Pubblicato in: filosofia

John Locke: Epistola sulla tolleranza


Antologia di passi scelti

La tolleranza è propria dell’esser cristiani. Non si può essere “cristianamente intolleranti”. Per questo – conformemente allo spirito evangelico – occorre tener distinti Chiesa e Stato. Libera Chiesa in libero Stato: ovvero, occorre assicurare attraverso leggi civili la cosiddetta libertà di coscienza che rientra, di fatto, nella sfera delle libertà individuali.

La tolleranza di quelli che hanno opinioni religiose diverse è così consona al Vangelo e alla ragione, che sembra mostruoso che gli uomini siano ciechi in una luce così chiara. Non voglio qui accusare la superbia e l’ambizione di alcuni, la smoderatezza e il fanatismo, privo di carità e di mansuetudine, di altri. Questi sono vizi forse ineliminabili dalle faccende umane, e tuttavia tali, che nessuno ammette di esserne apertamente accusato; e non c’è quasi nessuno che, traviato da questi vizi, non cerchi tuttavia approvazione, coprendoli con qualche posticcia apparenza di onestà. Ma perché nessuno invochi la sollecitudine per lo Stato e l’osservanza delle leggi come pretesto per una persecuzione e una crudeltà poco cristiana e, reciprocamente, altri non pretendano, sotto il pretesto della religione, di poter praticare costumi licenziosi o che sia loro concessa l’impunità dei delitti, perché nessuno, dico, come suddito fedele del principe o come sincero credente, inganni sé o gli altri, io penso che prima di tutto si debba distinguere l’interesse della società civile e quello della religione, e che si debbano stabilire i giusti confini tra la Chiesa e lo Stato. Se non si fa questo, non si può risolvere nessun conflitto tra coloro che hanno effettivamente a cuore, o fanno finta di avere a cuore, la salvezza dell’anima o quella dello Stato.

La libertà di coscienza e di culto deve essere garantita per legge, purché non dia luogo ad azioni contrarie alle leggi. Dogmi, opinioni di fede e credenze, finché rimangono sul piano speculativo o della predicazione ecclesiastica, non possono in alcun modo nuocere al vivere civile. Del resto, nessun articolo di fede può essere introdotto come obbligo di legge: è assurdo immaginare che le leggi dello stato trovino applicazione nella coscienza del singolo individuo. Nessun magistrato, insomma, può forzare il cittadino a credere a questa o quella verità di fede.

Le credenze speculative e […] gli articoli di fede, che non richiedono null’altro, se non di essere creduti, non possono essere in nessun modo introdotti in una chiesa per opera della legge civile. Che cosa si ottiene, infatti, a sancire con una legge civile ciò che non può essere eseguito neppure da chi vorrebbe eseguirlo con tutte le sue forze? […] Inoltre il magistrato non deve proibire che le opinioni speculative, qualunque esse siano, vengano professate e insegnate in qualsiasi chiesa[…]. Se un cattolico romano crede che sia veramente il corpo di Cristo ciò che un altro chiamerebbe pane non arreca nessun torto al suo concittadino. Se un ebreo non crede che il Nuovo Testamento sia parola di Dio non per questo altera i diritti civili. Se un pagano non crede né nell’uno ne nell’altro Testamento non per questo deve essere punito come cittadino disonesto. Si creda o non si creda in queste cose, il potere del magistrato e i beni dei cittadini possono restar salvi ugualmente.

Il magistrato civile ha giurisdizione sui cosiddetti beni civili, la vita, il corpo, la proprietà, la terra, ecc. Egli è autorizzato ad usare la forza qualora un membro della comunità (>civitas – ovvero il cittadino) metta in pericolo tali beni attentando all’altrui vita, salute, proprietà. Del resto, è questo il fine del contratto (>contrattualismo) che sta a fondamento della società civile e dello Stato: non rinunciare hobbesianamente all’utilizzo della forza di tutti su tutti per mettersi al riparo dal terrore di perdere la vita e i beni, ma associarsi agli altri individui affinché le istituzioni garantiscano con un uso proporzionato della forza ciò su cui ciascun uomo ha diritto per natura. Ma questa teoria dell’origine dello Stato, basata sulla ragione naturale in vista dei beni terreni, nulla ha a che vedere con la salvezza delle anime, di cui si occupa (o dovrebbe occuparsi) la religione cristiana.

Mi sembra che lo Stato sia una società di uomini costituita per conservare e promuovere soltanto i beni civili. Chiamo beni civili la vita, la libertà, l’integrità del corpo, la sua immunità dal dolore, i possessi delle cose esterne, come la terra, il denaro, le suppellettili ecc. È compito del magistrato civile conservare in buono stato a tutto il popolo, preso collettivamente, e a ciascuno, preso singolarmente, la giusta proprietà di queste cose, che concernono questa vita, con leggi imposte a tutti nello modo. Se qualcuno volesse violare queste leggi, contravvenendo a ciò che è giusto e lecito, la sua audacia dovrebbe essere frenata dal timore della pena. La pena consiste nella sottrazione o nell’eliminazione di quei beni, di cui altrimenti il colpevole potrebbe e dovrebbe godere. Ma poiché nessuno si punisce spontaneamente privandosi neppure di una parte dei propri beni, tanto meno della libertà o della vita, il magistrato, per infliggere una pena a coloro che violano il diritto altrui, è armato con la forza, anzi con tutta la potenza dei suoi sudditi. Quanto diremo dimostrerà, mi pare, che tutta la giurisdizione del magistrato concerne soltanto questi beni civili, e che tutto il diritto e la sovranità del potere civile sono limitati e circoscritti alla cura e promozione di questi beni; e che essi non devono né possono in alcun modo estendersi alla salvezza delle anime.

I. La cura delle anime non è affidata al magistrato civile più che agli altri uomini. Non da Dio, perché non risulta in nessun luogo che Dio abbia concesso un’autorità di questo genere a uomini su altri uomini, cioè ad alcuni l’autorità di costringere altri ad abbracciare la loro religione. Né gli uomini possono concedere al magistrato un potere di questo genere, perché nessuno può rinunciare a prendersi cura della propria salvezza eterna, al punto da accettare necessariamente il culto o la fede che un altro, principe o suddito, gli abbia imposto. Infatti nessuno può, anche se volesse, credere perché gli è stato comandato da un altro; e nella fede consiste la forza e l’efficacia della religione vera e salutare. Qualunque cosa si professi con le labbra, qualunque culto esterno si pratichi, se non si è convinti nel profondo del cuore che ciò che si professa è vero e che ciò che si pratica piace a Dio, non solo tutto ciò non contribuisce alla salvezza, ma anzi la ostacola, perché a questo modo agli altri peccati, che debbono essere espiati con la pratica della religione, si aggiungono, quasi a coronarli, la simulazione della religione e il disprezzo della divinità; il che avviene proprio quando si offre a Dio Ottimo Massimo il culto che si crede che gli dispiaccia.

II. La cura delle anime non può appartenere al magistrato civile, perché tutto il suo potere consiste nella costrizione. Ma la religione vera e salutare consiste nella fede interna dell’anima, senza la quale nulla ha valore presso Dio. La natura dell’intelligenza umana è tale che non può essere costretta da nessuna forza esterna. Si confischino i beni, si tormenti il corpo con il carcere o la tortura: tutto sarà vano, se con questi supplizi si vuole mutare il giudizio della mente sulle cose. Mi si dirà: il magistrato può far uso di argomentazioni e così condurre gli eterodossi alla verità e salvarli. E sia; ma è una possibilità comune al magistrato e agli altri uomini. Se insegna, se ammonisce, se con argomentazioni richiama chi erra, fa soltanto ciò che si addice a un uomo dabbene. Non è necessario che, per essere magistrato, smetta di essere o uomo o cristiano. E altro è persuadere, altro comandare; altro sollecitare con argomentazioni, altro sollecitare con decreti: questi sono propri del potere civile, quelle della benevolenza umana. Ogni mortale ha pieno diritto di ammonire, di esortare, di denunciare gli errori e di condurre gli altri alle proprie idee con ragionamenti; ma spetta al magistrato comandare con decreti, costringere con la spada. Ecco dunque quello che voglio dire: il potere civile non deve prescrivere articoli di fede o dogmi o modi di culto divino con la legge civile. Infatti la forza delle leggi vien meno, se alle leggi non si aggiungono le pene; ma se si aggiungono le pene, esse in questo caso sono inefficaci e ben poco adatte a persuadere. Se qualcuno vuole accogliere qualche dogma o praticare qualche culto per salvare la propria anima, deve credere con tutto il suo animo che quel dogma è vero e che culto sarà gradito e accetto a Dio; ma nessuna pena è in nessun modo in grado di instillare nell’anima una convinzione di questo genere. Occorre luce perché muti una credenza dell’anima; e la luce non può essere data in nessun modo da una pena inflitta al corpo.

III. La cura della salvezza dell’anima non può in alcun odo spettare al magistrato civile, perché, anche ammesso e l’autorità delle leggi e la forza delle pene sia efficace a conversione degli spiriti umani, tuttavia ciò non gioverebbe affatto alla salvezza delle anime. Poiché una sola è la religione vera, una sola la via che conduce alle dimore dei beati, quale speranza c’è che un maggior numero di uomini vi arriverà, se i mortali dovessero metter da parte il dettame della ragione e della coscienza e dovessero ciecamente accettare le credenze del principe e adorare Dio secondo le leggi patrie? Tra tante diverse credenze religiose seguite dai prìncipi, la stretta via che conduce in cielo e l’angusta porta del paradiso sarebbero necessariamente aperte per pochissimi, appartenenti ad una sola regione; e la cosa più assurda e indegna di Dio in tutta questa faccenda sarebbe che la felicità eterna o l’eterna pena sarebbero dovute unicamente alla sorte della nascita. Queste cose, tra le molte altre che potevano essere ad-dotte in questo caso, mi sembrano sufficienti per stabilire che tutto il potere dello Stato concerne beni civili, è contenuto entro la cura delle cose di questo mondo e non tocca in alcun modo le cose che spettano alla vita futura […].

Il Vangelo è un testo assolutamente “pacifista”. Usare la violenza per imporre il proprio credo è l’atto più anticristiano che si possa concepire.

Sebbene non sia questo il luogo per cercare i segni di riconoscimento della vera Chiesa, vorrei tuttavia ricordare a coloro che tanto aspramente lottano per i principi della loro società e gridano senza posa il nome della Chiesa, con non minore strepito, e forse con lo stesso trasporto, degli argentieri di Efeso, che esaltavano la loro Diana (Act. XIX), ebbene a costoro vorrei ricordare una sola cosa: il Vangelo spesso dichiara che i veri discepoli di Cristo debbono aspettarsi e soffrire le persecuzioni, ma non ricordo di avere mai letto nel Nuovo Testamento che la vera Chiesa di Cristo debba perseguitare gli altri o tormentarli o costringerli ad accettare le proprie credenze e condurli alla fede con la forza, la spada e i roghi. Il fine della società religiosa è (come è stato detto) il culto pubblico di Dio e, attraverso di esso, il conseguimento della vita eterna. A questo fine pertanto deve tendere tutta la disciplina; entro questi confini devono essere circoscritte tutte le leggi ecclesiastiche. In questa società non si fa nulla, né si può far nulla che concerna la proprietà di beni civili o terreni; in questa sede non si può mai fare ricorso alla forza per nessun motivo, dal momento che essa appartiene tutta al magistrato civile, e la proprietà e l’uso dei beni esterni sono sottoposti al suo potere. […]

Occorre eliminare ogni “contaminazione” tra Chiesa e Stato, ovvero la Chiesa non deve coltivare alcun potere temporale, ma rimanere entro i suoi confini. In uno scenario del genere il “papismo romano” non può essere ammesso, in quanto confonde in maniera indistricabile i due piani, quello civile e quello spirituale generando odio ed intolleranza.

Sì, forse mi si dirà, perché i cristiani sono più inclini alle fazioni, ai tumulti e alle guerre civili. Ma è questo un difetto proprio della religione cristiana? Se sì, allora la religione cristiana è certamente la peggiore di tutte, e non e degna di essere professata e di essere tollerata dallo Stato. Infatti se questo è il carattere, questa la natura della religione cristiana stessa, quello di essere turbolenta e nemica della pace civile, la stessa Chiesa protetta dal magistrato un giorno si renderà colpevole di questi crimini. Ma noi non intendiamo affatto dire questo della religione che è nemica dell’avarizia, dell’ambizione, della discordia, delle lotte e dei desideri terreni, la più moderata e pacifica tra tutte le religioni che mai ci furono. Bisogna dunque cercare un’altra causa dei mali che si imputano alla religione. Se valutiamo rettamente la faccenda, essa risulterà tutta compresa entro il problema ora in discussione. Non la differenza delle credenze, che non può essere evitata, ma il rifiuto della tolleranza, che poteva essere concessa, a quelli che nutrono credenze diverse, ha prodotto la maggior parte delle lotte e delle guerre, che nel mondo cristiano sono nate dalla religione. E questo mentre i capi della Chiesa, spinti dall’avidità di ricchezza e dal desiderio di potere, eccitavano e stimolavano in tutti i modi contro gli eretici il magistrato, spesso sfrenatamente ambizioso, e il popolo, sempre futilmente superstizioso, e contro le leggi del Vangelo, contro i precetti di carità, predicavano la spogliazione e la distruzione degli scismatici e degli eretici, e mescolavano due cose così diverse come la Chiesa e lo Stato. Ora, di fatto, gli uomini non sopportano pazientemente di essere privati dei frutti della propria onesta fatica e di diventar preda della violenza e della razzia degli altri, contro ogni diritto umano e divino, specialmente quando essi non hanno nessun’altra colpa e quando la cosa di cui si tratta non concerne affatto la legge civile, ma riguarda la coscienza di ciascuno e la salvezza dell’anima, di cui si deve rendere conto solo a Dio. Che altro allora ci si può aspettare se non che gli uomini, stanchi dei mali da cui sono oppressi, si convincano finalmente che è lecito rispondere con la forza alla forza e difendere, con le armi di cui dispongono, i diritti loro concessi da Dio e dalla natura, e che non debbono essere persi per la religione, ma solo per le colpe che si sono commesse? La storia prova, più di quanto occorra, che finora queste cose sono andate così, e che così sarà in futuro dimostra la ragione, fino a quando magistrato e popolo ammetteranno il principio della persecuzione per questioni di religione, e fino a quando quelli che dovrebbero essere i messaggeri della pace e della concordia chiameranno gli uomini alle armi e da ogni lato li inciteranno alla guerra. Ci sarebbe da stupirsi che i magistrati abbiano sopportato degli incendiari e dei perturbatori della pubblica quiete di questo tipo, se non risultasse che anche essi sono stati chiamati a spartire il bottino, e che spesso hanno sfruttato l’altrui insaziabilità e superbia per accrescere la loro potenza. Chi infatti non vede che queste brave persone erano ministri non tanto del Vangelo quanto del potere e che, adulando l’ambizione del sovrano e il dominio dei potenti, cercavano, con i loro intenti e con la loro opera, di promuovere nello Stato quella tirannide, che altrimenti avrebbero perseguito invano nella Chiesa? Questa è stata la concordia consueta tra la Chiesa e lo Stato, tra i quali, se entrambi si fossero mantenuti entro i propri confini, non ci sarebbe potuta essere discordia, finché uno badava ai beni mondani della società civile e l’altra si occupava esclusivamente della salvezza delle anime. Ma “ci si vergogna di questi obbrobri”. Possa Dio Onnipotente far sì che un giorno sia predicato il Vangelo della pace e che i magistrati civili, preoccupati più di conformare la propria coscienza alla legge di Dio che di vincolare la coscienza degli altri alle leggi umane, come padri della patria dirigano tutti i loro sforzi e i loro piani a promuovere la felicità civile comune di tutti i loro figli, o almeno di quelli che non sono violenti, né ingiusti o cattivi con gli altri. E gli ecclesiastici, che predicano di essere i successori degli apostoli, seguano le orme degli apostoli e, messe da parte le faccende politiche, persino soltanto, con pace e modestia, alla salvezza delle anime! Addio.

Testi tratti da John Locke, Lettera sulla Tolleranza, a cura di Carlo Augusto Viano, Laterza (2005).

…dalla Epistola sulla tolleranza alla Costituzione italiana del 1948…

Art.7

Lo Stato e la Chiesa cattolica sono, ciascuno nel proprio ordine, indipendenti e sovrani.

I loro rapporti sono regolati dai Patti Lateranensi. Le modificazioni dei Patti accettate dalle due parti, non richiedono procedimento di revisione costituzionale.

Art. 8

Tutte le confessioni religiose sono egualmente libere davanti alla legge.

Le confessioni religiose diverse dalla cattolica hanno diritto di organizzarsi secondo i propri statuti, in quanto non contrastino con l’ordinamento giuridico italiano.

I loro rapporti con lo Stato sono regolati per legge sulla base di intese con le relative rappresentanze.

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Autore:

Ho studiato filosofia presso l'Università degli Studi di Roma “La Sapienza” e mi sono laureato nell'aprile del 1990, relatore il prof. Gabriele Giannantoni, con una tesi in storia della filosofia antica intitolata "Vivere significa morire: analisi di alcuni frammenti eraclitei". Sono socio della SFI - Società Filosofica Italiana di cui curo il sito web. Da alcuni anni mi interesso di Pratiche Filosofiche e Consulenza Filosofica, collaborando con riviste scientifiche del settore, sulle quali ho all'attivo decine di pubblicazioni. Dal 2004 svolgo la professione di Consulente Filosofico e ho promosso una serie di iniziative filosofiche (Caffè Philo, Dialogo Socratico, Seminari di gruppo) aperte al pubblico. Nel giugno del 2005 ho partecipato come relatore al convegno "Pratiche filosofiche e cura di sé" presso l'Università di Venezia "Cà Foscari". Tra il settembre 2006 e il giugno 2007 ho curato il ciclo di seminari "La filosofia come arte di vivere" presso la Biblioteca Comunale di Rieti "Paroniana" con il beneplacito dell'Assessorato alla Cultura del Comune di Rieti. Nell'anno accademico 2006-2007 sono stato docente a contratto per il master in Consulenza Filosofica attivato presso l'Università di Roma3. Attualmente insegno filosofia e storia presso il Liceo "I. Vian" di Bracciano (Liceo Classico sezione X).