Pubblicato in: politica mente

Intorno alla “rivoluzione” di Monti, Napolitano e Scalfari


Sottoscrivo pienamente l’articolo di Stefano Zampieri. In particolare, credo che “la Repubblica” – che serve chiari interessi di “partito” (seppure di un partito d’opinione un po’ più vasto dei confini del PD, una realtà politica che definirei allo sbando, o piuttosto “abortita”) e che va considerata, a tutti gli effetti, un house organ aziendale e di regime – stia facendo un pericoloso gioco sadomasochista. È chiaro che quella sull’articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori è una farsa di dubbio gusto.

Mario Monti, lo si è visto a chiare lettere, rappresenta un epigono – salvo che nello stile, nell’efficienza e nel pragmatismo; il che non ci è parso poco, di primo acchito: il suo fluido argomentare, sintatticamente e lessicalmente ineccepibile, abituati com’eravamo alla battuta pierinesca, all’inane biascicare improperi o al politichese “stitico”, ammettiamolo, ci ha commosso fino alle lacrime!

Epigono perché con lui non si può dire si apra una nuova epoca della politica italica, ma che se ne stia chiudendo una vecchia (la cosiddetta “Seconda Repubblica”?): sui contenuti delle “riforme”, Monti con la sua squadra di “tecnici” mi pare semplicemente il “curatore fallimentare” di un certo modo di concepire e di fare politica a livello “locale”, impostoci da poteri di caratura internazionale che rappresentano una forma di “globalizzazione” neo-liberista e antidemocratica, in un quadro internazionale sempre più complesso ed instabile, in cui gli “antichi “stati nazionali” recitano una parte oramai marginale.

La classe dirigente italica si è rivelata incapace anche in questo: per “svecchiarsi”, adeguandosi a servire il nuovo corso “globale” avrebbe dovuto rinunciare alle modalità demagogiche con cui ha “tirato a campare” sin qui: dalle “meno tasse per tutti”, per capirci, alla “crisi frutto del pessimismo comunista”, alla “demonizzazione del berlusconismo”. E con gli slogan si sarebbe dovuto cambiare anche le persone, inevitabilmente, sia da una parte che dall’altra di questo “bipolarismo” da pantomima. Allora, per non perdere quel po’ di faccia che credono sia loro rimasta, i “soliti noti” hanno colto al volo l’opportunità loro concessa da un Napolitano sempre più preoccupato per mettersi un po’ dietro alle quinte, per darsi una “rassettata” al trucco, in una maniera o nell’altra: da quella tragico-buffonesca della Lega che si reinventa “partito di opposizione”, a quella seriosa e in doppiopetto dei tanti “responsabili” di dietro, di giù e di su, amarcord dei Razzi e degli Scilipoti del 14 dicembre 2010. Per questo Monti è stato accolto come “salvatore della patria” ed è sostenuto da una maggioranza, come dicono loro, “bipartisan“.

Anche le “mafie di governo” hanno oramai acquisito una loro dimensione “glocale“. E non si tratta di un fenomeno così recente, né così subitaneo da farci rimanere a bocca aperta: il fenomeno, a ben guardare, ha interessato tutto il “secolo breve“, anche se ha subito una vera e propria impennata dopo il crollo dell’URSS e la fine del bipolarismo. Per potersi permettere di fare affari a livello “locale”, esse devono cavalcare la grande onda del neo-liberismo “globale”. In alcuni casi, come quello italico – ma la nostra non è certo un’eccezione nel panorama europeo e occidentale – accade che si rivelino poco “attente alle indicazioni” che provengono dai mercati internazionali, piuttosto che dal WTO, o dal FMI o dalla BCE. Attenzione: non perché vogliano metterli in discussione o, peggio, tentare di dare vita a forme alternative di glocalizzazione, democratiche, umaniste ed ecologiste. Ma perché troppo intente a conservare i loro piccoli-grandi privilegi localistici o a spiluccare gli avanzi che cadono dalla grande mensa neo-liberista. Si tratta, se mi passate il paragone, del rapporto a fasi alterne tra gangster di livello internazionale e piccoli banditi di quartiere. Gli uni hanno bisogno degli altri come manovalanza a livello localistico. E viceversa i pescecani più piccoli, semplicemente, non potrebbero sopravvivere senza attaccarsi ai pesci sanguinanti o alle carogne prodotte dai grandi squali d’altura.

La strada è tracciata insomma. Il governo Monti è venuto a “tirare le orecchie” ai “picciotti” del circondario su mandato della “Cupola“. È un governo di “destra” al di là della ormai risibile ed insignificante categorizzazione di “destra” e “sinistra” all’italiana. Non ci dimentichiamo che sono stati gli ultimi governi del cosiddetto “centrosinistra” (Ulivo e affini) a mettere in atto le politiche più liberiste (vedi, p. e., le famose liberalizzazioni Bersani) degli ultimi due decenni, nonché a traghettare il nostro paese nell’odierna Europa della BCE di Jean-Claude Trichet, Lucas Papadimos, Mario Draghi. La “cosca” del centrodestra, salvo occuparsi delle disavventure giudiziarie del suo leader, semplicemente, non ha prodotto nulla di politicamente rilevante, mantenendo il fu “Bel Paese” in un immobilismo sempre più senescente e “gerontocratico“, fondato sulla progressiva erosione di diritti e di futuro a scapito dei cittadini più giovani. Si tratta degli stessi personaggi – questa storia ha la struttura di un’opera buffa se non fosse una tragedia generazionale – che oggi, pur riscaldando poltrone in Parlamento da alcuni decenni, vanno vaticinando d’emblée soluzioni miracolose, “ricette per uscire dalla crisi” dinanzi ai soliti giornalisti scodinzolanti. Affidarci ai vari Casini, Bersani, Alfano, Bossi, D’Alema, per progettare un futuro politico democraticamente dignitoso sarebbe un po’ come dare al Conte Dracula l’incarico di capo della sicurezza alla Banca del sangue.

Autore:

Ho studiato filosofia presso l'Università degli Studi di Roma “La Sapienza” e mi sono laureato nel 1990, relatore il prof. Gabriele Giannantoni, con una tesi in storia della filosofia antica intitolata "Vivere significa morire: analisi di alcuni frammenti eraclitei". Sono socio della SFI - Società Filosofica Italiana di cui curo il sito web. Da alcuni anni mi interesso di Pratiche Filosofiche e Consulenza Filosofica, collaborando con riviste scientifiche del settore, sulle quali ho all'attivo decine di pubblicazioni. Dal 2004 svolgo la professione di Consulente Filosofico e ho promosso una serie di iniziative filosofiche (Caffè Philo, Dialogo Socratico, Seminari di gruppo) aperte al pubblico. Attualmente insegno filosofia e storia presso il Liceo "I. Vian" di Bracciano (Liceo Classico sezione X). Utilizzo la filosofia in pratica sia durante le lezioni ordinarie che in altre "straordinarie" occasioni (passeggiate filosofiche nel bosco, dialoghi socratici a tema, ecc.). A scuola provo a tener aperto uno "sportello" di consulenza filosofica rivolto ai grandi ed ai meno grandi.

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