Pubblicato in: politica mente, scuola

LA PRATICA FILOSOFICA COME ARTE POLITICA


Politica. Una parola pericolosa, a scuola. Conosco colleghi che, in nome di non so quale principio, escludono categoricamente si debba e si possa parlare di politica con i giovani. E mi riferisco, in particolare, ai nostri studenti delle superiori, i quali, negli ultimi due anni di corso, si trovano ad essere cittadini nel pieno godimento dei diritti politici.
Ma noi professori di filosofia, si sa, siamo degli originali. Pertanto vorrei qui sostenere la tesi opposta, paradossalmente mutatasi in paradosso da un paio di decenni a questa parte. Ovvero, che non solo sia lecito, bensì doveroso, teorizzare, o meglio ancora “praticare” la Politica in classe. Uso il termine “Politica” con la lettera maiuscola perché mi consente di evidenziare l’ambiguità su cui poggia la (apparente) paradossalità della questione.
È sufficiente un breve sondaggio delle cosiddette “preconoscenze” per appurare che, generalmente, “politica” evoca nei giovani polemici scenari di catodica partigianeria, esercizio mediatico-castale del potere, quando qualcosa evoca. E così, anno dopo anno, in linea tristemente discendente. Quantunque, ad ogni giro di giostra, un elefante bianco.
Ma Politica è ben altra cosa, stando all’etimo greco – politiké téchne – che costituisce l’essenziale nucleo semantico da cui scaturisce la tradizione culturale occidentale: Politica è l’arte del buon governo, zeteticamente volta alla definizione e al perseguimento pro-attivo del Bene comune (della pòlis ossia della comunità cittadina). Un’arte che, in democrazia, spetta a ciascun cittadino coltivare ed esercitare. Ignoranza, trascuratezza, disimpegno costituiscono, comunque la si veda, scelte politiche, che si riflettono sulla rete di relazioni del singolo e quindi sulla cittadinanza tutta. Per questo la pedagogia va considerata, a tutti gli effetti, una prassi eminentemente politica. In questo quadro, perfettamente conforme alla legislazione corrente nonché ai principi della Costituzione, una coerente azione pedagogica dovrebbe esser volta alla formazione nel (futuro) cittadino di un abito criticamente consapevole orientato verso il Bene comune.
Non a caso, lo scopo fondante della pratica filosofica, al suo atto di nascita, ovvero nella teoria socratico-platonica, è politico-pedagogico. In questa accezione, fare filosofia corrisponde tout court a fare Politica e la scuola dovrebbe essere per il filosofo un gymnàsion, una palestra-laboratorio di pratica comunitaria etico-politica.
Si tratta, invero, di un prospetto valoriale complessivo, transdisciplinare, del fare scuola. Ma in esso l’insegnamento della filosofia, là dove è previsto dal curriculum – e ferma restando la sua concreta estendibilità alle scuole di ogni ordine e grado – non può non giocare un ruolo centrale, di vera e propria “disciplina-ponte” o “meta-disciplina”. Purché, beninteso, ci si sforzi progressivamente di superare, integrandolo, il vecchio modello didattico incentrato sulla trasmissione monodirezionale e verticale, nozionistica e cattedratica della storia delle idee, verso una nuova didattica concepita come learning by doing, ossia come “filosofia praticata”.
In tal senso, un punto di partenza metodologico-operativo potrebbe esser rappresentato dall’esercizio guidato del “dialogo socratico” – nella versione moderna del filosofo tedesco Leonard Nelson piuttosto che in quella propriamente elenchica presente nella maggior parte dei Dialoghi platonici – basato sulla ricerca comune a partire dalle tematiche che più stanno a cuore ai ragazzi, a cominciare proprio dalla problematizzazione, in senso socio-politico, del loro modo di vivere la scuola.
Per far ciò, occorre, socraticamente, prendere le mosse dalle persone in carne ed ossa, dal loro vissuto individuale e relazionale, stimolandole a mettersi in gioco in maniera, per quanto possibile, autobiografica. Con la consapevolezza che tale pratica agisce a vari livelli, interpersonali ed intrapersonali, prevedendo, da una parte, il confronto serrato con l’Altro, sia esso il testo di indagine filosofica o il compagno di banco; dall’altra, l’esame e la commisurazione delle proprie idee, più o meno riflesse, in rapporto col proprio stile di vita, con gli abiti giornalmente incarnati, in classe, in famiglia, nella cosiddetta società civile.
La pratica dialogica, se ben condotta, può avere effetti politicamente sorprendenti su giovani che, disponendo spesso soltanto di effimeri modelli mass-mediatici, maneggiano, nel migliore dei casi, i rudimenti del dibattito polemico, della retorica ad personam, della battuta ad effetto, insomma della moderna sofistica. Di fatto, non sanno dia-logare, perché, nella maggior parte dei casi, nessuno si è preso la briga di offrire loro tempi e spazi adeguati, stimoli e regole chiare. Se il dialogo in famiglia latita, una scuola improntata su vieti standard passivizzanti, presenzialistici, falsamente meritocratici, viene meno al ruolo istituzionale di mediazione in senso democratico ed egalitario. E senza dia-logo, non v’è Politica, ma solo uno schizoide simulacro di politica.
Sforzarsi di ricreare in aula un ambiente di libera indagine, insinuando nel quotidiano il beneficio del dubbio socratico, significa fare degli studenti i veri protagonisti della loro formazione, dare voce alla naturale creatività di cui sono dotati in quanto esseri umani. Praticando l’arte del dialogo s’imparare ad ascoltare e ad esprimere le proprie idee in maniera aperta e costruttiva, non competitiva ma cooperativa. Si comprende attraverso la sperimentazione che la ricerca condivisa ha veramente senso per l’individuo solo se vissuta come un mettersi al servizio degli altri. Ci si eleva – politicamente – dal particolare all’universale.
Per far ciò è necessario che l’insegnante s’impegni a giocare la partita come filosofo praticante, dia l’esempio mettendosi in discussione per primo, deponendo ogni velleità di stampo autoritario. Ne acquisterà in autorevolezza. Da censore impari a volgersi in maieuta, da progettante burocrate in artista ed improvvisatore, da autoreferenziale cultore della materia in coordinatore empatico ed ironico. Ed infine, come ogni buon Politico, provi a scomparire in quello sfondo di armonico silenzio di cui si nutre ogni vero dialogo filosofico.

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Autore:

Ho studiato filosofia presso l'Università degli Studi di Roma “La Sapienza” e mi sono laureato nell'aprile del 1990, relatore il prof. Gabriele Giannantoni, con una tesi in storia della filosofia antica intitolata "Vivere significa morire: analisi di alcuni frammenti eraclitei". Sono socio della SFI - Società Filosofica Italiana di cui curo il sito web. Da alcuni anni mi interesso di Pratiche Filosofiche e Consulenza Filosofica, collaborando con riviste scientifiche del settore, sulle quali ho all'attivo decine di pubblicazioni. Dal 2004 svolgo la professione di Consulente Filosofico e ho promosso una serie di iniziative filosofiche (Caffè Philo, Dialogo Socratico, Seminari di gruppo) aperte al pubblico. Nel giugno del 2005 ho partecipato come relatore al convegno "Pratiche filosofiche e cura di sé" presso l'Università di Venezia "Cà Foscari". Tra il settembre 2006 e il giugno 2007 ho curato il ciclo di seminari "La filosofia come arte di vivere" presso la Biblioteca Comunale di Rieti "Paroniana" con il beneplacito dell'Assessorato alla Cultura del Comune di Rieti. Nell'anno accademico 2006-2007 sono stato docente a contratto per il master in Consulenza Filosofica attivato presso l'Università di Roma3. Attualmente insegno filosofia e storia presso il Liceo "I. Vian" di Bracciano (Liceo Classico sezione X).