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Il geometrismo giuridico-morale di Hobbes


La filosofia si divide in tanti rami quanti sono i generi delle cose a cui la ragione umana può applicarsi, e cambia nome secondo la diversità della materia che tratta. Se tratta delle figure, si chiama Geometria; se dei moti, Fisica; se del diritto naturale, Morale; e tutte sono Filosofia; così come è tutto Oceano il mare che qui è detto Britannico, li Atlantico, altrove Indiano, dai lidi che bagna. Gli studiosi della Geometria hanno molto ben coltivato il loro campo. Difatti, tutto quell’aiuto alla vita umana che si può trarre dall’osservazione delle stelle, dalla descrizione della terra, dalla misura del tempo, dalle lunghe navigazioni; tutto quel che appare di bello negli edifici, di solido nelle fortezze, di meraviglioso nelle macchine; tutto quel che distingue i tempi moderni dall’antica barbarie, è quasi completamente un benefico effetto della Geometria; poiché quello che dobbiamo alla Fisica, la Fisica stessa lo deve alla Geometria. Se i filosofi morali avessero compiuto i loro studi con esito altrettanto felice, non vedo come l’ingegno umano avrebbe potuto contribuire meglio alla propria felicità in questa vita. Se si conoscessero con ugual certezza le regole delle azioni umane come si conoscono quelle delle grandezze in geometria, sarebbero debellate l’ambizione e l’avidità, il cui potere s’appoggia sulle false opinioni del volgo intorno al giusto e all’ingiusto; e la razza umana godrebbe una pace così costante, che non sembrerebbe di dover mai più combattere, se non per il territorio, in ragione del continuo alimento della popolazione.

Ora, invece, la guerra, con le armi o con la penna, è continua; non si sa nulla di più oggi di quel che non si sapesse una volta di diritto o dileggi naturali; ogni partito difende il proprio diritto trincerandosi dietro teorie filosofiche; alcuni lodano e altri biasimano la medesima azione; uno stesso individuo approva ora quel che in un altro momento aveva condannato, e usa due pesi e due misure nel giudicare, quando sono gli altri a compiere le stesse sue azioni; tutto questo è un segno ben chiaro che gli scritti pubblicati sino ad oggi dai filosofi morali sono serviti ben poco alla conoscenza della verità; e che questi scritti sono piaciuti, non perché illuminavano le menti, ma perché confermavano con parole ornate e secondando le passioni di chi le ascoltava, opinioni già accettate imprudentemente.

A questa parte della filosofia tocca la stessa sorte delle strade pubbliche, che tutti imboccano percorrendole in su e in giù; alcuni vi camminano per diletto; altri vi attaccano lite; ma non vi si conclude nulla. L’unica ragione di questo risultato negativo sembra essere che nessuno di quelli che hanno trattato tale materia ha scelto un giusto punto di partenza per la sua teoria. Il punto d’inizio di una scienza non si può prendere a nostro piacere, come su una circonferenza. Una specie di filo conduttore del ragionamento comincia nelle stesse tenebre del dubbio, e seguendone la guida si può arrivare alla chiarezza più luminosa; da questo punto bisogna incominciare il nostro insegnamento, e poi, volgendoci indietro, bisogna tornare a far luce sui dubbi ancora da sciogliere. Tutte le volte che uno scrittore ha abbandonato quel filo per incapacità, o lo ha spezzato attratto da altri desideri, si è messo, scrivendo, sulle tracce non già della scienza, ma dei suoi errori. Perciò, quando ho diretto i miei studi alla ricerca della giustizia naturale, sono stato avvertito dal nome stesso di giustizia, che significa una volontà costante di attribuire a ciascuno ciò che gli spetta, di cercare prima perché qualcuno dica sua una cosa piuttosto che altrui. Essendomi risultato che ciò proveniva non dalla natura, ma da un accordo degli uomini (quel che la natura ha offerto, gli uomini se lo sono poi distribuito fra loro), sono passato ad un’altra questione, cioè da quale vantaggio e da quale necessità siano stati spinti gli uomini a preferire di possedere in proprio quello che prima era di tutti. Così ho notato che dall’essere tutto in comune doveva di necessità seguire la guerra, e da essa ogni genere di disgrazia, dato che gli uomini si contendevano colla violenza l’uso di ogni cosa; ma dalla guerra tutti rifuggono per natura. Ho trovato, dunque, due postulati sicurissimi della natura umana: 1) il desiderio naturale, per cui ciascuno richiede per sé l’uso di cose che sono in comune; 2) la ragione naturale, per cui ciascuno si sforza di evitare una morte violenta come il più grande dei mali naturali. Partendo da questi principi mi pare d’aver dimostrato in questo mio scritto, con la massima evidenza e il massimo rigore, la necessità di stringere patti e di tenervi fede, e quindi gli elementi della virtù morale e dei doveri civili.

(Hobbes, De Cive lettera dedicatoria)

Vogliamo costruire insieme un’analisi compartecipata del testo? Basta che poniate domande…

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Autore:

Ho studiato filosofia presso l'Università degli Studi di Roma “La Sapienza” e mi sono laureato nell'aprile del 1990, relatore il prof. Gabriele Giannantoni, con una tesi in storia della filosofia antica intitolata "Vivere significa morire: analisi di alcuni frammenti eraclitei". Sono socio della SFI - Società Filosofica Italiana di cui curo il sito web. Da alcuni anni mi interesso di Pratiche Filosofiche e Consulenza Filosofica, collaborando con riviste scientifiche del settore, sulle quali ho all'attivo decine di pubblicazioni. Dal 2004 svolgo la professione di Consulente Filosofico e ho promosso una serie di iniziative filosofiche (Caffè Philo, Dialogo Socratico, Seminari di gruppo) aperte al pubblico. Nel giugno del 2005 ho partecipato come relatore al convegno "Pratiche filosofiche e cura di sé" presso l'Università di Venezia "Cà Foscari". Tra il settembre 2006 e il giugno 2007 ho curato il ciclo di seminari "La filosofia come arte di vivere" presso la Biblioteca Comunale di Rieti "Paroniana" con il beneplacito dell'Assessorato alla Cultura del Comune di Rieti. Nell'anno accademico 2006-2007 sono stato docente a contratto per il master in Consulenza Filosofica attivato presso l'Università di Roma3. Attualmente insegno filosofia e storia presso il Liceo "I. Vian" di Bracciano (Liceo Classico sezione X).

3 pensieri riguardo “Il geometrismo giuridico-morale di Hobbes

  1. Hobbes non è in contraddizione dichiarando che il giusto modo di gestire il pensiero è la razionalità,e che la pace consiste nel trovare un punto di incontro tra pensieri apparentemente diversi,se poi afferma un pensiero tanto radicale da creare conflitto?Non ritengo che le sue affermazioni siano razionali ma soggettive,non sta affermando che ha due gambe e due braccia ma sta dando dei giudizi morali e delle soluzioni utopiche.

    Altra cosa:
    “sono passato ad un’altra questione, cioè da quale vantaggio e da quale necessità siano stati spinti gli uomini a preferire di possedere in proprio quello che prima era di tutti. Così ho notato che dall’essere tutto in comune doveva di necessità seguire la guerra, e da essa ogni genere di disgrazia, dato che gli uomini si contendevano colla violenza l’uso di ogni cosa; ma dalla guerra tutti rifuggono per natura.”

    Questa affermazione cosa vuole concludere?Che la condivisione faccia nascere guerra?E’ una sorta di teoria sulla nascita del bene privato?

    Secondo me il conflitto è piu’ produttivo e interessante della pace.
    Verba volant,scripta manent.
    Ciao ciao. :)

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    1. Rispondo alla prima questione con una domanda: cosa intendi con “razionale”? Perché poi i significati dei termini “razionale” ed “oggettivo” (il contrario di “soggettivo”) dovrebbero corrispondere? Ragionare significa letteralmente “misurare” ovvero applicare una “ratio”, un determinato criterio, una determinata “unità di misura” ad una data questione. Ora, va da sé che pensare la ragione come “univoca” sia fondamentalmente erroneo. Non esiste una “ratio” ma una molteplicità di “rationes” cioè di criteri di misurazione. Potremmo al limite questionare sul fatto che la scelta di questa o quella ratio sia più o meno adeguata alla questione che stiamo esaminando, ma non possiamo escludere totalmente l’una a vantaggio dell’altra. Ora, si dà il caso che il ragionamento di Hobbes proceda in maniera lineare ed ineccepibile a partire dalle premesse che lui ha scelto di adottare (giusnaturalismo e contrattualismo), o meglio che il background culturale della sua epoca gli fornisce. Nella scelta delle premesse, inevitabilmente, c’è un elemento di soggettività, nel senso che è il “soggetto” razionale che applica in maniera più o meno “oggettiva” (o logicamente corretta) una determinata ratio.
      Sul fatto che, poi, le premesse teoretiche del discorso hobbesiano non abbiano trovato piena applicazione nella realtà (se gli uomini facessero questo, allora…), ebbene, non possiamo affermare che una teoria politica sia inficiata dalla sua mancata applicazione da parte di questa o quella società umana. L’elemento decisionale che fa sì che una teoria venga messa pienamente in atto non può che essere esterno alla stessa. Una teoria andrebbe giudicata esclusivamente in base al criterio della sua coerenza interna, ovvero della corretta deduzione dei suoi argomenti a partire dalle sue premesse concettuali.

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    2. La tua seconda osservazione mi sembra assai pertinente, anche se il tema, naturalmente, andrebbe svolto. Ebbene sì, da tali premesse, non si può dedurre se non che la natura umana impedisce, di fatto, che si possa godere di beni comuni senza contenderseli in maniera conflittuale. Quindi, è consigliabile, per quanto possibile, ricorrere alla proprietà privata, garantirla per legge, istituire per contratto un’autorità che la faccia rispettare con l’uso della forza. Ovvero, il Leviathano, lo Stato assoluto di cui parla Hobbes.
      Tuttavia, non si può dire che tale operazione, ammesso che riesca (a Carlo I, alla fine gli inglesi tagliarono la testa, per quanto il successivo governo di Cromwell non si può affermare sia stato così lontano dal modello teoretico di Hobbes, tutt’altro…), faccia cessare del tutto il conflitto. Tranquilla, quindi… il conflitto rimane lì, latente, anche in tempo di pace. Si tratta di escogitare il modo migliore, più costruttivo e meno cruento possibile per affrontare e risolvere l’eneliminabile conflittualità umana. Del resto Eraclito lo diceva: pòlemos pànta patèr esti.

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