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Discorso del maestro Zen Thich Nhat Hanh del 21 giugno 2009


Buongiorno caro Sangha,

oggi è domenica, 21 giugno 2009 e ci troviamo riuniti nella sala di meditazione Assembly of Stars a Lower Hamlet. È l’ultimo giorno del nostro ritiro di giugno, ventuno giorni esatti. Molti di noi vorrebbero che il ritiro duri più a lungo. Perché no? Basta che cancelliate i vostri voli di ritorno e faremo in modo che il ritiro si protragga sino alla fine di giugno, fino a luglio, agosto e così via. Domani, come sapete, i residenti stabili di Plum Village cominceranno un periodo di ozio, ci concederemo ben cinque giorni “oziosi” di fila! Ebbene, perché non vi unite a noi per questi cinque giorni? Dopodiché sarebbe possibile riprendere il ritiro di giugno come anteprima del Seminario estivo! È sufficiente che telefoniate a casa, disdiciate il vostro volo e… siete liberi. Quest’anno Thay e alcuni di noi potrebbero viaggiare in America per tenervi alcuni corsi. Quando saremo tornati a Plum Village riprenderemo il nostro ritiro di 21 giorni. Tutto è possibile! Come sapete, Thay aveva il sogno di creare un Istituto di pratica buddista in Occidente. Sogno che si è realizzato con l’apertura dell’Istituto Europeo di Buddismo Applicato in Germania, proprio vicino a Colonia, nel cuore dell’Europa. Ad abitarlo e gestirlo vi sono ora una comunità monastica e una laica che si premurano di organizzare ritiri e corsi di pratica buddista. Ci sono molti buoni insegnanti del dharma nell’Istituto. Fratello Phap An è direttore degli Studi buddhisti e sorella Annabel dirige la Pratica. Nel prendersi cura dell’Istituto a loro si aggiungono, tra monaci e laici, altri cinque insegnanti del dharma. Chiunque, essendo un insegnante del dharma in Europa o America, potrebbe avere l’ispirazione di recarvisi per tenervi un corso, portando con sé i propri studenti e incontrando altri studenti provenienti da molti paesi europei, come Germania, Belgio, Paesi Bassi, Danimarca, Svezia, Italia, ecc. È davvero nel cuore dell’Europa. Per maggiori informazioni si può consultare il sito web dell’Istituto Europeo di Buddismo Applicato. Vogliamo che l’insegnamento del Buddismo venga applicato nei vari, differenti aspetti della vita quotidiana. Vi è per esempio un corso dedicato ai giovani che intendono sposarsi, perché il matrimonio non è… esattamente uno scherzo. Si debbono affrontare un sacco di rischi ed è bene prepararsi prima di prendere un impegno così importante. Il corso dura 21 giorni e vi partecipano, appunto, coloro che vogliono avere successo nella loro vita coniugale. Il nostro insegnante cercherà di aiutarli a riconoscere i semi presenti in ciascuno di loro e nel partner. La cosa migliore è che entrambi i futuri coniugi possano partecipare al corso e una volta lì, durante le tre settimane di permanenza, decidere della loro pratica futura nel più ampio contesto della comunità, insieme praticando la meditazione seduta, quella camminata, l’ascolto e la discussione… in questa maniera l’Istituto è molto giovevole perché c’è un sangha, il sangha permanente che va dispiegando la sua pratica in esso. Non è come un qualsiasi altro istituto. In altre università, istituti, ci sono professori, insegnanti, ma manca una comunità residente. Loro non praticano 24 ore su 24 l’oggetto del loro insegnamento. Mentre, quando vieni a EIAB incontri una comunità che di fatto incarna la pratica, 24 ore al giorno, in ogni atto, gesto, parola, coerentemente a quanto insegnano. Ed è senz’altro questa la più importante caratteristica dell’Istituto: una comunità residente permanente. Così ogni corso è supportato dal sangha. A prescindere da quello che stai facendo, partecipare ad una discussione sul Dharma, ascoltare un discorso, praticare la meditazione seduta o l’attenzione sul respiro, puoi sempre avvertire la forte e stimolante presenza di un sangha lì con te. Si tratta davvero del miglior servizio che l’Istituto è in grado di offrire. Il corso di preparazione alla vita familiare offerto ai giovani affonda le sue radici nella storia del Buddismo. In alcuni paesi buddisti come, per esempio, la Thailandia, un giovane è tenuto a trascorrere un anno di pratica in un tempio, con tutto ciò che questo comporta. È tipo il servizio militare di leva, anche se in realtà si tratta di un servizio spirituale! E persino il principe, il primogenito del re, ha l’obbligo di seguire questa tradizione, se davvero vuol essere qualificato, un domani, a fare il re.

In questo modo, ciascuno deve trascorrere un certo periodo di formazione nel tempio. E le ragazze, quando vengono chieste in matrimonio da qualche giovanotto, gli chiederanno conto di tale “addestramento” spirituale nel tempio, pena il rifiuto della sua proposta di nozze. Questa sorta di formazione esisteva già nel passato. Oggigiorno la pratica di addestramento si un po’ ridotta e la gente trascorre un periodo di tempo più breve nel tempio. Ma la tradizione è ancora lì. Coltiviamo la speranza che in futuro, in ogni paese, ci possa essere un istituto in cui i giovani possa ricevere un’adeguata formazione in vista della vita matrimoniale. Avranno così una migliore chance di formare una famiglia felice. E allora, quando un giovane o una ragazza riceveranno una proposta di matrimonio, domanderanno: “caro mio, tu ce l’hai il diploma? non mi sposerò certo con uno che non possiede tale certificazione”. E i nostri insegnanti del dharma dovranno tenere corsi un po’ dovunque. Ci sono così tante famiglie distrutte in giro… il divorzio… Per questo ritengo sia assai importante che si possa offrire tale corso dappertutto attraverso insegnanti del dharma che abbiano la capacità di mostrare ai giovani la maniera di costruire una relazione felice e duratura. Offriamo un corso di tre settimane per i giovani, per i ragazzi che hanno difficoltà con i loro genitori. E un altro della stessa durata per i genitori che hanno un rapporto problematico con i ragazzi… Non sanno come comunicare con i propri figli. E offriamo un corso per i genitori e per i ragazzi affinché possano praticare insieme. Pur essendo insegnanti del dharma con la pratica continuiamo ad imparare anche noi, attraverso i patimenti e le esperienze che facciamo durante il tempo che trascorriamo insieme ai nostri allievi. Abbiamo attivato un altro corso rivolto alle persone che hanno appena scoperto di avere un male incurabile, come il cancro, l’aids, ecc., cosicché possano accettare la malattia e convivere in pace con essa per molti anni ancora… malgrado la malattia stessa. Un altro corso ancora è stato pensato per chi ha subito di recente la perdita di una persona cara, in modo che sia in grado di gestire meglio il proprio dolore. E per le famiglie??? Abbiamo concepito un corso per quanti, separati, divorziati, vogliano concedersi la chance di ricostruire la propria relazione matrimoniale. Offriremo un corso in cui imparare a costruire un sangha, ad organizzarlo nella città in cui si vive, cosicché molta gente possa trarre profitto dall’esistenza di un sangha di pratica. Il Buddismo che è insegnato nell’Istituto di Buddismo Applicato non è una religione, bensì uno stile di vita, una via alla trasformazione interiore e alla guarigione. Pertanto, non occorre essere buddista per venire ad imparare e a praticare.

Perché l’apprendimento e la pratica vanno di pari passo. Come sapete, ci sono molte buone università che propongono un programma di studi buddisti con tanto di diploma finale e il titolo di dottore. Sono in grado di insegnare il Buddismo in maniera assolutamente scientifica. Ma la differenza tra queste università e l’Istituto è che noi offriamo la pratica. E formiamo insegnanti del dharma, i quali, per conseguire il nostro diploma, devono dimostrare di essersi realmente trasformati e non semplicemente di aver sostenuto un certo numero di esami. Sebbene sotto il profilo intellettuale abbiano soddisfatto i requisiti previsti da una serie di corsi, se non dimostrano nella concretezza della loro vita quotidiana di aver maturato un cambiamento salutare, nella nostra tradizione non saranno considerati dei veri maestri del dharma. Il luogo che abbiamo trovato in Germania è davvero ottimale. È ampio con un bel pezzo di terra tutt’intorno, condizioni ambientali perfette, un sacco di alberi e di aria buona, pulita. La gente del posto ci apprezza e supporta la nostra attività. Tra le altre cose, portano doni ai monaci. Sono molto contenti che ci siamo stabiliti lì. E quando organizziamo un ritiro, l’edificio arriva ad ospitare cinquecento persone. Proprio qui Thay intende organizzare una specie di raduno di insegnanti del dharma provenienti da vari paesi come Giappone, Corea, Cina, Vietnam, Europa e America, per trascorrere del tempo insieme, praticare la meditazione seduta, quella camminata, prendere un the insieme e riflettere su quale sia il metodo più indicato per offrire ai propri allievi gli insegnamenti e la pratica del dharma, cosicché essi possano essere tramandati… Saranno in grado di rispondere al grido di sofferenza che si leva dal mondo intero? In che modo si possono rendere accettabili e rilevanti per gli uomini del nostro tempo? Allora, se sei un insegnante del dharma o aspiri a diventarlo, vieni pure tu a quel ritiro nel nostro istituto. Ritengo sia possibile organizzarlo da qui a due anni… Se ti trovi in Europa, non tanto lontano da Colonia, ti invitiamo a visitare la nostra comunità monastica e laica e a cercare di capire, dialogando, quale aiuto, quale contributo puoi concretamente fornirle. Penso che sono stati i nostri ascendenti spirituali e di sangue a preparare, per tutti noi, un posto del genere… bellissimo! e con un sacco di comodità… così abbiamo dato corpo al nostro sogno di un “Istituto Europeo di Buddismo Applicato”. “Buddismo Applicato” è una locuzione inedita e deriva da “Buddismo impegnato”. Per “Buddismo impegnato” s’intende un Buddismo che viene praticato durante tutto l’arco della giornata, senza interruzione. Prendere il the significa prendere il the essendo presenti a se stessi, cosicché vita, pace, felicità e gioia possano pienamente manifestarsi. Questo è già, di per sé, una forma di Buddismo impegnato. Quando pratichi nel cuore della famiglia, della comunità o della società, questo è Buddismo impegnato. La maniera in cui cammini, la maniera in cui guardi, la maniera in cui ti siedi, può essere molto impegnata. Perché di fatto avrà influenza nella (e sulla) società in cui vivi. Ispirerà la gente a fare come te, cosicché pace, felicità, gioia e fratellanza siano possibili in ogni momento. Sapete qual è l’origine dell’espressione “Buddismo impegnato”… tale espressione fu coniata nel momento più duro ed intenso della guerra del Vietnam. Tu pratichi la meditazione, la meditazione seduta, la meditazione camminata, ma senti le bombe che cadono tutt’intorno, le grida dei bambini e degli adulti che vengono feriti, ma meditare significa essere consapevoli di ciò che sta avvenendo, e ciò che sta avvenendo è sofferenza, distruzione, morte. Così, se sai cosa sta avvenendo, sei spinto, motivato ad agire dal desiderio di fare qualcosa per dare sollievo alla sofferenza. La sofferenza è in te ed è intorno a te. Allora ti ritrovi a voler praticare la meditazione seduta o la meditazione camminata in modo tale che, nello stesso tempo, tu possa alleviare la sofferenza. Allora praticherai la meditazione camminata proprio lì, nel luogo dove la gente sta ancora fuggendo sotto le bombe. Ed impari come praticare il respiro cosciente per aiutare a curare un bambino che è stato ferito a fucilate o dalle schegge di una bomba. Perché se non pratichi la via nel tempo che dedichi al servizio degli altri, smarrisci te stesso. Ti bruci e il tuo non è più Buddismo impegnato. Così, il Buddismo impegnato è nato in una situazione di tale difficoltà in cui si voleva dare continuità alla pratica tentando, al contempo, di dare una risposta concreta alla sofferenza. Se non riesci a mantenere viva una certa pratica spirituale, non sei in grado di farlo per molto tempo, non duri granché, ed è questo il motivo per cui devi imparare come si respira, come si cammina, come si rilassa la tensione per poter continuare a lungo la tua opera di assistenza. È questo il sentiero del Buddismo impegnato. Buddismo impegnato significa Buddismo socialmente impegnato che è presente in ogni luogo ed in ogni tempo. Quando sei da solo, camminando, stando seduto, prendendo il the o facendo colazione, anche quello è Buddismo impegnato. Quello che stai facendo, infatti, non vale solo per te stesso, giacché lo stai facendo per preservare te stesso allo scopo di poter aiutare il mondo. Perciò non è vero che si fa del Buddismo impegnato soltanto quando si è direttamente occupati in attività socialmente utili. Il Buddismo impegnato dovrebbe essere in ogni momento. Non importa che tu sia da solo o in compagnia di altre persone. Ed ora ce ne siamo venuti con “Buddismo applicato”. Ebbene, Buddismo applicato è Buddismo impegnato, ne è la continuazione. Significa “penetrare”, “entrare”… si usa per dire “penetrare nel mondo”. I nostri colleghi cinesi non usano questa espressione? Ma al suo posto usano espressioni tipo “nel mondo dei viventi”, “nella vita reale”, “al mercato”, “nella città”. Giusto? In Vietnam usiamo una parola che significa letteralmente “penetrare nella vita”: ed è questa che cerchiamo di rendere con l’espressione “impegnato”, Buddismo impegnato. In questo senso il Buddismo impegnato è il nostro Buddismo e non abbiamo bisogno di dire “Buddismo socialmente impegnato” perché, a ben guardare, un Buddismo che non sia realmente impegnato non è vero Buddismo. Il Buddismo dovrebbe essere sempre “impegnato”. Non pratichi solo per te stesso, ma per alleviare la sofferenza del mondo intero. Perché quando la gente soffre di meno, anche il tuo carico di sofferenza diminuisce. E viceversa, quando la tua sofferenza personale si attenua, anche gli altri soffrono di meno. Inter-essere. Così la nozione di un Buddismo “impegnato” penetra nella vita, nel mondo e si trasforma in Buddismo “applicato”. Il termine “applicato” è stato usato in molti settori scientifici dalle matematiche applicate, alle scienze applicate. Pertanto il Buddismo è un qualcosa che può essere applicato in ogni circostanza per affrontarne gli aspetti problematici, per provare a gettare luce sulla situazione in cui ci si trova e sviluppare una conoscenza adatta a gestirne la specificità, in modo che la sofferenza possa essere mitigata. E la via della nostra pratica dovrebbe essere quella della compassione, della comprensione, che è l’essenza del Buddismo applicato. Così quando guardiamo in profondità nella natura di una persona ammalata, scorgiamo problemi tipo tensione nel corpo, tensione nella famiglia, tensione nei sentimenti, nelle emozioni, persino nelle relazioni internazionali… Ci poniamo la domanda: che può fare il Buddismo per mitigare tale tensione? Quando il presidente Obama ha tenuto il suo discorso all’Università del Cairo, ha provato ad usare un tono ed uno stile amorevole per attenuare la tensione tra l’America e il mondo islamico. Questo è Buddismo, e per quanto Obama non parli di pratica buddista, di essa si tratta, né più né meno. Perché quello di Obama è un discorso amorevole. Egli ha parlato con umiltà, riconoscendo i valori dell’Islam a tutto tondo, riconoscendo che c’è solo un ristrettissimo numero di persone che specula su questo clima di tensione internazionale. Questo genere di discorso amorevole appartiene a pieno titolo all’ottuplice nobile sentiero, seguendo il quale è possibile diminuire la tensione esistente nelle relazioni internazionali. Quando il nostro corpo è teso, mettiamo in atto la pratica del rilassamento profondo: anche rilassare il nostro corpo è Buddismo applicato. Giacché la tensione accumulata nel nostro corpo sarà causa di infermità e malattie. Allo stesso modo il sutra del respiro consapevole – che presenta sedici esercizi di respirazione cosciente – è Buddismo applicato. E noi dovremmo esser capaci di “applicare” gli insegnamenti della respirazione cosciente presenti in questo sutra… Dappertutto! In famiglia, a scuola, all’ospedale, al Congresso, ecc. Alcuni di noi sanno che abbiamo offerto la possibilità di un ritiro spirituale riservato ai membri del Congresso a Washington DC e adesso esiste un certo numero di parlamentari che sanno come praticare la meditazione camminata a Capital Hill… E ci hanno riferito che dal loro ufficio al luogo dove votano si recano sempre praticando la meditazione camminata mettendo in ordine e in pace i loro pensieri. Se la cavano meglio grazie a questo genere di pratica. In tal modo possono applicare il Buddismo nelle situazioni più difficili.

Insomma, “Buddismo applicato” è una bella espressione. E ognuno può trarre profitto dagli insegnamenti e dalla pratica del Buddismo… Buddismo come patrimonio dell’intera umanità. Buddismo non per i soli Buddisti. Potete dire loro che il Buddismo è fatto di elementi non-buddisti. Quindi, per favore, dateci una mano di aiuto concreto perché è questo il nostro sogno. L’Istituto Europeo di Buddismo applicato è in cima ai pensieri della nostra pratica. I residenti stanno lì per servire Buddisti e non-buddisti senza differenze di sorta. Così se avete tempo, energie e giovinezza, offritele loro affinché ne possano beneficiare molte altre persone. Sostieni il Buddismo applicato, impara il Buddismo applicato, insegna il Buddismo applicato, aiuta i giovani e gli adulti a soffrire di meno attraverso la pratica del Buddismo applicato. Abbiamo delle persone molto in gamba che ci lavorano, come fratello Pháp An e sorella Annabel Laity, discepoli “senior” di Thay. Loro sono molto preparati nella conduzione di comunità di intellettuali e di giovani. Pertanto, rimanete in contatto con loro, vi prego, e cercate di scoprire tutto quello che potete fare per sostenere questa iniziativa e far si che il sogno si avveri. Il prossimo giugno abbiamo un ritiro di sette giorni lì e corriamo il rischio di non avere abbastanza posto per tutti, perché è nel cuore dell’Europa e ci vengono in macchina senza aver bisogno di prendere l’aereo. Probabilmente al ritiro interverranno molte migliaia di persone, chi sa… ma sono contenti che ci sia lì una comunità di monaci e di laici con una pratica forte e solida che si prende cura dell’Istituto e che continua ad offrire giornate di ritiri di consapevolezza e corsi. Tanto che li invitano ad esporre i loro insegnamenti nella sala conferenze del municipio, nelle scuole superiori, ecc. Dovreste ancora avere con voi quel foglio di carta che vi ha offerto fratello Phap Nguyen durante la vostra prima settimana di permanenza… vi prego date un’occhiata al numero quattro in inglese… paragrafo 4 in inglese… “L’approccio buddista”. Sono soltanto otto righe. Possiamo leggerle insieme: “Sia il soggetto che l’oggetto della percezione si manifestano dalla coscienza, secondo il principio dell’Inter-essere.” Questo è vero Buddismo, questo è Buddismo profondo. Non quel tipo di Buddismo popolare… Sappiamo che la nozione di rinascita può essere interpretata in tante maniere diverse, perché rinascita equivale realmente a continuazione. C’è continuazione. Ma continuazione alla luce dell’Inter-essere, continuazione alla luce della non-nascita e non-morte, continuazione alla luce dell’impermanenza. La domanda se continuiamo ad esistere dopo la disgregazione del nostro corpo è stata posta da così tante persone… Ci sono molti modi di rispondere, secondo la nostra capacità di apprendimento. Ma qui, durante il nostro ritiro di 21 giorni, pretendiamo la risposta migliore. Dovrebbe essere la risposta del Buddismo profondo, non di quello popolare. Ci sono due tipi di Buddismo alla fine… giacché molta gente nei paesi buddisti pratica più la devozione che la meditazione. Così la comprensione di rinascita in una vita successiva è piuttosto differente. Qui però dobbiamo servirci del Buddismo profondo, ovvero quel tipo di Buddismo che può andare di pari passo con la scienza e soddisfarci completamente. Già nella prima riga “Sia il soggetto che l’oggetto della percezione si manifestano dalla coscienza”. Si tratta di un concetto molto importante nel Buddismo. È un insegnamento fondamentale. Perché noi in genere crediamo che la nostra coscienza sia qualcosa che sta qui dentro e che ci tocca andar fuori a cercare il mondo esterno… che là fuori esista un mondo oggettivo, mentre qui dentro un mondo soggettivo. Coscienza e oggetto della coscienza. Proprio da questa proposizione possiamo trarre ispirazione. Una delle cose che dovremmo fare è trascendere la duplice “presa”. Doppia presa (in lingua Viet” Graha”) è l’oggetto dell’afferrare. Si tratta dell’ostacolo più difficile da superare nello studio del Buddismo ed anche nelle scienze. Mi ricordo di quando abbiamo letto un capitolo di “Winnie the Pooh”. Winnie the Pooh pensava di essere alle prese con un animale pericoloso e aveva paura. Ma con l’aiuto di Christopher Robin riuscì a scoprire che l’impronta trovata sulla neve altro non era che una sua propria impronta. La stessa cosa vale per l’oggetto della nostra ricerca la cosiddetta “realtà oggettiva” del mondo che noi pensiamo sia qualcosa di distinto dalla nostra coscienza, ma in effetti altro non è se non l’oggetto della nostra coscienza. È la nostra coscienza! Si tratta della cosa più difficile da intendere e rappresenta un ostacolo fondamentale sia per noi che per la scienza. Ma ora un certo numero di scienziati all’avanguardia ha iniziato a rendersi conto di questo principio. Tipo Sir Eddington, astronomo britannico. Egli afferma che su una riva sconosciuta abbiamo scoperto le impronte di gente sconosciuta e vogliamo sapere chi sia stato lì prima di noi. Allora andiamo, ricerchiamo, investighiamo e alla fine scopriamo che si tratta delle nostre proprie impronte. Allo stesso modo il mondo esterno è la nostra coscienza, siamo noi e non qualcosa di distinto! E l’oggetto e il soggetto della percezione inter-sono: senza soggetto non vi è oggetto, senza oggetto non vi è soggetto, essi inter-sono. Si manifestano nello stesso identico momento: oggetto e soggetto. Vedere significa vedere qualcosa, colui che vede non è separato da ciò che è visto. È molto semplice, ma molto profondo.

Molto difficile peraltro. Colui che vede e ciò che è visto si manifestano nel medesimo istante. Se immaginiamo che chi vede può essere indipendente ed è necessario si separi dall’oggetto della sua visione per poterlo afferrare, ebbene ci sbagliamo. Allo stesso modo la coscienza è sempre coscienza di qualcosa. E la coscienza è qualcosa che dura soltanto un millisecondo. La coscienza è come la particella elementare, come l’elettrone. La sua natura è “non-spaziale”: “non-spazialità” è il termine usato dagli scienziati del nostro tempo nella fisica quantistica. Una particella elementare può essere al medesimo tempo dappertutto. Il che sfida la nostra immaginazione. Noi pensiamo che una cosa dovrebbe trovarsi in un determinato luogo e che non possa trovarsi in posti diversi nel medesimo tempo. Ma su questo gli scienziati hanno già dato una risposta e sono tutti d’accordo: una particella elementare, un elettrone può trovarsi contemporaneamente qui e lì. Può essere allo stesso tempo questo e quello, puoi essere tu e posso essere io, può essere me stesso… può trovarsi qui e insieme in Nord America oppure in Asia.

Così la vera natura della realtà è non-spaziale e non-temporale. La prima cosa che abbiamo letto qui è che sia il soggetto che l’oggetto della percezione sono coscienza. E si manifestano allo stesso tempo come sinistra e destra. Non si può dire che la sinistra esista prima e che stia cercando la destra. No, non funziona così. La sinistra e la destra si danno simultaneamente. Ed è questo il motivo per cui molti filosofi e scienziati hanno sostenuto che la natura della coscienza è una specie di natura “cinematografica”. Quando si proietta un film si pensa a qualcosa che duri un certo periodo di tempo e sia continuo. In realtà si sa che in un film consta soltanto di fotografie separate che durano soltanto una frazione di secondo. Lo stesso vale per la coscienza. Essa non è qualcosa che duri a lungo, solo un millisecondo, e quindi, poiché i millisecondi si succedono l’uno all’altro e i momenti di coscienza si succedono l’uno all’altro continuamente, noi abbiamo l’impressione che la coscienza sia qualcosa che duri. Questa è un’illusione. La permanenza della coscienza è solo un’illusione non è realtà. La coscienza è di natura cinematografica. È solo un lampo, ma non possiamo afferrarlo perché non è qualcosa che duri abbastanza a lungo. L’impressione che la coscienza sia qualcosa di durevole dipende dal fatto che ci sono momenti di coscienza che si succedono gli uni agli altri, sempre.

È come una fiamma in cima alla candela. Ti verrebbe da pensare che si tratta sempre della stessa fiamma, ma non è vero. In realtà vi è una successione di milioni di fiamme, una appresso all’altra, che danno l’impressione che a brillare sia sempre la stessa fiamma. La fiamma di questo istante dà origine alla fiamma del momento successivo e la fiamma del momento successivo a quella del momento ancora dopo. Le cose esistono soltanto in una ksana, un millisecondo. E questo è vero non solo a proposito della coscienza. Ma anche del corpo, giacché le cellule che lo compongono muoiono continuamente per dare origine ad altre cellule. Nel giro di un mese tutte le nostre cellule saranno differenti, totalmente rinnovate. È come un fiume. Noi vediamo che si tratta dello stesso fiume con il medesimo nome, ma l’acqua che scorre nel suo letto è del tutto nuova, non è la stessa acqua: non si può nuotare due volte nello stesso fiume. E non è la stessa persona che entra nel fiume, poiché domani non sarai più tu ad entrare nel fiume, ma un’altra persona nella quale ti sarai già mutato. Non è soltanto il fiume a mutare, anche tu ti trasformi. Il nuotatore si trasforma. Per illustrare questo concetto nel Buddismo si usa una magnifica immagine. Nella notte qualcuno tiene in mano una torcia e traccia un circolo nell’oscurità. Finché il movimento viene fatto rapidamente, tu che ti trovi lì, hai l’impressione che ci sia un cerchio di fuoco. Ma in effetti ci sono soltanto punti d’immagine del cerchio. Ed è questo il motivo per cui crediamo di avere una coscienza o un’anima che si mantiene sempre identica a se stessa: è questo l’errore di fondo. Ogni cosa è impermanente. Ci sono solo istanti puntativi, non c’è alcuna permanenza. E adesso la scienza, la scienza moderna, non ha alcuna difficoltà a ammettere questo fatto. La scienza moderna è ora capace di riconoscere gli istanti-punto, l’impermanenza… la scienza moderna ha i mezzi per dimostrare che non esiste alcun “sé” psichico. Grazie alle neuroscienze sappiamo che il nostro cervello è formato di un gran numero di neuroni e che essi sono in permanente ed efficace comunicazione tra di loro. Fanno tutto insieme. Non c’è alcun leader tra di loro, nessun “capo”. Sono come un’orchestra. Riescono a suonare una bella sinfonia senza bisogno del direttore d’orchestra. Allo stesso modo il nostro corpo che è formato di innumerevoli cellule, in così perfetta coordinazione e sincronia tra di loro, che non c’è bisogno di alcun presidente che dia gli ordini, che prenda le decisioni. Non c’è alcun “sé”. E se gli scienziati riescono a mantenere viva questa intuizione, ebbene la luce dell’intuizione potrà diventare un fattore di liberazione. Giacché se fai tua tale nozione soltanto in maniera intellettuale, essa non sarà sufficiente a liberarti dalla paura, dal desiderio, dalla disperazione. Non-sé, impermanenza, come nozioni non sono di grande aiuto. È solo riuscendole a vivere come samadhi, come intuizione durevole, che potrai ottenere la liberazione. Ed è questa la ragione per la quale samadhi è stato tradotto in Viet…… mantieni tale intuizione, non perderla, tienila con te a lungo. Non andar su è giù allo stesso livello: mantieni l’intuizione viva e la renderai durevole. Questo significa che nella tua vita quotidiana sei in grado di tenere ben salda la visione dell’impermanenza, la visione del non-sé. Questa non è una nozione, ma un’esperienza vivente. Soltanto questa intuizione può liberarti dalla paura, dalla rabbia, dalla separazione. …… (Viet) è una buona traduzione per indicare l’idea del mantenere tale intuizione viva per più di qualche tempo. È come quando si mettono a bollire le patate. Bisogna mantenere il fuoco acceso sotto la pentola per almeno 20 minuti se si vogliono cuocere le patate. Se lo accendi e lo spegni di continuo, non riuscirai mai a cucinare le patate. Samadhi assomiglia a questo. Samadhi è coltivare, tener ferma la presenza costante di questa intuizione. Allora, gli scienziati sono capaci di trovare non-sé e impermanenza. Ma ciò di cui hanno bisogno per mantenerli vivi nel corso della giornata, per radicarli nella quotidianità è Samadhi. E sarà loro possibile scoprire molte altre cose. Per questo dobbiamo aiutarli, perché ora si affidano a strumenti sofisticati. Ma hanno bisogno dello strumento della consapevolezza e della concentrazione, samadhi, per andare oltre, per fare ulteriori scoperte. Ed è questo il motivo per cui è possibile una collaborazione tra praticanti buddisti e scienziati per scoprire ancora di più riguardo a noi stessi – oggetto e soggetto di coscienza. Nelle varie tradizioni religiose tendiamo a credere piuttosto in qualcosa di durevole… come l’anima. Come sappiamo, nel Buddismo la nozione di anima non esiste. Con “anima” si può indicare, immaginare o identificare la coscienza… si può persino chiamare la propria coscienza “anima”, a condizione che si abbia ben presente che la sua natura è di tipo cinematografico. La coscienza è composta di istanti puntuali, manifestazioni fulminee. Se avete ben chiaro questo punto, allora siete liberi di usare la parola che preferite, anche anima. Ma se usate “coscienza” e la pensate come qualcosa di durevole, anche la parola “coscienza” sarà erronea. La coscienza, così come l’oggetto della coscienza, si manifestano in maniera tale da sembrare cinema. E quanti lavorano nel campo della fisica quantistica iniziano a vederlo chiaramente. Così, quando siamo spinti a credere che la coscienza sia permanente, che l’anima sia permanente e che solo il corpo perisca, in un certo senso l’anima continua, come da diverso tempo, a muoversi tra paradiso ed inferno…

Il che, di contro alla concezione dell’Esternalismo vietnamita, significa pensare che la visione della permanenza sia una visione errata. Poiché l’idea dell’impermanenza proposta dal Buddismo è sostanzialmente coincidente con quella della scienza contemporanea – la quale riconosce anch’essa che tutto è impermalente ed esiste soltanto in un batter di ciglia – essa non si applica soltanto alla coscienza, ma allo stesso mondo che è oggetto della coscienza. Così nel primi rudimenti di Buddismo apprendiamo che “Dharma” con la lettera maiuscola si riferisce all’insegnamento del Buddha, mentre “dharma” con la lettera minuscola significa oggetto della mente od oggetto conoscibile. Ovvero, sappiamo che il mondo è in primo luogo oggetto della mente – insomma, possiamo essere sicuri che qualcosa sia – e quantunque non ci sia dato esser certi che il mondo esista di per sé, abbiamo la certezza che esso sia l’oggetto della mente. Il sole, la terra, ……, il cosmo, le galassie, sono tutti oggetti della mente, così come lo sono i nostri corpi, e persino le menti, tutto è oggetto della mente. Sicché abbiamo la possibilità di indagare intorno alla realtà in quanto oggetto della mente, e quando comprendiamo l’oggetto della mente, realizziamo la comprensione della mente stessa, poiché mente e oggetto della mente inter-sono, l’una non può essere senza l’altro. Una corretta visione del mondo, dunque, dovrebbe trascendere la concezione dell’Esternalismo. L’idea che la realtà esterna (ed interna) permanga immutata, non può essere condivisa né dal buon Buddista né dallo scienziato. Lo stesso vale, però, per la visione opposta, quella che sostiene la totale scomparsa del sé con la disgregazione del corpo. Si tratta di una visione altrettanto estrema, e quindi errata, denominata “annichilazionismo”. Entrambe le posizioni in quanto estreme sono sbagliate: sia quella che afferma la permanenza del sé, sia quella opposta che sostiene la sua scomparsa, il suo diventar nulla con il venir meno della corporeità. Nel Buddismo, di fatto, non si rimane intrappolati in nessuna delle due visioni e, pertanto, il ciclo della rinascita non dovrebbe essere inteso né secondo l’Esternalismo né secondo l’annichilazionismo. Il Buddismo della devozione, il Buddismo popolare può pure fondarsi su una qualche credenza di tipo esternalista, i suoi adepti possono pensare che dopo la disintegrazione del corpo l’anima rimanga identica a se stessa e si reincarni in un altro corpo, un animale, un albero, uno scoiattolo, un cervo, o un’altra persona, non importa che sia bianca, nera o marrone, e così via. Si tratta comunque di una visione assolutamente ingenua. Noi ci ritroviamo senz’altro su altre posizioni.

Così affermare che dopo la morte continuiamo ad essere la stessa persona in differenti forme di vita non è vero Buddismo, Buddismo profondo intendo, e non ha nulla di scientifico, poiché, in base al concetto di impermanenza, il cambiamento di mente e corpo è costante, continuo, in senso cinematografico. Questo modo di pensare, invero, non ha nulla a che vedere né con il Buddismo, né con la scienza, per quanto un certo numero di scienziati siano invischiati in tale concezione. Resta il fatto che la scienza ufficiale sostiene che nulla scompare, nulla nasce e nulla muore: semplicemente la realtà si manifesta continuamente in forme differenti. E questa visione può essere assimilata ad una sorta di rinascita, di samsara, una specie di “continuazione” coerente alla concezione dell’impermanenza e del non-sé. Punto, questo, su cui concordano molti scienziati. La concezione dell’annichilimento, dicevamo, non è né buddista, né scientifica. Un bravo studente di Buddismo è in grado di andare oltre, di trascendere entrambe le suddette posizioni, di liberarsi sia della nozione di rinascita che di quella di continuazione. Altrimenti non può dirsi un vero Buddista. Immagina di essere una nuvola, per usare un’immagine tratta dalla meditazione. Sei una nuvola, sei fatto di sottili cristalli di acqua ghiacciata, sei così leggero che non precipiti giù ma galleggi. Ci sono nuvole immense, milioni di tonnellate di acqua galleggiante come te, collidendo in costante interazione le une con le altre, cristalli sottili con cristalli sottili. I quali possono trasformarsi in un’unica, gigantesca sfera di ghiaccio e precipitare giù in forma di immenso scroscio d’acqua. Piove. Ma può darsi che lungo il cammino ti imbatta un blocco d’aria calda ed evapori per tornare nuovamente su, per poi precipitare giù e su e giù. Alla stessa maniera trasmigrazione, reincarnazione, rinascita è prender posto in forma di nuvola. Una nuvola non ha bisogno di diventare acqua per vivere una nuova vita. Essa vive una nuova vita ogni istante. Così rinascita o continuazione della vita hanno luogo nello stesso punto di tempo, giacché in ogni singolo momento ciascuno di noi produce pensieri, discorsi, azioni, e tutto questa “produzione” recherà con sé degli effetti su di noi e sul mondo intero. È il nostro “prodotto”, il nostro karma. Il nostro “agire karmico” è un concetto molto importante. Osservate quella nuvola lì. Se pensate che essa se ne stia lì,galleggiando e basta, sempre identica a se medesima, vi sbagliate. Una nuvola è fonte di grande attività, è tutta un fermento: tanto che è in grado di produrre una terribile scarica di energia. Il lampo prodotto da una nuvola può distruggere molte cose viaggiando in un batter di ciglia, sfolgorante, più caldo e potente di un raggio di sole. Così non possiamo dire di saperne abbastanza delle nuvole. Ne abbiamo di cose da imparare. Le nuvole sono impermalenti. Ciascuna di esse è estremamente attiva. Nascita e morte, continuazione, rinascita dopo rinascita, continuano sempre in ogni momento in ogni nuvola. Rendersene conto può tornarci utile perché in effetti noi siamo come nuvole. In ciascuno di noi c’è un gran numero di nuvole. Beviamo nuvole ogni giorno, di continuo. Allora nascita e morte non sono altro che prender posto in ogni momento della nostra vita quotidiana. Non dovremmo dire che, forse, moriremo soltanto tra vent’anni o trenta. No. Tu stai morendo proprio ora ed ora rinasci, precisamente in questo istante. La rinascita è qualcosa che sta accadendo nel qui ed ora, non nel futuro. Allora, quando qualcuno ti chiede “cosa mi succede quando muoio?”, puoi provare ad aiutarlo porgendogli/le di rimando questa domanda: “cosa mi accade nel qui e nell’ora?”. Se tu sei davvero consapevole di cosa ti stia accadendo proprio qui ed ora, ti sarà facile rispondere a quell’altra domanda, giacché stai già sperimentando cosa significhi nascere e morire. Rinascere è prender posto qui ed ora, dal momento che la tua natura mentale e fisica è di tipo cinematografico e ti capita di rinascere ad ogni istante. Attimo dopo attimo ti rinnovi per essere una persona nuova, un nuovo essere. Se sei consapevole di come funzioni, se sai come farlo, allora il tuo rinnovamento è all’insegna della bellezza e con il tuo karma assicuri una bella continuazione. Se hai imparato a maneggiare pensieri, parole ed azioni, progredirai nella bellezza. Niente di straordinario: è un karma, una condotta possibile. Così, di fatto, non hai alcun bisogno di aspettare sino al giorno della morte per scoprire che cosa ti accade: basta che guardi al momento presente è vedrai che nascita e morte procedono di pari passo in te ad ogni istante, sia nel tuo corpo che nella tua coscienza. Se sei consapevole di questo, avrai sempre a portata di mano la risposta alla domanda cruciale: la due domande si equivalgono. In ogni momento della tua vita quotidiana, che tu respiri, assuma del cibo, concepisca nuove idee o viva nuove sensazioni, qualunque cosa tu faccia, c’è un venir dentro e un andar fuori. Cose che escono dall’interno del tuo corpo, urina, aria, acqua, ecc. e l’intero cosmo che entra in te per rinnovarti, e mentre tu gli restituisci queste cose ti stai rinnovando momento per momento. Inutile aspettare nascita e morte: guarda sono già qui, stanno accadendo proprio ora. Supponi che una parte della nuvola sia in grado di trasformarsi in pioggia, cader giù e diventar parte del fiume, mentre il resto della nuvola se ne rimanga lassù, in cielo, a contemplare quello che accade. La sua continuazione è giù sulla terra. Può trasformarsi in onda, fare un bel viaggio laggiù nel mare e di questo gioire. Ma rimane pur sempre parte della nuvola originaria. “Spero che te la spassi laggiù!” – dice una parte della nuvola all’altra. “Starsene qui sopra a galleggiare nel cielo blu è bello, ma anche galleggiare laggiù deve essere un’esperienza interessante.” Così che se ne stia lassù o quaggiù si tratta sempre della nostra nuvola. Lo stesso vale per un essere umano. Ad esempio posso vedere me stesso nei miei studenti o nei miei amici, augurare loro buona fortuna, giacché la loro fortuna è la mia fortuna. Questo mentre i miei studenti e i miei amici, in effetti, mi portano con loro ed io auguro loro il meglio, poiché la mia felicità o la mia sofferenza dipendono da loro. Così quando mi metto a guardare veramente non vedo me stesso qui, presso di me, ma lì presso di loro. Il mio “io-onda” laggiù si trova bene, trascorre un tempo felice. Ti rendi conto che è questo il giusto modo di guardarti, di vedere te stesso, non solo in questo corpo – si tratta di una prospettiva limitata – ma in ogni luogo, poiché non passa attimo che tu non produca pensieri, discorsi, azioni, che non “prolunghi” te stesso nel mondo che ti circonda… sei anche laggiù, lo senti, non solo qui. Qualche giorno fa alcuni nostri amici che vengono dalla Thailandia mi hanno domandato: “Thay che succede quando muori?” Eccoli, sono seduti là! Gli ho risposto che non sarei morto! Che avrei continuato a stare con i miei amici, con i miei studenti… per un sacco di tempo ancora… voglio divertirmi a viaggiare il mondo, ad andarmene in giro per altri cent’anni a partire da oggi. Verrete a Plum Village e mi vedrete ancora ma in forme differenti, più giovane, più bello. È possibile essere più belli nel nostro modo di pensare, di parlare, di agire, se davvero sappiamo come generare una giusta visione del mondo. Grazie ad essa non avremo più a soffrire, ma potremo generare pensieri di compassione, comprensione, perdono… se in noi avremo la luce, potremo contribuire alla guarigione del mondo, cosicché si possa continuare in bellezza. Similmente una nuvola può fare un lavoro di auto-purificazione, diventando neve o acqua di fiume, bello e possibile non trovate? Pure la cosiddetta visione scientifica afferma che tali fenomeni avvengano per pura coincidenza. Bentrand Russell ha scritto: “Quell’uomo è il prodotto di cause di cui non si potevano prevedere gli effetti, le finalità che avrebbero realizzato; che la sua origine, la sua crescita, le sue speranze e i suoi timori, i suoi amori e le sue convinzioni, altro non sono se non il risultato di collocazioni accidentali di atomi”. Questa concezione rifiuta la credenza religiosa che esista un progetto divino per il mondo. Non esiste alcun progetto, ma solo collocazioni accidentali di atomi. Non esiste alcun Dio per la scienza, solo il puro caso, la coincidenza. Nel contesto buddista, invece, vi è l’azione, il karma. Il karma è la forza dinamica che produce ogni cosa. Nella visione del mondo buddista non si parla di Dio, né di un progetto concepito da Dio, bensì di una forza dinamica che attraversa ogni cosa, è il fondamento di tutto ciò che esiste, ovvero il karma. Il karma è coscienza, niente di astratto. Abbiamo iniziato il nostro ragionamento con la nozione che sia l’oggetto che il soggetto della percezione sono solo percezioni. Coscienza, null’altro che coscienza. Sia la coscienza propriamente detta che l’oggetto della coscienza sono manifestazioni della coscienza; e la coscienza è una forza dinamica che da dietro spinge ciò che è alla base della manifestazione, per così dire, a venire ad essere, a prender posto tra le cose viventi. Il mondo nell’intuizione buddista è una manifestazione della coscienza in termini di soggetto della coscienza e oggetto della coscienza. Non penso che gli scienziati abbiano difficoltà a concordare con questa affermazione. Molti di loro, infatti, hanno iniziato a convenire sul fatto che il cosmo sia una manifestazione di coscienza. Coscienza è soggetto e oggetto di coscienza. Così come lo scienziato, neanche tu puoi realmente tirarti fuori, metterti in una posizione ulteriore rispetto all’universo e contemplarlo come un puro e distaccato osservatore: se desideri veramente comprenderlo devi parteciparvi. Nel Buddismo l’idea della “coincidenza” viene rifiutata. Le cose esistenti sono spinte innanzi da una forza chiamata “azione” o “karma” e quando si parla di “azione” si intende qualcosa di molto concreto. Quando “produciamo” un pensiero, quella è energia. E il pensiero può cambiare noi che lo pensiamo e il mondo in maniera positiva o negativa. Se si tratta di un pensiero “giusto”, ovvero se quel dato pensiero è prodotto in maniera corretta, equilibrata, appropriata, allora avremo un effetto salutare, corroborante, nutriente sia sul nostro corpo che sul mondo intero. Con questo modo d’agire, con la sola produzione di un pensiero giusto, efficace, hai il potere di cambiare il mondo, di renderlo un posto migliore in cui vivere, oppure puoi trasformarlo in un inferno. Questo è karma, niente di astratto. Le distinzioni tra “classi” economiche sono nate da un nostro pensiero, dall’avidità, dalla paura in gran quantità. Il valore del dollaro o dell’euro è in gran parte un prodotto della mente: abbiamo ben presente il potere della speculazione: la speculazione può portare il dollaro su e l’euro giù. Ogni cosa è frutto della mente. Ed è questo il motivo per cui il pensiero è azione. Anche il discorso è azione. Parlando possiamo allentare la tensione, possiamo aiutare qualcuno a riconciliarsi, oppure, al contrario, abbiamo il potere di distruggere la famiglia, di fare a pezzi la speranza di una persona, o chissà di lasciare che si allontani da noi o persino che commetta suicidio. Allora il discorso è energia, forza o violenza, ovvero karma, così come l’azione fisica propriamente detta. Noi Buddisti parliamo di karma come azione sotto un triplice aspetto: azione-pensiero, azione-discorso e azione-fisica. Esiste un karma individuale che ha effetti tangibili su ciascuno di noi. Tutto ciò che accade a te, accade al mondo. Se concepisci quel dato pensiero, non solo tu ma il mondo intero sarà influenzato da quel pensiero. Se dici quelle parole, tu e il mondo intero sarete condizionati da esse. Esiste anche un karma collettivo. Lo stiamo creando insieme. Il ritiro di 21 giorni al quale abbiamo preso parte non è stato fatto da una sola persona ma da tutti noi, dalla nostra amicizia. Gioia, trasformazione, guarigione sono il lavoro in cui siamo impegnati tutti quanti. Ognuno di noi contribuisce con la sua pratica, il suo sguardo profondo, la sua speranza, il suo eloquio. Per cui, se tutti quanti riusciamo a trarre giovamento da questi 21 giorni di ritiro spirituale, è grazie alla nostra azione collettiva.

Nel Buddismo, difatti, non crediamo in un Dio che crei, disponga, organizzi tutto ciò che esiste, né del resto attribuiamo tutto al caso. Riteniamo piuttosto che siano i fenomeni materiali-sostrato, l’energia sottostante a disporre ogni cosa, a determinare lo stato in cui si trova il mondo. Lo stato in cui versa il pianeta terra, insomma, dipende dal nostro karma, dal nostro agire. Non dipende da Dio o dal caso, ma dalle nostre azioni in sé. E penso che gli scienziati non abbiano alcuna difficoltà a comprendere ed ammettere questo principio. Così il mondo sorge e si determina a partire dalla nostra azione, individuale e collettiva. Sia il soggetto che l’oggetto della percezione sono manifestazioni della coscienza secondo il principio dell’inter-essere.

Spero che questo principio sia abbastanza chiaro, che il mio inglese sia di facile comprensione. Intendo dire che il soggetto non può esistere senza l’oggetto e l’oggetto non può esistere senza il soggetto. Essi inter-sono, si manifestano nel medesimo momento, sono di natura cinematografica. La loro esistenza è istantanea, puntuale. Il fatto che paiono continuare a manifestarsi dipende dalla vostra impressione che ci sia qualcosa di duraturo. Ma dovremmo evitare di cadere nella trappola dell’esternalismo o in quella dell’annichilimento. L’uomo è presente in ogni cosa ed ogni cosa è presente nell’uomo, anche se l’uomo è molto “giovane”, ha fatto la sua comparsa nella storia della vita terrestre solo ieri. Tuttavia, se osserviamo attentamente nella persona di un essere umano, ci è ancora dato scorgere elementi non-umani, provenienti dai nostri antenati animali, vegetali e minerali. Ebbene, non solo nelle nostre vite precedenti eravamo una nuvola, una roccia, e ci piaceva esserlo, ma persino in questo momento continuiamo ad essere nuvola e roccia… c’è una montagna dentro di noi, non la vedete? C’è un gregge di nuvole dentro di noi, non riuscite a scorgerlo? Quindi non si tratta di un problema del passato, eravamo una nuvola in passato e siamo una nuvola adesso nel presente, eravamo pietra eoni fa e siamo ancora pietra qui ed ora. L’elemento pietra o minerale è ancora in noi. Gli oligoelementi, di cui abbiamo così tanto bisogno per il nostro benessere, cos’altro sono se non il nostro esser pietra? Tempo addietro eravamo un pesce, un uccello, un rettile. Sono stati nostri antenati ma sono ancora presenti nel qui e nell’ora. Continuiamo ad esistere come rettili poiché abbiamo molte reazioni istintive che appartengono a quel genere animale. Possediamo molti automatismi reattivi simili a quelli degli uccelli o dei pesci. Siamo stati creati da Dio a sua immagine e somiglianza, ma in effetti abbiamo molti antenati. E quando un pesce nuota felice nell’acqua è molto orgoglioso della sua capacità di nuotare e avrebbe il diritto di dire che Dio è il più meraviglioso nuotatore al mondo. Osservate attentamente un pesce e ditemi se non è così. Dio che mi ha creato come pesce dev’essere il miglior nuotatore al mondo. E una rosa quando pensa a se stessa immagina che Dio debba essere la rosa più bella e profumata del mondo poiché l’ha creata a sua immagine. Se sei un matematico tendi a pensare che Dio sia il principe dei matematici, tendi ad attribuirgli connotati antropomorfici. Così se sei gay perché non dovresti pensare a Dio in termini omosessuali? Il pesce ha diritto a pensarla così, come la rosa. Tutte le cose esistenti inter-sono, noi siamo la continuazione dei nostri ascendenti ora. Quindi, reincarnazione, rinascita, continuazione, nel qui e nell’ora siamo esseri umani, certo, ma al contempo siamo roccia, nuvola, coniglio, rosa, gay, lesbica, siamo ogni cosa… non dobbiamo discriminare o rigettar via niente di ciò che esiste, poiché siamo tutto ciò che esiste e tutto ciò che esiste è in noi. Questa è la corretta visione. Campana…

Dunque, se intuiamo chiaramente che ogni cosa è nell’uomo e l’uomo è in ogni cosa, ci rendiamo conto che preservare le altre specie significa preservare noi stessi: è una profonda concezione ecologica. L’insegnamento del Sutra del Diamante, ovvero l’inter-essere, rappresenta un pensiero profondamente ecologista. Un buon buddista dovrebbe essere un ecologista, sforzandosi di fare del suo meglio per preservare l’ambiente. Perché preservare l’ambiente significa preservare se stessi, l’umanità che in sé contiene l’intero cosmo.

A livello fenomenico, sembra che ci sia nascita, morte, essere e non-essere, ma ontologicamente, queste nozioni non possono essere applicate alla realtà.

La rinascita, dunque, dovrebbe essere intesa in questa maniera. Nascita e morte sono soltanto nozioni. La vera natura della nuvola è non-nascita, non-morte. Lavoisier ha affermato che nulla si crea e nulla si distrugge: egli concorda totalmente con l’insegnamento buddista. Una nuvola che si manifesti come nuvola, non nasce, perché prima di essere quella nuvola là è stata albero, oceano e calore generato dal sole. Così, apparire come nuvola rappresenta soltanto un momento di continuazione. E quando la nuvola diventa fiume non c’è morte, bensì solo altra continuazione. In questo possiamo sperare. Possiamo augurare alla nuvola felice proseguimento. Possiamo augurarci l’un l’altro un felice proseguimento, un bel proseguimento. Sappiamo che c’è una maniera di continuare in bellezza, che consiste nel prenderci cura dei tre aspetti dell’agire, pensiero, parola e azione. A livello fenomenico, dunque, sembrano esserci nascita e morte. Essere e non-essere è un’altra coppia di visioni erronee. Il non-essere non è. Ma anche a parlare di essere si cade in errore. La realtà assoluta trascende entrambe i concetti di essere e non-essere. Prima della tua nascita non appartenevi al regno del non-essere, giacché dal non-essere non si può venire ad essere e quando morirai non ti sarà possibile annullarti nel non-essere. Quindi è impossibile essere o non-essere. Si tratta di due visioni erronee: “inter-essere” va decisamente meglio.

La coscienza dinamica si chiama energia karmica.

L’energia-karma come abbiamo detto non è qualcosa di astratto. È reale e determina il nostro modo di essere. Se siamo felici o infelici, se viviamo nella bellezza oppure no, dipende dal karma. È possibile prendersi cura delle proprie azioni in modo da non dover soffrire molto nel presente e proseguire in meglio nel futuro. Così si coltiva la speranza e la gioia.

Tutto si evolve secondo il principio dell’interdipendenza, ma esiste il libero arbitrio e la possibilità di trasformarsi, esiste la probabilità.

Libera volontà è consapevolezza. Quando la consapevolezza si manifesta, conosciamo esattamente ciò che sta accadendo. Se ci piace gli consentiamo di continuare. Se non ci piace, cerchiamo di cambiarlo con la concentrazione e l’intuizione. Non vogliamo che prenda la strada che conduce alla sofferenza, allo star male. Al contrario vogliamo che si incammini lungo il sentiero che porta alla cessazione della sofferenza, allo star bene. Nel Buddismo il libero arbitrio deriva dalla consapevolezza di poter intervenire concretamente sul nostro modo di pensare, di parlare e di agire. Per questo siamo responsabili delle nostre azioni ed è possibile assicurarci una buona continuazione. Dunque vi è libertà e la libertà comincia con la consapevolezza, la concentrazione e l’intuizione. E con l’intuizione siamo in grado di cambiare completamente la nostra prospettiva sul mondo. Con la retta visione possiamo praticare il retto pensiero, possiamo cambiare noi stessi e il mondo. Possiamo praticare il retto discorso, riconciliare, portare speranza. Con la retta azione possiamo essere d’aiuto al prossimo, possiamo proteggere gli indifesi, salvare delle vite. Agire è possibile: l’azione determina ogni cosa. Ogni cosa, infatti, è frutto di azione.

L’uno influisce sul tutto – questo lo abbiamo già compreso – e il tutto influisce sull’uno – anche questo concetto lo abbiamo ben inteso. Inter-essere significa anche impermanenza, non-sé, vuoto, karma e un sistema mondo senza limiti. L’altro giorno abbiamo detto che l’impermanenza dovrebbe essere interpretata come inter-essere, come non-sé, altrimenti non sarebbe coerente all’insegnamento del Buddha. Nell’insegnamento del Buddha ogni dottrina inter-è con tutto ciò che esiste e tutto ciò che esiste si richiama alle varie dottrine. Pertanto, l’impermanenza dovrebbe essere concepita come non-sé e il non-sé come interdipendenza. Non-sé e interdipendenza non sono idee troppo differenti. Se comprendete cosa sia interdipendenza, comprendete il non-sé, se comprendete l’impermanenza, avrete ben chiaro cosa sia interdipendenza e vuoto, la stessa cosa. Parole diverse per dire la stessa cosa.

La retta visione consente le rette azioni, conducendo alla riduzione della sofferenza e all’incremento della felicità.

Ed è questo l’insegnamento delle quattro nobili verità, di cui il nobile ottuplice sentiero rappresenta l’aspetto attivo.

Felicità e sofferenza inter-sono.

Non dovrebbe essere troppo strano fuggire la sofferenza, o almeno cercare di farlo, poiché sappiamo che una profonda comprensione della sofferenza può portare ad una visione compassionevole e alla consapevolezza che essa, dopo tutto, sia alle fondamenta della felicità: capiamo che soffrire, essere ammalati gioca un certo ruolo. Non è strano pensare che ci sia un posto dove non esiste alcuna sofferenza, ma solo felicità. La “terra promessa” è proprio qui, il regno di Dio è proprio qui. Se siamo davvero liberi, riconosceremo che il regno di Dio si trova nel qui e nell’ora, il tesoro di cui si parla nella Bibbia è proprio qui, in voi e intorno a voi, giacché voi appartenete al regno. Abbiamo soltanto bisogno di un lampo di illuminazione, di risveglio per realizzare che ciò che andiamo cercando in realtà è già qui. Il regno di Dio, la non-nascita, non-morte. Felicità e sofferenza inter-sono , basta che vi ricordiate del fango e del loto. Senza il fango il loto non potrebbe svilupparsi. Dunque, non dovremmo aver paura della sofferenza. Sappiamo come maneggiare la sofferenza, sappiamo come maneggiare l’immondizia per ricavarne il composito, il concime per i fiori. Altrimenti non ci è dato accettare questo mondo con tutto il cuore. Non abbiamo bisogno di andare in nessun altro luogo, siamo già a casa e vogliamo manifestarlo ancora una volta e di nuovo e ancora, ancora, per rendere questo mondo un posto più bello grazie alle nostre buone azioni.

La realtà ultima trascende le nozioni di bene e di male, di giusto e sbagliato.

Ed è questo il criterio assoluto dell’etica buddista.

Cari amici, è stata una grande gioia per me stare con il sangha per i 21 giorni del ritiro. Vi prego continuate. Quando ve ne tornerete a casa in Europa, Asia, America, Africa o Australia siate una torcia per illuminare i vostri amici, per continuare il lavoro del Buddha. Il ritiro di 21 giorni dovrebbe continuare sull’aereo durante il viaggio di ritorno. Quando arrivate portate il vostro sorriso, i vostri saluti da Plum Village. Ad ciascuno chiederemo di avvicinarsi al sangha monastico. Intoniamo un canto ed invochiamo i grandi bodhisattva di proteggere tutti noi, cosicché possiamo continuare il nostro nobile compito, il lavoro del Buddha e dei nostri antichi maestri. Il Buddismo in otto righe non è difficile, vedete, non è affatto difficile, ed è Buddismo profondo, otto linee, meno di otto linee. Massaggiamoci i piedi.

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Autore:

Ho studiato filosofia presso l'Università degli Studi di Roma “La Sapienza” e mi sono laureato nell'aprile del 1990, relatore il prof. Gabriele Giannantoni, con una tesi in storia della filosofia antica intitolata "Vivere significa morire: analisi di alcuni frammenti eraclitei". Sono socio della SFI - Società Filosofica Italiana di cui curo il sito web. Da alcuni anni mi interesso di Pratiche Filosofiche e Consulenza Filosofica, collaborando con riviste scientifiche del settore, sulle quali ho all'attivo decine di pubblicazioni. Dal 2004 svolgo la professione di Consulente Filosofico e ho promosso una serie di iniziative filosofiche (Caffè Philo, Dialogo Socratico, Seminari di gruppo) aperte al pubblico. Nel giugno del 2005 ho partecipato come relatore al convegno "Pratiche filosofiche e cura di sé" presso l'Università di Venezia "Cà Foscari". Tra il settembre 2006 e il giugno 2007 ho curato il ciclo di seminari "La filosofia come arte di vivere" presso la Biblioteca Comunale di Rieti "Paroniana" con il beneplacito dell'Assessorato alla Cultura del Comune di Rieti. Nell'anno accademico 2006-2007 sono stato docente a contratto per il master in Consulenza Filosofica attivato presso l'Università di Roma3. Attualmente insegno filosofia e storia presso il Liceo "I. Vian" di Bracciano (Liceo Classico sezione X).