Pubblicato in: filosofia

Premessa all’idealismo: certezza e verità


La filosofia antica e quella medioevale affermano che la realtà (la “verità”) è conoscibile dal pensiero (o “certezza”) dell’uomo, e, propriamente, dal pensiero epistemico – filosofico; ma affermano anche, senz’altro, che la realtà è esterna al pensiero e indipendente da esso: affermazione immediata dell’identità di certezza e verità.
La filosofia moderna, fino a Kant compreso, continua a tener fermo il principio che la realtà vera e propria esiste esternamente e indipendentemente dal pensiero, ma a cominciare da Cartesio mette in rilievo che il contenuto del pensiero, ossia tutto ciò che il pensiero pensa – e quindi !’intera realtà che ci sta dinanzi, che sperimentiamo e in cui viviamo – è, appunto, un pensato, cioè Idea, rappresentazione umana (l’“essere oggettivo” di Cartesio, il “fenomeno” di Kant).

Il contenuto del pensiero, pertanto, non è la realtà vera e propria che esiste esternamente e indipendentemente dal pensiero (la realtà in altre parole che corrisponde all’ “essere formale” di Cartesio e alla “cosa in sé” di Kant). Il pensiero moderno preidealistico afferma cioè l’opposizione di certezza e verità.
Il razionalismo ritiene che per mostrare la concordanza tra le rappresentazioni del pensiero e la realtà in se stessa occorra un procedimento argomentativo, una mediazione che unisca il pensiero alla realtà in sé. E, nel razionalismo, è la metafisica a costituire tale mediazione. Nell’empirismo, invece, questa funzione della metafisica vien meno; e sebbene nemmeno Hume sostenga che la totalità del reale coincida con l’esperienza, tuttavia con Hume l’empirismo perviene allo scetticismo più completo relativamente al mondo corporeo esterno (res extensa), all’anima spirituale (res cogitans) e a Dio, i contenuti, rispettivamente, della “cosmologia”, della “psicologia” e della “teologia razionale”, cioè delle tre parti in cui si suddivide tradizionalmente la metafisica in quanto scienza delle regioni preminenti della realtà. Anche se si tratta di una approssimazione che va accompagnata da tutta una serie di riserve, si può dire che la filosofia moderna, con Hume, ritorna al suo punto di partenza, cioè al cogito cartesiano, oltre il quale il razionalismo si era voluto avventurare. Il punto di partenza dell’episteme diventa il punto di arrivo.
Con Kant lo scetticismo relativo alla conoscenza delle cose in se stesse riceve l’espressione più consapevole e più perentoria; ma è altrettanto consapevole e perentoria l’affermazione dell’episteme nell’ambito della soggettività trascendentale: l’episteme è la “critica della ragione”, ossia è la coscienza che la ragione ha dei propri limiti.
L’episteme è quindi, nelle sue fondamenta, la consapevolezza che la “cosa in sé”, ossia ciò che esiste esternamente e indipendentemente dalla conoscenza umana, è destinata a restare inconoscibile perché qualsiasi presunta conoscenza di essa non potrebbe portarsi al di fuori del conoscere e cogliere la cosa come è in se stessa. Non solo si deve dire, come già Cartesio diceva, che il mondo che sperimentiamo è rappresentazione (e non “cosa in sé”), ma si deve dire anche che la rappresentazione non può in alcun modo uscire da se stessa, che il conoscere non può in alcun modo uscire da sé per quanto esso si sviluppi e si approfondisca, e che quindi le cose in sé sono assolutamente inconoscibili e la metafisica – la quale vuol essere appunto la conoscenza delle cose in sé – è impossibile come scienza. Il contenuto della conoscenza umana può essere soltanto “fenomeno”, realtà che appare a noi. (“Fenomenismo” è il termine col quale viene indicata questa tesi.)
Da tutto questo appare con chiarezza che l’affermazione kantiana dell’inconoscibilità delle cose in sé ha senso soltanto in relazione al riconoscimento dell’esistenza delle cose in sé: se quest’ultime non esistessero, non si potrebbe nemmeno affermare che esse sono inconoscibili. Ma anche per Kant – come per Cartesio e Aristotele – è fuori discussione che esternamente e indipendentemente dalla conoscenza umana esiste il regno delle cose in sé, dalle quali in ultima analisi dipende il destino dell’uomo. Anche il fenomenismo kantiano è dunque un realismo – ossia è affermazione che la res, la cosa, è indipendente ed esterna rispetto al conoscere.
(Emanuele Severino, Filosofia moderna, Rizzoli, Milano 1984, pp. 203-205)

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Autore:

Ho studiato filosofia presso l'Università degli Studi di Roma “La Sapienza” e mi sono laureato nell'aprile del 1990, relatore il prof. Gabriele Giannantoni, con una tesi in storia della filosofia antica intitolata "Vivere significa morire: analisi di alcuni frammenti eraclitei". Sono socio della SFI - Società Filosofica Italiana di cui curo il sito web. Da alcuni anni mi interesso di Pratiche Filosofiche e Consulenza Filosofica, collaborando con riviste scientifiche del settore, sulle quali ho all'attivo decine di pubblicazioni. Dal 2004 svolgo la professione di Consulente Filosofico e ho promosso una serie di iniziative filosofiche (Caffè Philo, Dialogo Socratico, Seminari di gruppo) aperte al pubblico. Nel giugno del 2005 ho partecipato come relatore al convegno "Pratiche filosofiche e cura di sé" presso l'Università di Venezia "Cà Foscari". Tra il settembre 2006 e il giugno 2007 ho curato il ciclo di seminari "La filosofia come arte di vivere" presso la Biblioteca Comunale di Rieti "Paroniana" con il beneplacito dell'Assessorato alla Cultura del Comune di Rieti. Nell'anno accademico 2006-2007 sono stato docente a contratto per il master in Consulenza Filosofica attivato presso l'Università di Roma3. Attualmente insegno filosofia e storia presso il Liceo "I. Vian" di Bracciano (Liceo Classico sezione X).