tempo determinato, come quella di tutti, perché è ciò che ti caratterizza, che ti fa essere quello che sei, questa-persona-qui-ed-ora, questo “particolare” in mezzo ad una molteplicità di “particolari”. Nessuna scienza potrà aiutarti a stabilire cosa fare della tua vita, che senso darle, nessuna legge universale è in grado di intrappolare questo particolare, perché scienza ed esistenza, in ultima analisi, sono incommensurabili come il lato e la diagonale del quadrato, convergenti all’infinito, forse, ma solo in potenza, oltre l’immaginabile.
Amore è amore, non si dà scienza dell’amore, perché l’amore è alla base della vita, come il punto è alla base della geometria. La libertà non si misura, perché senza libertà non ci sarebbe alcun misurare in senso etico. Senza libertà nessuna scelta avrebbe senso. Come del silenzio nulla si può dire perché senza il silenzio nessuna voce, nessuna melodia potrebbe risuonare.
Questo è lo spazio della filosofia. Nessun dogma religioso lo può riempire. Perché è fluido come l’esperienza del vivere, e non può essere cristallizzato. La domanda da cui tutto scaturisce si pone incessantemente oltre qualsivoglia risposta, un tratto più in là, sempre un tratto più in là. Non possiamo smettere di camminare, spingendo i nostri piedi, alternativamente, l’uno dinanzi all’altro. La vita è come un tapis roulant.
Trasformare il tempo della propria esistenza in un’esperienza “religiosa” richiede necessariamente che si metta da parte la “religione”. I dogmi pietrificati in “religione” uccidono il “religioso”, l’autenticità del rapporto con lo sconosciuto. Ignorare la necessità del confronto con l’Altro che è in noi, del dia-logo, equivale a sprofondare nell’inautentico. Ed è in nostro potere il decidere di vivere o non-vivere la vita.
Terribilmente serio, ma per scherzo. Avete compreso cosa intendevo dire?

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Autore:

Ho studiato filosofia presso l'Università degli Studi di Roma “La Sapienza” e mi sono laureato nell'aprile del 1990, relatore il prof. Gabriele Giannantoni, con una tesi in storia della filosofia antica intitolata "Vivere significa morire: analisi di alcuni frammenti eraclitei". Sono socio della SFI - Società Filosofica Italiana di cui curo il sito web. Da alcuni anni mi interesso di Pratiche Filosofiche e Consulenza Filosofica, collaborando con riviste scientifiche del settore, sulle quali ho all'attivo decine di pubblicazioni. Dal 2004 svolgo la professione di Consulente Filosofico e ho promosso una serie di iniziative filosofiche (Caffè Philo, Dialogo Socratico, Seminari di gruppo) aperte al pubblico. Nel giugno del 2005 ho partecipato come relatore al convegno "Pratiche filosofiche e cura di sé" presso l'Università di Venezia "Cà Foscari". Tra il settembre 2006 e il giugno 2007 ho curato il ciclo di seminari "La filosofia come arte di vivere" presso la Biblioteca Comunale di Rieti "Paroniana" con il beneplacito dell'Assessorato alla Cultura del Comune di Rieti. Nell'anno accademico 2006-2007 sono stato docente a contratto per il master in Consulenza Filosofica attivato presso l'Università di Roma3. Attualmente insegno filosofia e storia presso il Liceo "I. Vian" di Bracciano (Liceo Classico sezione X).

2 pensieri riguardo “LA DIMENSIONE ESISTENZIALE COME “LUOGO DEL FILOSOFARE”

  1. Ci sarebbe così tanto da dire.
    Filosofia è pratica, una pratica che si matura distintamente nelle singole persone.
    Come moltissime perle di saggezza, non si impara sui libri o meglio non senza un adeguato filtro critico. E trattandosi di vera e propria pratica va semplicemente applicata alla vita reale e questo basta a smontare il luogo comune per il quale “il filosofo” sta con la testa tra le nuvole e non sente l’urgenza della necessità, della concretezza, della quotidianità e così via. Posso avere un dialogo con me stesso quando suono uno strumento, quando ascolto una canzone o quando penso a come posso rapportare un teorema matematico alla mia condizione di uomo eccetera. Il libro allo stesso modo può farmi da specchio, posso immedesimarmi in Socrate piuttosto che in Machiavelli o in Einstein. Posso dialogare con me stesso quando mi sento vivo (nelle più svariate situazioni come disagi familiari, sesso, raptus omicidi, invasamento di qualsiasi genere…) perchè in quei momenti sento profondamente tutto il mio corpo, e la mia mente sembra ingrandirsi, percepire fortemente la realtà circostante, i miei sensi sembrano dilatarsi e aprirsi alle più diverse emozioni e ai più diversi stati d’animo. Gli interrogativi vanno di pari passo con le emozioni, il palpitare del mio corpo…se sto morendo di sonno magari non sarò così lucido o smanioso di interrogarmi intorno al senso degli integrali e delle derivate, o a qualcosa di storia. Possiamo preoccuparci solo del nostro presente, sentire allo stesso tempo entusiasmo e fremito per una nuova scoperta, come fosse una risposta che solo noi in tutto il mondo siamo riusciti a trovare.
    E poi farsi trascinare ancora dal flusso del divenire come ci ricorda Eraclito, e a sforzare cervello e sensi con una tale velocità da non ricordarsi quello che pensavamo un’ora fa, il giorno prima, o in quell’evento particolare. Trovo incredibile il potere dell’ autosuggestione, o meglio del “tempo interiore”. Immersi in noi non vediamo e sentiamo nient’altro, e quello che agli occhi degli altri sembra qualcosa di incredibile non ci sfiora nemmeno.
    Filosofia come autosuggestione in senso positivo, come qualcosa che altera i nostri parametri biologici e che può travagliare tremendamente la quotidianità ma farci morire inaspettatamente bene

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  2. “..la funzione del maestro è stata istituita per questo motivo: l’allievo deve imparare ad imparare..” – I.SHAH –

    …questa è la più grande ricchezza lasciatami nel cuore dalla filosofia e dal DIA-logare!

    d’altronde se non riesco a metter via i libri di filosofia un motivo ci sarà!!

    a presto prof.!

    CHIARA PALLOCCI

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