Pubblicato in: didattica, filosofia

Mileto la “Venezia” dell’antichità


Le rovine dell’antica città di Mileto sono a tutt’oggi visitabili. Si trovano sulla costa egea della Turchia, nella regione anatolica dell’antica Caria di fronte all’isola di Samo. Un tempo la città si affacciava su una baia molto estesa chiusa ad un lato dal monte Micale (nei pressi del quale si svolse la omonima battaglia nel 479 a.C. che pose fine alle Guerre Persiane con la definitiva sconfitta dell’armata di Serse). I detriti trascinati nel corso dei secoli dal fiume Meandro, che sfociava nella suddetta baia, hanno progressivamente spostato la linea della costa, provocando l’insabbiamento del porto di Mileto e la progressiva decadenza della città che fu definitivamente abbandonata nel XVI secolo della nostra era.

Il visitatore di oggi, quindi, stenterebbe ad immaginare il paesaggio che dovette presentarsi agli occhi dei primi colonizzatori Greci di stirpe ionica tre millenni orsono. Partiti dall’Attica, la regione in cui si trova Atene, giunsero sulle coste dell’Asia Minore verso la metà dell’XI secolo a.C. e dopo averne scacciato i Carii gettarono le fondamenta della nuova colonia. Per secoli essa mantenne buoni rapporti con la “metropoli” (“città madre”) ateniese, accomunata da lingua, religione e cultura e fu al centro di una potente confederazione di dodici città elleniche, la cosiddetta “Dodecapoli”. Finché la geografia non mutò, recidendo il cordone ombelicale che legava Mileto al mare, essa fu florida, uno dei principali centri commerciali e culturali del Mediterraneo orientale, dal VII secolo a.C. sino all’epoca tardo imperiale e poi bizantina. L’elemento acqueo, il mare, era nel destino di Mileto, come in quello delle principali pòleis greche. Come per Venezia parecchi secoli dopo, esso rappresentava l’essenza della vita cittadina. Vera e propria “autostrada” dell’antichità era solcato dalle agili pentecontere (sostituite alla fine del VI sec. a.C. dalle triremi) che trasportavano merci ed uomini da un capo all’altro del Mediterraneo. Sappiamo che i Milesii già in epoca arcaica, oltre ad intrattenere rapporti con i popoli dell’entroterra anatolico, soprattutto Carii e Lidi, commerciavano con Fenici, Egiziani e Babilonesi. La posizione geografica di Mileto doveva rivelarsi strategica. Da una parte, rappresentava una sorta di “terminal” delle piste carovaniere che provenivano dal Vicino e dal Medio Oriente, dall’altra si poneva a mezza strada nella navigazione dalle coste mediorientali della Fenicia alla Grecia propriamente detta in direzione est-ovest e dalle fertili sponde del Mar Nero alle coste africane dell’Egitto sulla direttrice nord-sud.

Per questo il dominio del mare (in greco talassocrazia), in senso politico e militare, era essenziale: la talassocrazia assicurava la ricchezza e l’espansione economica della città. Ma all’uso della forza gli abili governanti milesii, similmente ai Veneziani, preferirono quasi sempre la diplomazia. Lo spostamento dell’asse cittadino dalla terra al mare aveva provocato a partire dal VII secolo a.C. una vera e propria rivoluzione negli assetti sociali ed istituzionali della Mileto originaria, ancora monarchica e in parte legata al controllo dei latifondi agricoli nell’immediato entroterra. La nuova aristocrazia giunta al potere fece di Mileto una pòlis “moderna”, dove l’ascesa sociale era possibile non solo (e non tanto) ai “valorosi” in senso omerico, ma anche (e soprattutto) a coloro che si rivelavano abili nel “maneggiare denaro”, quindi nel commercio, nell’industria, nell’import/export si direbbe oggi (importazione di materie prime ed esportazione di prodotti finiti). Due innovazioni si rivelarono decisive: l’introduzione della moneta (di elettro, una lega metallica di oro e argento) che, oltre a facilitare, “laicizzò” gli scambi commerciali tra i vari popoli (svincolandoli da rituali e credenze religiose), e il diffondersi dell’alfabeto greco di origine fenicia. E se si pensa che nella cosiddetta “numerazione ionica” i numeri corrispondono alle lettere dell’alfabeto greco (alfa = 1; beta = 2; gamma = 3; ecc.), si comprende meglio quale dovette essere la portata culturale di tale “rivoluzione”.

Spostare merci via mare comporta conoscenze che il guerriero, agricoltore o pastore arcaico, non possedeva. In primo luogo, le merci vanno contabilizzate, catalogate e stivate nei magazzini portuali e poi nelle navi da carico. Senza precise nozioni matematiche e geometriche non si possono gestire né la contabilità né la logistica. Figuriamoci la determinazione dei prezzi e il cambio in “astratte” unità monetarie, che potevano avere corso da un capo all’altro del Mediterraneo.

In secondo luogo, solcare le insidiose (per l’epoca) rotte marittime che collegavano i vari empori commerciali richiedeva una conoscenza approfondita dei venti e delle correnti, delle secche e delle scogliere finché era possibile navigare sottocosta. Quando il nocchiero era costretto a puntare la prua verso il mare aperto, dopo aver rivolto una preghiera ad Eolo e Poseidone “Eliconio” (cui, non per niente, era dedicato il santuario pan-ionio del monte Micale, prospiciente al porto di Mileto), le competenze meteorologiche e geografiche non bastavano più: per “orientarsi” (ovvero volgere le vele verso “oriente”, là dove sorge il sole) occorreva “masticare” nozioni astronomiche complesse, derivanti dall’osservazione e dallo studio dei cieli che Caldei, Babilonesi, Egiziani, andavano conducendo da secoli. Quando sopraggiungeva la notte (i viaggi potevano durare anche giorni o settimane), i naviganti antichi, ci dicono le fonti, si lasciavano guidare dalla posizione dell’Orsa Minore. Geografia, meteorologia, astronomia, ma anche trigonometria per calcolare, ad esempio, la distanza di una nave dalla costa, sono tutte scienze “positive”, di immediata applicazione pratica, che richiedono spiccate abilità nell’osservazione dei fenomeni naturali e nel calcolo.

Infine, di non minore importanza per il mercante milesio doveva essere quel prezioso “bagaglio culturale” che gli consentiva di discorrere con il cliente straniero o “barbaro” (che in greco significa appunto “balbettante”, che parla una lingua incomprensibile), pubblicizzare la sua merce, trattare e concludere la transizione in denaro. Il che richiede non solo conoscenze strettamente linguistiche, ma anche civili, religiose, storiche. Per interloquire con uno straniero non basta saper utilizzare lo stesso sistema di simboli fonetici, occorre imparare a pensare come pensa lui, saper entrare nel suo ordine di idee. E conoscere gli uomini può rivelarsi impresa ben più complessa e insidiosa del calcolo di una rotta marina, perché sono necessarie doti non comuni di astrazione, flessibilità mentale, spirito critico. Per comprendere l’altrui visione del mondo bisogna, infatti, saper mettere tra parentesi la propria, sottoporla ad analisi critica, confrontarla, ricavare per astrazione gli elementi comuni, saper generalizzare e riformulare le conoscenze su altre basi, universali cioè “logiche” (matematiche e geometriche) comprensibili a tutti gli uomini. È in questo articolato e fecondo clima culturale che si sviluppa quella nuova forma di conoscenza che, seguendo Aristotele, chiameremo “filosofia” della scuola di Mileto (o ionica), con la quale ha inizio, convenzionalmente, la storia della filosofia occidentale.

Tra il VII e il VI secolo a.C. Mileto e le altre pòleis della Ionia, dunque, furono al centro di un primo originale processo di “amalgamazione” delle conoscenze – oggi diremmo “scientifiche e tecniche”, ma anche, come abbiamo visto, culturali in senso lato – diffuse nel bacino orientale del Mediterraneo, cui, direttamente o indirettamente, concorsero tutte le grandi civiltà antiche, dalla cosiddetta “mezzaluna fertile” all’Egitto. Quelle nozioni matematiche, geometriche, astronomiche e fisiche di cui i mercanti-navigatori Greci avevano bisogno erano state già scoperte, almeno in parte, all’ombra degli ziggurat mesopotamici o delle piramidi egizie. Ma trasferite via mare nel “laboratorio culturale” di Mileto esse ricevettero un nuovo impulso, sino ad allora inedito, frutto originale dello spirito ellenico. Da lì presero il largo a bordo di altri legni diffondendosi insieme alla lingua greca in tutto il mondo allora conosciuto. Dalla Ionia, terra di colonizzazione nell’XI sec. a.C., partirono spedizioni che fondarono empori e nuovi importanti insediamenti urbani come Cizico sul mar di Marmara, Abido sullo stretto dei Dardanelli o Sinope sulle coste del mar Nero. Ma i Milesii si spinsero oltre fino alla foce del fiume Bug in Ucraina, fondandovi la colonia di Olbia, e verso il nord Africa, creando la stazione commerciale di Naucrati sul delta del Nilo, vero e proprio crogiuolo tra la cultura greca e quella egizia, che anticipò di circa tre secoli la fondazione e la fioritura di Alessandria d’Egitto in piena epoca ellenistica.

Incarnazione di questo spirito, che abbiamo detto a suo modo “rivoluzionario”, fu una nuova figura di “sapiente”, depositario agli occhi dei più di un sapere arcano, frutto della rivelazione divina, ma a ben guardare disponibile ad analizzare i problemi scientifici, naturali ed umani al medesimo tempo, con un piglio diverso rispetto ai mitografi, un piglio che oggi definiremmo pragmatico, empirico e razionale. Il sapiente sa tanto perché tanto ha visto, viaggiando da un capo all’altro della fitta rete commerciale e diplomatica della Ionia e, in qualche maniera, dà vita ad una nuova tradizione, circondandosi di collaboratori, forse diventando lui stesso insegnante. A lui si ricorre per dare soluzione a problemi concreti, dalla nautica, all’ingegneria, alla misurazione del tempo. Lo si consulta in occasione di importanti decisioni politiche. Si finisce con il mitizzarlo, trasformandolo in un personaggio leggendario. Questo fu Talete di Mileto, uno dei Sette sapienti della Grecia arcaica, nonché, in base alla tradizione aristotelica, il primo (inconsapevole) “filosofo”.

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Autore:

Ho studiato filosofia presso l'Università degli Studi di Roma “La Sapienza” e mi sono laureato nell'aprile del 1990, relatore il prof. Gabriele Giannantoni, con una tesi in storia della filosofia antica intitolata "Vivere significa morire: analisi di alcuni frammenti eraclitei". Sono socio della SFI - Società Filosofica Italiana di cui curo il sito web. Da alcuni anni mi interesso di Pratiche Filosofiche e Consulenza Filosofica, collaborando con riviste scientifiche del settore, sulle quali ho all'attivo decine di pubblicazioni. Dal 2004 svolgo la professione di Consulente Filosofico e ho promosso una serie di iniziative filosofiche (Caffè Philo, Dialogo Socratico, Seminari di gruppo) aperte al pubblico. Nel giugno del 2005 ho partecipato come relatore al convegno "Pratiche filosofiche e cura di sé" presso l'Università di Venezia "Cà Foscari". Tra il settembre 2006 e il giugno 2007 ho curato il ciclo di seminari "La filosofia come arte di vivere" presso la Biblioteca Comunale di Rieti "Paroniana" con il beneplacito dell'Assessorato alla Cultura del Comune di Rieti. Nell'anno accademico 2006-2007 sono stato docente a contratto per il master in Consulenza Filosofica attivato presso l'Università di Roma3. Attualmente insegno filosofia e storia presso il Liceo "I. Vian" di Bracciano (Liceo Classico sezione X).