Pubblicato in: scuola

Una riflessione sull’occupazione


Premetto al testo del collega prof. Fiorentini un mio breve intervento scritto in risposta ad una gentile signora utente del blog che mi ha chiesto alcune precisazioni. Spero possa essere utile a tutti i lettori e serva a dissipare dubbi e incertezze.

Salve Francesco, purtroppo non ho tutto il tempo che hai avuto te per risponderti in modo cosi particolareggiato ma mi sembra di ricordare che a tutti gli effetti anche lo studente viene considerato, secondo le istituzioni vigenti, un dipendente dell’Istituto Scolastico che frequenta! Sono d’accordo con te che l’occupazione non è il modo migliore per rivendicare i propri diritti ma, in un momento di esasperazione e crisi generale come quella odierna, sarebbe stato forse più opportuno scrivere una lettera un po’ meno dura e questo proprio per non esacerbare ulteriormente gli animi.
Un saluto cordiale

Cara *.*, comprendo bene la questione del tempo. Per riflettere con mente lucida, informarsi, elaborare strategie di apprendimento ci vuole un bel po’ di “tempo”! Richiede un allenamento costante. Allora, forse, comprenderai anche tu quanto “tempo”, quanta fatica, quanto impegno, quanto amore e dedizione c’è dietro la professione dell’insegnante, se svolta come si deve (altro che le “sole” 18 ore di lezione frontale che volevano far credere all’opinione pubblica!).

Comprenderai anche quanto sia più facile e redditizio in termini “demagogici” usare slogan e frasi fatte (senza accurata verifica) per infiammare gli animi delle persone più fragili, un po’ per motivi anagrafici, un po’ per motivi caratteriali (o culturali).
Personalmente non trovo né “dura”, né inadeguata la riflessione del prof. Fiorentini. Mi pare che sia quello che è: una riflessione pacata, argomentata, sensata, alla quale varrebbe la pena, dopo attenta lettura, rispondere con gli stessi mezzi argomentativi e gli stessi toni. Questo non significa che io personalmente la sottoscriva riga per riga. Il discorso della “sanzione”, per esempio, mi pare concretamente inapplicabile (e forse non opportuno, come dici tu, per non infiammare gli animi).
Ad ogni modo, dopo che è circolata informalmente per la scuola come  spunto discrezionale per riflettere sull’occupazione, chiesto il permesso al prof. Fiorentini, l’ho presentata sul mio blog – che, ci tengo a sottolineare, è assolutamente personale e non ha nulla a che vedere con l’istituzione scolastica (in genere, come avrai visto, il blog lo uso per illustrare temi didattici e filosofici ai miei studenti – altre ore di lavoro peraltro non riconosciuto) come elemento di riflessione per tutti. Lo stesso ho fatto qualche giorno addietro con testi che mi sono stati forniti dagli studenti, con idee diverse sulla situazione politica attuale, senza distinzione, senza censure e senza prender partito.
Credo che avere un luogo dove ragionare e confrontarsi sia indispensabile, anche come privati cittadini. Ha detto Voltaire (e lo ripeto spesso ai miei studenti): “Posso non pensarla come te, ma sono disposto a farmi ammazzare perché possa continuare ad esprimere liberamente il tuo pensiero”. Ecco, questo è lo spirito del blog. Mi piacerebbe che in generale i miei studenti lo utilizzassero di più per affermare a pieno titolo quel “diritto allo studio” per il quale, in una maniera o nell’altra, si sono giustamente battuti. Lo si è fatto con l’occupazione – fermo restando la sua illegalità: ma con questo scopriamo “l’acqua calda”! – che equivarrebbe ad una specie di “sciopero della fame” o di “assunzione di alimenti alternativi” per rivendicare il diritto ad una alimentazione dignitosa. Va bene, soprattutto se qualcuno grazie a questo, impara a dare valore al cibo! Ora però che il cibo, magari non del tutto (e non sempre) di loro completo gradimento, è tornato in tavola, forse si può riprendere a mangiare o no? :)
Mi pare di ricordare, che studenti e docenti stanno sulla stessa barca che affonda. Anzi che il vero obiettivo delle recenti affermazioni del ministro Profumo e del presidente Monti sia quello di far lavorare di più (e peggio) i docenti per tagliare stipendi, cancellare decine di migliaia di posti di lavoro e mandare a casa quell’esercito di precari i quali – nella maggior parte dei casi “veri e propri eroi civili” – nonostante tutto, mandano ancora avanti la baracca, per i vostri/nostri figli, per voi stessi, per l’intera comunità.
Spero che le mie parole risultino chiare ed esaustive, e soprattutto risuonino (ma questo dipende anche, metaforicamente, dall’orecchio che le percepisce) pacate, pacifiche, costruttive.
Credo che ora, in vista della fine del trimestre, convenga a tutti rimboccarsi le maniche e provare a lavorare nella maniera più serena possibile. Ciò non toglie, naturalmente, che a latere, magari nei momenti di pausa che riusciamo a ritagliarci nella quotidianità, non si possa e non si debba riflettere su quello che, come comunità, abbiamo vissuto nelle ultime settimane. Perché se non lo facessimo, peggio se facessimo finta di niente, se cancellassimo tutto con un colpo di spugna dalla nostra memoria, ebbene a cosa sarebbe servito? Lo dobbiamo, in primis, proprio ai nostri studenti! Se provaste a vedere le cose da questo punto di vista, probabilmente scoprireste che la riflessione del prof. Fiorentini (ripeto: personale e non rappresentativa né della maggioranza dei docenti, né dell’istituzione) potrebbe costituire un efficace strumento riflessivo ed educativo.
Buon lavoro a tutti!

Francesco Dipalo

PS Per amor di esattezza, i professori sono i “dipendenti” dell’istituzione scuola, non gli studenti, che sono cittadini utenti e compartecipanti del servizio, o meglio della sua funzione-missione civile, educativa e culturale, e in quanto tali portatori di doveri oltre che di diritti, come rappresentato nella carta dello studente.

Segue il testo precedentemente pubblicato:

Ricevo dal prof. Roberto Fiorentini, vicepreside del Liceo “I. Vian” di Bracciano, questa riflessione a proposito della recente occupazione del nostro liceo. La pubblico affinché tutti possano leggerla e fare serenamente le loro valutazioni.

Nei giorni appena trascorsi un gruppo di giovani del liceo Vian, non importa se la maggioranza o la minoranza dei 1200 studenti che lo frequentano (si tratta di un dato ininfluente rispetto al ragionamento che vorrei seguire) ha compiuto una serie di atti con i quali:

  • Ha violato una o più leggi dello Stato con comportamenti penalmente rilevanti.
  • Ha violato il patto interno della nostra comunità, vale a dire il Regolamento d’Istituto liberamente adottato con il voto dei rappresentanti di tutte le componenti della scuola: studenti, genitori e insegnanti.
  • Ha reso impossibile ad una parte degli studenti ‘esercizio del diritto allo studio sancito dalla nostra Costituzione.
  • Ha impedito per una settimana l’attività didattica.
  • Ha impedito ai lavoratori della scuola di svolgere regolarmente le loro mansioni.

Qualunque sia il contenuto ed il valore della protesta che questi giovani hanno messo in atto, ritengo abbiano scelto una modalità del tutto inaccettabile in una società democratica ed in una scuola, il liceo Vian, nella quale nessun ostacolo viene posto alla libera manifestazione delle idee, alla possibilità di confronto con il mondo esterno della cultura, della politica, ecc., alla stessa protesta.

Questi giovani hanno sbagliato. È necessario che coloro che appartengono al mondo degli adulti glielo dicano forte e chiaro, senza se e senza ma. Hanno infranto le regole e, come è risaputo, senza di esse non esiste libertà. Nessun ragionamento sugli “altri” (le forze politiche, il governo, gli individui) che, secondo alcuni punti di vista, fanno altrettanto o peggio, può giustificare il proprio comportamento illegale.

Le regole possono essere cambiate, la democrazia ci fornisce gli strumenti per farlo, ma non possono essere ignorate. “La libertà segue sempre la sorte delle leggi, regna o muore con esse.” diceva Rousseau. Ciò che è messo in discussione quindi è la libertà di tutti e di ciascuno.

Certo, è anche vero che a tutti capita di sbagliare ed è ancor più vero che i giovani hanno, rispetto agli adulti, una sorta di “diritto” a compiere degli errori. Ma ciò non può voler dire la rinuncia a condividere un principio di responsabilità relativo alle conseguenze delle proprie azioni. La scuola, e i docenti in particolare, hanno il compito fondamentale di educare i giovani a questo principio di responsabilità, senza il quale perde di significato e rilevanza qualsiasi forma di educazione alla cittadinanza e alla legalità ed anche lo stesso insegnamento delle varie discipline. Se tramite i comportamenti e le decisioni degli adulti che agiscono nella scuola, dovesse passare il messaggio alle giovani generazioni che le regole della convivenza democratica possono essere violate senza conseguenze di alcun tipo, la scuola stessa perderebbe del tutto il suo ruolo formativo.

Alla luce di queste considerazioni è, a mio parere, sbagliato che gli studenti occupanti non ricevano nessuna sanzione. Tramite la “pena” la nostra comunità riassegnerebbe dignità e razionalità alle regole della convivenza; per mezzo della sanzione, anche il singolo che ha sbagliato, riacquisirebbe pienamente la coscienza, offuscata dai suoi stessi comportamenti illegali, di essere un soggetto portatore di diritti e di doveri. Per tali motivi dovrebbero essere gli stessi studenti che hanno violato le regole a chiedere esplicitamente di essere sanzionati, è un loro preciso interesse e “diritto”, poiché, per dirla con Hegel, con la punizione il colpevole “è onorato come essere razionale”.

Roberto Fiorentini

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Autore:

Ho studiato filosofia presso l'Università degli Studi di Roma “La Sapienza” e mi sono laureato nell'aprile del 1990, relatore il prof. Gabriele Giannantoni, con una tesi in storia della filosofia antica intitolata "Vivere significa morire: analisi di alcuni frammenti eraclitei". Sono socio della SFI - Società Filosofica Italiana di cui curo il sito web. Da alcuni anni mi interesso di Pratiche Filosofiche e Consulenza Filosofica, collaborando con riviste scientifiche del settore, sulle quali ho all'attivo decine di pubblicazioni. Dal 2004 svolgo la professione di Consulente Filosofico e ho promosso una serie di iniziative filosofiche (Caffè Philo, Dialogo Socratico, Seminari di gruppo) aperte al pubblico. Nel giugno del 2005 ho partecipato come relatore al convegno "Pratiche filosofiche e cura di sé" presso l'Università di Venezia "Cà Foscari". Tra il settembre 2006 e il giugno 2007 ho curato il ciclo di seminari "La filosofia come arte di vivere" presso la Biblioteca Comunale di Rieti "Paroniana" con il beneplacito dell'Assessorato alla Cultura del Comune di Rieti. Nell'anno accademico 2006-2007 sono stato docente a contratto per il master in Consulenza Filosofica attivato presso l'Università di Roma3. Attualmente insegno filosofia e storia presso il Liceo "I. Vian" di Bracciano (Liceo Classico sezione X).

7 pensieri riguardo “Una riflessione sull’occupazione

  1. Proprio ieri ho scritto anche io una riflessione al riguardo… sono pienamente d’accordo! E lo dico da studentessa che attualmente si ritrova con la scuola occupata…

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  2. che dite sanzioniamo anche i la voratori che occupano le acciaierie di Taranto?
    Loro hanno perso il lavoro e gli studenti una scuola degna di essere chiamata tale.Come il lavoro anche lo studio non è un diritto inalienabile?
    Se poi l’occupazione è un atto illegale, come tutti sanno, perchè non sono state chiamate le Forze dell’ordine per effettuare lo sgombero????
    Simonetta Amore

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    1. Gentile Simonetta,
      fermo restando che il tema è molto delicato e che ogni caso andrebbe valutato a se stante, personalmente non trovo appropriato il paragone tra lo studente liceale che occupa gli edifici scolastici e l’operaio metalmeccanico. Per un fatto molto semplice e, credo, auto-evidente. L’operaio occupa la fabbrica per difendere il posto di lavoro ed affermare il suo diritto al lavoro; la fabbrica non è un luogo dove viene espletato un servizio pubblico, la proprietà della fabbrica è privata. Nel caso dell’Ilva di Taranto, poi, si tratta di una rivendicazione contro un datore di lavoro di cui si sta valutando per via giudiziaria il supposto (e gravissimo) reato di corruzione (ventennale) per mettere a tacere la questione dell’inquinamento ambientale e sfruttare ancora di più la manodopera salariata. Lo studente con l’occupazione dell’edificio scolastico, che è un edificio pubblico, patrimonio della comunità, e non privato, di fatto si nega il diritto allo studio, interrompendo il normale corso delle lezioni. Non solo: lo nega a quanti (non importa se molti o pochi) avrebbero voluto esercitarlo legittimamente frequentando le lezioni, lo nega indirettamente alle famiglie di questi ultimi, nonché impedisce ai docenti e al personale della scuola di esercitare legittimamente il loro dovere/diritto di svolgere decorosamente la propria professione. Negare un diritto per affermarne un altro è una contraddizione in termini, perché ogni danno che procuriamo alla legge e al diritto, inevitabilmente si ripercuote su noi tutti. Personalmente, dunque, pur condividendo a pieno titolo (perché io a scuola ci lavoro e so bene di cosa parlo) le motivazioni generali o ideali delle proteste che stanno investendo negli ultimi tempi il mondo della scuola, non credo che l’occupazione sia il mezzo più adeguato e coerente rispetto al fine (che dovrebbe essere quello di sensibilizzare l’opinione pubblica sulla reale situazione della scuola e mobilitare la società civile a difesa della scuola come bene comune). Di mezzi ce ne sono molti altri e tutti legali: innanzitutto, fare bene il proprio lavoro, che significa per l’insegnante impegnarsi a fondo nella sua professione e per lo studente studiare (ovvero produrre una buona didattica che sia orientata, come dovrebbe, a fornire allo studente i mezzi concettuali e semantici per decodificare il mondo in cui vive, investigare la complessità del reale, formare la capacità critica ed educarlo alla cittadinanza consapevole e attiva; insegnando storia e filosofia, parlo a titolo personale, non passa giorno in cui non trattiamo e non dibattiamo in classe – o almeno ci proviamo – un tema legato all’attualità, politica, civile, economica); in secondo luogo, si possono pensare diverse forme di didattica mirata e maggiormente partecipata, con forme di cogestione o addirittura di autogestione (in molti licei romani – e non solo – si sono attuate queste forme di “protesta” senza degenerare nell’occupazione degli edifici scolastici). Si potrebbero (e si sono o si stanno mettendo in atto) realizzare dei momenti di confronto e sensibilizzazione dell’opinione pubblica non chiudendo la scuola ma aprendola al più vasto pubblico del circondario; oppure portare la scuola fuori dagli edifici scolastici, facendo lezione oppure correggendo i compiti in piazza, ai giardini pubblici, in biblioteca, ecc.); o ancora realizzare ed utilizzare nel breve e nel lungo periodo strumenti di comunicazione pubblica come giornali, manifesti, da far girare sia in veste cartacea che su internet. Tutti strumenti legali, utilizzabili nel rispetto dei diritti di tutti, la cui ipotesi d’uso, nonostante le numerose profferte, non è stata presa in considerazione dagli studenti occupanti.
      Per quanto riguarda la questione dell’ordine pubblico, esso, come Lei senz’altro sa, non è di competenza del DS (e tanto meno dei docenti), bensì del prefetto e del questore, che decidono il da farsi con il responsabile dell’ordine pubblico locale. La denuncia alle autorità è un obbligo di legge che il DS ha espletato sin dall’inizio dell’occupazione. Il fatto che, per motivi che non spetta a noi valutare o giudicare professionalmente, ma che sono abbastanza comprensibili, il questore abbia ritenuto di non dover utilizzare le forze di pubblica sicurezza (meno male!), non toglie nulla alla violazione della legalità.
      Quello che proprio non ci serve, in questo momento storico in particolare, è procedere per semplificazioni eccessive, legittimare, direttamente o indirettamente, l’uso della violenza, dello scontro verbale, dell’animosità, delle scorciatoie fatte di slogan urlati. A rimetterci siamo solo noi, tutti quanti. Il potere, quello “duro” quello “vero”, di questo si nutre. Per questo forse, le forze dell’ordine le usa per difendere i palazzi della politica, ma non gli edifici delle scuole pubbliche: perché questa è una guerra tra poveri, crea ulteriore divisione, confusione, ignoranza. (Così, visto che le scuole pubbliche, di rito, sono occupate un anno sì e l’altro pure, chi ha i soldi manderà i figli nelle scuole private, quelle cattoliche magari dove “si studia”, “non si fa casino”, quelle che lo stato, casualmente, continua a finanziare in barba all’art. 33 della Costituzione). Abbiamo bisogno di confrontarci con la complessità, di tempi lunghi per imparare a pensare e, soprattutto, imparare ad ascoltare e dialogare. Abbiamo, infine, un disperato bisogno di legalità e di moralità pubblica per rifondare la nostra società. Senza di questo, davvero non c’è futuro. Ognuno pensi a fare bene il proprio lavoro, a rimboccarsi le maniche per sé e per la comunità, a sviluppare ascolto e solidarietà: questo “loro” non se l’aspettano.
      C’è un ultimo aspetto, delle occupazioni in genere, che mi sembra particolarmente ingiusto ed immorale: perché mai gli studenti non occupanti (con alcuni di loro ho personalmente avuto l’occasione di fare lezione in luoghi pubblici all’aperto) e le loro famiglie dovrebbero essere costrette a pagare le spese della sanificazione e delle pulizie cui devono essere sottoposti per legge gli edifici pubblici dopo l’occupazione? Non è un’ulteriore beffa dopo il danno? E perché mai, protestando contro l’insufficienza dei fondi alla scuola, si condanna l’istituzione a svuotare le proprie casse di quel po’ di denari rimasti (che potrebbero essere utilizzati per il POF o per il sostegno agli studenti in difficoltà), costringendo a spenderli in pulizie? Non è un’ulteriore contraddizione in termini? Il messaggio, terribile, che passa all’opinione pubblica è il seguente: chi alza la voce e infrange la legge, tutto sommato, se la cava, nell’indignazione è “furbo”; chi fa il proprio dovere e rispetta la legge, il “fesso”, invece, paga pure per il furbo. Non è, in piccolo, mutatis mutandis lo stesso messaggio che mandano le tante vicende scandalose che hanno ammorbato, di recente, la vita civile e il dibattito pubblico del nostro povero paese?
      Ecco, noi docenti, a scuola, se facessimo bene il nostro lavoro (uso il periodo ipotetico perché, purtroppo, non è sempre così, ne sono cosciente), di queste cose dovremmo rendere conto ai futuri (o giovani) cittadini.
      Un saluto cordiale,
      Francesco Dipalo

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      1. Salve Francesco. Purtroppo non ho tutto il tempo che hai avuto te per risponderti in modo cosi particolareggiato ma mi sembra di ricordare che a tutti gli effetti anche lo studente viene considerato , secondo le istituzioni vigenti, un dipendente dell’Istituto Scolastico che frequenta! Sono d’accordo con te che l’occupazione non è il modo migliore per rivendicare i propri diritti ma , in un momento di esasperazione e crisi generale come quella odierna, sarebbe stato forse più opportuno scrivere una lettera un pò meno dura e questo proprio per non esacerbare ulteriormente gli animi.
        Un saluto cordiale
        Simonetta Amore

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      2. Cara Simonetta, comprendo bene la questione del tempo. Per riflettere con mente lucida, informarsi, elaborare strategie di apprendimento ci vuole un bel po’ di “tempo”! Richiede un allenamento costante. Allora, forse, comprenderai anche tu quanto “tempo”, quanta fatica, quanto impegno, quanto amore e dedizione c’è dietro la professione dell’insegnante, se svolta come si deve (altro che le “sole” 18 ore di lezione frontale che volevano far credere all’opinione pubblica!).
        Comprenderai anche quanto sia più facile e redditizio in termini “demagogici” usare slogan e frasi fatte (senza accurata verifica) per infiammare gli animi delle persone più fragili, un po’ per motivi anagrafici, un po’ per motivi caratteriali (o culturali).
        Personalmente non trovo né “dura”, né inadeguata la riflessione del prof. Fiorentini. Mi pare che sia quello che è: una riflessione pacata, argomentata, sensata, alla quale varrebbe la pena, dopo attenta lettura, rispondere con gli stessi mezzi argomentativi e gli stessi toni. Questo non significa che io personalmente la sottoscriva riga per riga. Il discorso della “sanzione”, per esempio, mi pare concretamente inapplicabile (e forse non opportuno, come dici tu, per non infiammare gli animi).
        Ad ogni modo, dopo che è circolata informalmente per la scuola, chiesto il permesso al prof. Fiorentini, l’ho presentata sul mio blog – che, ci tengo a sottolineare, è assolutamente personale e non ha nulla a che vedere con l’istituzione scolastica (in genere, come avrai visto, il blog lo uso per illustrare temi didattici e filosofici ai miei studenti e al cybernavigante – altre ore di lavoro peraltro non riconosciuto) come spunto di riflessione per l’opinione pubblica. Lo stesso ho fatto qualche giorno addietro con testi che mi sono stati forniti dagli studenti, con idee diverse sulla situazione politica attuale e sulla stessa occupazione, senza distinzione, senza censure e senza prender partito.
        Credo che avere un luogo dove ragionare e confrontarsi sia indispensabile, anche come privati cittadini. Diceva Voltaire (e lo ripeto spesso ai miei studenti): “Posso non pensarla come te, ma sono disposto ad andare in prigione, a farmi ammazzare perché possa continuare ad esprimere liberamente il tuo pensiero”. Ecco, questo è lo spirito del blog. Mi piacerebbe che in generale i miei studenti lo utilizzassero di più per affermare a pieno titolo quel “diritto allo studio” per il quale, in una maniera o nell’altra, si sono giustamente battuti. Lo si è fatto con l’occupazione – fermo restando la sua illegalità: ma con questo scopriamo “l’acqua calda”! – che equivarrebbe ad una specie di “sciopero della fame” o di “assunzione di alimenti alternativi” per rivendicare il diritto ad una alimentazione dignitosa. Va bene. Ora però che il cibo, magari non del tutto (e non sempre) di loro completo gradimento, è tornato in tavola, forse si può riprendere a mangiare o no?
        Mi pare di ricordare, che studenti e docenti stanno sulla stessa barca che affonda. Anzi che il vero obiettivo delle recenti affermazioni del ministro Profumo e del presidente Monti sia quello di far lavorare di più (e peggio) i docenti (sono loro, i prof, i “dipendenti” dell’istituzione scuola, non gli studenti, che sono cittadini utenti e compartecipanti del servizio, o meglio della sua funzione-missione civile, educativa e culturale, e in quanto tali portatori di doveri oltre che di diritti, come rappresentato nella carta dello studente) per tagliare stipendi, cancellare decine di migliaia di posti di lavoro e mandare a casa quell’esercito di precari i quali – nella maggior parte dei casi “veri e propri eroi civili” – nonostante tutto, mandano ancora avanti la baracca, per i vostri/nostri figli, per voi stessi, per l’intera comunità.
        Spero che le mie parole risultino chiare ed esaustive, e soprattutto risuonino (ma questo dipende anche, metaforicamente, dall’orecchio che le percepisce) pacate, pacifiche, costruttive.
        Credo che ora, in vista della fine del trimestre, convenga a tutti rimboccarsi le maniche e provare a lavorare nella maniera più serena possibile. Ciò non toglie, naturalmente, che a latere, magari nei momenti di pausa che riusciamo a ritagliarci nella quotidianità, non si possa e non si debba riflettere su quello che, come comunità, abbiamo vissuto nelle ultime settimane. Perché se non lo facessimo, peggio se facessimo finta di niente, se cancellassimo tutto con un colpo di spugna dalla nostra memoria, ebbene a cosa sarebbe servito? Lo dobbiamo, in primis, proprio ai nostri studenti! Se provaste a vedere le cose da questo punto di vista, probabilmente scoprireste che la riflessione del prof. Fiorentini (ripeto: personale e non rappresentativa né della maggioranza dei docenti, né dell’istituzione) potrebbe rappresentare un efficace strumento riflessivo ed educativo.
        Buon lavoro a tutti!

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      3. Caro Francesco, da quello che mi hai risposto mi viene da pensare che ci sia stato un fraintendimento dovuto alla posta elettronica e alla mia sinteticità!! Io la penso esattamente come te ma mi sento anche molto coinvolta emotivamente da questo difficile momento economico, morale e oserei dire spirituale. Per cui il mio inizio messaggio riguardante i lavoratori di Taranto era solo il modo di trasmettere la mia attuale preoccupazione che riguarda tutte le componenti della nostra società. Quindi ,visto che tutti gli anni una settimana di occupazione è sempre stata fatta, la parola sanzione mi sembra in questo momento storico un pò eccessiva!!
        Buona domenica in attesa del ballottaggio!!!!

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      4. Simonetta, senza dubbio la comunicazione via internet presenta molti “contro”! Non ti preoccupare è facile fraintendersi. A me capita spessissimo. :)
        Ad ogni modo le tue considerazioni sono state utilissime per fornire agli studenti che leggono il post qualche chiarimento sul suo reale significato. Speriamo che serva davvero a restituirci un minimo di serenità in un clima così infuocato e desolante! Per questo avevo proposto a suo tempo di realizzare degli incontri pubblici aperti a tutti (il primo doveva essere il 29 novembre ma è stato spostato al 20 dicembre prossimo dopo gli scrutini: magari in quell’occasione avremo occasione di conoscerci di persona. Mi farebbe piacere!). Buona domenica a te e alla tua famiglia

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