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AFORISMI SULL’ARTE DI INSEGNARE


Vanitas vanitatum et omnia vanitas. Ho vissuto tanti anni. Al punto che mi potrei definire un vecchio spettatore. Ma nonostante la mia lunga esperienza nell’osservare questa cosa che chiamiamo “vivere” serbo intatta la meraviglia originaria, quella che t’assale di tranquilla passione quando le domande ti si affollano nell’anticamera della coscienza, iniziano a premere, a mandar gridolini, bizzose perché pretendono la tua attenzione. Spettatore della superficie, ma a modo mio. Indifferente alle cose indifferenti. Con un lieve senso di nausea che mai m’abbandona dinanzi al pietoso frinire del posticcio. Le domande, a ben guardare, altro non sono che il lento dipanarsi dell’unica domanda, che ha la consistenza della pietra acuminata quando ti coglie di sorpresa o quella aeriforme delle lievi brezze estive che t’accarezzano la pelle del viso quando eri lì ad attenderla dopo misurata evocazione.
Domanda né senza parole né con parole, impossibile a porsi eppure sempre lì, erta ed inconsistente al medesimo tempo, sul fondo, nel fondo, oltre il fondo del vivere: donde vengono, dove vanno le parole? che rapporto hanno col silenzio? perché, il più delle volte, c’accorgiamo dell’Essere quando urla, mentre lo snobbiamo quando si limita a sussurrarci?

L’anno scolastico è uno dei rari ruderi di ciclicità che il nostro tempo sociale, in genere rettilineo e puntiforme, ci concede ancora. Un apparecchio fragile di ritualità capace di far sì che alle liturgie corrisponda una certa emozionalità vissuta e condivisa dalla collettività. Per lo studente, l’inizio o la fine dell’anno scolastico, coi suoi riti di passaggio, è un’esperienza unica, irripetibile. Per l’insegnante è un’unicità che si ripete, quanto meno, a livello di inconscio personale, in profondità. Mi capita sempre di risvegliarmi da un sonno agitato la mattina degli esami. E, per un lungo attimo, di sorprendermene.

Ho imparato a dissimulare e a sdrammatizzare, ma un brivido di curiosità mista a timidezza mi prende quando entro per la prima volta in una classe che non conosco. È un po’ come andare ad un appuntamento con un nuovo possibile amore. Momenti densi, come nubi gravide di pioggia.

“Classe” – uno stupendo singolare collettivo. A differenza di altre parole della stessa famiglia grammaticale, “gente”, “popolo”, “comunità”, la cui singolarità risulta decisamente astratta e sfuggente alla percezione del singolo – materia di riflessioni filosofiche per il sociologo storicista o fenomenologo o, peggio, di mere quantificazioni statistiche – essa indica un’entità sensibile, emozionalmente concreta, con cui l’insegnante si trova a relazionarsi e a misurarsi quotidianamente. Ciascuna classe, infatti, ha una sua propria “voce”, una sua “umoralità”, persino un suo “odore”.

La “classe” non è riducibile alla mera somma qualitativa degli individui che la compongono. È un quid ulteriore, una ecceità dotata di certa personalità, per quanto effimera e sfuggente essa possa essere.

L’individuo non preesiste alla relazione: la coscienza che ciascun essere umano ha di se stesso si forgia nella relazione, con la relazione, per la relazione. È relazionandosi che ciascuno rivela – maturandola – la sua vera natura. In questo senso, la classe è di per sé un laboratorio di interazioni relazionali. La gestione di questo aspetto da parte del docente è essenziale. È il terreno vivo su cui si gioca quotidianamente la partita della cosiddetta “e-ducazione”.

“Istruire” ed “e-ducare” rimandano a contesti semantici e simbolici radicalmente diversi, seppure complementari. Chi è capace di “e-ducare” si rivela, in genere, anche un buon “istruttore”. Ma non è affatto detto che alla capacità di istruire corrisponda tout court quella di ben e-ducare.

Saper-fare e saper-essere. La distinzione è sottile: occorre la sensibilità del distillatore alchemico per percepirla. Tant’è che per la maggior parte degli addetti ai lavori tale distinzione ha un valore diafanamente retorico, o peggio, rappresenta un allergene di polvere burocratica. Eppure sulla discrasia concettuale tra i due binomi, “saper-fare” e “saper-essere”, si appunta lo sdrucciolevole distinguo tra quella che io chiamo “istruzione” e quella che chiamo “educazione”. Da una parte vi è il gesto, la complessità dell’operazione, la capacità “tecnica” e “razionale”. Dall’altra la consapevolezza del significato del gesto e dell’operazione, la sua con-decisione e con-partecipazione, frutto di interiorizzazione e personalizzazione degli stessi.

La vera e-ducazione parte dalla persona e dalla sua libera interazione con le visioni del mondo della società in cui vive. Non consiste nell’imposizione di una struttura di regole predeterminate benedette da questo o da quel dio, legge o tradizione laica che si voglia, bensì nello sviluppo di una ricerca personale, liberamente interattiva.

“E-ducare” (ex-duco) è “con-durre” (cum-duco) lo studente da un stato umano generalmente “indeterminato” ad uno stato più determinato, più consapevole, più autonomo. L’indeterminatezza cui si accenna qui non va intesa come materia inerte, umanità informe, plasmabile a piacimento, bensì come potenzialità lineare, personalità in svolgimento, forza erompente alla ricerca di un baricentro. Di questo deve tener conto l’educatore, ovvero colui che guida (duco) l’allievo (fuori) da (ex) tale personale indeterminatezza. Il processo di e-ducazione, così inteso, è sempre anche un guidare (duco) insieme con (cum) l’allievo, un camminare al suo fianco, lungo la sua strada. Un essere in relazione, che presuppone, sempre, un’ammissione di ignoranza da parte dell’educatore, uno scio nescire, una ben rotonda sospensione di giudizio, un mettersi il più possibile da parte.

Cosa significa “e-ducare” in un’epoca di pensiero debole. La centralità del dialogo.

Il vero e-ducatore non sa dove conduca il sentiero del suo allievo. Nella concretezza del rapporto educativo, che è sempre un incontro tra persone in carne ed ossa, non vi sono mete realmente programmabili. Per questo l’insegnante non deve pre-occuparsi della meta, bensì del modo in cui si corrisponde al suo allievo. Curarsi del rapporto, del quotidiano fare strada con è l’essenza della sua professione.

Quando si parla di “cultura”, nell’uso comune, si fa riferimento in maniera assolutamente impersonale ed astratta ad un insieme di nozioni, più o meno “auliche”, che l’allievo dovrebbe dimostrare di aver “imparato” (ovvero nell’accezione più diffusa, ancora oggi, “mandato a memoria”, “assimilato”). Il punto di partenza libresco, manualistico, in questa accezione “volgare” (“del volgo”, ovvero dei più) del termine “cultura”, tende a coincidere col punto d’arrivo: due fotogrammi giustapposti, statici, lontani dalle reali dinamiche tanto dell’apprendimento quanto del vivere stesso. In base alla mia esperienza personale, tale approccio risulta, a tutt’oggi, quello più diffuso, sia presso la cosiddetta “società civile”, che presso gli addetti ai lavori. Naturalmente, la prospettiva può risultare ben diversa se prendiamo in considerazione il lavoro e le dinamiche relazionali dei singoli individui. Ma una certa “atmosfera” di fondo, pressappochista e semplicisticamente tradizionalista, ammalata di cattiva retorica, si respira un po’ dovunque, giù dalle aule istituzionali, sino a quelle scolastiche, ristagna nelle stanze della dirigenza, ammorba i corridoi, provoca deliri redatti in burocratese nella pletora di riunioni ed assemblee.

La nostra prospettiva rispetto alla “cultura” presenta una forte similitudine con quella che abbiamo verso la produzione delle condizioni materiali di vita, a cominciare dall’alimentazione. Da consumatori finali nei supermercati acquistiamo i nostri cibi plastificati, senza riuscire ad avere un percezione chiara e distinta dei processi, lunghi e laboriosi (e spesso artificiosi), che fanno arrivare i cibi sulla nostra tavola. Così per la cultura: consumiamo prodotti già inscatolati, manualistizzati, siamo spesso incapaci di produrne di nuovi. Perché ignoriamo i processi, non li frequentiamo, abbiamo diviso schizofrenicamente la produzione dal consumo. “Cultura” rimanda a “coltura” ovvero a quel processo attraverso il quale da innumerevoli generazioni i nostri antenati ri-producono le loro condizioni materiali di vita. In questo concetto quello che conta non è tanto il prodotto finale, ma l’agire, e il complesso di procedure senza le quali tale agire risulterebbe inefficace, sterile. Il termine “cultura”, quindi, come la sua derivazione agricola, “coltura”, “coltivazione”, fa riferimento ad una realtà dinamica, ad un determinato “saper-fare”, senza il quale i prodotti non vengono “fuori” dall’indeterminatezza delle potenzialità naturali.

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Autore:

Ho studiato filosofia presso l'Università degli Studi di Roma “La Sapienza” e mi sono laureato nell'aprile del 1990, relatore il prof. Gabriele Giannantoni, con una tesi in storia della filosofia antica intitolata "Vivere significa morire: analisi di alcuni frammenti eraclitei". Sono socio della SFI - Società Filosofica Italiana di cui curo il sito web. Da alcuni anni mi interesso di Pratiche Filosofiche e Consulenza Filosofica, collaborando con riviste scientifiche del settore, sulle quali ho all'attivo decine di pubblicazioni. Dal 2004 svolgo la professione di Consulente Filosofico e ho promosso una serie di iniziative filosofiche (Caffè Philo, Dialogo Socratico, Seminari di gruppo) aperte al pubblico. Nel giugno del 2005 ho partecipato come relatore al convegno "Pratiche filosofiche e cura di sé" presso l'Università di Venezia "Cà Foscari". Tra il settembre 2006 e il giugno 2007 ho curato il ciclo di seminari "La filosofia come arte di vivere" presso la Biblioteca Comunale di Rieti "Paroniana" con il beneplacito dell'Assessorato alla Cultura del Comune di Rieti. Nell'anno accademico 2006-2007 sono stato docente a contratto per il master in Consulenza Filosofica attivato presso l'Università di Roma3. Attualmente insegno filosofia e storia presso il Liceo "I. Vian" di Bracciano (Liceo Classico sezione X).