Pubblicato in: filosofia

James Hillman Linguaggio della psicologia e linguaggio dell’anima


Occorre che il linguaggio corrente delle psicoterapie sia ricondotto alla sua dimensione storica, affinché il linguaggio dell’anima possa esprimersi.

Ritorniamo indietro alle due modalità di descrizione, ai due linguaggi (il linguaggio della psicologia come scienza e il linguaggio dell’anima umana). Una delle duplici modalità di espressione deriva da Plotino che nelle Enneadi distingue due tipi di movimento riguardanti i fatti umani. Il moto dell’anima è circolare. Il passo dice «L’anima vive in rivoluzione attorno a Dio, al quale si stringe con amore, mantenendosi fino all’estremo delle sue forze vicino a Lui come l’Essere da cui tutto dipende e, poiché non può coincidere con Lui. essa gli ruota intorno». D’altro canto il moto del corpo differisce da quello dell’anima. Egli dice: «… il cammino in avanti è caratteristico del corpo…». Questo brano ci fornisce indicazioni sul perché il linguaggio della psicologia fugge per le tangenti, tocca solo tangenzialmente l’anima. Il modello delle sue scoperte e delle sue invenzioni segue il cammino in avanti della ricerca somatica.

Così, le grandi possibilità della psicologia positivistica e della psicopatologia risultano limitate dalla natura della psiche stessa, che continuamente ruota attorno al medesimo paradosso fondamentale della sua natura, che è chiusa in un corpo, quindi mortale, e allo stesso tempo incentrata intorno all’immortale. Ogni nuovo sistema psicologico è solo un’ulteriore amplificazione di questa circumvoluzione dell’anima intorno al centro dell’imperscrutabilità divina.

Si dice che l’uomo è stato creato ad immagine di Dio, che la psiche dell’uomo riflette in qualche modo il divino e tende ad esso. Così le nostre descrizioni psicologiche sono, in un certo senso, descrizioni del divino. Un trattato di psicologia è anche una specie di trattato di teologia. […]

Possiamo permetterci una teoria delle nevrosi nell’ambito della nosologia psichiatrica, soltanto come aiuto euristico, un insieme cioè di strumenti e di osservazioni puramente nominali, opinioni solamente empiriche, un linguaggio di nomi raccolti e abbandonati a piacimento. Il tempo dei trattati è chiuso. Questi testi, con i loro grafici, i loro diagrammi e il loro cabalismo di statistiche, diventano curiosità bibliografiche, che devono essere considerate allo stesso modo degli antichi trattati di cosmologia, geografia e alchimia. L’era dei Lehrbuecher in psicologia che iniziò con Herbart, ora si conclude, perché noi non abbiamo più bisogno di definizioni, né di spiegazioni sistematiche.

L’anima ha bisogno di «insights» (visioni interiori) che favoriscano le circolazioni della luce. Noi abbiamo riflettuto su questi nomi seguendo due direzioni: una di tipo storicistico, l’altra di tipo psicologico-ermeneutico ricercando il significato per l’anima di questi nomi. Questo è stato il nostro metodo per colmare la distanza col linguaggio. Lo storicismo guarda il linguaggio della psicologia come espressione di stile. Lo stile è l’insieme di tutti i prodotti di un’epoca storica.

Il nostro modo di avvicinarci alla psicologia non è nuovo: Henry Sigerist, il grande storico della medicina, nel 1930 già mise in evidenza che le categorie della psicopatologia sono relative al tempo e allo spazio, cioè sono storicamente condizionate.

Allucinazioni, perversioni sessuali, esperienze extracorporee, sono normali e prevedibili in alcune culture e in alcuni periodi. Il nostro tipico comportamento normale potrebbe essere considerato completamene in altri periodi storici. La storia ci insegna che lo stile di ogni età e cultura ha la sua psicologia e la sua psicopatologia.

Il XIX secolo ebbe quelle che noi ben conosciamo la nostra età ne avrà una sua propria. Dal punto di vista dello stile, «alieno» significa sempre eretico, ciò che è alieno è scomunicato, è alieno ciò che viene rivelato dal comportamento e dalla fede di un’anima che adora altri Dei, fuori dei legami del suo tempo e della sua Anschauung (visione, punto di vista) prevalente. Come la nostra Anschauung al termine di questi due millenni, sta passando attraverso una metamorfosi degli Dei, anche la psicopatologia, intesa come una visione laica dell’eresia, attraverserà una metamorfosi. La psicologia può beneficiare di una prospettiva storica. La storia è troppo spesso assente dalle sue scoperte, d’altra parte, se così non fosse, esse non potrebbero essere considerate tali.

Oppure si fa un cattivo uso della storia, quando, per esempio, viene presentata come un metro sorpassato di giudizio da schernire e misconoscere, o viene usata come autorevole sostegno ad argomentazioni personali. Ma la storia è anche riflessione, un modo di «fare psicologia», un atto dell’anima. La storia introduce la componente della pazienza e «in your patience is your soul». Quando la psicologia perde il suo legame con la storia perde l’anima. Una psicologia che dimentica di avere una propria storia diviene presto presuntuosa. Il punto di vista storico deve rivolgersi verso sé stesso e non soltanto verso i fenomeni storici e i documenti del passato, che esso interpreta con tanta sicurezza. Gran parte del linguaggio che noi abbiamo esaminato manca di questo senso storico.

Questo linguaggio giovane, che in gran parte è stato creato da giovani studiosi di questa branca, dimentica il travaglio che la storia ha messo nelle parole. La lotta interna tra le due modalità di descrizione viene cosi dimenticata. Non c’è duello interiore, solamente uno dei due gemelli impera.

Allora dare nomi significa la supremazia della dottrina della verità sulla dottrina dell’opinione. Platone, nel suo tentativo di comprendere l’anima, si trovò costretto a seguire sia il mito, sia un preciso pensiero razionale. Egli ebbe bisogno di due dottrine. Plotino ricorse al mito quando parlò dell’anima. Anche Freud percorse due vie. Il suo linguaggio razionale è disseminato di immagini mitiche. Edipo, Narciso, l’orda originaria e la scena primaria, il censore e il bambino perverso e polimorfo, e quella grande visione di Thanatos, degna dei presocratici.

Il linguaggio di Freud si ispira a quello mitico: sarebbe un errore considerare questi miti come scoperte empiriche, dimostrabili attraverso casi clinici. Essi sono visioni, come quelle di Platone: manca solo Diotima.

Se, infine, il linguaggio è un prodotto dello stile del XIX secolo, e avrebbe potuto essere un altro linguaggio di un altro stile, e se la necessità del linguaggio è determinata più che dai fenomeni a cui esso dà il nome, dallo spirito che ha prodotto la necessità di fare ciò, allora noi dobbiamo mettere in dubbio la realtà di questo linguaggio.

Questo linguaggio non ha le stesse realtà che hanno altre definizioni in altri campi, la cui validità è ampiamente confermata dalla loro relazione con fatti obbiettivi. I nostri termini psicologici non si riferiscono alle cose in quello stesso modo. Queste parole inoltre tendono a reificarsi, dandoci cosi l’impressioni dell’obiettività delle cose a cui si riferiscono. Noi usiamo questo linguaggio per giudicare le persone, le loro anime; le cataloghiamo, le trattiamo come se esse incarnassero il linguaggio usato per definirle «omosessuali». «suicidi», «depressi». Il linguaggio esprime solamente un modo di vedere i fenomeni, anche se in realtà avrebbe la tendenza a influenzare e determinare la sostanza di essi. (Ricordiamo che Freud cercò di convincere i suoi contemporanei che esisteva anche l’isteria maschile. Ma l’isteria non avrebbe potuto esistere nel maschio, si ironizzò, perché, per definizione «isteria» significa «utero»).

Il linguaggio psicopatologico aspira ad avere una correlazione oggettiva con le realtà psichiche a cui esso ha dato nome, aspira ad identificarsi con esse e persino a sostituirsi ad esse.

L’autorità cui questo linguaggio aspira gli è stata concessa dalla storia e, come abbiamo visto, esso è il risultato di necessità storiche. Ma questo linguaggio possiede un’autenticità intrinseca? E quale relazione intima, seppure ne esiste alcuna, c’è tra le categorie della psicopatologia e il linguaggio non accademico della psiche? Quale realtà hanno queste parole, oltre quella nominale? Queste categorie, questo linguaggio possono assumere quella realtà e quell’autenticità derivanti dal livello archetipico? Se noi potessimo trovare fondamento archetipico ai nomi, allora queste categorie realizzerebbero la loro aspirazione ad una correlazione oggettiva con gli stati dell’anima. Allora il linguaggio non consisterebbe solamente di descrizioni empiriche, ma diventerebbe una parte della fenomenologia intrinseca degli archetipi. Allora la psicopatologia sarebbe intrinseca per le strutture archetipiche e il linguaggio della psicopatologia sarebbe parte della modalità con cui queste strutture comprimono sé stesse attraverso le fantasie della ragione. I termini i psicopatologici non parlerebbero solamente della psiche, raccontando favole intorno ad essa, attribuendole nomi peggiorativi, ma sarebbero intrinseci alla vita psichica stessa, esprimerebbero l’anima. Basandosi sullo sfondo archetipico il linguaggio acquisterebbe l’autorità di una sostanza reale, invece di avere solamente quell’autorità che gli è stata concessa dalle convenzioni professionali.

Consideriamo allora queste definizioni della psicopatologia come espressioni di una «fantasia della conoscenza. Allora la psicopatologia diviene il sistema mitico proprio della ragione con il quale essa afferra i demoni dell’anima, differenzia le sue voci e ne dà una spiegazione comprensibile. La psicopatologia è mitica nel senso che essa fornisce, alla maniera del mito, categorie e descrizioni delle interrelazioni tra le forze umane e quelle superumane. Essa ci racconta delle origini, delle attività e delle interconnessioni di queste forze superumane, di queste sindromi che affliggono il regno umano e che il regno umano cerca di comprendere per mezzo di questi racconti.

Essa è in relazione con il culto della pratica terapeutica. Il sistema, provvede anche il modo di calmare le afflizioni: esso ha una morale, regole di condotta, e proposte per il sacrificio. La diagnosi ci dice a quale categoria le afflizioni appartengono, proprio come noi chiederemmo alla rappresentazione del mito, offerta dall’oracolo, di dirci a quale potere superumano possiamo ascrivere la nostra sorte. La questione è la stessa: «a quale categoria (Dio) appartiene questo problema della mia anima?». Entrambi riconoscono qualcosa di sconosciuto e di potente dietro le esperienze e offrono un modo di dare un nome a queste forze. La psicopatologia con la componente della fantasia è ora aperta ma non solo al dubbio e allo scetticismo. Ora essa è aperta anche ad una nuova riflessione e a nuovi «insights». Questo linguaggio diviene una via verso la coscienza; esso è anche un modo di afferrare gli archetipi, poiché esso è necessario alla loro espressione. Ci deve essere la psicopatologia; l’archetipo deve rivelare sé stesso nelle afflizioni psichiche, così la fantasia espressa nel linguaggio psicologico e psicopatologico può essere un riflesso dall’altra personalità, il gemello che ha familiarità con l’atteggiamento mitico. Questo significa che noi possiamo comprendere il sistema di fantasia concreta orientata sugli oggetti, la psicologia e la psicopatologia o qualsiasi linguaggio scientifico, proprio come si può comprendere l’alchimia, la quale pure considerò sé stessa come una descrizione concreta, oggettivamente orientata, di eventi reali. Noi vediamo il primo sistema attraverso il secondo, per cui il primo e il secondo si scambiano il posto.

Il XIX secolo tradusse il discorso dell’inconscio nel linguaggio della ragione. Noi abbiamo la possibilità di tradurre il linguaggio razionale nel fondamento archetipico dell’inconscio e del suo modo di esprimersi. Questo modo di esprimersi è il tema della prossima parte. Vorrei chiudere questa parte con una breve storia. Philippe Pinel (1745-1826), un altro contemporaneo di Bentham e Goethe, fu il grande eroe della rivoluzione psichiatrica. Il suo «Traile médicophilosophique sur l’aliénatìon mentale» ma una nuova era. Pinel è anche una figura leggendaria: viene infatti ricordato per aver tolto, probabilmente nel 1794, le catene ai pazzi, benché altri agissero allo stesso modo, ma in sordina,in Inghilterra e nell’ospedale di S. Bonifacio in Firenze. […]

Pinel tolse le catene ai pazzi, ma non al fenomeno della pazzia. I fenomeni immaginativi della psiche sono divenuti i nuovi prigionieri, schiacciati dal linguaggio che è cresciuto largamente dal tempo di Pinel. Parte della nostra psiche è prigioniera di questo sistema chiuso ed è appesantita da teorie elaborate nel XIX secolo. I malati rinchiusi nei manicomi furono liberati dalle catene dei secoli precedenti. I fenomeni psichici aspettano ancora di essere liberati dalle catene più sottili del linguaggio psicologico.

[Fonte: James Hillman, Linguaggio della psicologia e linguaggio dell’anima]

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Autore:

Ho studiato filosofia presso l'Università degli Studi di Roma “La Sapienza” e mi sono laureato nell'aprile del 1990, relatore il prof. Gabriele Giannantoni, con una tesi in storia della filosofia antica intitolata "Vivere significa morire: analisi di alcuni frammenti eraclitei". Sono socio della SFI - Società Filosofica Italiana di cui curo il sito web. Da alcuni anni mi interesso di Pratiche Filosofiche e Consulenza Filosofica, collaborando con riviste scientifiche del settore, sulle quali ho all'attivo decine di pubblicazioni. Dal 2004 svolgo la professione di Consulente Filosofico e ho promosso una serie di iniziative filosofiche (Caffè Philo, Dialogo Socratico, Seminari di gruppo) aperte al pubblico. Nel giugno del 2005 ho partecipato come relatore al convegno "Pratiche filosofiche e cura di sé" presso l'Università di Venezia "Cà Foscari". Tra il settembre 2006 e il giugno 2007 ho curato il ciclo di seminari "La filosofia come arte di vivere" presso la Biblioteca Comunale di Rieti "Paroniana" con il beneplacito dell'Assessorato alla Cultura del Comune di Rieti. Nell'anno accademico 2006-2007 sono stato docente a contratto per il master in Consulenza Filosofica attivato presso l'Università di Roma3. Attualmente insegno filosofia e storia presso il Liceo "I. Vian" di Bracciano (Liceo Classico sezione X).