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La pace in azione. Trasformare la sofferenza che è dentro di noi in felicità


Estratto (in base ad appunti rielaborati) dal discorso del Dharma del reverendo Thich Nhat Hanh tenuto durante la conferenza pubblica “Città, culla della trasformazione. Una risposta concreta alle ansie e alle preoccupazioni che condizionano la nostra vita oggi. Per aiutarci ad essere persone libere”, il 6 settembre 2012.

La compassione sorge in ciascuno di noi nell’attimo in cui riusciamo a comprendere la sofferenza che agita il cuore e la mente di una persona. Ma per poter essere d’aiuto a qualcuno dobbiamo prima comprendere ed abbracciare la nostra sofferenza personale, fare pace con noi stessi, tornare a casa e prendere dimora presso noi stessi.

Soltanto riuscendo a toccare la sofferenza che giace dentro di noi saremo in grado di generare quell’energia della consapevolezza che ci permette di trasformare noi stessi, le persone che abbiamo accanto, la società intera. Questo si può fare attraverso la pratica buddhista. La meditazione ci consente di incontrare la sofferenza, di comprenderla, infine di trasformarla. La sofferenza si presenta fondamentalmente come rabbia e paura. Dobbiamo imparare a conoscere e ad accettare la nostra rabbia e la nostra paura se vogliamo sviluppare l’energia che ci consentirà di trasformarla.

Molte persone hanno paura di prendere contatto con se stessi, di “tornare a casa”. Temono di esser sopraffatti dal dolore, dall’ansia. Questo perché non sanno come fare a gestire rabbia e paura. Non posseggono gli strumenti conoscitivi per misurarsi con la loro interiorità. Il Buddhismo ti insegna come fare. Solo coltivando la meditazione ciò diventa possibile.

La sofferenza che ci portiamo dentro reca con sé molti elementi, molte precondizioni. È la sofferenza dei nostri genitori, dei nostri avi, della società in cui viviamo. Per questo abbracciando la nostra sofferenza riusciremo a comprendere pian piano ciò che provavano nostro padre e nostra madre, i nostri nonni e tutti coloro che ci hanno preceduto lungo il cammino della vita.

Quando matureremo tale comprensione la compassione sorgerà spontanea nei nostri cuori. Grazie alla compassione la foschia dell’ignoranza e del dolore si dissiperà. Proveremo immediato sollievo. Perché la compassione per l’altro è anche compassione per se stessi e viceversa. Un’esperienza unitaria che tutto collega attraverso tutto.

Le persone intorno a noi soffrono perché non sanno ascoltare la sofferenza. La coprono di continuo leggendo giornali, ascoltando musica, guardando la TV, navigando su internet. La coprono perché ne hanno paura. Ma non sanno che paura e dolore sono due facce della stessa medaglia.

Accendere la TV è un gesto automatico. Spesso lo facciamo così tanto per. Il vero motivo è che vogliamo “ammazzare il tempo”, non vogliamo ascoltare noi stessi e per questo ci disperdiamo nel rumore di fondo che ci circonda. È un po’ come “evitare se stessi”. Lo stesso comportamento che mettiamo in atto quando non vogliamo incrociare qualcuno che ci sta antipatico o che ci sta troppo simpatico, verso il quale proviamo imbarazzo o vergogna o rabbia o timore. Tiriamo dritto, senza pensarci, evitando di ascoltare le sue parole, di guardarlo negli occhi. Lo stesso facciamo con noi stessi.

Allora facciamo così. Prendiamo il telecomando e facciamo zapping. Oppure apriamo il frigorifero e mangiamo qualcosa anche se non ne abbiamo veramente voglia. Il nostro corpo non ce lo richiede. Ma la mente, in quel caso, non è “centrata” rispetto al corpo. È da qualche altra parte. La mente non ascolta il corpo, non dimora presso di lui.

Nei supermercati ci offrono stock di cose atte ad ingannare la sofferenza che ci portiamo dentro. Crediamo di poterla evitare all’infinito. Ma non ci rendiamo conto che il nostro è solo un girarci intorno. Gli oggetti, i beni di consumo non possono salvarci. Più ce ne serviamo, più ci illudiamo che essi siano in grado di sostituire il nostro sguardo interiore, più creiamo dolore e più diventiamo dipendenti dal nostro creare dolore. È un circolo vizioso. Se non impariamo a porgere orecchio a noi stessi, non comprenderemo il mondo in cui viviamo e naufragheremo sempre di più nell’individualismo materialista che contraddistingue il nostro modo di vivere.

La pratica buddhista serve a prendere contatto con noi stessi. È questo il suo significato più profondo. Toccare la sofferenza che ci portiamo dentro, significa comprenderla. Comprenderla significa estinguerla. Capire la sofferenza e smettere di soffrire sono una sola cosa.

Tra le pratiche dei monaci c’è anche quella del canto. Chi canta pratica cantando. Gli altri praticano l’ascolto consapevole. Non si tratta di una preghiera come la si può intendere nel Cristianesimo. Non ci rivolgiamo ad un dio o ad un santo. Il fatto è che, in realtà, c’è un bodhisattva (un “risvegliato” che ha fatto voto di contribuire alla salvezza di tutti gli esseri senzienti) in ciascuno di noi. Ossia in ciascuno di noi ci sono sufficienti energie, sufficienti risorse di compassione per prenderci cura della sofferenza e provare a trasformarla in gioia. Come il fiore di loto che cresce sul e dal marciume. Rendendo omaggio a Avalotikeshvara onoriamo noi stessi.

Alla prima invocazione proviamo a prendere contatto con la nostra sofferenza interiore. Alla seconda invocazione proviamo a prendere contatto con la sofferenza delle persone che ci stanno vicine. Alla terza invocazione proviamo a prendere contatto con la sofferenza della società in cui viviamo e del mondo intero.

[I monaci cantano il sutra Namo Avalokitesvara-ya dedicato a Avalotikeshvara, bodhisattva della grande compassione:

Namo Avalokiteshvaraya Bodhisattvaya

Maha Sattvaya

Maha Karunikaya

Rendiamo omaggio al bodhisattva Avalotikeshvara

Grande bodhisattva

Grande compassione]

È necessario sviluppare una corretta concentrazione. I pensieri portano via dal qui ed ora. Se ci lasciamo trasportare via dal flusso dei pensieri, se permettiamo alla mente di ondeggiare senza requie, non riusciremo mai a godere dell’immensa gioia che si prova dimorando nel momento presente. In questo consiste, in ultima istanza, quella che chiamiamo “spiritualità”. E non c’è persona al mondo che non ne abbia bisogno. Non per i momenti particolari. Non c’è nulla di eccezionale nella spiritualità. Essa è fatta per il quotidiano. Se non riusciamo a ritagliarci momenti di spiritualità nella vita di tutti i giorni difficilmente avremo la capacità di superare le difficoltà quotidiane.

La spiritualità è senz’altro presente nelle religioni istituzionalizzate. Ma di fatto essa le precede tutte quante. Esiste spiritualità senza religione. Dentro di noi abbiamo la capacità di sviluppare quell’energia in grado di guarire il corpo e la mente, tramutando rabbia, disperazione, paura ed odio in pace. Energia per vedere quel che realmente accade e ci accade nel momento presente. Per vedere le nostre emozioni, le nostre percezioni, i pensieri e l’ambiente circostante così come si presentano. Questa energia aiuta a riportare la mente verso il corpo. Spesso nella vita quotidiana lasciamo da parte il nostro corpo. Non siamo sincronizzati con la nostra fisicità. Quando la mente vaga nel passato o nel futuro cade preda di ricordi dolorosi, sensi di colpa, o guarda in prospettiva quel che accadrà con timore, ansia, provando a fare progetti per ridurre al massimo l’impatto dell’imprevedibile. Ci perdiamo nelle nebbie dell’illusione prospettica abbandonando il qui ed ora, la realtà in sé.

Quando pratichiamo la respirazione consapevole riportiamo la mente nel corpo. Entriamo in contatto con la vera vita che è disponibile solo nel qui e nell’ora. Fare meditazione significa semplicemente stabilirsi saldamente nel momento presente con l’armonizzare mente e corpo. Grazie alla meditazione possiamo godere le meraviglie della vita che di fatto si rendono disponibili solo nell’attimo presente. Prendendo dimora nel qui e nell’ora possiamo utilizzare queste meravigliose energie prendendoci cura di noi stessi. esse rappresentano un vero e proprio nutrimento. Nel qui e nell’ora sviluppiamo una comprensione profonda di noi stessi e della realtà e siamo in grado di prendere delle buone decisioni. Sono nell’attimo presente ci possiamo dire propriamente liberi. La libertà è una condizione che si trova solo nel momento presente. Basta ritornare al proprio respiro. Bastano tre o quattro secondi per riconnettersi con la realtà liberandosi in un solo colpo di passato e futuro. Siamo liberi solo se non ci lasciamo affliggere da rabbia e paura. Quando siamo condizionati da rabbia e paura non siamo davvero padroni di scegliere. Non agiamo, ci limitiamo a reagire. In questo senso “libertà di” e “libertà da” coincidono. Essere liberi di scegliere equivale ad essere liberi da rabbia e paura. E di rabbia e paura ci liberiamo diventando consapevoli nel momento presente della nostra respirazione.

Quando siamo veramente concentrati possiamo vedere cose che le altre persone non sono in grado di scorgere. Possiamo scoprire di essere vivi, assaporare sino in fondo il miracolo della vita così com’è. Inspiro e tocco il miracolo d’esser vivo. Espiro e celebro il miracolo d’esser vivo. Inspiro e sento il miracolo di poter camminare su questo meraviglioso pianeta. Camminare in sé è un’attività stupenda. Solo chi è impossibilitato a farlo spesso se ne rende conto. Non diamolo per scontato.

La respirazione consapevole nella meditazione è:

  1. concentrazione
  2. visione profonda
  3. comprensione.

Significa imparare ad apprezzare quello che si ha intorno. Roma per esempio è una città meravigliosa. La gente che vive altrove non riesce a credere che qualcuno che abita a Roma non sia felice.

Quando soffriamo possiamo prendercela con il mondo della politica. Possiamo pensare sia colpa della crisi economica. Ma questi sono solo alcuni fattori che contribuiscono alla nostra sofferenza oppure degli alibi. Moltissime persone in tutto il mondo vivono nella più assoluta ristrettezza di mezzi economici eppure non si sentono così infelici. Il motivo è che forse guardiamo la stessa cosa in modo diverso, con occhi e cuore diversi. Vediamo quello che il nostro occhio vede. Le cose stanno in maniera diversa.

Un uomo colpito da una freccia – racconta Buddha – prova un dolore acuto, dal quale prova a liberarsi. Ma se viene colpito da una seconda freccia il dolore non si limita a raddoppiare, ma può aumentare anche di dieci volte. Per questo bisogna badare a che la seconda freccia non si conficchi nella nostra carne. Ci riusciremo solo se ci eserciteremo a guardare in profondità dentro di noi, a prenderci cura del dolore comprendendolo e abbracciandolo. Solo così potremo sfuggire alla seconda freccia. Questo dipende da noi. La sofferenza aggiuntiva è un fattore mentale, deriva dall’illusione, dall’incapacità di vedere la realtà per quella che è. Prenderci cura di questa sofferenza è in nostro potere. Ricorda: non permettere alla seconda freccia di colpirti!

Comprensione profonda significa vedere questa realtà: nonostante la crisi economica, nonostante la perdita del posto di lavoro, nonostante tutti i disagi, la felicità è ancora possibile! La felicità è dentro di noi. dobbiamo accettare che quello che avviene avvenga. Se cadremo in preda alla paura e alla rabbia non potremo evitare una maggiore dose di sofferenza. Ci esporremmo al tiro della seconda freccia. E saremo noi stessi a tendere l’arco, noi gli arcieri! Per noi stessi, per le persone che ci stanno intorno, per la società intera.

Al tempo di Buddha viveva un monaco chiamato Battia. Prima di farsi monaco Battia era stato un uomo di stato, potente, temuto, rispettato. Un giorno mentre era seduto in meditazione esclamò: «che felicità! Che felicità!» Un altro monaco seduto accanto a lui ascoltò le sue parole e andò a riferirle al Buddha. Pensava che Battia si riferisse ad una vita precedente, che stesse ricordando qualcosa di già vissuto. Il Buddha allora mandò a chiamare Battia e gli chiese conto delle sue parole. «Quando ero governatore – disse al maestro – vivevo circondato da un plotone si soldati per difendermi, costantemente immerso nella paura di essere ferito e ucciso. Ero ricco e trascorrevo le mie giornate nel terrore di essere derubato. Ora che sono diventato un monaco non posseggo nulla, non ho alcun potere. E mi sento libero perché non ho nulla da perdere e nessuno mi vuole uccidere. Ecco il motivo della mia duplice esclamazione di felicità.»

Per Battia era chiaro che la felicità non consiste nel potere, nel sesso, nella ricchezza materiale. Felicità è libertà interiore. Libertà da e libertà di. Grazie alla meditazione (concentrazione, visione profonda e comprensione) Battia era riuscito a liberarsi dalla sofferenza.

Se non conquisteremo una nostra dimensione spirituale alla quale attingere per dare forma alla vita quotidiana ci condanneremo alla sofferenza. Solo coltivando con assiduità la nostra spiritualità potremo realmente prenderci cura di noi stessi. Magari vivremo in una casa più piccola, avremo meno cose, uno stile di vita meno dispendioso, ma con noi porteremo sempre la fiducia di poter sperimentare nel qui e nell’ora la pace che nasce da concentrazione, visione profonda e comprensione.

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Autore:

Ho studiato filosofia presso l'Università degli Studi di Roma “La Sapienza” e mi sono laureato nell'aprile del 1990, relatore il prof. Gabriele Giannantoni, con una tesi in storia della filosofia antica intitolata "Vivere significa morire: analisi di alcuni frammenti eraclitei". Sono socio della SFI - Società Filosofica Italiana di cui curo il sito web. Da alcuni anni mi interesso di Pratiche Filosofiche e Consulenza Filosofica, collaborando con riviste scientifiche del settore, sulle quali ho all'attivo decine di pubblicazioni. Dal 2004 svolgo la professione di Consulente Filosofico e ho promosso una serie di iniziative filosofiche (Caffè Philo, Dialogo Socratico, Seminari di gruppo) aperte al pubblico. Nel giugno del 2005 ho partecipato come relatore al convegno "Pratiche filosofiche e cura di sé" presso l'Università di Venezia "Cà Foscari". Tra il settembre 2006 e il giugno 2007 ho curato il ciclo di seminari "La filosofia come arte di vivere" presso la Biblioteca Comunale di Rieti "Paroniana" con il beneplacito dell'Assessorato alla Cultura del Comune di Rieti. Nell'anno accademico 2006-2007 sono stato docente a contratto per il master in Consulenza Filosofica attivato presso l'Università di Roma3. Attualmente insegno filosofia e storia presso il Liceo "I. Vian" di Bracciano (Liceo Classico sezione X).