Pubblicato in: creatività

LE AVVENTURE FILOSOFICHE DI DÀMONA – L’origine di tutte le cose


Vi presento il primo capitolo di una favola filosofica per bambini più o meno grandi… buona lettura.

C’era una volta, tanto tempo fa, una bella bambina che si chiamava Dàmona. Dàmona viveva ad Agrotèrio un piccolo villaggio di campagna a pochi chilometri da una grande città greca, Atene, che si raccontava fosse stata fondata dalla dea Atena in persona.
Le giornate di Dàmona trascorrevano tranquille, per lo più all’aria aperta, tra i campi biondeggianti di messe in estate o nei boschetti di olivi che coloravano di verde-grigio le colline pietrose intorno ad Agrotèrio. Era una bambina molto vivace e, nel tempo libero, amava giocare coi suoi coetanei a chiapparella e a nascondino. La mattina, appena alzata, faceva colazione con una focaccina al sesamo ed accompagnava la mamma Mirtò a lavorare nell’orto dove crescevano tante verdure buone, rape, cavoli e finocchi di cui erano tutti ghiotti. La mamma le aveva insegnato a raccogliere le uova che le galline deponevano nel pollaio vicino a casa e Dàmona attendeva a questa sua occupazione con molta cura, cercando di non rompere nemmeno un uovo.
Nel pomeriggio, insieme a tutti i bambini di Agrotèrio, si sedeva su una grande pietra al centro del villaggio ad ascoltare gli anziani che, a turno, raccontavano tante storie meravigliose di dèi ed eroi, esseri mostruosi e fattucchiere, animali parlanti e straordinarie creature mitologiche. Dàmona si lasciava cullare dalla voce suadente dei nonnini, dalle loro rime baciate e da quegli aggettivi un po’ strambi perché antichi, ma così musicali da ricordarle il dolce suono degli zufoli. E le parole, danzando, le facevano venire in mente luoghi dove non era mai stata, volti di persone sconosciute, scene di battaglie e di amori, armature bronzee scintillanti al sole e vesti variopinte. Poteva persino immaginare il calore del sole sulla pelle e il sapore salato del mare. Ne conosceva di storie, eccome, e non aveva che otto anni.
Verso sera, mentre il carro del sole sprofondava nel mare tingendo di arancio e turchino il cielo, Dàmona con i suoi amichetti si incamminava lungo il sentiero che da Agrotèrio portava alla costa e al mare, per andare incontro al papà Policarpo che con i suoi compagni tornava da una dura giornata di lavoro. Il papà era solito spuntare dietro l’ultima curva, le braccia aperte, il sorriso ondeggiante sul volto rugoso e stanco, la cesta ricolma di pesce legata alle spalle. E prendendo la rincorsa, la bimba volava ad abbracciarlo e gli stampava un bacione sulla guancia.
Così, mano nella mano, percorrevano l’ultimo tratto di strada fino a casa. «Come è andata la pesca oggi?» gli chiedeva ogni volta. Ed ogni volta Policarpo si inventava qualche storia curiosa esagerando quello che aveva visto e che aveva fatto durante il giorno. Un polipetto si trasformava in piovra gigantesca, una cernia in una specie di balonettera, una pesca un po’ complicata in una lotta titanica.
Tutti insieme cenavano intorno al fuoco gustando la minestra di verdure e pesce che Mirtò aveva preparato e al calare delle tenebre si davano la buonanotte affidandosi agli dèi del focolare.
Quante cose c’erano al mondo! Tutte così belle e così diverse! Ma il vecchio Eleutèrio, un bel pomeriggio d’estate, le aveva raccontato una storia davvero singolare. «Un tempo» aveva detto «tutta questa varietà di cose non esisteva. Gli alberi, le colline, l’erba frusciante e le spighe di grano, le famiglie di animali terrestri, gli uccelli e i pesci, le pietre e persino le stelle e la luna nel cielo notturno non erano ancora comparsi. Gli uomini non popolavano la terra. Agrotèrio non esisteva e nemmeno la potente Atene era stata edificata. Né vi erano navi dai legni ricurvi a solcare il mare, né aratri puntuti a sollevare le zolle di terra.» «Cosa c’era Eleutèrio? Dai dimmelo» gli aveva domandato Dàmona, fremente di curiosità, passandosi la lingua sulle labbra «qualcosa doveva pur esserci!» «Un dio misterioso, così tramandano i nonni dei tuoi nonni. Ma tu sei solo una bambina…» e mentre diceva queste parole il vecchio sorrideva e strabuzzava gli occhi, compiaciuto ed ironico.
Come sempre in questi casi, Dàmona era andata su tutte le furie. Ci impiegava un attimo a prendere fuoco. Voleva sapere tutto e non le andava di essere presa in giro.
Ma Eleutèrio l’aveva lasciata lì sul più bello con quella domanda misteriosa sulle labbra. E dalle labbra le era sprofondata nella testa. Non riusciva proprio a smettere di pensarci. Le piacevano così tanto i misteri! Qualcosa di unico doveva cercare, qualcosa da cui tutte le cose derivassero. Un’unità nella molteplicità, come un padre, o forse meglio una madre, da cui avessero tratto origine tanti figlioli diversi. Però diversi all’apparenza perché tutti riconducibili a quell’unica grande mamma che li aveva generati, un bel giorno lontano.
Non è facile, si era ripetuta più volte Dàmona. Tuttavia, quando si conoscono i figli è possibile, in qualche maniera, immaginare i tratti e il carattere dei genitori. Il suo amichetto Eutìoco, ad esempio, era cresciuto con gli zii, perché la mamma era scomparsa dopo averlo dato alla luce. Ma una madre, ad ogni modo, ce l’aveva! Non era certo spuntato fuori così, dal niente…
«Mamma, tu mi sai dire da dove vengono tutte le cose che esistono al mondo?» Dàmona non riusciva a trattenersi e quindi aveva deciso di interrogare Mirtò, il giorno dopo, mentre strappava le erbacce che infestavano l’orticello. «Ma che domanda, figlia mia. Per Atena, chi ti mette in testa certe cose!» «Pietre, verdure ed ortaggi, quel raperonzolo che hai dissotterrato prima, e le talpe, le formiche e gli insetti volanti che ti danno tanto fastidio, da dove provengono?» «Non lo so con certezza Dàmona – le disse tergendosi la fronte dal sudore col palmo della mano – ma credo che ognuna di esse sia figlia della grande madre terra, Gea, questo è il nome che le davano gli antenati. Tutto viene dalla terra, tutto ritorna alla terra. Quello che mangiamo e che ci mantiene in vita dalla terra spunta e trae alimento. Il becchime che ogni mattina dai alle galline e le erbe che ruminano pecore e capre sono anch’essi frutti della terra. Di terra sono impastati i nostri corpi e alla terra torneranno un giorno.»
Il sole, intanto, trascorreva, lassù in cielo, verso il mezzogiorno e il coccodè delle galline si faceva sempre più intenso ed irritato. Non c’era molto tempo per conversare e Dàmona si incamminò a piccoli passi verso il pollaio. Mentre si riempiva le mani di quel mangime bruno così simile alla terra ripensava alle parole di Mirtò. E s’immaginò che la Terra fosse una grande signora dai fianchi e dalla pancia enormi, con dei seni giganteschi, come le montagne che si scorgevano all’orizzonte. Le pietre fossero le sue ossa, i prati la sua pelle e le foreste i suoi capelli.
Il giorno successivo Dàmona chiese al papà se poteva accompagnarlo sino al porticciolo dove era ancorata la sua barca da pesca. Policarpo acconsentì con gioia: una giornata di mare avrebbe senz’altro fatto bene alla sua bimba. E poi era contento che gli facesse un po’ compagnia lungo il tragitto. Ma che Dàmona gli rivolgesse quella strana domanda, proprio non se l’aspettava: «papà, papà, tu mi sai dire da dove vengono tutte le cose che esistono al mondo? Mamma dice che la soluzione a questo mistero sia la terra! Però non ne sono totalmente convinta. Ci deve essere qualcosa di più fondamentale e di più antico della Terra!» «Che cosa?» chiese il padre stupito. «Ah, magari lo sapessi! È un mistero, un grande mistero. Fino ad ieri la risposta di mamma mi pareva convincente. Ma oggi non saprei proprio dire… ci sono creature che non hanno nulla a che vedere con la terra: i pesci per esempio.»
Intanto, cammina cammina, padre e figlia erano giunti in vista del mare, una distesa azzurra in perenne movimento, scintillante alla luce del sole e punteggiata, qua e là, di candida spuma.
«I pesci e le altre creature marine – disse Policarpo – sono figlie di Poseidone e nipoti del grande Oceano. L’acqua è il loro elemento e tutto dall’acqua trae origine.» «Ma tutto proprio tutto papà? Anche la terra viene dall’acqua?» «Penso di sì, Dàmona» e intanto le accarezzava la testa. «Guarda bene: il mare è laggiù, più in basso della terraferma. Sembra che essa galleggi sul mare come un’immensa barca all’àncora. I fiumi l’attraversano da un capo all’altro e i laghi ne riempiono le concavità. E cosa sono le nubi se non acqua condensata?» «Ma è dalla madre Terra che nascono tutte gli animali che respirano aria, non è vero papà?» «Certo Dàmona. Eppure, pensaci bene, non è l’acqua che fa crescere le piante? Se mamma non innaffiasse l’orto tirando su l’acqua dal pozzo del paese, nella stagione secca, le piante, probabilmente, morirebbero tutte. Allo stesso modo in autunno ed in primavera la vita trae alimento dalla pioggia che cade giù dal cielo quando le nubi vengono lacerate dalla folgore di Zeus. Le erbe di cui ci nutriamo tutti noi, bestie comprese, sono fatte d’acqua, indurita all’esterno ma ancora fluida all’interno, e così gli alberi e i loro frutti succosi.» «Anche noi due siamo acqua papà?» chiese Dàmona ancora un po’ dubbiosa. Policarpo, allora, senza aggiungere nulla le porse l’anforetta piena d’acqua fresca che portava sempre con sé. Faceva già caldo e mentre la bimba ne beveva un lungo sorso comprese che cosa intendesse dire il suo papà.
La mattinata al mare trascorse in fretta tra un tuffo ed una nuotatina sotto gli occhi vigili dei pescatori che preparavano le loro reti per la giornata di pesca. Quando la barca del papà prese il largo Dàmona se ne rimase sulla spiaggietta pietrosa a giocare con i bambini della costa, tirando pietre in acqua e contando i rimbalzi che esse facevano a contatto con la superficie marina. Il sole era diventato una palla di fuoco a mezzogiorno ed invitava persino i monelli più scalmanati a cercare rifugio all’ombra dei pini.
Ma il vero fuoco Dàmona sentiva bruciarselo dentro. L’acqua, forse, poteva essere l’elemento prediletto del suo papà che, per gran parte del suo tempo, si lasciava dondolare dalle onde tutto intento a riempire le reti di pesce. Così la terra era l’elemento naturale della mamma, che sfacchinava nei campi. Ma che tutto, proprio tutto si risolvesse in terra ed acqua, questo Dàmona non riusciva proprio ad accettarlo.
Decise pertanto di recarsi al tempio di Apollo che sorgeva a metà strada tra la costa ed Agrotèrio su una splendida collinetta circondata di ulivi. Vi prestava servizio sua cugina Elena che gli zii avevano affidato in tenera età alle cure dei sacerdoti affinché facessero di lei una sacerdotessa del dio-sole.
«Ciao Elena» la fanciulla era seduta sui gradini del tempio in compagnia delle altre novizie «sto cercando di risolvere un bel mistero. Tu puoi aiutarmi?» – le sussurrò Dàmona per non farsi ascoltare dalle altre che, tutte curiose, avevano immediatamente drizzato le orecchie. «Che cosa stai cercando cuginetta? Sai che non posso perdere troppo tempo a chiacchierare… ho i miei doveri qui nel tempio». «Ti rubo solo un minuto. Sai dirmi qual è l’origine di tutte le cose? Eleutèrio giù al villaggio mi ha parlato di un dio sconosciuto dal quale tutto, ma proprio tutto, deriverebbe.» «Un dio» le rispose Elena «allora non può che essere Apollo, che io venero e servo in questo luogo sacro. Apollo è il dio del sole e il sole è una grande palla di fuoco che sta a fondamento di tutto quello che ci circonda. L’universo intero altro non è se non fuoco che a tempo debito s’accende e a tempo debito si spegne. I pianeti, la terra, tutti noi siamo solo polvere del grande incendio che si sviluppò al principio dei tempi. Vedi bene: ancora oggi è grazie alla luce del sole che traggono sostentamento tutte le creature viventi. È il sole che fa crescere le piante e riscalda il soffio vitale che è in tutti gli animali. Senza calore non ci sarebbe vita.»
Quella notte Dàmona non riuscì a prendere sonno. Terra, acqua, fuoco… il mistero invece di chiarirsi si infittiva. «Ed ora che il sole è sprofondato nel mare, ora che le tenebre avvolgono tutto ciò che mi circonda, che s’è fatto buio pesto, anche ora è Apollo a dominare ogni cosa?» si chiedeva rigirandosi nel letto. «Domani andrò dal vecchio della montagna» sussurrò a se stessa, mordendosi le labbra per non svegliare la mamma e il papà che ronfavano accanto a lei «chissà che non sia lui ad avere la risposta che tanto vado cercando.»
Il giorno dopo Dàmona si svegliò di buon mattino, si preparò un panino col formaggio e si mise in cammino verso la montagna ventosa che troneggiava a poca distanza da Agrotèrio. Dopo una salita faticosa, sudata ma contenta, la bambina raggiunse la caverna dove abitava il vecchio della montagna. «Nonnino, nonnino, ci sei?» gridò all’imboccatura dell’anfratto sentendo la eco che ripeteva le sue parole all’infinito. Il vecchio mise fuori la testa bianca, stropicciandosi gli occhi di meraviglia. «Dàmona, ma che ci fai tu qui? I tuoi genitori sanno che te ne vai per i monti tutta sola? Non hai paura di imbatterti in una strega o in un’arpia? Se li mangiano i bambini teneri e piccolini come te, lo sai?» Ma la curiosità era più forte della paura. E poi lei era una bimba davvero cocciuta! Voleva risolvere l’enigma, costi quel che costi. «Sono venuta a farti una domanda nonnino e ti prego di rispondermi. Esiste un elemento da cui tutte le cose discendono? Un principio, naturale o soprannaturale che sia. Tu che vivi qui in alto e puoi scrutare tutto il mondo con una sola occhiata puoi aiutarmi a trovare una risposta?» «In questi lunghi anni di solitudine» le disse il vegliardo «ho avuto modo di diventare intimo di Eolo, il dio del vento. Il vento mi parla ed io lo ascolto da mattina a sera. È proprio il vento a dominare tutto e dall’aria si formano tutte le cose che esistono al mondo per condensazione o rarefazione. I cieli che chiudono l’orizzonte son fatti di aria così rarefatta da sembrare invisibile, mentre laggiù, nelle valli, l’aria diventa sempre più pesante e spessa e si irrigidisce in tante forme diverse, solide o liquide. L’aria è un dio sottile che tutto pervade. Entra ed esce dai nostri polmoni e ci tiene in vita. Ecco, puoi accarezzarla» e, tesa una mano davanti a sé, la mosse a destra e a sinistra, dolcemente.
Quest’ultima rivelazione lasciò Dàmona letteralmente stordita. Il vecchio le aveva detto di affrettarsi a scendere a valle se non voleva che le tenebre della notte la cogliessero nel bel mezzo del ritorno. Per questo corse giù a perdifiato lungo i sentieri percorsi al mattino, attraversando i boschetti di castagni e di querce che ricoprivano le pendici del monte. Ogni tanto il verso acuto e stridulo di un rapace le faceva alzare lo sguardo verso il cielo: falco o arpia che fosse non vedeva l’ora di ritornare ad Agrotèrio.
Finalmente giunse in prossimità di una sorgente a poca distanza dal villaggio. Le ultime ombre del pomeriggio si allungavano ad indicarle il tratto di strada che la separava da casa sua. Aveva ancora un po’ tempo pensò. Dopo tanto correre era assetata ed affamata e poteva concedersi una bella merenda in riva al laghetto. Tirò fuori dalla tasca pane e formaggio e si mise a mangiarlo a grandi bocconi che si aiutava a mandar giù, ogni tanto, con un bel sorso d’acqua pura.
«Terra, acqua, fuoco, aria» ripeteva tra sé e sé «qual era la risposta all’enigma?» Tutti questi elementi, considerati uno per uno, parevano contenere in sé una risposta convincente alla sua domanda. Erano dèi antichi e potenti eppure… a tutti quanti mancava qualcosa. Nessuno giungeva a spiegare tutto… qualche aspetto della realtà rimaneva sempre fuori e risultava irriducibile a questo a quell’elemento. Che l’aria di trasformasse in acqua, l’acqua in fuoco, o il fuoco in terra, le sembrava, tutto sommato, inverosimile.
Poi, d’improvviso, si rese conto di aver trovato la soluzione del mistero. Forse era sempre stata lì, sotto i suoi occhi, ma lei non aveva saputo riconoscerla. Non acqua, né terra, né aria, né fuoco, ma acqua-terra-aria-fuoco presi tutti insieme, indistinti in un’unica gigantesca sfera, una sfera senza nome, come senza nome doveva essere il dio di cui le aveva parlato Eleutèrio. Perché non ha nome ciò da cui tutte le cose derivando traggono il loro nome. Perché prima delle parole c’è il silenzio. Senza il silenzio non si può pronunciare alcuna parola, ma proprio per questo il silenzio non è una parola.
Sorridendo Dàmona si alzò, appena in tempo per scorgere la mamma che le veniva incontro con la faccia un po’ arrabbiata, un po’ contenta… l’aveva combinata grossa questa volta. Che monella!

Autore:

Ho studiato filosofia presso l'Università degli Studi di Roma “La Sapienza” e mi sono laureato nel 1990, relatore il prof. Gabriele Giannantoni, con una tesi in storia della filosofia antica intitolata "Vivere significa morire: analisi di alcuni frammenti eraclitei". Sono socio della SFI - Società Filosofica Italiana di cui curo il sito web. Da alcuni anni mi interesso di Pratiche Filosofiche e Consulenza Filosofica, collaborando con riviste scientifiche del settore, sulle quali ho all'attivo decine di pubblicazioni. Dal 2004 svolgo la professione di Consulente Filosofico e ho promosso una serie di iniziative filosofiche (Caffè Philo, Dialogo Socratico, Seminari di gruppo) aperte al pubblico. Attualmente insegno filosofia e storia presso il Liceo "I. Vian" di Bracciano (Liceo Classico sezione X). Utilizzo la filosofia in pratica sia durante le lezioni ordinarie che in altre "straordinarie" occasioni (passeggiate filosofiche nel bosco, dialoghi socratici a tema, ecc.). A scuola provo a tener aperto uno "sportello" di consulenza filosofica rivolto ai grandi ed ai meno grandi.

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