Pubblicato in: filosofia

Schopenhauer e il potere “catartico” dell’arte


L’arte è liberazione dal dolore quando noi stessi la produciamo, oppure se osserviamo, ascoltiamo ciò che è stato creato dall’artista?

«Nella contemplazione estetica abbiamo ritrovato due inseparabili elementi: la conoscenza dell’oggetto, non come cosa singola, ma come idea platonica, cioè come forma permanente di tutta questa specie di oggetti; e la coscienza del soggetto conoscente, non come individuo, ma come soggetto della conoscenza puro, libero dalla volontà. […]

Finché dunque la nostra coscienza è riempita dalla nostra volontà, finché siamo abbandonati all’impulso dei desideri, col suo perenne sperare e temere, finché siamo soggetti del volere, non ci è concessa duratura felicità né riposo. Che noi andiamo in caccia o in fuga, che temiamo sventura o ci affatichiamo per la gioia, essenzialmente è la stessa cosa: la preoccupazione della volontà con le sue continue esigenze, sotto qualsiasi aspetto, riempie e agita senza posa la coscienza; e senza pace nessun reale benessere è mai possibile. Il soggetto del volere è così senza tregua legato alla volgente ruota di Issione, attinge sempre col vaglio delle Danaidi, è Tantalo che in eterno si strugge.

Quando però una causa esteriore, o una disposizione interna ci trae all’improvviso fuori dall’infinita corrente del volere e sottrae la conoscenza alla schiavitù della volontà, e quando l’attenzione non è più rivolta ai motivi del volere, ma percepisce le cose sciolte dal loro rapporto col volere, ossia le considera senza interesse, senza soggettività, in modo puramente oggettivo, immergendosi tutta in esse, in quanto esse sono mere rappresentazioni e non motivi: allora sopraggiunge, improvvisa e spontanea, quella pace che, sempre dapprima cercata sulla via del volere, ognora sfuggiva, e noi siamo allora perfettamente felici. È quello stato senza dolore, che Epicuro lodò come il massimo bene e come condizione degli dèi: perché noi siamo, in quell’istante, liberati dal vile impulso della volontà, e celebriamo, noi forzati lavoratori della volontà, il nostro giorno di festa: la ruota di Issione si arresta.

Questo è appunto lo stato, da me più sopra descritto come necessario per la conoscenza dell’idea in quanto pura contemplazione, assorbimento nell’intuizione, smarrimento di sé nell’oggetto, oblio di ogni individualità, abolizione della conoscenza legata al principio di ragione, che afferra soltanto relazioni; è lo stato, in cui immediatamente e inseparabilmente il singolo oggetto intuito si eleva all’idea della sua specie, l’individuo conoscente si eleva a puro soggetto del conoscere libero dalla volontà, ed entrambi, in quanto tali, non si trovano più nella corrente del tempo e di tutte le altre relazioni. È indifferente, allora, se il sole che tramonta si veda da un carcere o da un palazzo».

(A. Schopenhauer, Il mondo come volontà e rappresentazione, I, 38)

È il fenomeno artistico in sé che aiuta l’uomo a liberarsi, seppure momentaneamente, dall’urgenza della volontà. L’arte collega il soggetto conoscente al mondo delle idee platoniche, quello delle forme pure attraverso le quali la volontà si esprime, facendogli dimenticare per un lasso di tempo più o meno breve la quotidiana lotta per l’affermazione dei propri desideri, lotta di tutti contro tutti, destinata alla breve ed inane soddisfazione o al tormento della frustrazione. Si un effetto simile a quello catartico che noi proviamo assistendo ad un film passionale: le passioni le vediamo incarnate nei personaggi ma la consapevolezza di esserne fuori come individui ci lascia tranquilli, ci dà sollievo. Un po’ guardare il mondo dalla finestra. Credo sia indifferente se dell’arte siamo creatori o piuttosto semplici fruitori: la natura dell’effetto, probabilmente, è la stessa, ma può variare in intensità e grado. L’artista attraverso la sua opera “sublima”, esprimendole, le passioni che “gli ruggono dentro” con effetti più rimarchevoli rispetto a chi si accosta all’arte come mero spettatore. Per questo, forse, solo chi ha un animo artistico riesce a godere davvero del sollievo offerto dall’arte: se non produce l’opera d’arte è comunque in grado di “riprodurne” l’effetto dentro di sé.

Conclusione: quando vi sentite depressi, visitare un museo o andare a teatro, o semplicemente aprire un bel libro potrebbe rivelarsi una buona idea! J

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Autore:

Ho studiato filosofia presso l'Università degli Studi di Roma “La Sapienza” e mi sono laureato nell'aprile del 1990, relatore il prof. Gabriele Giannantoni, con una tesi in storia della filosofia antica intitolata "Vivere significa morire: analisi di alcuni frammenti eraclitei". Sono socio della SFI - Società Filosofica Italiana di cui curo il sito web. Da alcuni anni mi interesso di Pratiche Filosofiche e Consulenza Filosofica, collaborando con riviste scientifiche del settore, sulle quali ho all'attivo decine di pubblicazioni. Dal 2004 svolgo la professione di Consulente Filosofico e ho promosso una serie di iniziative filosofiche (Caffè Philo, Dialogo Socratico, Seminari di gruppo) aperte al pubblico. Nel giugno del 2005 ho partecipato come relatore al convegno "Pratiche filosofiche e cura di sé" presso l'Università di Venezia "Cà Foscari". Tra il settembre 2006 e il giugno 2007 ho curato il ciclo di seminari "La filosofia come arte di vivere" presso la Biblioteca Comunale di Rieti "Paroniana" con il beneplacito dell'Assessorato alla Cultura del Comune di Rieti. Nell'anno accademico 2006-2007 sono stato docente a contratto per il master in Consulenza Filosofica attivato presso l'Università di Roma3. Attualmente insegno filosofia e storia presso il Liceo "I. Vian" di Bracciano (Liceo Classico sezione X).