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Dalai Lama: riconsiderare la nostra natura fondamentale


Ai miei studenti (di ieri, di oggi, di domani).

Pubblico questo testo come contributo al dibattito in corso intorno alla natura umana: malvagia o sostanzialmente positiva? Di certo è difficile, forse impossibile, giungere ad una risposta definitiva. Anche perché “malvagio” o “buono” sono criteri di giudizio umani, troppo umani. Nella realtà in sé non c’è nulla di ciò, probabilmente. Perché essa è continuamente in divenire, soggetta a mutamenti incessanti. E deriva dalla interazione di tutti con il tutto. È un po’ come noi contribuiamo a farla.

Una cosa è certa, tuttavia: scegliere di incarnare, nella propria condotta quotidiana questa o quella prospettiva non è affatto indifferente. Il pensare positivamente alla natura umana, il dare fiducia a se stessi e al prossimo, produce, di fatto, comportamenti positivi, utili, fattivi, parole gentili, consolanti, azioni efficacemente buone. Al contrario, coltivare diffidenza, sfiducia, rabbia o paura, produce di per sé isolamento,angoscia, infelicità.

Non esistono vie che conducono alla pace (o alla felicità): la pace è l’unica via. Bisogna solo volerla percorrere. E questo dipende da ciascuno di noi. Quello che propriamente rende la nostra vita degna di essere vissuta è la capacità di coltivare questo desiderio traducendolo in pratica quotidiana. E nessuno ha il potere di togliere ad un essere umano il diritto di provarci. Ciascuno di voi ha un valore immenso. Meritate fiducia, una grande fiducia. Meritate, in primo luogo, la vostra fiducia. Abbiate fiducia in voi stessi!

Con affetto e dedizione

Negli ultimi decenni, all’interno della comunità scientifica sembra essere in corso una rivoluzione riguardo all’eterna questione se la natura umana sia essenzialmente aggressiva e violenta oppure mite e gentile. Per diversi secoli nella cultura occidentale ha prevalso una visione piuttosto cupa e pessimista della natura umana come intrinsecamente aggressiva, egoista e territoriale, una visione di cui si sono fatti portavoce molti pensatori – da filosofi quali Thomas Hobbes e George Santayana, a etologi quali Robert Ardrey e Konrad Lorenz -, ma che negli ultimi anni e stata abbandonata da un numero sempre maggiore di importanti scienziati. All’estremo opposto rispetto all’opinione più tradizionale e deprimente c’è la visione del Dalai Lama, per il quale la natura umana e caratterizzata prevalentemente dagli stati positivi della bontà, del prendersi cura degli altri, della compassione e perfino della mitezza.

Il progressivo spostamento verso la visione di Sua Santità fa sì che la maggior parte dei pensatori e dei ricercatori si collochi in un punto intermedio tra i due poli. Sono sempre più numerosi gli scienziati convinti del fatto che, pur essendo noi dotati di un apparato neurologico che ci dà la possibilità di agire in modo violento non c’è nulla nella nostra neurofisiologia o natura che ci costringe a ciò. Le innumerevoli ricerche scientifiche compiute in anni recenti hanno portato all’accumularsi di una quantità sempre crescente di prove che mettono in discussione l’innata propensione alla violenza degli esseri umani e suggeriscono che, a prescindere dalla potenzialità umana di manifestare caratteristiche positive o negative, in definitiva ciò che si esprime con il comportamento – il fatto che una persona agisca in modo mite oppure violento – dipende in larga misura dall’educazione, dal condizionamento e dalle circostanze situazionali.

Benché molte persone si stiano avvicinando alla visione della natura umana di cui è portavoce il Dalai Lama, la questione è tutt’altro che risolta tra gli scienziati contemporanei, e nell’opinione pubblica resta saldamente radicata l’idea che la natura umana sia aggressiva. Allora, qual è la verità?

Un’attiva ricerca in questo senso può rivelare un quadro tetro, forse quasi senza speranza. I fatti sono difficili da contestare: solo nel Novecento, due guerre mondiali hanno visto impegnato quasi I’intero pianeta; nella prima metà del secolo, l’Olocausto; alla fine del secolo, vicende quali il genocidio del Ruanda. A quanto pare, noi esseri umani abbiamo imparato ben poco. E la brutalità si presenta sotto molte forme, non solo quella dei caduti in guerra. La violenza domestica è la più comune causa di lesioni arrecate alle donne. Milioni di persone nel mondo sono vittime di stupro, omicidio e aggressione. Questi crimini sono epidemici in alcuni paesi, soprattutto negli Stati Uniti. A soli vent’anni dalla prima guerra mondiale, «la guerra che avrebbe posto fine a tutte le guerre», il nostro pianeta si trovò impegnato in un altro conflitto di portata mondiale. La perdita di vite umane nella seconda guerra mondiale? Settantadue milioni, tra militari e civili.

Dopo la sconfitta definitiva delle potenze dell’Asse si era diffuse uno spirito di genuine ottimismo. II mondo aveva l’occasione di ricominciare daccapo, di risolvere le controversie per mezzo di alleanze e di organizzazioni come le Nazioni Unite. Quella era la speranza. Ma la realtà? Cinquant’anni dopo la seconda guerra mondiale, uno studio pubblicato sul sito web della NATO riferiva che durante quel lasso di tempo c’erano stati centocinquanta conflitti armati, con un numero stimato di morti tra i venticinque e i trenta milioni, senza contare i decessi dovuti a carestie, malattie o ad altri effetti indiretti degli scontri. Quanti giorni senza guerra durante quei cinquant’anni? Quanti giorni di pace sulla terra? VENTISEI GIORNI!!

Di fronte a «verità» come queste non siamo forse costretti a concludere che la natura umana è fondamentalmente aggressiva?

Per fortuna, la risposta è: no!

Se seguiamo la consueta raccomandazione del Dalai Lama di studiare volutamente il comportamento umano da un punto di vista più ampio e globale, osservando l’interazione delle vicende che possono aver determinate una data situazione, e di analizzare la percentuale del comportamenti aggressivi e violenti nella nostra specie in una prospettiva a lungo termine, vedremo emergere una serie di dati molto diversa che presenta tutt’altro quadro dell’umanità. Secondo i ricercatori, durante il periodo delle società dei cacciatori-raccoglitori, il 30 per cento della popolazione maschile morì di morte violenta, per mano di altri uomini. Qual è stata la percentuale durante il sanguinario XX secolo, nonostante le guerre, i genocidi, il perenne stato di belligeranza? Meno dell’1 per cento! E all’alba del nuovo millennio essa ha continuato a calare drastica-mente. Nel cercare altre prove a sostegno di questa tendenza, lo scrittore e psicologo di Harvard Steven Pinker ha notato che oggi il tasso di omicidi è venti volte più basso di quello delle società indigene del passato, perfino nelle località più pericolose.

Nel corso dei millenni il tasso di aggressività e di violenza degli esseri umani ha subito alti e bassi, seguendo un andamento ciclico, ma la direzione è netta: l’inclinazione alla violenza e all’omicidio e in lento declino e ciò dà adito alla sincera speranza che, dopotutto, il Dalai Lama abbia ragione sulla natura umana.

Non c’è bisogno di paragonare la condotta di chi vive nella moderna società occidentale a quella degli antenati preistorici per trovare statistiche persuasive che dimostrino la prevalenza della bontà dell’uomo sulla sua crudeltà. Nel 2004, per esempio, un’indagine su vasta scala condotta dal National Opinion Research Center rilevò che gli americani adulti compivano, in media, 109 atti di altruismo all’anno. Moltiplicando tale cifra per la popolazione adulta dell’epoca, si ottengono 23.980.000.000 atti di altruismo compiuti in America nel 2004! Quello stesso anno l’FBI segnalò un numero di crimini violenti di qualunque tipo pari a 1.367.009, a livello nazionale. Se facciamo un po’ di calcoli, otteniamo una statistica che fa ben sperare: quell’anno, negli Stati Uniti, per ogni atto di violenza furono compiuti 17.542 atti di altruismo!

Se paragoniamo questi dati incredibilmente positivi alla visione egoistica e aggressiva della natura umana generalmente diffusa nella nostra società, non sorprende che la maggioranza delle persone abbia un’idea piuttosto falsata della realtà. Per fare un esempio, secondo l’FBI dal 1990 al 1998 il tasso nazionale di omicidi in America e calato del 32,9 per cento. Nello stesso periodo i servizi giornalistici sugli omicidi nei telegiornali sono aumentati del 473 per cento! Non e un caso. Dal punto di vista evolutivo, è comprensibile che la gente preferisca guardare atti di violenza alla tivù che assistere ad azioni di quotidiana bontà. Come abbiamo già detto, il nostro cervello si e evoluto in modo da perlustrate l’ambiente alla ricerca di pericoli e minacce alla nostra sopravvivenza. Siamo stati dotati del cosiddetto «cervello catastrofico», geneticamente predisposto per rilevare con efficienza ciò che non va nell’ambiente, ma piuttosto negligente nel notare ciò che, invece, va bene. Dal momento che l’attenzione e l’interesse sono attratti dagli atti di violenza più che da quelli di bontà, è improbabile che i telegiornali adottino improvvisamente una nuova politica dei programmi che rappresenti accuratamente la natura umana, comunicando i 17.542 atti di altruismo per ogni storia di violenza.

Spetta a noi impegnarci a fondo, indagando e osservando attivamente il nostro mondo alla ricerca di dimostrazioni della bontà umana e del lato positivo dei nostri simili. Una delle prove più autorevoli e persuasive viene da un sorprendente studio condotto subito dopo la seconda guerra mondiale. La sconcertante cifra di settantadue milioni di caduti in quel conflitto fu dovuta a molti e diversi metodi di uccisione: bombe, siluri, mine terrestri, campi di sterminio e postumi bellici come la morte per fame. Fra tutti, l’elemento forse più indicativo dell’innata aggressività umana è la disponibilità dei soldati sul campo di battaglia ad ammazzare i propri simili, i soldati nemici. Si tratta di uno dei pochi casi di omicidio legalmente approvato, in cui il comportamento violento, aggressivo, e non solo tollerato, ma addirittura incoraggiato, in condizioni destinate ad assolvere i militari dai sensi di colpa e dove, molto spesso, è in gioco la vita stessa di chi combatte.

Dopo la seconda guerra mondiale il generate di brigata S.L.A. Marshall, storico dell’esercito americano, condusse uno studio pionieristico. Per la prima volta nella storia analizzò sistematicamente la disponibilità dei soldati a far fuoco sul campo di battaglia. Ciò che scoprì fu a dir poco sbalorditivo: solo una quantità che variava dal 15 al 20 per cento dei militari era disposta a far fuoco sui nemici in combattimento! La cifra fu riconfermata più volte, con risultati coerenti nel tempo. La scarsa propensione a sparare non era dovuta a vigliaccheria, poiché i soldati non si sottraevano alla battaglia e spesso erano disposti a rischiare la vita per salvare i compagni. Non si trattava, dunque, di mancanza di coraggio. Era sconcertante. Dopo un’approfondita indagine del fenomeno, la conclusione fu chiara: gli esseri umani hanno un’innata avversione a uccidere altri esseri umani, anche quando si sentono minacciati. Purtroppo, tale scoperta spinse l’esercito a cercare sistemi con cui condizionare i militari a uccidere i nemici, e durante le guerre di Corea e del Vietnam l’uso effettivo delle armi da fuoco sul campo di battaglia aumentò rapidamente. Le conclusioni originarie dello studio, tuttavia, confermano la visione del Dalai Lama di un’umanità benevola, dove la bontà prevale sulla volontà di uccidere e la mitezza sull’aggressività.

Nel cercare la verità sulla natura umana potrebbe valere la pena esaminare l’opinione dell’uomo da molti considerate il personaggio che ha maggiormente influito sulla formazione della moderna visione della natura umana, perlomeno nell’immaginario popolare: Charles Darwin, le cui teorie dell’evoluzione, della selezione naturale e della «sopravvivenza del più adatto» hanno rivoluzionato il modo in cui pensiamo noi stessi. Nella società contemporanea sono parecchi quelli che hanno una conoscenza solo approssimativa dei concetti esposti da Darwin. Le nozioni di selezione naturale e sopravvivenza del più adatto hanno indotto molti a sviluppare la nozione che le forze evolutive abbiano selezionato esseri umani aggressivi, forti, violenti e territoriali, perché tali caratteristiche consentivano di lottare per le scarse risorse e di restare in vita per trasmettere i propri geni.

È un’idea lontana dalla verità. Parlando degli esseri umani e della loro evoluzione nell’Origine dell’uomo, Darwin afferma che tra i nostri sentimenti più profondi, tra le qualità che costituiscono il nucleo della natura umana, ci sono gli istinti sociali, la solidarietà, la cura degli altri e la gioia per il benessere altrui, ovvero le stesse caratteristiche fondamentali individuate dal Dalai Lama! Darwin derivò le proprie opinioni sull’uomo dai suoi attenti studi sulle altre specie, dalle sue dettagliate osservazioni sulle persone e perfino dalla valutazione dei suoi dieci figli. In anni recenti eminenti studiosi nel campo del pensiero evolutivo hanno ripreso alcune delle osservazioni originali di Darwin e ripensato in modo nuovo a certe caratteristiche umane, quali l’enorme quantità di impegno richiesta dal compito di allevare la progenie. Di conseguenza, stanno riformulando la loro visione della natura umana, rendendola più simile a quella del Dalai Lama.

Può darsi che, alla fin fine, la visione positiva o negativa che un dato individuo ha della natura umana sia frutto di una scelta e dipenda dalla decisione di concentrarsi sulla storia della violenza e dell’aggressività degli esseri umani oppure sulle prove della loro bontà e benevolenza. Questa scelta non è un semplice esercizio accademico o una questione filosofica; è di importanza cruciale e implicazioni ed effetti di vasta portata a livello sia sociale sia individuale. A livello sociale, per esempio, la controversia sulla natura umana va al cuore della nostra precedente discussione sul senso della comunità, della cura e dell’interesse per gli altri. La fiducia del Dalai Lama nella possibilità di creare e mantenere rapporti interpersonali significativi e legami di comunità è basata sulla sua convinzione che la natura umana sia fondamentalmente positiva. La nostra percezione della natura umana ha implicazioni altrettanto importanti ed effetti altrettanto profondi a livello individuale. In definitiva il nostro scopo è trovare la felicità in un mondo tormentato. Ci sono convincenti prove a dimostrazione del fatto che la felicità è influenzata dalla percezione della realtà. Un approfondito studio condotto su più di undicimila americani da Abbo Ferris, professore di sociologia all’Università Emory di Atlanta, in Georgia, ha confermato ciò che potevamo intuitivamente supporre: la percezione positiva o negativa del mondo, e per estensione della natura umana, influenza direttamente il grado di felicità. Ferris ha scoperto che chi tende a cogliere negli altri soprattutto il male è sensibilmente meno felice di chi considera il mondo e gli esseri umani sostanzialmente buoni.

Nel dare voce a tali profonde implicazioni, il Dalai Lama disse: «La diversa interpretazione che l’individuo dà della natura umana può fare la differenza tra vivere in un mondo popolato da esseri umani percepiti come ostili, violenti e pericolosi, oppure vivere in un mondo popolato da esseri umani percepiti come sostanzialmente gentili, disponibili e buoni. La profonda consapevolezza della fondamentale bontà degli esseri umani può darci coraggio e speranza. Parimenti, a livello individuale, questa visione della nostra natura fondamentale può contribuire a promuovere un maggior senso di benessere e di connessione con gli altri.

«Anche se i fatti oggettivi, storici e scientifici non hanno confermato in modo conclusivo nessuna delle due interpretazioni, da un punto di vista pratico e nel nostro interesse abbracciare una visione piu positiva della natura umana. Dopotutto, noi umani abbiamo la tendenza a rendere reale ciò in cui scegliamo di credere, un po’ come in una profezia che si realizza.»

[fonte: Dalai Lama, Howard Cutler, L’arte della felicità in un mondo di crisi, Mondadori, Milano 2012 pp.125-130]

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Autore:

Ho studiato filosofia presso l'Università degli Studi di Roma “La Sapienza” e mi sono laureato nell'aprile del 1990, relatore il prof. Gabriele Giannantoni, con una tesi in storia della filosofia antica intitolata "Vivere significa morire: analisi di alcuni frammenti eraclitei". Sono socio della SFI - Società Filosofica Italiana di cui curo il sito web. Da alcuni anni mi interesso di Pratiche Filosofiche e Consulenza Filosofica, collaborando con riviste scientifiche del settore, sulle quali ho all'attivo decine di pubblicazioni. Dal 2004 svolgo la professione di Consulente Filosofico e ho promosso una serie di iniziative filosofiche (Caffè Philo, Dialogo Socratico, Seminari di gruppo) aperte al pubblico. Nel giugno del 2005 ho partecipato come relatore al convegno "Pratiche filosofiche e cura di sé" presso l'Università di Venezia "Cà Foscari". Tra il settembre 2006 e il giugno 2007 ho curato il ciclo di seminari "La filosofia come arte di vivere" presso la Biblioteca Comunale di Rieti "Paroniana" con il beneplacito dell'Assessorato alla Cultura del Comune di Rieti. Nell'anno accademico 2006-2007 sono stato docente a contratto per il master in Consulenza Filosofica attivato presso l'Università di Roma3. Attualmente insegno filosofia e storia presso il Liceo "I. Vian" di Bracciano (Liceo Classico sezione X).

3 pensieri riguardo “Dalai Lama: riconsiderare la nostra natura fondamentale

  1. “In definitiva il nostro scopo è trovare la felicità in un mondo tormentato.”
    Cito Confucio: “non esiste una strada verso la felicità, la felicità è la strada.”
    Il senso del brano è proprio quello di farci capire che se cogliamo negli altri elementi di bontà e non di cattiveria la nostra strada sarà più facile. Ha ragione chi come il Dalai Lama sostiene che bisogna vedere negli altri esseri umani persone buone e non malvagie. Del resto chi prova sentimenti di odio e avversione è sempre la persona che sta male e soffre. Quindi sono perfettamente d’accordo con la visione proposta dal Dalai Lama. A volte però dopo aver preso “tante porte in faccia”, nel senso di aver ricevuto tante delusioni e frustrazioni a causa di un altro o di altri esseri umani, mi viene da pensare che una certa “malvagità” sia sempre innata negli uomini e faccia sì che ognuno non pensi ad altro se non a fare quello che serve a se stesso. Ad esempio persone che pur di avere un posto di lavoro agiscono senza scrupoli o altre che invece non svolgono bene il proprio lavoro e quindi causano dolore e sofferenza a molte altre persone. Ed è a questi episodi che mi riferivo dicendo che secondo me nell’uomo è innata una certa natura malvagia che fa si che l’uomo pensi solo a se stesso. Quando mi capita di vedere o di vivere (nel mio piccolo) queste situazioni, superata la delusione, ho capito che bisogna pensare alla frase di Ghandi che dice: “sii tu il cambiamento che vuoi vedere nel mondo”. Essere quindi quel cambiamento, quella persona che testimonia che c’è del buono in ognuno di noi e che proprio dimostrare e essere “l’emblema” di questa bontà serve a far capire a chi non lo apprende che l’uomo è un animale sociale che da solo non può vivere, che bisogna agire per il bene della comunità nella quale si è inseriti perché il bene del singolo individuo dipende proprio da quanto sta bene la comunità. Questo brano mi ha fatto capire che se la comunità non funziona va cambiata, pensando che c’è del buono in ognuno di noi. Diciamo che prima mi sarei fermata alla sensazione di odio e di fastidio provata nei confronti di chi mirava solo a se stesso e alla propria fortuna; ora posso dire invece che bisogna andare oltre perché altrimenti proviamo un’inutile sofferenza che può essere alleviata dal capire che c’è del buono in ognuno di noi. E dopo aver confrontato Machiavelli e il Dalai Lama, posso dire che “voto” per il Dalai Lama.

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  2. E in questa lunga ricerca di se stessi, quindi della felicità in modo così tormentato, mi fa venire in mente una frase, legata proprio alla speranza che cerchiamo noi tutti dalle manifestazioni di questi giorni… Tanto per ribadire il concetto che l’uomo ha bisogno di vivere una società…
    “La felicità è sovversiva quando si collettivizza”…
    E magari che l’uomo non lo renda reale solo nella sua mente, ma anche nei fatti?
    E anche il “Don’t worry, be happy” sembra il ritonello della conclusione: non preoccuparti di vedere solo il male, cerca di vedere più il bene che il male, e la vita(o meglio, te stesso e tutti i tuoi organi non abbattuti dal rodersi) ti sorriderà. Felice.

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    1. Affiancata a questo spirito di positivismo e ottimismo ci sono però le circostanze: e non sempre si riesce a dimenticarsene, anzi, nella maggior parte dei casi sono proprio le circostanze che premono sull’istinto…e d’istinto compiamo azioni, magari in modo diverso da come avevamo pensato precedentemente.

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