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Sulla manifestazione del 14 novembre scorso


Ricevo dai Rappresentanti d’Istituto per gli studenti del Liceo “I. Vian” (Matteo La Longa, Artur Wawiorka, Leonardo Romeo, Iacopo Vighi) il seguente articolo che pubblico senza commenti. A seguire come ulteriore spunto di riflessione pubblico un articolo tratto da Il Fatto Quotidiano on line [http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/11/17/smettiamo-di-manifestare-non-diamogliela-vinta/417513/] del 17 novembre 2012 a firma Simone Perotti.

I veri media siamo noi!

Mercoledì 14 novembre si è svolto in tutta Europa lo sciopero per il lavoro e la solidarietà, e contro le “politiche” di solo rigore che stanno alimentando pericolosi processi di recessione in Europa come in Italia – scrivono “austerity”, leggi fame. In Italia nelle principali città sono scese in piazza più di 600.000 persone tra studenti e lavoratori (la città che ha registrata la maggiore affluenza è stata Roma con 100.000 manifestanti). Tuttavia con questo volantino vi vogliamo informare su ciò che realmente è accaduto nella cosiddetta “guerriglia urbana”, altra locuzione a effetto che strumentalizza l’opinione pubblica dalla sera stessa della manifestazione.

Dalle 9:00 della mattina sono partiti quattro cortei, che si sono incontrati su Via dei Fori Imperiali per giungere insieme a Piazza Venezia, dove finiva l’autorizzazione dettata dal Comune. Gli organizzatori hanno contrattato con le Forze dell’Ordine affinché il corteo proseguisse fino a Montecitorio. Dato l’enorme numero dei manifestanti, la polizia ha prima “accettate” le richieste degli organizzatori e ha continuato a scortare il corteo, ordinando però di seguire un percorso alternativo.

Superato il Circo Massimo il corteo si è ritrovato a percorrere il Lungotevere; dopo trecento metri, ci sono stati dieci minuti di stallo. All’improvviso ci siamo trovati sotto una pioggia di lacrimogeni e fumogeni: coloro che si erano rivelati per la prima volta nostri interlocutori, si sono trasformati come sempre nei nostri carnefici. Nel giro di due minuti si sono rigirati e hanno cominciato a caricare la folla: la reazione degli studenti è stata ovvia, e chi avesse sentito il bisogno di fuggire si è ritrovato altrettanti carnefici pronti a picchiare dietro di loro. Una strategia degna di Cesare: portare il nemico fuori dal centro e chiuderlo come animale in gabbia, autorizzato solo a parlare con i loro manganelli.

È chiaro che il corteo, del tutto privo di strategia offensiva, è stato disperso nel giro di pochi minuti. Quando tutte queste persone, che fino a pochi minuti prima avevano manifestato pacificamente per più di quattro ore ed erano state appena bastonate dal manganello della “legalità italiana”, hanno accesa la televisione sperando di sentire notizie sull’importanza che potesse aver avuto una manifestazione enorme, oppure magari di sentire i complimenti di qualche istituzione o giornalista sulla voglia di cambiamento da parte di noi cittadini, o anche solo di poter vedere di sfuggita la propria faccia felice mentre camminava spalla a spalla insieme a quel fiume di gente: CHE COSA HANNO SENTITO? La guerriglia, la violenza, l’onore delle forze dell’ordine, il ragazzi che pensano solo a spaccare tutto quello che incontrano. Siamo certi che tutti voi, che eravate lì come noi ad assistere a ciò che realmente è accaduto, vi siate sentiti presi in giro da quel che è stato detto in televisione; ieri avete compiuto il primo passo verso la consapevolezza della natura della società nella quale viviamo, che ci addita contro la colpa di quello che sta accadendo perche siamo dei «choosy», dei violenti, degli zoticoni.

NOI DICIAMO BASTA A TUTTO QUESTO, noi diciamo basta e per questo protestiamo e per questo non restiamo in silenzio davanti a questo scempio, e per questo che non restiamo fermi ad aspettare che tutte le speranze svaniscano per sempre dietro l’ignoranza che da anni è la loro arma più forte. NON ASCOLTATE CHI VI DICE COME STANNO LE COSE: ANDATE A VEDERLO DI PERSONA, SCENDETE IN PIAZZA, NE VA DEL VOSTRO FUTURO CHE PER ADESSO È SOLO UNA CHIMERA.

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Smettiamo di manifestare. Non diamogliela vinta

di Simone Perotti | 17 novembre 2012

«Che mortificazione… chiedere a chi ha il potere di riformare il potere! Che ingenuità!» (Giordano Bruno)

Cari manifestanti, non andiamo più in piazza. Non diamogliela vinta. Non sprechiamo tempo con le urla, e neppure con la violenza. Ogni volta che consentiamo la violenza (cioè facciamo la parte della vittima di chi ci vuole menare) facciamo il gioco del potere, che delle nostre urla se ne fa un vanto, se ne compiace. Smettiamo di interpretare il ruolo che ci è stato assegnato. Il cane che abbaia non morde. Non sfoghiamoci in piazza, non perdiamo il seme prezioso della rabbia e del cambiamento. Dobbiamo declinarlo in cose più difficili, più dure, più spietate cambiando noi. Se noi cambiamo loro sono morti. Se noi abbaiamo loro sono salvi.

Il potere spera sempre nel corteo, e spera sempre che degeneri nella violenza. Manifestare serve a rappresentare i malati di SLA, o chi non sa e non può gridare per i propri diritti. E chi lo nega! Ma per noi, per le persone medie e ordinarie, per il 95% per cento del Paese è l’arma minore, la più organica al potere. Fino a che c’è una manifestazione, il potere è salvo. Sapete i padroni avveduti cosa facevano cent’anni fa? Se gli operai non protestavano, costruivano ad arte un sindacato giallo, qualcuno che protestasse, anche se mai troppo. La protesta serve al potere: indica che tutto funziona.

Non si può manifestare senza aver prima fatto un grande lavoro interiore, senza essere cambiati noi per primi. E noi quel lavoro non l’abbiamo ancora fatto. Tutto il tempo e le energie per quelle manifestazioni vanno messi in altro, vanno rivolti verso l’interno. In quella piazza c’è la via più breve, quella che responsabilizza meno. Chi cambia davvero, chi ha in animo di far saltare il banco, non scende in piazza: è un cocciuto e duro rivoluzionario, e lavora da solo, in silenzio, si allena, studia come preparare una bomba metaforicamente deflagrante: il suo cambiamento. La cosa più pericolosa per il potere è che quell’uomo diventi diverso da ciò che è, diverso da chi sta in piazza. Quella bomba è in grado di esplodere socialmente, di fare di quell’uomo un autentico sovversivo. In piazza invece, le bombe carta vengono disinnescate dalla stessa protesta, generano manganellate che stimolano la solidarietà della gente comune. Quelli che dovevano essere dei potenziali rivoltosi diventano gruppo organico al sistema, gregge facile da pilotare. Facile da menare. Di cui è facile sparlare.

Non andiamo in piazza, abbiamo troppo da fare in quest’epoca triste. Dobbiamo vivere diversamente da subito, adesso, nelle nostre vite. Isoliamo il potere dove è debole, dove gli fa male. Possiamo contrastarlo con efficacia smettendo di essere target commerciale, smettendo di vivere e lavorare e muoverci come pensa lui. Costruiamo un’altra economia, un’altra sopravvivenza. L’atto più forte e dirompente verso il nemico è abbandonare il fronte, voltargli le spalle, andare altrove. Un nemico ignorato, che perde la sua carica di dramma e la sua essenza di minaccia, scompare. Immaginatevi migliaia di poliziotti schierati, vestiti come dei marziani, ma soli. La piazza è vuota. Ci sono soltanto loro. Il nemico non c’è più, si è ritirato. Sta progettando come vivere diversamente. I nemici da manifestanti sono diventati uomini e donne, sognatori concreti che lavorano per diventare saldi, per resistere alle offerte commerciali inutili, per organizzarsi in modo diverso, ridurre i propri bisogni. Ecco il lavoro che è prezioso fare. Non manifestare contro il potere, che serve solo a rafforzarlo, ma far aprire gli occhi a chi non ha gli strumenti per capire o sta sbagliando strada per altri motivi.

Svegliamo la gente, spieghiamogli che il potere ha solo una grande paura, un tragico terrore: gli uomini liberi. Sa che più ne circolano più lui è spacciato. Menti libere, che non faranno mai quello che gli dicono di fare, che non compreranno mai quello che gli dicono di comprare, non vivranno come e dove gli dici di vivere, sono una bomba innescata sotto al Sistema. I loro comportamenti anticonsumistici, antimperialisti, anticapitalisti, pacifisti, creativi, operosi, sottraggono potere alla politica, denaro al potere. Sottraggono potere al sistema.

Noi che manifestiamo ma poi il giorno dopo siamo nel traffico come sempre, senza tentare una vita diversa, non forziamo il nostro destino e siamo funzionali alla condizione che avversiamo. La nostra manifestazione lo rafforza, il potere, non lo indebolisce. E se non abbiamo niente, se siamo gli ultimi, ancor prima dobbiamo muoverci. Non abbiamo niente da perdere. Che ci stiamo a fare lì? Proprio chi ha di meno e fa fatica ad avere pure il minimo, dovrebbe essere il primo a voltarsi e andarsene. Per cosa manifesta, per quello che non avrà mai? Per diventare meno diverso dall’oggetto della sua manifestazione?

Manifestiamo per rabbia, ma la rabbia rende deboli, sempre. In un conflitto, anche quando ci si menava da ragazzini, chi si faceva prendere in ostaggio dalla rabbia le prendeva. Più la lotta è dura più bisogna essere freddi, calcolare, trovare gli interstizi con lucidità e lì infilarsi. Ecco perché dico e ripeto da anni che il cambiamento è interiore, sempre, prima di ogni altro passo. Se non sei lucido, se ti fai prendere dalla rabbia, sei destinato alla sconfitta.

Quando le migliori energie di un Paese manifestano, vengono spese a urlare inutilmente, a menare o a prendere manganellate, il potere ha vinto. Bisogna lasciare soli questi miserabili avidi e corrotti, tanto che comincino a urlare “aiuto!” stando seduti da soli in un deserto. Serve che diventiamo bravi, professionali, eccellenti in molte cose che abbiamo tralasciato. Dobbiamo costruire da soli molte delle funzioni che ci servono, produrre il cibo che mangiamo, l’energia che consumiamo, ma dobbiamo studiare per questo, impegnarci, lavorare venti ore al giorno, per anni, a una nostra nuova umanità. Individui migliori rendono migliore la società. Ecco la nostra responsabilità. E per farlo serve concentrazione, servono energie, serve ottimismo, studio e creatività. Ecco il nostro piano di lavoro: essere diversi da come ci pensano e ci valutano, pensare in modo diverso, spendere la nostra vita in luoghi e modi differenti. Dobbiamo essere ordinati, progressivi, organizzati. Ma non tra di noi: come individui.

Mettere energie in una manifestazione e non in ciò che dobbiamo fare, è contraddittorio. La gran parte dei manifestanti di solito, a fine manifestazione, rientra nel mondo codificato, non lavora su se stesso, va a mangiare un cheese burger da McDonalds. E quasi sempre si sente soddisfatto, perché c’era, era nel gruppo. Ma il luogo dove doveva essere, nella sua altra vita, lo ha disertato. Manifesta invece di fare. Perché?

Torneremo a manifestare, certo. Ma dopo…

dopo aver fatto il percorso interiore per diventare uomini diversi, migliori, in equilibrio, capaci di dire dei no e poi dei sì;

dopo aver messo in pratica il processo di riassunzione della responsabilità della propria vita su di sé;

dopo aver smesso di studiare ciò che non ci piace “ma dà maggiori possibilità di lavoro”;

dopo aver ricominciato a pensare alla realtà come qualcosa da inventare e piegare al nostro destino;

dopo aver smesso di comprare cose inutili;

dopo aver smesso di vivere in posti brutti e costosi ma in posti belli dove le case costano poco (l’Italia ne è piena);

dopo aver smesso di lavorare dalla mattina alla sera come maleoccupati;

dopo aver smesso di mettere il denaro al centro dei nostri pensieri;

dopo aver smesso di avere comportamenti sistematicamente inquinanti;

dopo aver smesso di sprecare energia tenendo le luci accese in mezza casa anche se siamo soli;

dopo aver smesso di avere bisogni invece che desideri, cioè pensieri possibili ma senza i quali stiamo comunque bene;

dopo aver inventato lavori utili, che ancora non esistono;

dopo aver smesso di lamentarci invece che creare;

dopo aver smesso di muoverci in automobile insensatamente quando conviene il treno o meglio ancora dopo aver deciso di starcene a casa;

dopo aver smesso di giocare la schedina;

dopo aver smesso di guardare la televisione per gran parte del nostro tempo;

dopo aver smesso di comprare telefoni di cui la maggior parte di noi non ha bisogno;

dopo aver smesso di non studiare;

dopo aver capito che moriremo presto e tutta questa ricchezza di tempo non l’abbiamo.

Allora torneremo a manifestare, ma dopo. Quando si potrà manifestare “a favore”, non “contro”.

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Autore:

Ho studiato filosofia presso l'Università degli Studi di Roma “La Sapienza” e mi sono laureato nell'aprile del 1990, relatore il prof. Gabriele Giannantoni, con una tesi in storia della filosofia antica intitolata "Vivere significa morire: analisi di alcuni frammenti eraclitei". Sono socio della SFI - Società Filosofica Italiana di cui curo il sito web. Da alcuni anni mi interesso di Pratiche Filosofiche e Consulenza Filosofica, collaborando con riviste scientifiche del settore, sulle quali ho all'attivo decine di pubblicazioni. Dal 2004 svolgo la professione di Consulente Filosofico e ho promosso una serie di iniziative filosofiche (Caffè Philo, Dialogo Socratico, Seminari di gruppo) aperte al pubblico. Nel giugno del 2005 ho partecipato come relatore al convegno "Pratiche filosofiche e cura di sé" presso l'Università di Venezia "Cà Foscari". Tra il settembre 2006 e il giugno 2007 ho curato il ciclo di seminari "La filosofia come arte di vivere" presso la Biblioteca Comunale di Rieti "Paroniana" con il beneplacito dell'Assessorato alla Cultura del Comune di Rieti. Nell'anno accademico 2006-2007 sono stato docente a contratto per il master in Consulenza Filosofica attivato presso l'Università di Roma3. Attualmente insegno filosofia e storia presso il Liceo "I. Vian" di Bracciano (Liceo Classico sezione X).

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