Pubblicato in: filosofia

Idealismo: l’identità mediata di “certezza” e “verità”


Mediante la negazione della cosa in sé, l’idealismo giunge ad affermare daccapo che la “certezza” è identica alla “verità”. Affermazione mediata dell’identità di certezza e verità.
Tra il realismo della filosofia premoderna e l’idealismo c’è dunque, insieme, concordanza e discordanza. Col realismo antico e medioevale l’idealismo ha infatti in comune la tesi che il contenuto del pensiero, ossia della “certezza”, è la realtà in se stessa, ossia la “verità”, e non un insieme di rappresentazioni semplicemente soggettive, fenomeniche, semplici “idee” della realtà o cosa in sé. Infatti è in relazione alle cose in sé che – si è visto – il fenomeno è qualcosa di semplicemente soggettivo (nella terminologia cartesiana: è semplicemente un “essere oggettivo”); così come è in relazione alla realtà che qualcosa può essere inteso come un’immagine, più o meno fedele, di essa.

Ma quando, con l’idealismo, l’episteme si rende conto che il concetto di “cosa in sé” è contraddittorio e che nell’intero precedente sviluppo del pensiero filosofico l’affermazione della cosa in sé si risolve sempre in un unico gigantesco presupposto, allora, col toglimento della cosa in sé, il fenomeno (cioè la realtà che appare all’interno della coscienza epistemica) non è più qualcosa di semplicemente soggettivo (non è più “certezza” opposta alla “verità”), ma è la stessa realtà in se stessa, che appare. Daccapo, nell’idealismo, il contenuto del pensiero è l’ essere – e non l’immagine soggettiva e quindi alterante dell’essere. Se quindi per il criticismo kantiano l’essenza dell’essere è di rimanere nascosta all’uomo (la cosa in sé è inconoscibile), per l’idealismo, all’opposto, l’essenza dell’essere è di rivelarsi nella coscienza umana. In questo senso Hegel può far sua l’affermazione di Goethe che la natura non ha corteccia, cioè non si nasconde dietro un velo che non consente di rivelarne il mistero. Se (e poiché) al di là di ciò che appare nel pensiero non c’è nulla – perché se si volesse dire che c’è qualcosa (ad esempio Dio, la natura, la cosa in sé), questo qualcosa sarebbe pur sempre un che di pensato e dunque non starebbe al di là del pensiero -, allora ciò che appare nel pensiero è la vera realtà, il vero essere.
Con la negazione dell’esistenza della cosa in sé, l’idealismo giunge quindi alla negazione della tesi kantiana dell’inconoscibilità della cosa in sé. Il criticismo può infatti affermare questa loro inconoscibilità, solo in quanto presuppone la loro esistenza; ma una volta che tale esistenza risulta impossibile, viene anche a cadere l’affermazione dell’inconoscibilità delle cose in sé (un’affermazione, peraltro, che è a sua volta conseguenza inevitabile della persuasione che la realtà vera e propria esista al di là del pensiero). Ma proprio perché al di là del contenuto del pensiero non c’è nulla, l’identità idealistica di certezza e verità è essenzialmente diversa dall’identità realistica tra questi due termini: l’identità mediata è essenzialmente diversa dall’identità immediata, sostenuta dall’antico realismo. Per il quale, il contenuto del pensiero è sì l’essere, ma poi questo essere è inteso come assolutamente indipendente, esterno e indifferente rispetto al pensiero. Rendendosi conto che al di là del pensiero non c’è nulla, l’idealismo mette insieme in rilievo che nessuna realtà può essere esterna, indipendente e indifferente rispetto al pensiero (epistemico).
L’idealismo opera pertanto una sorta di ritorno all’antica maniera di intendere il rapporto tra l’essere e il pensiero, ritorno che però è anche l’estremo allontanamento da essa. Nell’idealismo, infatti, l’identità di certezza e verità non è immediata, come nell’antico realismo, ma è mediata dalla negazione assoluta di ogni realtà trascendente il pensiero, e quindi dalla negazione assoluta che la realtà pensata sia soltanto un’immagine soggettiva e fenomenica della realtà in se stessa (=negazione dell’opposizione di certezza e verità).
(Emanuele Severino, Filosofia moderna, Rizzoli, Milano 1984, pp. 210-211)

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Autore:

Ho studiato filosofia presso l'Università degli Studi di Roma “La Sapienza” e mi sono laureato nell'aprile del 1990, relatore il prof. Gabriele Giannantoni, con una tesi in storia della filosofia antica intitolata "Vivere significa morire: analisi di alcuni frammenti eraclitei". Sono socio della SFI - Società Filosofica Italiana di cui curo il sito web. Da alcuni anni mi interesso di Pratiche Filosofiche e Consulenza Filosofica, collaborando con riviste scientifiche del settore, sulle quali ho all'attivo decine di pubblicazioni. Dal 2004 svolgo la professione di Consulente Filosofico e ho promosso una serie di iniziative filosofiche (Caffè Philo, Dialogo Socratico, Seminari di gruppo) aperte al pubblico. Nel giugno del 2005 ho partecipato come relatore al convegno "Pratiche filosofiche e cura di sé" presso l'Università di Venezia "Cà Foscari". Tra il settembre 2006 e il giugno 2007 ho curato il ciclo di seminari "La filosofia come arte di vivere" presso la Biblioteca Comunale di Rieti "Paroniana" con il beneplacito dell'Assessorato alla Cultura del Comune di Rieti. Nell'anno accademico 2006-2007 sono stato docente a contratto per il master in Consulenza Filosofica attivato presso l'Università di Roma3. Attualmente insegno filosofia e storia presso il Liceo "I. Vian" di Bracciano (Liceo Classico sezione X).