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Paul Kennedy: Ascesa e declino delle grandi potenze


L’ascesa della Germania

Due fattori garantivano che l’ascesa della Germania imperiale avrebbe avuto un impatto più immediato e consistente sull’equilibrio delle grandi potenze di entrambi i suoi compagni «nuovi venuti»1. Il primo era che, lungi dall’emergere nell’isolamento geo-politico, come il Giappone, la Germania era sorta proprio nel mezzo del vecchio sistema di stati europeo; la sua stessa creazione si era scontrata direttamente con gli interessi dell’Austria-Ungheria e della Francia, e la sua esistenza aveva mutato i relativi ruoli di tutte le grandi potenze esistenti in Europa. Il secondo fattore era la semplice rapidità ed entità dell’ulteriore crescita della Germania, in termini industriali, commerciali e militari-navali. Alla vigilia della prima guerra mondiale la sua potenza nazionale non solo era tre o quattro volte quella dell’Italia o del Giappone, ma sopravanzava notevolmente sia la Francia che la Russia e aveva probabilmente superato anche la Gran Bretagna. Nel giugno 1914 l’ottuagenario Lord Welby2 rammentava che «la Germania che essi ricordavano, negli anni Cinquanta, era un’accozzaglia di stati insignificanti sotto insignificanti principi»; ora, nello spazio di una vita, era il più potente stato d’Europa, e continuava a crescere. Soltanto questo era destinato a fare della «questione tedesca» il centro di così gran parte della politica mondiale per più di mezzo secolo dopo il 1890.

È possibile fornire qui solo pochi dettagli dell’esplosiva crescita economica della Germania. La sua popolazione era balzata da 49 milioni nel 1890 a 66 nel 1913, seconda in Europa solo a quella della Russia – ma poiché i tedeschi godevano di livelli molto più elevati di educazione, di previdenza sociale e di reddito pro capite dei russi, la nazione era più forte sia per la quantità che per la qualità dei suoi abitanti. Mentre, stando a una fonte italiana, 330 su 1000 reclute che entravano nel suo esercito erano analfabeti, le corrispondenti proporzioni erano 220 su 1000 in Austria-Ungheria, 68 su 1000 in Francia e un sorprendente 1 su 1000 in Germania. A beneficiarne non era solo l’esercito prussiano, ma anche le fabbriche che richiedevano operai specializzati, le imprese che avevano bisogno di ingegneri esperti, i laboratori che ricercavano chimici, le compagnie che cercavano dirigenti e venditori – tutti prodotti in abbondanza dal sistema scolastico, dai politecnici e dalle università tedesche. Applicando i risultati di questa conoscenza all’agricoltura, i coltivatori tedeschi usavano fertilizzanti chimici e impianti moderni su larga scala per aumentare i loro raccolti, che (per ogni ettaro) erano molto più elevati di quelli di ogni altra grande potenza. Per tenere tranquilli gli junkers3 e le leghe contadine, vennero concesse all’agricoltura tedesca notevoli protezioni doganali rispetto ai generi alimentari prodotti a costi molto più bassi dall’America e dalla Russia; tuttavia, in virtù della sua relativa efficienza, il vasto settore agricolo non fece crollare né il reddito né il prodotto nazionale pro capite ad un livello più basso di quello di tutte le altre grandi potenze del continente.

Ma fu nella sua espansione industriale che la Germania si mise veramente in evidenza in questi anni. La sua produzione di carbone salì da 89 milioni di tonnellate nel 1890a 277 nel 1914, appena inferiore a quelle britannica di 292 e ben oltre quella austro-ungarica di 47 milioni, quella francese di 40 e quella russa di 36. Nell’acciaio, gli aumenti erano stati perfino più spettacolari, e nel 1914 la produzione tedesca, pari a 17,6 milioni di tonnellate, era superiore a quelle britannica, francese e russa messe insieme. Più notevoli ancora furono i risultati ottenuti dalla Germania nelle nuove industrie del ventesimo secolo: elettrica, ottica e chimica. Grandi compagnie come la Siemens e l’aeg, che davano lavoro in totale a 142.000 persone, dominavano l’industria elettrica europea. Le società chimiche tedesche, con in testa Bayer e Hoechst, producevano il 90 per cento delle tinture industriali del mondo. Questo successo era naturalmente rispecchiato dalle cifre che riguardavano il commercio con l’estero della Germania, le cui esportazioni triplicarono tra il 1890 e il 1913, portando il paese vicino alla Gran Bretagna come maggiore esportatore del mondo; logicamente, anche la sua marina mercantile si ampliò, fino a diventare la seconda in assoluto nel mondo alla vigilia della guerra. A quel punto, il suo contributo alla produzione manifatturiera mondiale (14,8 per cento) era superiore a quello della Gran Bretagna (13,6) e due volte e mezza quello della Francia (6,1). Era diventata la centrale economica dell’Europa, e neppure la sua tanto propagandata carenza di capitale pareva rallentarla. Non c’è da stupirsi se nazionalisti come Friedrich Naumann4 esultassero di fronte a queste manifestazioni di crescita e a ciò che esse significavano per la posizione della Germania nel mondo. «La razza germanica produce questo», scrisse, «produce un esercito, una marina, denaro e potere… È possibile produrre moderni e giganteschi strumenti di potere solo quando un popolo attivo sente nelle sue membra le linfe della primavera».

Non stupisce affatto che pubblicisti come Naumann e, più ancora, gruppi di pressione così fanaticamente espansionisti come la Lega pangermanista e la Lega navale tedesca avessero accolto con piacere e incoraggiato la nascita di un’egemonia tedesca in Europa e oltremare. In quest’epoca di neo-imperialismo, esortazioni simili si potevano udire in tutte le altre grandi potenze; come osservava maliziosamente Gilbert Murray5 nel 1900, ogni paese pareva affermare: «Noi siamo il fior fiore delle nazioni… in tutto e per tutto qualificati per governare gli altri». Era forse più significativo il fatto che anche la classe dirigente tedesca fosse convinta, dopo il 1895, della necessità di una espansione territoriale su vasta scala quando i tempi fossero stati maturi, con l’ammiraglio Tirpitz6 che sosteneva che il progresso industriale e le conquiste d’oltremare della Germania erano «incontrovertibili come una legge di natura»; con il cancelliere Bülow7 che dichiarava che «la questione non è: si vuole colonizzare o no, ma: si deve colonizzare, lo si voglia o no»; e con lo stesso Kaiser Guglielmo8 che annunciava candidamente che la Germania «aveva grandi obiettivi da raggiungere fuori dai ristretti confini della vecchia Europa» sebbene egli immaginasse che tutto questo si realizzasse esercitando una sorta di «supremazia napoleonica», in senso pacifico, sul continente. Tutto questo era un considerevole cambiamento di tono rispetto alle continue insistenze di Bismarck, secondo cui la Germania era una potenza «satura», desiderosa di conservare lo status quo9 in Europa e priva di interesse (nonostante le aspirazioni coloniali del 1884-1885) per i territori d’oltremare. Anche di fronte a questo sarebbe incauto esagerare la natura particolarmente aggressiva di questo «consenso ideologico» a favore dell’espansionismo; i governanti di Francia e Russia, Gran Bretagna e Giappone, Stati Uniti e Italia stavano anch’essi annunciando il destino manifesto del loro paese, anche se forse in tono meno deterministico e frenetico.

Ciò che contava dell’espansionismo tedesco era il fatto che il paese o possedeva già gli strumenti di potere in grado di alterare lo status quo o aveva le risorse materiali per creare tali strumenti. La dimostrazione più evidente di questa capacità fu il rapido potenziamento della marina tedesca dopo il 1898, che sotto il comando di Tirpitz passò dal sesto al secondo posto nel mondo, dietro solo alla Royal Navy10. Alla vigilia della guerra la Flotta oceanica era formata da tredici corazzate tipo Dreadnought11, sedici di tipo più vecchio e cinque incrociatori, una forza tanto cospicua da costringere l’ammiragliato britannico a trasferire dalle basi coloniali al Mare del Nord quasi tutte le sue squadre navali di punta; allo stesso tempo vi erano elementi (migliori strutture interne, scafi, strumenti ottici, miglior controllo delle artiglierie e addestramento notturno) che indicavano che le navi tedesche erano, prese singolarmente, superiori. Nonostante Tirpitz non fosse mai riuscito a ottenere gli enormi finanziamenti necessari a conseguire il suo vero obiettivo di creare una marina «forte come quella inglese», aveva tuttavia costruito una forza che incuteva abbastanza timore alle flotte rivali della Francia o della Russia. […]

Ma l’impero germanico era indebolito dalla propria geografia e dalla propria politica estera. Poiché si trovava nel centro del continente, la sua crescita appariva nello stesso tempo come una minaccia per molte delle altre grandi potenze. L’efficienza della sua macchina militare, unita agli appelli pangermanisti a favore di un riordinamento dei confini dell’Europa, misero in allarme sia i francesi che i russi e avvicinarono gli uni agli altri. La rapida espansione della marina tedesca disturbò la Gran Bretagna, così come la latente minaccia tedesca nei confronti dei Paesi Bassi e della Francia settentrionale. La Germania, per usare l’espressione di un suo storico, era «nata circondata». Anche se l’espansionismo tedesco era diretto oltremare, dove poteva andare senza violare le sfere di influenza delle altri grandi potenze? Un’impresa in America Latina poteva essere condotta soltanto a prezzo di una guerra con gli Stati Uniti. Un’espansione in Cina era stata ostacolata da Russia e Gran Bretagna negli anni Novanta e diventò fuori questione dopo la vittoria giapponese sulla Russia nel 1905. Tentativi di costruire la ferrovia per Baghdad misero in allarme sia Londra che Pietroburgo. Sforzi per impadronirsi delle colonie portoghesi furono fermati dagli inglesi. Mentre gli Stati Uniti potevano in teoria allargare la loro influenza nell’emisfero occidentale, il Giappone invadere la Cina, la Russia e la Gran Bretagna penetrare nel Medio Oriente e la Francia «ritoccare» i propri possedimenti nell’Africa nordoccidentale, la Germania stava per restare a mani vuote. Quando Bülow, nel suo famoso discorso «martello o incudine» del 1899, dichiarò con rabbia: «Non possiamo permettere a nessuna potenza straniera, a nessun Giove straniero di dirci: “Che ci possiamo fare? Il mondo è già stato diviso”», esprimeva un risentimento largamente condiviso. Non c’è da meravigliarsi se i pubblicisti tedeschi invocavano una ridivisione del globo.

A dire il vero, tutte le potenze emergenti in un ordine internazionale che sia stato stabilito a favore delle potenze più vecchie e consolidate invocano cambiamenti. Dal punto di vista della Realpolitik12, la questione era fino a che punto questo particolare sfidante poteva ottenere dei cambiamenti senza provocare troppe opposizioni. E se la geografia giocava qui un importante ruolo, la diplomazia era altresì determinante; dal momento che la Germania non godeva, per esempio, della posizione geopolitica del Giappone, la sua politica estera doveva essere di livello straordinariamente alto. Rendendosi conto dell’inquietudine e dell’invidia che la rapida ascesa del Secondo Reich aveva causato, Bismarck si sforzò, dopo il 1871, di convincere le altre grandi potenze (specialmente le potenze periferiche Russia e Gran Bretagna) che la Germania non aveva ulteriori ambizioni territoriali. Guglielmo e i suoi consiglieri, ansiosi di mostrare la loro tempra, furono molto meno cauti. Non solo essi manifestarono la loro insoddisfazione nei confronti dell’ordine esistente, ma – e questo fu l’errore più grave di tutti – il processo decisionale di Berlino nascose, dietro a una facciata di grandi progetti imperiali, un disordine e un’instabilità che stupirono tutti coloro che lo videro all’opera da vicino. Gran parte di questo era dovuto alla debolezza di carattere dello stesso Guglielmo II, ma era evidenziato dalle carenze istituzionali presenti nella costituzione bismarckiana; senza un’istituzione (come un gabinetto) in possesso di una responsabilità collettiva per la politica generale del governo, i diversi dipartimenti e gruppi d’interesse perseguivano i loro obiettivi senza alcun controllo dall’alto o un’indicazione di priorità. La marina pensava quasi esclusivamente a una futura guerra con l’Inghilterra; l’esercito progettava di eliminare la Francia; finanzieri e uomini d’affari desideravano spostarsi nei Balcani, in Turchia e nel Vicino Oriente, eliminando con questa azione l’influenza russa. Il risultato, si lamentava il cancelliere Bethmann Hollweg13 nel luglio del 1914, fu di «sfidare tutti, tagliare la strada a tutti e in realtà, facendo tutto ciò, non indebolire nessuno». Questa non era una formula di successo in un mondo pieno di egoisti e sospettosi stati nazionali. […]

Molti storici hanno sostenuto che la Germania imperiale era un «caso speciale», che seguiva un Sonderweg («sentiero speciale») che sarebbe un giorno culminato negli eccessi del nazionalsocialismo. Giudicata soltanto nei limiti della cultura politica e della retorica dell’epoca intorno al 1900, quest’affermazione è difficilmente comprovabile: l’antisemitismo russo e austriaco erano forti quanto quello tedesco, lo sciovinismo14 francese marcato quanto quello tedesco, il senso di unicità culturale e di predestinazione largamente diffuso in Giappone come in Germania. Ognuna delle potenze qui esaminate era «speciale» e, in un’epoca di imperialismo, del tutto determinata ad affermare il proprio essere speciale. Dal punto di vista della politica di potenza, tuttavia, la Germania possedeva delle caratteristiche uniche che erano di grande importanza. Era l’unica grande potenza che combinava la forza moderna, industrializzata delle democrazie occidentali con le caratteristiche decisionali autocratiche (si sarebbe tentati di dire irresponsabili) proprie delle monarchie orientali. Era l’unica tra le grandi potenze «nuove venute», con l’eccezione degli Stati Uniti, che aveva veramente la forza di sfidare l’ordine esistente. Ed era l’unica potenza in ascesa che avrebbe potuto espandersi a est o a ovest soltanto a scapito di potenti vicini: il solo paese la cui futura crescita […] avrebbe minacciato «direttamente» piuttosto che «indirettamente» l’equilibrio europeo. Questa era una miscela esplosiva per una nazione che sentiva, nelle parole di Tirpitz, che si trattava di «una questione di vita o di morte… recuperare il terreno perduto».

(P. Kennedy, Ascesa e declino delle grandi potenze, Garzanti, Milano 1989, pp. 301-8)

Note al testo

1. Italia e Giappone.

2. Earle Reginald Welby (1832-1915), politico ed economista inglese.

3. Grandi proprietari terrieri.

4. Politico e pubblicista tedesco (1860-1919).

5. Filologo classico inglese (1866-1957), studioso del teatro greco.

6. Alfred von Tirpitz (1849-1930), ministro della Marina tedesca dal 1897 al 1916.

7. Bernhard von Bülow (1849-1929), cancelliere dal 1900 al 1909.

8. Imperatore tedesco dal 1888 al 1918.

9. Situazione esistente.

10. Marina britannica.

11. Veloce corazzata della Marina inglese, varata nel 1906.

12. Politica basata su precisi interessi, non condizionata da motivi ideali o ideologici.

13. Theobald von Bethmann Hollweg (1856-1921), cancelliere tedesco dal 1909 al 1917.

14. Nazionalismo esagerato e fanatico.

a cura di Andrea Giardina, Giovanni Sabbatucci, Vittorio Vidotto

Fonte: http://www.laterza.it/scuola/conoscenze/brano.asp?codice=300000210&pag=1

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Autore:

Ho studiato filosofia presso l'Università degli Studi di Roma “La Sapienza” e mi sono laureato nell'aprile del 1990, relatore il prof. Gabriele Giannantoni, con una tesi in storia della filosofia antica intitolata "Vivere significa morire: analisi di alcuni frammenti eraclitei". Sono socio della SFI - Società Filosofica Italiana di cui curo il sito web. Da alcuni anni mi interesso di Pratiche Filosofiche e Consulenza Filosofica, collaborando con riviste scientifiche del settore, sulle quali ho all'attivo decine di pubblicazioni. Dal 2004 svolgo la professione di Consulente Filosofico e ho promosso una serie di iniziative filosofiche (Caffè Philo, Dialogo Socratico, Seminari di gruppo) aperte al pubblico. Nel giugno del 2005 ho partecipato come relatore al convegno "Pratiche filosofiche e cura di sé" presso l'Università di Venezia "Cà Foscari". Tra il settembre 2006 e il giugno 2007 ho curato il ciclo di seminari "La filosofia come arte di vivere" presso la Biblioteca Comunale di Rieti "Paroniana" con il beneplacito dell'Assessorato alla Cultura del Comune di Rieti. Nell'anno accademico 2006-2007 sono stato docente a contratto per il master in Consulenza Filosofica attivato presso l'Università di Roma3. Attualmente insegno filosofia e storia presso il Liceo "I. Vian" di Bracciano (Liceo Classico sezione X).