Pubblicato in: filosofia

L’IDEALISMO È LO SVILUPPO COERENTE DELLA FILOSOFIA KANTIANA


L’idealismo è la coerenza della filosofia kantiana, così come quest’ultima è la coerenza e la conseguenza inevitabile del modo di pensare inaugurato dalla filosofia moderna (la persuasione che la realtà sia esterna e indipendente rispetto al conoscere umano).

Si tratta di comprendere – in questo consiste l’essenza dell’idealismo è che il concetto di “cosa in sé” è contraddittorio.

La “cosa in sé” è infatti la cosa come essa è al di fuori e indipendentemente dal suo essere conosciuta: è la cosa chiusa in sé e chiusa al conoscere. Ma nel concetto di “cosa in sé”, la cosa in sé è, appunto, concepita, cioè conosciuta, e, in quanto concepita e conosciuta, essa non è chiusa in sé e chiusa al conoscere, ma aperta al conoscere. Proprio perché è concepita, la “cosa in sé” non può essere in sé.

Nel concetto di “cosa in sé”, dunque, la cosa in sé è concepita, da un lato, come cosa in sé, ma dall’altro, proprio perché essa è concepita, essa non è cosa in sé, ma, appunto, qualcosa di concepito, pensato, conosciuto.

Comprendere che il concetto di cosa in sé è contraddittorio significa comprendere che al di là del pensiero non può esistere alcuna cosa esterna e indipendente da esso.

Kant aveva distinto il “conoscere”, che ha come contenuto l’esperienza, dal “pensare”, che ha come contenuto la cosa in sé. A quest’ultima non compete cioè alcuna delle determinazioni dell’esperienza (né le determinazioni che costituiscono il molteplice empirico, né le forme a priori dello spirito), e appunto per questo essa non è conoscibile. E tuttavia essa sarebbe, per Kant, pensabile. L’idealismo mostra l’infondatezza di questa distinzione, perché anche le determinazioni indicate dai termini “cosa”, “in sé”, “oggetto trascendentale”, “inconoscibile”, “X” sono pur sempre determinazioni conoscitive, e quindi sono anch’esse determinazioni che non possono esistere esternamente e indipendentemente dal conoscere.

Proprio perché la “cosa in sé” è “pensata”, essa non può dunque essere “in sé”, né qualcosa di assolutamente inconoscibile. Il tentativo di fissare dei limiti al conoscere, quindi, non può che fallire, perché tali limiti possono essere posti solo in quanto, in qualche modo, si conosce ciò che sta al di là di essi, e cioè solo in quanto essi sono oltrepassati.

La “cosa in sé” kantiana è un assurdo, e quindi non esiste e non può esistere. Agli occhi dell’idealismo essa appare pertanto come un residuo di quell’atteggiamento dogmatico che attribuisce ai contenuti del pensiero il valore di determinazioni di un mondo fittizio esistente al di là del pensiero e che Kant ha così potentemente contribuito a dissolvere. Tanto più ci si sforza di pensare una dimensione dove le cose sono in sé stesse, indipendenti e indifferenti al pensiero, tanto più è presente quel pensiero dal quale si vorrebbe prescindere, e tanto più appare l’impossibilità di pensare la cosa in sé, cioè il non pensato, il non conosciuto, il non concepito.

In questo senso, l’idealismo spinge a fondo e porta a compimento il criticismo kantiano; ma, proprio per questo, perviene a un senso completamente nuovo della realtà e del pensiero.

[…]

Se quindi per il criticismo kantiano l’essenza dell’essere è di rimanere nascosta all’uomo (la cosa in sé è inconoscibile), per l’idealismo, all’opposto, l’essenza dell’essere è di rivelarsi nella conoscenza umana. In questo senso Hegel può far sua l’affermazione di Goethe che la natura non ha corteccia, cioè non si nasconde dietro un velo che non consente di rivelarne il mistero. Se (e poiché) al di là di ciò che appare nel pensiero non c’é nulla – perché se si volesse dire che c’è qualcosa (ad esempio Dio, la natura, la cosa in sé), questo qualcosa sarebbe pur sempre un che di pensato e dunque non starebbe al di là del pensiero -, allora ciò che appare nel pensiero è la vera realtà, il vero essere.

(E. Severino, La filosofia moderna, Rizzoli, Milano, 19873, pagg. 205-207, 210-211)

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Autore:

Ho studiato filosofia presso l'Università degli Studi di Roma “La Sapienza” e mi sono laureato nell'aprile del 1990, relatore il prof. Gabriele Giannantoni, con una tesi in storia della filosofia antica intitolata "Vivere significa morire: analisi di alcuni frammenti eraclitei". Sono socio della SFI - Società Filosofica Italiana di cui curo il sito web. Da alcuni anni mi interesso di Pratiche Filosofiche e Consulenza Filosofica, collaborando con riviste scientifiche del settore, sulle quali ho all'attivo decine di pubblicazioni. Dal 2004 svolgo la professione di Consulente Filosofico e ho promosso una serie di iniziative filosofiche (Caffè Philo, Dialogo Socratico, Seminari di gruppo) aperte al pubblico. Nel giugno del 2005 ho partecipato come relatore al convegno "Pratiche filosofiche e cura di sé" presso l'Università di Venezia "Cà Foscari". Tra il settembre 2006 e il giugno 2007 ho curato il ciclo di seminari "La filosofia come arte di vivere" presso la Biblioteca Comunale di Rieti "Paroniana" con il beneplacito dell'Assessorato alla Cultura del Comune di Rieti. Nell'anno accademico 2006-2007 sono stato docente a contratto per il master in Consulenza Filosofica attivato presso l'Università di Roma3. Attualmente insegno filosofia e storia presso il Liceo "I. Vian" di Bracciano (Liceo Classico sezione X).