Pubblicato in: filosofia

Thomas Kuhn: Nuove riflessioni sui paradigmi


Che cos’è un paradigma scientifico

Sono ormai trascorsi parecchi anni da quando il mio libro, La struttura delle rivoluzioni scientifiche, fu pubblicato1. Le reazioni che ha suscitato sono state varie e talvolta contrastanti, tuttavia esso continua ad essere ampiamente letto e molto discusso. In genere, provo molta soddisfazione per l’interesse che ha suscitato, comprese molte delle critiche. Un aspetto delle reazioni, tuttavia, di tanto in tanto mi sconcerta. Seguendo le discussioni, in particolar modo quelle tra gli entusiasti del libro, ho talvolta trovato difficile credere che tutti i partecipanti al dibattito si fossero occupati dello stesso libro. Ne deduco con rincrescimento che parte della ragione del suo successo è dovuta al fatto che troppo spesso può significare tutto per tutti.

Nessun elemento del libro è così tanto responsabile di questa eccessiva plasticità quanto l’introduzione del termine «paradigma», parola che in esso compare più spesso di ogni altra, fatta eccezione delle particelle grammaticali. […] Nel libro gli usi del termine «paradigma» si dividono in due gruppi che richiedono nomi differenti e discussioni separate. Il termine «paradigma» viene usato con un significato globale, che comprende tutte le adesioni condivise da un gruppo scientifico; con l’altro significato si indica una specie particolarmente importante di adesione, ed è perciò un sottogruppo del primo. Nelle pagine che seguono, cercherò dapprima di distinguerli, e quindi di esaminare quello dei due che ritengo necessiti più urgentemente di attenzione filosofica.

Nel libro il termine «paradigma» compare in stretta vicinanza, fisica e logica, con l’espressione «comunità scientifica». Un paradigma è ciò che i membri di una comunità scientifica, e loro soltanto, condividono. Viceversa, è il possesso di un paradigma comune che forma, di un gruppo di uomini altrimenti disparati, una comunità scientifica. Tutte e due queste asserzioni, in quanto generalizzazioni empiriche, possono venir difese. Ma nel libro esse funzionano, almeno in parte, come definizioni; ne risulta così una circolarità con almeno alcune conseguenze viziose. Se si vuole fornire una spiegazione soddisfacente del termine «paradigma», le comunità scientifiche debbono prima venir individuate in quanto hanno un’esistenza indipendente.

Di fatto, l’identificazione e lo studio delle comunità scientifiche è emerso recentemente come un tema significativo di ricerca tra i sociologi. […] In questa sede, mi accontenterò di una rapida esposizione di una nozione intuitiva di comunità, nozione largamente condivisa da scienziati, da sociologi e da numerosi storici della scienza.

Una comunità scientifica è formata, secondo questa concezione, da coloro che praticano una specializzazione scientifica. Vincolati da elementi comuni nella loro educazione e nel loro addestramento, essi si vedono e vengono visti dagli altri come i responsabili del perseguimento di un insieme di finalità condivise, tra le quali è compresa l’educazione dei loro successori. Tali comunità sono caratterizzate da una relativa completezza di comunicazione all’interno del gruppo e dalla relativa unanimità di giudizio circa gli argomenti professionali. I membri di una data comunità avranno assimilato, in misura notevole, la stessa letteratura, e tratto lezioni analoghe da essa. Inoltre, poiché l’attenzione delle diverse comunità scientifiche è focalizzata su campi d’indagine differenti è probabile che talvolta la comunicazione professionale attraverso i confini che separano i gruppi tra loro risulti difficile, che spesso dia luogo a fraintendimenti, e che, al limite, possa sfociare in un disaccordo significativo.

Chiaramente, comunità in questo senso esistono a molteplici livelli. Forse tutti gli scienziati che si occupano di scienze naturali formano un’unica comunità. A un livello solo leggermente inferiore, i principali gruppi scientifici professionali forniscono esempi di comunità: fisici, chimici, astronomi, zoologi, e così via. Per queste comunità maggiori, l’appartenenza al gruppo viene facilmente stabilita, eccetto per le frange marginali. Le ricerche che richiedono la lettura di riviste sono criteri di solito più che sufficienti per individuare tali comunità. Tecniche simili possono servire anche ad isolare i sottogruppi più importanti: i chimici organici, e forse tra loro i chimici delle proteine, i fisici degli stati solidi e quelli delle alte energie, i radio-astronomi e così via. È solo al successivo livello inferiore che emergono i problemi empirici. […] Sebbene non sia ancora chiaro fin dove esattamente ci possa condurre l’analisi empirica, vi sono ottime ragioni per supporre che l’attività scientifica sia ripartita e portata avanti da comunità di questo genere.

Immaginiamo, adesso, di avere individuata, con una qualche tecnica, una simile comunità. Quali elementi condivisi rendono conto del carattere relativamente non problematico della comunicazione professionale e della relativa unanimità del giudizio professionale? A questa domanda La struttura delle rivoluzioni scientifiche autorizza la risposta: il «paradigma» o un «insieme di paradigmi». Questi è uno dei due sensi principali in cui il termine compare nel libro. Per questo io potrei adesso adottare la denominazione «paradigma», ma ci sarà minore confusione se invece la sostituisco con l’espressione «matrice disciplinare». «Disciplinare» perché costituisce il possesso comune di coloro che sono impegnati nella ricerca all’interno di una disciplina particolare; «matrice» perché è composta di elementi ordinati di vario genere, ciascuno dei quali richiede una ulteriore specificazione. Gli elementi che costituiscono la matrice disciplinare comprendono se non tutti, almeno la maggior parte degli oggetti dell’adesione del gruppo descritti nel mio libro come paradigmi, parti di paradigmi o paradigmatici. Non tenterò, qui, di fornire un elenco completo, ma invece tratterò brevemente di tre di questi che, poiché occupano un posto centrale nell’operazione cognitiva del gruppo, devono interessare in modo particolare i filosofi della scienza. Mi riferisco cioè alle generalizzazioni simboliche, ai modelli e agli esemplari.

I primi due sono già oggetti familiari della riflessione filosofica. Le generalizzazioni simboliche, in particolare, sono le componenti formali, o facilmente formalizzabili, della matrice disciplinare. I modelli, sui quali non avrò successivamente nient’altro da aggiungere in questo saggio, sono quelli che forniscono al gruppo le analogie preferite o, quando sono sostenuti con forza, un’ontologia. Da un lato, essi svolgono una funzione euristica2: il circuito elettrico può essere fruttuosamente considerato come un sistema idrodinamico stabile, o un gas come una serie di microscopiche palle da biliardo che si muovono a caso. D’altro canto, essi sono gli oggetti di una adesione metafisica: il calore di un corpo è l’energia cinetica delle sue particelle costitutive, o, cosa questa ancor più metafisica, tutti i fenomeni percepibili sono dovuti al movimento e all’interazione di atomi qualitativamente neutri nel vuoto. Gli esemplari, infine, sono concrete soluzioni di problemi, accettate dal gruppo nel senso del tutto consueto di paradigmatiche. Molti di voi avranno già indovinato che il termine «esemplare» fornisce un nuovo nome per il secondo, e più fondamentale, senso di «paradigma» presente nel libro.

Per comprendere in che modo una comunità scientifica funzioni come produttrice e convalidatrice di solide conoscenze, dobbiamo in definitiva capire il ruolo svolto da almeno queste tre componenti della matrice disciplinare. Le alterazioni in ciascuna di esse possono risolversi in cambiamenti del comportamento scientifico in quanto toccano sia la posizione della ricerca di un gruppo, sia i suoi criteri di controllo. […]

Ritorniamo, infine, al termine «paradigma», che è entrato ne La struttura delle rivoluzioni scientifiche, perché io, lo storico-autore del libro, non potevo, esaminando i criteri di appartenenza a una comunità scientifica, individuare le regole sufficientemente condivise che sono responsabili del metodo di ricerca non problematico del gruppo. In seguito, sono giunto alla conclusione che gli esempi condivisi di una pratica che ha successo potrebbero fornire ciò che il gruppo non possiede nelle regole. Questi esempi erano i suoi paradigmi, e in quanto tali erano essenziali a proseguire la ricerca. Sfortunatamente, avendo compreso tutto questo tardi, ho permesso che le applicazioni del termine, comprendente tutte le adesioni condivise del gruppo, si estendessero a tutte le componenti di quella che adesso chiamo la matrice disciplinare. Inevitabilmente, ne conseguì una gran confusione, e questa nascose le ragioni originarie che mi avevano portato ad introdurre un termine apposito. Ma queste ragioni sono ancora valide. Gli esempi condivisi possono servire a funzioni cognitive comunemente attribuite alle regole condivise. Quando sono in funzione, la conoscenza si sviluppa in modo diverso dal modo in cui procede quando è governata dalle regole. In questo saggio mi sono sforzato soprattutto di isolare, chiarire e risolvere questi punti essenziali. Se sarò riuscito nel compito che mi sono prefisso, sarà possibile fare a meno del termine «paradigma», anche se non del concetto che ha portato alla sua introduzione.

Note:

1. Il libro fu pubblicato nel 1962 con il titolo originale The Structure of Scientific Revolution (trad. it. di A. Carugo, Einaudi, Torino 1969).
2. «Euristico», dal greco heurískein, «trovare», significa «funzionale alla scoperta».

Guida alla lettura:

La nuova concezione della scienza introdotta da Popper, che sottolinea la funzione positiva dei tentativi e degli errori compiuti dall’umanità per la conquista del sapere, comporta anche una diversa valutazione della storia della scienza. Quest’ultima non è più considerata come la semplice sequela delle scoperte scientifiche, ma viene vista in modo più articolato come determinata dalla dinamica dell’affermarsi o del venir meno di determinati paradigmi scientifici. Il primo studioso che ha prospettato una nuova concezione della storia della scienza è stato Thomas Kuhn con il libro La struttura delle rivoluzioni scientifiche del 1962. Come già il titolo indica, egli ritiene che la storia della scienza proceda per rivoluzioni: in ciascuna epoca domina un determinato paradigma scientifico, cioè una certa immagine del mondo formatasi attraverso un complesso di teorie scientifiche coerenti fra loro, mediante le quali vengono spiegati i fenomeni che si presentano all’esperienza. Ogni nuovo fenomeno che emerge appare come un problema che va dominato e risolto mediante gli strumenti messi a disposizione dal paradigma vigente della «scienza normale». Ma quando tale paradigma non è più in grado di risolvere i problemi che si presentano, la comunità scientifica decide di cambiarlo e si produce allora una «rivoluzione». È quanto avvenne, per esempio, con Galilei e Copernico, che rivoluzionarono l’immagine geocentrica dell’universo introducendo il nuovo paradigma eliocentrico.
In un Poscritto alla Struttura delle rivoluzioni scientifiche, datato 1969, e in un saggio del 1971 intitolato Nuove riflessioni sui paradigmi Kuhn ha fornito importanti precisazioni circa il concetto di paradigma – che nel libro del 1962 indica l’insieme delle teorie, dei princìpi e delle procedure che i membri di una determinata comunità scientifica condividono – e ha proposto di sostituirlo con quello di «matrice disciplinare». Presentiamo alcuni passaggi significativi del saggio del 1971.

Thomas Kuhn

Uno tra i primi epistemologi che hanno inaugurato una nuova concezione della storia della scienza è l’americano Thomas S. Kuhn (1922-1996), il quale, studiando lo sviluppo dell’astronomia dai Greci alla rivoluzione copernicana (celebre è, a questo proposito, il suo libro su The Copernican Revolution, del 1957), si è convinto che la scienza procede, appunto, per «rivoluzioni» e ha teorizzato in un libro rimasto famoso, The Structure of Scientific Revolutions (La struttura delle rivoluzioni scientifiche, 1962), i modi e le forme di questo processo.

[Fonte: http://www.laterza.it/scuola/alef/]

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Autore:

Ho studiato filosofia presso l'Università degli Studi di Roma “La Sapienza” e mi sono laureato nell'aprile del 1990, relatore il prof. Gabriele Giannantoni, con una tesi in storia della filosofia antica intitolata "Vivere significa morire: analisi di alcuni frammenti eraclitei". Sono socio della SFI - Società Filosofica Italiana di cui curo il sito web. Da alcuni anni mi interesso di Pratiche Filosofiche e Consulenza Filosofica, collaborando con riviste scientifiche del settore, sulle quali ho all'attivo decine di pubblicazioni. Dal 2004 svolgo la professione di Consulente Filosofico e ho promosso una serie di iniziative filosofiche (Caffè Philo, Dialogo Socratico, Seminari di gruppo) aperte al pubblico. Nel giugno del 2005 ho partecipato come relatore al convegno "Pratiche filosofiche e cura di sé" presso l'Università di Venezia "Cà Foscari". Tra il settembre 2006 e il giugno 2007 ho curato il ciclo di seminari "La filosofia come arte di vivere" presso la Biblioteca Comunale di Rieti "Paroniana" con il beneplacito dell'Assessorato alla Cultura del Comune di Rieti. Nell'anno accademico 2006-2007 sono stato docente a contratto per il master in Consulenza Filosofica attivato presso l'Università di Roma3. Attualmente insegno filosofia e storia presso il Liceo "I. Vian" di Bracciano (Liceo Classico sezione X).