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COME ABBIAMO FATTO SCUOLA IN TEMPO DI CRISI


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Quello che abbiamo vissuto giovedì scorso (20 dicembre 2012) durante l’incontro presso l’Aula Magna del Liceo “I. Vian” di Bracciano è stato molto bello. Questa almeno è la testimonianza di chi vi ha preso parte, studenti, genitori, docenti, semplici cittadini. Quando uso l’aggettivo “bello” mi riferisco in senso proprio alla “bellezza”. Chi c’era, per due ore ha respirato bellezza, se l’è sentita scendere dentro, afferrargli il cuore, a volte stringerlo, a volte sollevarlo in alto. Per un tempo incommensurabilmente lungo un centinaio di persone e più hanno fatto silenzio dentro di sé, facendo posto all’ascolto, quello vero. Perché “vere” erano le storie che venivano narrate, storie “vere” raccontate da persone “vere”, in carne ed ossa e anima, lì in piedi, vicino al palco, senza un briciola di retorica, senza un grammo di egocentrismo. Dalla comunità per la comunità. Una sinfonia di voci che ha cantato l’immensa ricchezza del nostro essere umani, le enormi possibilità cui una scuola ben fatta può contribuire a creare, il grande, inestimabile piacere di essere vivi e di interrogarsi intorno al senso di questa vita, attraverso le tante difficoltà quotidiane, attraverso i classici, attraverso il dialogo con compagni e docenti. Voci che hanno messo in scena con grande semplicità (ma anche con grande consapevolezza) cosa significa “decenza”, “dignità”, “coraggio”, “spirito di sacrificio”, “autostima”, “amore per lo studio”, “amore per la vita”. Voci di persone spesso giovanissime da cui i tanti infelici, a cominciare da quelli che si aggirano nei palazzi del potere, potrebbero e dovrebbero trarre insegnamento. So che difficilmente lo faranno. Stare al mondo, vivere da esseri umani significa darsi la chance di aspirare a bellezza e verità. Molti, in realtà, sono già morti e non se ne sono accorti. Ma quando penso a questi ragazzi, quando penso ai miei studenti io mi sento gioiosamente orgoglioso di essere umano, di fare l’insegnante liceale, e persino, un pochino, di essere italiano. Ecco, loro hanno fatto di tutto per lasciare che ci “sporcassimo dentro”, che diventassimo come loro, laidi, vigliacchi, violenti e dolenti. Ma non ci sono riusciti. E non ci riusciranno se noi non glielo permetteremo.

A seguire, qui sotto, i testi degli interventi di giovedì 20 dicembre 2012. Un ringraziamento di cuore a tutti coloro che hanno partecipato.

ADRIANA – STUDENTESSA

11 settembre 2006. No, non è la data in cui si compirono cinque anni dalla caduta delle Torri gemelle. È la data in cui sono stata catapultata in una realtà completamente diversa da quella in cui sono vissuta per ben dodici anni. Quel 11 settembre è stato il mio primo giorno di scuola, un nuovo inizio. Il giorno in cui mi sono trovata in mezzo ad estranei che non parlavano la mia stessa lingua, estranei che faticavo a capire. Era tutto così … diverso, persino l’orario: ore de 60 minuti, non da 50; una ricreazione da 15 minuti al giorno, non una ricreazione da 10 minuti ogni ora.

I miei nuovi compagni, ma soprattutto gli insegnanti mi guardavano molto stupiti quando, alla domanda “Da quanto tempo sei in Italia?”, rispondevo “Una settimana.”! All’inizio e` stata dura ma poi, pian piano, ho imparato la lingua e mi sono ambientata nel mio nuovo piccolo mondo. Nonostante tutte queste difficoltà considero di essere stata fortunata. Ho incontrato insegnanti molto bravi che fin da subito mi hanno aiutato a superare le difficoltà. Ricordo ancora la professoressa d’italiano che ogni volta che sbagliavo qualche parola, non mettendo, ad esempio, la doppia al posto giusto, mi faceva riscrivere quella parola 20-30 volte. Non la percepivo come una punizione, e non lo era, ma come un modo per aiutarmi! È stata lei a spiegarmi la differenza tra “hanno” e “anno”, due parole che io percepivo allo stesso modo, ignara del fatto che una banale lettera come la “h” potesse cambiare cosi tanto le cose. È stata lei la professoressa che mi ha fatto scoprire nuove realtà, che mi ha fatto conoscere la letteratura italiana! Qualcuno potrà dire che ha fatto semplicemente il suo lavoro e che il suo comportamento era normale! Si, è vero ma non ho avuto solo lei come prof. in quel periodo e posso dire che gli altri non hanno fatto le stesse cose che ha fatto lei. Forse non sarei quella che oggi sono senza il suo aiuto e senza l’aiuto di alcuni miei compagni di classe.

Più tardi ho incontrato un’altra persona di cui vorrei parlare; un professore, a prima vista, un po` strano. O almeno cosi lo percepivo io. Non mi piaceva, non capivo tanto bene le sue lezioni e i suoi modi di fare, ero sempre agitata durante la sua ora e non capivo il perché. Soltanto dopo vari mesi mi sono accorta che in realtà quel professore non era per niente strano e che non mi piaceva perché durante le sue lezioni, facendo magari degli esempi banali per farci capire un concetto difficile, senza saperlo, mi tirava delle frecciatine che mi colpivano, che andavano a toccare questioni che mi facevano male. In realtà non ce l’avevo con lui, non era lui il problema, ero io! Perché avevo paura di quelle cose che lui, senza sapere, tirava fuori. E quelle non erano frecciatine ma dei semi che pian piano sono germogliati e poi cresciuti. E proprio grazie a questi semi che io sono cambiata, ho capito finalmente molte cose e sono riuscita a far qualcosa per cambiare quelle che non andavano.

Sono le persone come loro che meritano veramente di essere chiamate “professori” e non quelle che, oltre alla lezione spiegata più o meno in fretta, non ti lasciano più nulla. Per molti professori noi studenti non siamo altro che un numero sul registro ma ci sono anche quelli per i quali siamo persone in carne ed ossa che hanno dei sentimenti. La scuola quindi non è un posto in cui si va solo per imparare il latino, il greco, la matematica, ma è qualcosa di più grande e meraviglioso. È un piccolo mondo di cui ognuno ha fatto, fa, o farà parte.

ANDREA – STUDENTESSA

“Durante le due prime settimane di Settembre ho partecipato ad uno scambio linguistico in Svizzera nel cantone del Valais.

Inizialmente avevo deciso di farne parte per poter arricchire il lessico e non solo del mio francese e anche per potermi mettere in gioco come persona e aprirmi a nuove esperienze.

Durante i primi giorni ho provato un po’ di nostalgia di casa ma ben presto mi sono abituata ad uno stile di vita che era diverso da quello a cui ero abituata, sia da un punto di vista scolastico, che famigliare, dal momento che la mia corrispondente aveva i genitori separati contrariamente alla mia famiglia. Ciononostante, da un giorno all’altro mi sono sentita subito a mio agio: con i genitori, i nonni, gli amici della mia corrispondente e ancor di più con lei!

Ho avuto molta fortuna ad essere capitata con Elisa, tant’è che lei ed io non siamo solo semplici corrispondenti, ma siamo anche amiche, e nonostante lo scambio sia terminato, ci teniamo sempre in contatto, e pensavamo la prossima estate di poterci rincontrare.

Sono più che soddisfatta di aver preso parte allo scambio. è stata un’esperienza sicuramente benefica per il mio francese, ma soprattutto per me come persona. Devo anche riconoscere che se non avessi avuto la fortuna di capitare con una persona come Elisa, probabilmente questo scambio non sarebbe riuscito cosi bene.

In conclusione consiglio a chi in futuro volesse fare uno scambio linguistico, di scegliere bene il/la proprio/a corrispondente, ma soprattutto di prestarsi duttili e aperti di mente, perché affrontare questo tipo di esperienze con una visione limitata e/o con pregiudizi non sarebbe costruttivo e potrebbe comprometterne il buon esito.”

CHIARA – STUDENTESSA UNIVERSITARIA

Purtroppo ho solo poche parole a disposizione per dar voce ai miei ricordi e per un inguaribile nostalgica come me è davvero difficile ma ci proverò.

Proverò a trasmettervi un po’ di me, di una studentessa che tra meno di un mese discuterà la sua tesi di laurea e che quindi si appresta ad entrare nel mondo del lavoro,anche se in tempi come questi l’espressione “entrare nel mondo del lavoro” assume un tono ridicolo,un accento vagamente ironico o forse sarcastico.

Fino a qualche anno fa ero sui banchi delle scuole superiori e fantasticavo su ciò che sarebbe stato il mio futuro,quale strada avrei preso,come sarebbe stato il mio percorso,se sarei stata in grado di soddisfare tutte le mie aspettative,se avrei raggiunto tutti i traguardi prefissati,oppure se avrei fallito e mi sarei trovata così,illusa e disillusa,delusa da me stessa.

Una bella risposta ai miei interrogativi la diede un giorno,senza volerlo,la mia insegnante di inglese.

Ricordo che in quella giornata dovetti affrontare più interrogazioni, alcune delle innumerevoli che si affrontavano quotidianamente al liceo Classico,la maturità era alle porte e così ci trovammo coinvolti in un dibattito che riguardava il nostro futuro.

Ad un certo punto la nostra professoressa si alzò in piedi,passando tra i banchi ci guardò fisso negli occhi,forse per la prima volta in cinque anni e ci disse che non importava cosa avremmo fatto,diventare avvocati piuttosto che medici,ingegneri oppure semplici avvocati era cosa di poco conto,l’importante era non perdersi, tenere con noi sempre una sorta di filo d’Arianna che non ci avrebbe mai fatto disorientare. Disse che qualsiasi cosa avessimo intenzione di fare,da qualsiasi parte fossimo arrivati, fondamentale era ricordarsi sempre chi si è e da dove si proviene; bisognava non dimenticare le origini,perché per “diventare poi” si deve”essere prima”.

Sembra assurdo ma ad un tratto tutto mi apparve più chiaro. Davvero quelle parole mi hanno aiutato a non “perdermi” in certi momenti e ripetendomi ogni giorno chi ero sono riuscita ad andare avanti,a non alienarmi da me stessa ,essendo orgogliosa ogni giorno di più per ciò che avevo raggiunto;guardando con fierezza al percorso affrontato dal punto di partenza fino a quello di arrivo.

Apparirà incredibile,lo so,ma la mia professoressa è riuscita a trasmetterci in dieci minuti più di quanto avesse potuto fare in cinque anni.

Spero allora che anche voi,voi studenti ,voi professori,voi tutti, possiate trovare in un momento così difficile e critico,una persona che riesca in qualche modo ad”illuminarvi”;qualcuno che vi possa rassicurare,dicendovi le parole di cui avete bisogno e dandovi le risposte che state cercando. Spero che incrocerà il vostro cammino qualcuno che vi permetta di guardare con fiducia al futuro senza mai perdere di vista il passato.

Perdersi in un momento così delicato è davvero facile, ecco perché mi auguro che ognuno di voi riesca a trovare il suo punto di riferimento. Spero vi accada ciò che è successo a me,perché ecco che alcune volte affidarsi ai ricordi non è più un modo per rimanere ancorati al passato,ma diventa la più semplice ed efficace tattica per affrontare il futuro.

DAVID, LEONARDO, FRANCESCO, ALESSANDRO – STUDENTI

E’ ormai passato un considerevole numero di anni da quando noi quattro siamo entrati nel Liceo Ignazio Vian di Bracciano. Possiamo quindi dire che la nostra esperienza è stata e continua ad essere piacevole e costruttiva. Lungo questi anni siamo passati attraverso un gran numero di vicende che hanno contribuito alla formazione della nostra cultura e che ci hanno aiutato nel nostro percorso di crescita educativa e sociale. Possiamo inoltre affermare che i professori che ci hanno accompagnato durante tutti questi anni sono persone di valore e che tengono ai propri studenti e alla preparazione — non solo scolastica — delle generazioni a venire. Citiamo un esempio lampante: circa due anni fa la nostra professoressa di inglese ha aderito ad un progetto di viaggio d’istruzione a Londra, e ha consentito ad un notevole numero di studenti appartenenti alla nostra classe di vivere un’esperienza indimenticabile nella capitale inglese. Abbiamo avuto, difatti, l’occasione di visitare la Torre di Londra e il British Museum, oltre a tantissimi altri luoghi di alto interesse culturale. La nostra padronanza della lingua inglese è stata inoltre affinata grazie non solo ad un corso avanzato di pronuncia, ma anche alla costante interazione con abitanti della città — un modo di apprendere tale linguaggio efficace e piacevole. Al di là dell’aspetto culturale dell’esperienza londinese, il soggiorno nella capitale è stato divertente ed appagante, anche per l’occasione che ci ha dato di conoscere nuove persone e fare nuove amicizie.

Altro esempio che potremmo fare è la co-gestione: un’occasione per vivere la scuola in modo alternativo che ci è stato offerto lo scorso anno. Sebbene non sia andata completamente secondo i piani, la co-gestione è comunque servita come un modo diverso di relazionarci con i docenti per dare vita insieme a delle attività nuove ed interessanti: sia studenti che professori hanno indetto dei corsi riguardanti materie che non sono generalmente affrontate in ambito scolastico. Sono stati, insomma, tre giorni piacevoli. Il nostro desiderio è che siano queste cose, quelle che veramente costituiscono lo spirito della scuola, ad essere riconosciute.

FABIO – STUDENTE UNIVERSITARIO

UNA SFIDA DURA E GLORIOSA: CINQUE ANNI DI CLASSICO PER UN DIVERSAMENTE ABILE

Conquista chi resiste– Aulo Flacco Persio.

Non so se sia una certezza oggettiva ed assoluta, ma a mio parere il luogo comune secondo cui il Liceo Classico sarebbe uno degli indirizzi di studio più duri del sistema educativo italiano ha un fondo di verità. Il liceo Classico è una sfida, una vera e propria scuola di vita in cui non assimili soltanto nozioni importantissime per costruire un insieme di conoscenze, ma dove soprattutto ti abitui a lavorare sodo in vista del cammino universitario. Il Liceo Classico è duro, i ritmi di studio sono intensi, per affrontarlo ci si deve rassegnare a lottare ogni giorno per dare il meglio, anche sacrificando il proprio tempo libero. Al contempo, è un’esperienza ti forma, la tua forma mentis si trasforma e diventa elastica, capace di diventare molto più tollerante ed analitico.

È una consapevolezza che sono riuscito a sviluppare pienamente solo una volta conclusa l’intera esperienza dei cinque anni, e solo quando, arrivato all’Università, mi sono accorto che tutta la fatica fatta negli anni precedenti era servita innanzitutto ad allenarmi ed a prepararmi per prove ben più intense.

Nove anni fa, nel 2003, quando iniziai il cammino che dal Ginnasio alla Laurea, la situazione era un “pochino” diversa. Ero un ragazzino difficile: avevo un handicap riconosciuto al 60% che mi aveva profondamente condizionato negli anni dell’infanzia. Mi ritrovavo ad uscire dalle Medie semi-traumatizzato. La mia classe era composta da persone con caratteri difficili, ragazzi scalmanati che non comunicavano con i genitori o non riuscivano a trovare modi d’espressione e cedevano alla tentazione di proporsi agli altri con qualche accenno di violenza, sia verbale che fisica. Insomma, una realtà disagiata in cui un misto di perbenismo, menefreghismo e disorientamento da prima adolescenza innescavano un circolo vizioso. In poche parole, io, ragazzino con problemi motori ed ahinoi anche neurologici, mi ritrovavo spesso in difficoltà: la mia voglia di autoaffermazione, in parte mescolata con la rabbia di quell’età, in cui ogni scontro di caratteri sembra un conflitto insanabile, si scontrava contro un muro di ragazzi altrettanto problematici ed astiosi. Una brutta situazione di quotidianità. Quando noi dell’89 arrivammo alle Superiori mi ritrovai ad affrontare il Classico con meno della metà delle conoscenze richieste ed una rabbia repressa che si concretizzava in gesti di autoaffermazione che rasentavano il ridicolo: scenate in pubblico dettate dalla voglia di attirare l’attenzione, crisi di rabbia e simili esempi di comportamento antisociale e scorretto. Oltretutto ebbi un vero e proprio rifiuto dello studio in quanto pratica, dovuto probabilmente ad una mancanza di concentrazione ed ad un bel po’ di svogliatezza. In ogni caso, il passaggio al Classico fu difficile per tutti i miei nuovi compagni di classe, credo al mio stesso modo.

Poi è cominciata la risalita, attraverso l’impegno nello studio. Lo dico apertamente: i miei successi liceali (dove per successi si intende una media di poco superiore al sette, in tutta onestà) erano dovuti alla necessità di autoaffermazione e di soddisfazione personale, più che al bisogno di conoscenza. Alla necessità di dire “non sono uno
speciale, posso dimostrare di essere come gli altri”. Riconosciamolo: non tutti, a sedici, diciassette, diciotto, diciannove anni sono in grado di avere quella maturità che ti permette di dire “questa conoscenza mi serve perché mi fa essere un uomo più preparato”. Non sono stato uno studente perfetto: Molte delle carenze di quegli anni le sento ancora mie; ad esempio non ho ferme basi nelle scienze matematiche e fisiche e questo è probabilmente un grave limite.

Tuttavia i risultati non sono mancati: l’autoaffermazione si è mescolata ad un’altra necessità, ovvero la soddisfazione di una serie di passioni personali che, pur essendo iscritte all’interno della sfera privata, si sono abbeverate della conoscenza datami dalla scuola. Il mio bagaglio di conoscenze, per quanto ristretto, è servito per creare una rete di riferimenti culturali che mi ha cresciuto e mi ha dato strumenti importanti per costruire la mia identità. Soprattutto però, pur non eccellendo nello studio, mi rendo solo oggi conto di aver allenato la mia tempra proprio in quegli anni, di aver espanso le mie capacità di giudizio, di aver allenato il senso critico diventando un’altra persona. Per quanto suoni retorico, è stato un atto di riscatto verso il passato. In realtà oggi mi sembra un riscatto molto modesto: forse ciò che mi mancava ancora era la maturità, che mi avrebbe permesso di ridimensionare molte paure ed ostacoli facendoli apparire meno alti di quel che sembravano. In ogni caso, sono contento di aver vissuto il classico come una sfida contro quegli ostacoli: è stato epico, appassionante, totalizzante, e sono grato ad ogni singolo attimo passato fra i banchi della mia classe a lottare e ad studiare.

Oggi so di essere un uomo migliore e che la strada è in discesa, so che la passione e la forza date da quell’esperienza mi hanno fatto diventare lo studente che è riuscito a strappare il centodieci e lode che mi hanno dato all’Università. Ti guardi indietro e non vedi più un semplice percorso di crescita, ma una campagna militare contro paure ed incertezze, non ancora terminata, ma ancora non appagata e desiderosa di continuare. A chi è nella mia condizione dico di credere in loro stessi, ai docenti ed al personale ATA delle scuole dico di aiutare ogni persona con problemi fisici, psichiatrici, di cognizione o di carattere a cercare di combattere la sua sfida attraverso il buon insegnamento ed il sostegno umano.

Con me lo si è fatto ed i risultati non sono stati male. E li ringrazio spesso, dentro di me.

FEDERICA- STUDENTESSA

LA CRISI DELLA QUOTIDIANITA’.

Si viene malvolentieri a scuola. D’altronde chi potrebbe biasimare noi studenti? Siamo carichi di compiti, trascorriamo pomeriggi tra versioni di greco e problemi di matematica e ogni giorno siamo costretti a dover affrontare i famigerati, terribili, compiti in classe , causa di ansie e stress. Ma questo, purtroppo, è il meno.

Il vero motivo di malcontento deriva da tutto ciò a cui quotidianamente siamo costretti ad assistere. Entrare in classe e vedere professori che, pur non venendo dignitosamente retribuiti per il servizio pubblico che svolgono, continuino a dare il meglio che possono offrire, preparando lezioni ben articolate e formative non solo al fine della valutazione, è da una parte degno di ammirazione,ma dall’altra davvero scoraggiante. Loro riflettono ciò che noi domani saremo,il nostro futuro. E fa male trovarsi, a diciassette anni, a faccia a faccia con una realtà così ingiusta, incapace di valorizzare chi svolge, a mio parere, uno dei mestieri più delicati che possano esistere. Essi infatti, hanno il compito di trasmetterci, al di là delle competenze specifiche relative ad ogni disciplina, valori che andranno a costituire ciò che noi saremo una volta usciti da qui.

Fortunatamente, il lavoro della maggior parte dei miei insegnanti, è davvero lodevole: meno ricevono, più si impegnano, non lasciandosi vincere dalla negligenza. Tuttavia, molto spesso accade che la minoranza, spinta dall’esasperazione, si lamenti della propria vita personale in relazione alla situazione economica, il ché, oltre ad accrescere la nostra tristezza e la nostra compassione verso il docente, toglie tempo alle effettive spiegazioni e raddoppia la mole di lavoro per casa. Come possiamo essere felici ed entusiasti dovendo convivere con questo ogni giorno?

Il malcontento, poi, accresce quando siamo costretti a dover portare gli adattatori per le spine elettriche da casa perché in tutta la scuola non si riesce a trovarne uno, quando le casse audio per vedere un film in classe non funzionano, quando ogni attività extrascolastica non viene attivata perché non ci sono fondi sufficienti. Molti sono costretti a dover prendere ripetizioni a pagamento, invece di chiedere ulteriori spiegazioni al proprio insegnante dopo il termine delle lezioni, gratuitamente.

Questo è il modo, seppur relativo al ristretto ambiente scolastico, in cui personalmente percepisco la crisi. Dietro ai dati numerici che siamo abituati a sentire, dietro alla famosa parola “taglio”, ci sono possibilità negate a noi studenti . Perché non posso avere l’opportunità di fare lezioni di madre-lingua un’ora a settimana, quando una mia amica virtuale ungherese mi racconta come lei segue quotidianamente lezioni in lingua inglese di storia o di chimica, per esempio?

Entro nella mia classe e faccio finta di non accorgermi che è un’aula dove le finestre non si chiudono,dove mancano spesso i cancellini per la lavagna,o dove i riscaldamenti non funzionano correttamente. Che cosa ho fatto di male per dover trascorre 5/6 ore al freddo ?

E infine, ciò che fa più male di tutto,è la nostra debolezza. Ci sono alcuni di noi che, proprio per questo motivo, tendono a lasciarsi andare, demotivati, chiedendosi a cosa serva proseguire gli studi se il traguardo sarà inevitabilmente il raggiungimento di una camuffata schiavitù.

Si tratta, a mio parere, di una crisi delle identità sia per noi studenti, sia per tutti coloro il cui ruolo da adempiere, se prima era sicuro e ben delineato, ora non è altro che incerto e necessita un adattamento a cui non tutti , purtroppo, riescono a sopravvivere.

FEDERICA – STUDENTESSA

Quando ero bambina avevo un sogno: diventare archeologa. Un sogno che mi ha influenzata al punto da farmi scegliere il liceo classico e che mi influenzerà in futuro quando dovrò scegliere l’università.

Una bella storia finché i sogni non si scontrano con la realtà, quella italiana, che attualmente scredita ogni forma di ricerca in questo campo. Infatti quando mi si chiede l’indirizzo che deciderò di intraprendere, alla mia risposta in molti affermano attoniti: “bell’idea però fai la fame!” oppure “ti conviene sposare un uomo ricco!” e ancora “ma che ci fai con una laurea del genere?!”.

Alla luce di queste affermazioni più o meno stereotipate bisogna dire che tale luogo comune si fonda su una realtà effettiva, la realtà di una crisi culturale che si nasconde dietro quella economica. Le domande che mi pongo sono le seguenti: perché un paese così ricco di opere d’arte (in Italia è presente il 60% dei beni culturale nel mondo) non dovrebbe puntare su quello che ha, sia per una questione culturale, ma anche economica? Domanda alla quale, personalmente, non so rispondere. Forse sarebbe troppo facile e quindi si preferisce vendere capolavori come è stato fatto dal governo Berlusconi con le opere di Machiavelli piuttosto che creare su di essi un’ industria del turismo da cui trarre grande vantaggio. Poi mi chiedo per quale motivo ragazzi della mia età dovrebbero rinunciare ai loro sogni perché ritenuti, dalla classe politica in primis e poi dalla società, inutili?! Si deve sempre ricordare che la mia generazione è quella di Cenerentola, è quella di “i sogni son desideri di felicità” e quindi non sono d’accordo ad accettare tali critiche, alla vigilia della scelta che deciderà il mio futuro, basate soltanto su un pregiudizio.

Nella società odierna, dove non si hanno più ideali da seguire, la cosa migliore da fare sarebbe conoscere la storia e il passato per poter ripartire da esso; non si può basare, come nella mentalità attuale, tutto su statistiche; infatti dietro quei numeri ci sono persone in carne ed ossa con desideri e passioni. Proprio per questo credo che la crisi influisca più di quanto sembri sui giovani poiché, invece di sviluppare in loro la consapevolezza delle proprie capacità e motivarli a perseguire i propri sogni, si cerca di sviarli verso un qualcosa giustificato dai dati ma non dal cuore.

Non possiamo essere tutti avvocati o commercialisti e quindi bisogna che la società accetti anche coloro che svolgono altre professioni e li incoraggi a nobilitarsi nel loro lavoro come la Costituzione Italiana sancisce. Nel momento in cui ciò avverrà, sicuramente vivremo in un mondo migliore, magari con più aspiranti archeologi che aspiranti parlamentari.

FLAVIA – STUDENTESSA

Vorrei condividere una giornata particolare, nelle solite quattro mura grigie di una classe.

Si parlava di diritti umani dell’uomo, libertà di pensiero, di parola. La difficoltà in alcuni stati di esercitare i propri diritti. Sì, d’accordo.

Ma noi ci sentiamo liberi?

Ci sentiamo liberi di formulare un’idea controcorrente? Liberi di scrivere due righe su cosa pensiamo su un dato fatto? Mi sento libera di essere qui ad arrabbiarmi a combattere per la mia visione del mondo? La risposta è no. Non siamo sicuri non abbastanza forti per rispondere al muro delle utopie, delle etichette che ci mettono sulla schiena. Ho 17 anni, Facebook, adoro la musica,ho un telefono touch, i miei capelli sono strani e mi piace giocare alla wii. In quanti mi hanno messo l’etichetta disinteressata o bambocciona? Non siete i primi. Eppure studio, penso e mi arrabbio: e sono così arrabbiata, triste che oggi non mi fermeranno le vostre occhiate.

Io credo in me, io valgo. Come molti della mia età ho un’autostima carente. C’è sempre qualcuno che saprà fare qualcosa meglio di me o sarà più convincente di me. Anch’io so fare qualcosa, anch’io so parlare. È quello che ognuno dovrebbe imparare a fare: trovare la forza di credere in se stesso, imparare ad amarci perché solo riconoscendo il proprio valore si può comprendere il vero degli altri, solo amandosi si può essere capaci di amare. E sembra un’impresa quasi impossibile in questo momento così frenetico alla presa con paure e corse contro il tempo: perché c’è la crisi economica…… Ma nessuno parla della crisi dei valori che ci distrugge. Sono come molti altri, una ragazza ” della crisi dei valori, riempiamo i diari con i pensieri migliori e non vogliamo di tipo vincitori, tempi migliori per chiunque ha sofferto… Siamo uguali da Milano a Bari nonostante Umberto! ”

Ma ehi respira, per bene. Vali, tu come ognuna nel mondo.

Puoi fare del bene. Scegli per te, non far scegliere agli altri. Puoi scegliere di fare il bene, solo se stai bene con te stesso.

FRANCESCA- STUDENTESSA

Crisi, una parola che ormai sentiamo tutti più o meno quotidianamente, una parola che è entrata nelle nostre case e che molto spesso ci spaventa. Ma cosa vuol dire veramente?
Letteralmente la parola “crisi” significa ( dal dizionario ) : ” Improvvisa perturbazione e modificazione nella vita di un individuo o di una collettività, con effetti più o meno gravi e duraturi.”
Nella maggior parte dei casi le viene attribuita un’accezione negativa, ci si guarda da lei con timore, è normale, il cambiamento fa sempre paura. Ma io mi chiedo: non è possibile vederla da un’altra prospettiva? Cos’è che è realmente entrato in crisi? Non è forse entrato in crisi un modo perverso di fare e concepire la Politica? Si parla di crisi economica, e quindi di un modello economico, ma soprattutto della mentalità con la quale si mette in atto. Forse dovremmo tutti ricordarci che l’economia è a servizio dell’uomo della sua felicità e non può prescindere da esso. E forse, almeno nelle mie speranze, questa crisi rappresenterà la spinta, la scossa che, attraverso la paura, ci porterà finalmente al cambiamento. Certo, cambiamento non è sempre sinonimo di miglioramento, ma questo dipende esclusivamente da noi, da ogni singola persona e dalla voglia di ognuno di mettersi in gioco e capire che ad essere messa in discussione, qui ed ora, non è solo la Politica o l’economia, ma la nostra mentalità, il nostro modo di agire e di ragionare a partire dalle cose più semplici. Solo da noi dipende, se il cambiamento diventerà maggiore consapevolezza, perché è in noi che essa deve nascere.
Le difficoltà, l’incertezza, non sono sempre un male. L’ho sperimentato io stessa, grazie proprio a questa scuola e a tutte le persone che contribuiscono a renderla quella che è. Questa scuola mi ha messa in difficoltà dal primo giorno in cui sono entrata e in cui mi sono ritrovata a dover dimostrare a me stessa e a tutti che potevo farcela. Mi ha fatta crescere, mi ha messa in crisi ed è stato proprio attraverso quella, attraverso la sfida di ricrearmi un’identità che ho capito chi sono. E non smetterò mai di ringraziarla, di ringraziarvi. Nutro dentro di me le più sentite speranze, grazie soprattutto agli esempi che mi trovo vicino di tutti quei professori e professoresse che nonostante tutto continuano a fare il loro lavoro con passione e dedizione, che il difficile momento che la nostra nazione sta passando serve e servirà per risvegliarci tutti, per riuscire a guardarci intorno e a rimboccarci le maniche e riscoprire il vero senso della Comunità.

FRANCESCA – STUDENTESSA

Leggere ,scrivere, pensare autonomamente, relazionarmi con il prossimo, avere fiducia in quello che Io posso raggiungere, anche se il primo tentativo non sarà necessariamente efficace, provare e riprovare fino a riuscirci …

Questo è solo parte di quello che con il tempo, ho imparato e fatto mio grazie alla Scuola, che per quanto mi riguarda potrebbe essere paragonata ad una maestra di vita. Il primo passo è l’asilo , dove i “lacrimoni” implorano mamma e papà di non lasciarti solo, ma improvvisamente ti senti meglio perchè non sei il solo a piangere.

Ecco, questo è il momento in cui inizi a far parte di una comunità.

Altro passo decisivo; le elementari! La maestra , i nuovi compagni di classe e il primo grande traguardo: la migliore amica, che gioca insieme a te, ti confida i suoi segreti e sarà per sempre..

Poi le medie, dove nascono i primi ostacoli, i primi brutti voti, le prime delusioni, i primi confronti,ma con il tempo ti accorgerai che li hai superati grandiosamente e che tutto quello che a te sembrava mostruoso era così “piccolo”..come te !

Ecco poi che arriva quel salto che molti di noi, come me ad esempio , hanno paura di fare , o forse semplicemente pensano di non essere pronti.. il liceo!

Io ho perso il primo anno di liceo, pensavo di aver fallito, di aver scelto una scuola sbagliata, di essere una buona a nulla, ma poi, ho avuto il coraggio di ricominciare, di fare un passo indietro e prendere una rincorsa tale che mi ha fatto arrivare fino all’ultimo anno.. ho provato tante emozioni, ho conosciute aspetti della mia persona che neanche immaginavo, ho conosciuto persone uniche e speciali, dai compagni di scuola ai professori.. e sto crescendo, ogni giorno sempre di più .

Ora le domande su un percorso futuro sono inevitabilmente molte e anche se il pessimismo della ragione ci spinge ad avere paura non possiamo rinunciare a quell’ottimismo della volontà che , nonostante tutto ci consentirà di costruire una vita degna di essere vissuta.

FRANCESCA – DOCENTE DI SCIENZE

Ho lasciato i banchi del liceo classico nel 1980 giurando di non rimettere mai più piede in una scuola e ripromettendomi di non intraprendere mai la carriera dell’insegnamento.

Ho pertanto indirizzato le mie scelte universitarie verso branche del sapere che mi avrebbero portato a svolgere una professione “decisamente pratica” di tipo tecnico-scientifico.

Eppure, avevo intrapreso i miei studi liceali con grande motivazione e con l’obiettivo di proseguire gli studi classici anche all’Università.

E allora … che cosa non aveva funzionato??? Perché questo cambiamento di rotta???

Ho svolto una brillante carriera universitaria e dopo la laurea mi sono ritrovata a svolgere il mio lavoro nel campo della ricerca e nel settore industriale cambiando spesso ambiente di applicazione e tipo di mansione. Ho avuto quindi la fortuna di diversificare le mie esperienze lavorative accrescendo con soddisfazione le mie competenze.

…… Il destino è veramente beffardo …..

Avendo comunque vinto due concorsi a cattedra … affrontati peraltro con scarsa convinzione … , improvvisamente, per motivi personali, cambiai di nuovo la rotta della mia vita …. ed eccomi qua…….. insegno da 19 anni!!!! Ma……non avevo giurato di non rimettere più piede in una scuola?

Ho rimesso piede nel mondo della scuola dopo 14 anni.

Nel frattempo era cambiato qualcosa?

NO!

Non l’ho trovato diverso da come l’avevo lasciato da studentessa. Mi sono soltanto trovata dall’altro lato della cattedra!!!

Nel frattempo qualcosa è cambiato:

Un cambiamento in “peggio”

Nel frattempo è stato modificato l’Esame di Stato ed è stato introdotto il sistema dei crediti (un po’ come la raccolta dei punti al supermercato… ma almeno per questi le regole sono sempre chiare) poi sono stati introdotti i “debiti” che sono stati poi risostituiti con le “sospensioni di giudizio”, quindi è stata varata la famigerata riforma Gelmini e forse, se non sarà miracolosamente bloccata, verrà introdotta la legge Ex-Aprea.

Ma la sostanza?

Nessun cambiamento di sostanza.

Dal mio punto di vista la scuola continua ad essere il baraccone di sempre. Una sensazione che vivevo da alunna ma che purtroppo ho riscoperto come docente. Non sempre viene garantita una formazione adeguata e uniforme per tutti gli alunni. Non c’è nessuna possibilità di valorizzazione delle competenze ed il trattamento retributivo degli insegnanti è identico indipendentemente da come e da quanto si lavori.

Se da un lato non sono previsti incentivi e sistemi obiettivi d’individuazione degli insegnanti più “meritevoli”, dall’altro non c’è neanche un reale sistema di controllo né mezzi efficaci che possano contenere i disastri di chi pratica una didattica a volte approssimativa e superficiale.

Inoltre, se consideriamo i tentativi di “valutazione delle scuole” che il Ministero cerca di proporre attraverso inutili prove (vedi INVALSI) questi certamente non risolveranno il problema ma forse contribuiranno ad appiattire sempre di più il lavoro degli insegnanti. E che cosa dire circa l’incubo della privatizzazione della scuola che si sta prospettando con la riforma Ex- Aprea?

Chi ci rimette? Da sempre gli alunni ….

Anche io, ai miei tempi, pagai il caro prezzo di una formazione a mio avviso talmente approssimativa da non sentirmi neanche “degna” di proseguire nello studio delle materie umanistiche ed è per questo che mi avviai verso una laurea di tipo tecnico-scientifico.

Mi piace insegnare.

Eppure, in questa scuola che scivola sempre di più sull’orlo del precipizio, mi piace insegnare.

In realtà mi è sempre piaciuto, ma avrei voluto insegnare in una scuola diversa.

Come insegnante, in questi anni, ho potuto rivivere nel percorso scolastico dei miei studenti le stesse sensazioni che avevo provato quando avevo la loro età, condividendo pienamente con loro i momenti di entusiasmo e, soprattutto, quelli di frustrazione – perché precedentemente vissuti dalla sottoscritta – cercando di rendere proficuo ogni momento della nostra attività didattica come preziosa occasione di crescita culturale e umana.

Mi ritrovo perfettamente nel loro sgomento quando talvolta invocano un criterio di valutazione identico per tutti e uno svolgimento coordinato dei programmi tra le diverse sezioni, quando in alcuni casi rivendicano il loro diritto ad essere informati in tempi brevi delle valutazioni nelle verifiche scritte ed orali, quando chiedono una migliore utilizzazione dei laboratori e quando giustamente pretendono strutture scolastiche sicure e meno decadenti.

Non sono le stesse richieste degli alunni degli anni 70′ o 80′?

Che cosa è cambiato?

Probabilmente nulla. Eppure da tre anni viviamo la “riforma dei Licei” dalla Gelmini definita ripetutamente “una buona riforma”.

Per me, che insegno scienze, è impossibile credere che le condizioni del mio lavoro, e soprattutto quelle di apprendimento dei miei alunni, siano migliorate: dal primo al quinto anno di liceo solo due ore a settimana per insegnare contemporaneamente tre materie come chimica, biologia e scienze della terra?

Ma come si fa?

Certo che si fa. Ma come? Basta guardare i libri di testo. Gli argomenti sono trattati in modo più superficiale e la parte propedeutica, quando c’è, non è sufficiente per dare una visione complessiva dei fenomeni. Soprattutto se parliamo delle prime classi, la preparazione di base degli alunni è insufficiente e, anche quando la lezione si svolge in laboratorio, gli studenti non sono in grado di comprendere pienamente gli argomenti. Si perde molto tempo prezioso e spesso si va incontro ad inevitabili insuccessi da colmare con recuperi per i quali si ha sempre troppo poco tempo. Non sempre è possibile coordinare con una programmazione trasversale lo svolgimento di tutte e tre le materie, (spesso neanche di due) e ciò genera a volte nello studente una certa confusione su ciò che si sta facendo.

Per non parlare della frustrazione personale della sottoscritta: a che cosa sono servite le mie ore di studio e di autoaggiornamento se poi non posso trasmettere tutto questo sapere perché l’orario di lezione (ampliato solo dal punto di vista formale da 9 ore in un triennio a 10 ore in un quinquennio) non è adeguato? E gli approfondimenti, soprattutto per la valorizzazione degli alunni eccellenti, quando possono essere svolti?

Sono sicura che si può fare scuola in modo diverso.

Basta solo volerlo stanziando le risorse necessarie e restituendo all’insegnamento il ruolo che deve avere nella società civile.

Mi piace insegnare ma non così.

Abbiamo alunni che vogliono apprendere e che rivendicano il diritto a studiare nelle migliori condizioni e con i migliori risultati possibili.

Io sono con loro sempre

purché tali rivendicazioni vengano sostenute con coerenza e costanza e non solo in occasione di uno sciopero o di un’occupazione.

FRANCESCA, ERIKA, FEDERICA – STUDENTESSE

DOBBIAMO DIVENTARE NOI LA DIFFERENZA
“Vorrei essere libero, libero come un uomo.
Come un uomo che ha bisogno di spaziare con la propria fantasia,
e che trova questo spazio solamente nella sua democrazia,
che ha il diritto di votare e nel farsi comandare ha trovato la sua nuova libertà.”
G.Gaber

Siamo abituati a guardare alla crisi come qualcosa di insormontabile, ma se la guardassimo con occhi nuovi potremmo averne una visione diversa e un diverso modo di affrontarla: il sistema siamo noi, nel nostro piccolo possiamo essere artefici del cambiamento. Dovremmo fare della crisi uno strumento di consapevolezza per porre le basi del nostro futuro, inutile piangersi addosso! Giorgio Gaber parla di democrazia come uno degli strumenti per essere liberi , e quale luogo più adatto della scuola per rappresentarla? Essa ci consente di partecipare, di confrontarci e quindi di essere liberi. La scuola, come i più credono, non è un luogo dove gli studenti vengono catalogati ma è, invece, l’unico strumento con cui possiamo divenire consapevoli di noi stessi, di scoprire le nostre preziose qualità! Per questo non dobbiamo lasciare che venga strumentalizzata a nostro svantaggio, così da incrementare il meccanismo che, piuttosto, dobbiamo combattere utilizzandola come mezzo per raggiungere la felicità. E’ il primo luogo in cui possiamo metterci in discussione, confrontarci con altri individui, far parte, quindi, di una vera comunità. Tuttavia ogni giorno un numero copioso di giovani tende ad abbandonare gli studi perché vede la scuola come un’imposizione e non come un mezzo per affrontare la realtà! Il nostro scopo è quello di svincolarci dalle catene mentali con cui ci hanno cresciuto e con le quali continuano a frenarci, rendendoci succubi e strumenti del potere.” Sapere è potere”: nel passato chi è stato contro tendente è stato schiacciato dagli stessi predicatori di legalità e uguaglianza. Oggi è lo stesso visto che la classe dirigente taglia finanziamenti alle istituzioni pubbliche come la scuola, luogo accessibile alla cittadinanza, al fine di non svegliare noi “dormienti” sempre meno consapevoli di avere importanza sociale. Abbiamo dunque bisogno di agire: non dobbiamo chiuderci nella nostra individualità, che ci spinge ad una tangibile frustrazione, ma reagire sfruttando ciò che si sforzano di negarci imparando dalla realtà quotidiana. Ciò che occorre è il dialogo, il confronto, la cura di noi stessi, smettere di esistere passivamente e cominciare a vivere, rispondendo al soffocamento che ci impedisce di realizzarci.

“La vera forza di M. L. King e Nelson Mandela, è stata proprio quella di prendere la rabbia del loro popolo ed evitare che si trasformasse in odio e violenza usandola come energia interiore per trovare la forza di percorrere strade nuove.”

Bisognerebbe iniziare a comportarci come una collettività, mettendoci nei panni dell’altro. Importante è contrastare la strumentalizzazione dell’informazione e fare in modo che tutti siano consapevoli di ciò che è la realtà. Attuare quindi una missione di propaganda che possa coinvolgere ogni persona, al fine di mostrare che i problemi che crediamo di avere singolarmente, sono invece condivisi dalla maggior parte degli individui. Già questo ci rende consapevoli che siamo parte di un tutto. E’ necessario che crediamo in ciò che facciamo, inseguendo i nostri sogni e le nostre ambizioni senza permettere che coloro che ci remano contro facciano la differenza, avremmo uno scopo. E avere uno scopo significa, appunto, poter raggiungere una concreta felicità. Avendo capito, anche sulla base delle ultime conferenze pubbliche, quindi confermate, che è l’ignoranza che vogliono da noi, che è l’omologazione ciò su cui faranno leva, dobbiamo dimostrare il contrario, dobbiamo lavorare per riappropriarci del nostro diritto all’istruzione ormai quasi del tutto negato. E una volta uniti e padroni della conoscenza…?

GIULIA – STUDENTESSA

UN PARADIGMA DI COMPORTAMENTO: PERCHE’ STUDIO VUOL DIRE AMORE

Scuola non è solo noia. Scuola non è solo sterile rabbia perché un tuo compagno ha preso 8 e tu 7 ½. Scuola non è solo esultare perché manca il professore il giorno del compito in classe. Questo è sicuramente un aspetto della scuola con cui noi siamo a contatto ogni giorno e di cui noi siamo i protagonisti. Ma è l’aspetto più riduttivo e anche il più infantile.

Per parlare delle cose belle fatte a scuola non voglio usare paroloni o frase fatte come “la scuola ti deve formare dentro” o “la scuola è maestra di vita”. È vero, ma quello di cui voglio parlare è un anno normale vissuto nella sua straordinarietà.

Fin dalle medie ho sempre pensato che il latino fosse la mia materia preferita. Poi però in quinto ginnasio ho cambiato idea. La prof di greco che ho avuto ha saputo trasmettermi l’amore per la materia, la bellezza nello studiarla e la passione nell’impararla. Prendo quindi questa prof (che comunque non è la sola) come paradigma di comportamento dell’insegnante ideale. C’è da specificare che paradigma non è un termine scelto a caso, in quanto gran parte dell’anno l’abbiamo passata a studiare tutti i paradigmi dei verbi greci.

Amore per la materia, desiderio di conoscenza,voglia di approfondimento, stima e gratitudine nei confronti dell’insegnante, voti gratificanti,divertimento nello studio,ricordarsi tutte le sue frasi ed espressioni particolari e soprattutto non vedere l’ora che inizi quell’ora e non volerla mai veder finire: questo ricordo del mio quinto ginnasio. C’è chi dice che le lezioni non servono come mezzo di protesta? Io rispondo che con l’amore per la materia, con la filosofia (intesa non solo come materia scolastica) possiamo cambiare il mondo. Perché la voglia che hai (trasmessa dall’insegnante) quando ti metti a studiare un paradigma di greco vale cento occupazioni e cento rivolte. E cito questa prof che comunque non è la sola perché non tutti gli insegnanti sono dei fannulloni. Perché è di lei che parlerò ai miei figli, quando mi chiederanno come era la mia scuola e se mi piaceva andarci. Tutto fondamentalmente ruota intorno all’amore per la materia. Ma non è solo questo. È anche difficile esprimere a parole il fatto che sapesse dosare “bastone e carota”, che non si piegasse ai “leccaculo, che riconoscesse la meritocrazia, che stabilisse un ottimo rapporto con gli studenti, che sapesse ascoltare ed aiutare in caso di bisogno, che ti facesse finire il programma a Marzo per lasciarti tranquillo verso la fine dell’anno, che sapesse scherzare e ridere, che sia la prof migliore che ho avuto, quella che ti “sgamava” se avevi un bigliettino o se provavi a scaricare la versione da internet. Perché è straordinario il suo modo di fare l’insegnante in maniera ordinaria. Spero che la sensazione che ho di non riuscire a spiegarmi bene sia soltanto un’impressione e che l’abbia fatto capire al meglio che quell’anno con quella prof è ciò che di bello la scuola mi ha dato.

In latino studio vuol dire amore e lei lo ha interpretato e me lo ha trasmesso alla lettera. Perché la conoscenza è potere, ed è un potere che gli insegnanti sono i primi a darti con il loro modo di insegnare e di essere. E io sento che mi è stato trasmesso un potere che durerà per sempre. E qualora ci sia qualcuno che voglia urlare che il greco è una lingua morta, risponderò che non esistono lingue morte ma solo cervelli in letargo.

GIULIA – STUDENTESSA

Sono uno dei duemila studenti che “abitano” in questa scuola e uso il termine abitare perché questa è casa nostra,
passiamo qui la maggior parte della nostra giornata e della nostra vita: viviamo più con i nostri compagni e insegnanti che con fratelli e genitori.

Sono uno dei duemila studenti che tutte le mattine si alza con il sorriso per andare a scuola, per incontrare i suoi amici, per imparare di più sul mondo: vivo la scuola come una gioia, non come un dovere e come me tanti dei miei giovani colleghi.

Sono anche uno dei tanti studenti che in questo periodo di crisi ha visto sotto accusa la sua scuola e i dipendenti di questa, lavoratori etichettati con un numero, quasi privi della loro dignità di persone in carne ed ossa: spesso precari, spesso costretti a venir meno dalla loro attività di insegnante perché occupati a mettere crocette ad un concorso che possa legittimare il loro potere de iure, quando tutti sappiamo quanto e cosa fanno per la nostra scuola.

Se oggi siamo qui, più o meno numerosi, è perché ancora crediamo nell’Istituzione scolastica, perché speriamo possa rialzarsi a testa alta dalle tante dicerie: “Non fanno niente in classe” dicono, possiamo dimostrare a tutti che non è così.

Quando decisi di frequentare il Liceo, indipendentemente dall’indirizzo specifico, ero assolutamente consapevole di quanto sarebbe stato difficile, di quanti sacrifici e di quanto impegno avrei dovuto impiegare per poter ottenere dei buoni risultati.

Oggi dopo tre anni di Liceo Classico posso dire di aver agito correttamente: giorno dopo giorno ho costato quanto fosse giusta la mia scelta. Giorno dopo giorno ho avuto la possibilità di accostarmi a materie sempre nuove, di apprendere fatti e racconti di antiche e moderne civiltà; ho imparato a leggere e a scrivere in lingua greca e latina, ho acquisito dai Greci l’importanza dell’essere cittadini partecipi alla vita pubblica e politica, dalle lezioni di Arte l’amore per l’ambiente e per il paese in cui vivo, dalla Filosofia ad essere felice, dalla Matematica a giocare con i numeri e dall’Educazione fisica a tenermi in forma: non esiste una sola materia che non faccia parte della mia formazione culturale e personale.

Inoltre la scuola mi ha permesso di fare numerose conoscenze, di stringere amicizie di cui alcune si protraggono addirittura dai primi anni della Scuola dell’Infanzia; ho avuto modo di superare la mia timidezza confrontandomi con gli altri e partecipando ad attività di gruppo, come il teatro o viaggi d’istruzione.

Abito in questa scuola e so quanto duramente si lavora per poter dire “Ce l’ho fatta”, che si parli di un compito in classe superato o di un traguardo personale. Frequento la scuola che chiamano “Malata”, frequento la Scuola che tutto ha fatto tranne che arrendersi al periodo attuale.

Per l’immenso riconoscimento che devo alla mia Scuola con la S maiuscola oggi sono qui a far sentire la mia voce di studente.

LILIA – STUDENTESSA UNIVERSITARIA

“Se penso alla scuola, penso all’ultimo anno di liceo, alla frenesia pensando che dopo qualche mese sarebbe iniziata una “nuova vita” per me; una vita nella quale io avrei deciso tutto , una vita in cui io sarei diventata maggiorenne, ma maggiorenne per davvero. Ora invece, che ci sto dentro a quella vita, penso che ritornerei volentieri indietro perché mi manca quell’affetto che mi ha lasciato, mi mancano quelle persone che hanno la “missione” di lasciarti dentro qualcosa, qualcosa che ti servirà quando ti sentirai catapultata nel mondo fuori, dove non ci sono occhi e sorrisi familiari ma dovrai sbrigartela da sola. Anche per questo ho deciso di voler intraprendere anch’io quella missione, di voler diventare una di quelle persone che rendono migliore questa gioventù, questa gioventù che tutti sono pronti a giudicare, ma che in realtà ha solo tanto bisogno di modelli. Sono quindi felice di dare il mio contributo a questo progetto perché solo avendo frequentato i miei ultimi due anni di liceo all’ Ignazio Vian di Bracciano, posso scrivere queste parole e posso dire di essere diventata una persona migliore”.

LUCIA – STUDENTESSA

2 anni fa ero al secondo anno del mio percorso scolastico e non avevo idea di ciò che volessi fare nella vita. Tuttavia, studiando una particolare materia mi si è, per così dire, accesa una lampadina. Quell’anno facevamo ancora geografia, ma con una professoressa diversa, che non si è limitata a farci studiare e basta ma ci ha insegnato un approccio completamente diverso e particolare verso questa materia. Infatti, non studiavamo uno stato solamente dal punto di vista economico e fisico, cosa che si fa solitamente e che richiede semplice memoria. No, altrimenti sarebbe stata, se posso, la solita noia. Abbiamo analizzato le problematiche di vari paesi, collegandole quindi alle conseguenze economiche, sociali, fisiche che ne sono derivate. Per esempio, abbiamo analizzato la problematica del lago d’Aral, la violazione di diritti umani in Cina, la deforestazione, la diffusione dell’AIDS in Africa, vari conflitti e genocidi ecc… Mi sono ritrovata sempre più interessata a questi argomenti, mi piaceva studiarli perché mi sentivo più consapevole e informata ma nello stesso tempo mi sentivo male, addirittura in colpa. La “lampadina” si è accesa studiando il conflitto in Ruanda, quando ho saputo che si poteva impedire il genocidio, non il conflitto ma almeno il genocidio, ma ciò non è stato fatto perché l’ONU ha temporeggiato per indecisione. Quando ho saputo che le armi sono state fornite dalla Francia, ho pensato che queste cose fossero inaudite, che bisognava fare qualcosa! Ma cosa posso fare io?” Sono solo una ragazzina…” ho pensato. Beh, ora non posso fare niente, ma forse potrò farlo in futuro. Di certo non cambierò il mondo, ma nel mio piccolo potrò fare qualcosa di utile! È così che ho deciso che mi piacerebbe studiare giurisprudenza e prendere la specializzazione in diritto internazionale.

L’anno scorso, invece, è stato l’anno scolastico per me più difficile. Sono sempre andata bene a scuola senza particolare sforzo sin da piccola. È vero che nei primi due anni di liceo ho incontrato difficoltà, ma sono comunque riuscita ad ottenere buoni risultati. Tuttavia, durante il I liceo, ho avuto una sorta di “crisi”. Nonostante studiassi tanto e mi impegnassi molto, i risultati erano spesso scarsi. Ero sempre ansiosa e vivevo la scuola come un incubo. I miei genitori mi continuavano a ripetere che l’ansia non serviva a niente, che non era la fine del mondo se andavo male. Razionalmente lo capivo, ma non era così facile. Anche i miei professori me l’hanno detto e non solo a me, a tutta la classe, a quanto pare non ero l’unica in quella situazione. Il problema però non si risolveva. In realtà, non mi ricordo esattamente quando mi sono “svegliata”, per così dire, ma comunque ad un certo punto ho capito che era veramente inutile continuare a prendere troppo a cuore ciò che succedeva. Semplicemente, ho iniziato ad accettare i miei limiti. Semplicemente, potevo sbagliare e andare male come tutti gli altri, ciò non vuol dire che non fossi capace. Semplicemente, sono umana e ho le mie debolezze, sono un’adolescente e vivo queste cose in modo instabile, ma in fondo, se me ne preoccupo più del necessario, cosa ne ricavo? Credo che la cosa veramente importante sia mettercela tutta e non mollare, lasciandomi comunque ai miei svaghi. Penso che sia fondamentale porsi degli obiettivi e cercare di raggiungerli, se poi ciò non accade, mi sono comunque impegnata, non posso dire di non aver combattuto, dunque non posso avere rimpianti! Ora devo dire che mi sento decisamente più serena, sto bene con me stessa, m’impegno e lascio spazio anche al divertimento. Sto cercando di raggiungere un equilibrio e i risultati sono buoni. Non parlo di voti, è ovvio che ci saranno sempre alti e bassi, parlo del mio atteggiamento nei confronti di questi. Va male? Andrà meglio la prossima volta, io ce l’ho messa tutta. E in fondo per quanto i voti possano essere importanti per la media e la valutazione, quanta rilevanza possono avere se poi non sto bene con me stessa?

Comunque, non potrei neanche parlare di questo se non fosse per la scuola.

LUCIA – STUDENTESSA

Che cos’è la crisi? Questa è una domanda che mi è stata posta in IV ginnasio. Crisi? Ho pensato. È un momento in cui c’è un problema difficilmente risolvibile? Una situazione di declino, in cui si rischia il peggio? Ho risposto. Che cosa s’intende per crisi oggi? Com’è nata la crisi attuale? Mi è stato chiesto in seguito. Perché, siamo in crisi? Da quando? Mi ricordo di aver pensato così. Da quel momento ho cercato di informarmi, attraverso la scuola, la famiglia, i media. Ma tutt’oggi, dopo quattro anni, le mie idee al riguardo sono confuse e vaghe. Oggi viviamo tutti i giorni sotto questo mito pauroso della “crisi”. È quasi misterioso, incomprensibile, come se il Leviatano di Hobbes non fosse lo Stato, ma la “Crisi”.

Una domanda che ci siamo posti in classe è: la crisi è economica o culturale e sociale? Bella domanda! Forse, ho pensato, è entrambe… è chiaramente economica, possiamo vederne le conseguenze tutti i giorni. Ma è possibile che sia scaturita da una crisi sociale e culturale? Forse il problema parte proprio da noi? Chi siamo, oggi? Cittadini italiani, europei, del mondo? In cosa crediamo? Che cosa vogliamo? Forse…le nostre istituzioni, il nostro modo di vivere non funziona più? Vediamo in termini economici. Forse…è il sistema capitalistico a essere in crisi? Forse…non funziona più? Dobbiamo trovare un’alternativa? Ma se non sappiano neanche quali siano i nostri valori, i nostri obiettivi e le nostre priorità, come possiamo decidere quale sistema economico sia il migliore per tutti noi?

Ragionando, ho concluso che purtroppo non è nelle mie possibilità determinare bene le dinamiche della crisi. Non ne ho le competenze tecniche e non sono bene informata. Ma cosa posso fare? È qui che subentra la scuola. Io voglio essere sicura che quando mi troverò nella situazione in cui si sono trovati e si trovano tuttora i miei genitori e i loro coetanei, avrò gli strumenti per affrontarla. E, magari, non farò gli stessi sbagli. La scuola mi deve formare e deve insegnarmi a sviluppare un senso critico, a ragionare on le mie capacità, a non prendere tutto ciò che mi viene detto o tutto ciò che leggo per esatto. Ma devo analizzarlo, mi devo informare e decidere qualora io sia d’accordo o meno. Finora, secondo me, questo è stato fatto, almeno in parte, e spero che continui a farlo e che anche altri ragazzi abbiano le mie stesse possibilità.

MATTEO – STUDENTE

Buongiorno,

mi chiamo Matteo Ravoni ed ho frequentato il Liceo Scientifico Ignazio Vian di Bracciano dal 2005 sino al 2011 anno in cui ho conseguito il diploma di maturità.

La mia storia non è una di quelle semplici, purtroppo nel mondo ce ne sono altre simili. Il percorso scolastico per me è stato irto di ostacoli, accidentato ma intenso e infinitamente ricco.

Tutto inizia nel 2006 quando le cose scorrono normali, il primo quadrimestre va piuttosto bene a parte una piccola insufficienza e qualche dolore ad una gamba. Passa del tempo e purtroppo a fine febbraio, primi di marzo mi viene diagnosticata una neoplasia. Vengo operato d’urgenza iniziando un duro e lungo calvario, quello delle cure chemioterapiche e radioterapiche.

Venire a conoscenza di ciò che mi stava accadendo, per un adolescente come me, che vorrebbe rivoltare il mondo, è un colpo durissimo, una tragedia. Ho subito bisogno di aiuto e questo arriva immediatamente dalla mia famiglia, con la quale ho cercato e trovato la forza e il coraggio di reagire.

Tutto ciò non era comunque sufficiente c’era bisogno di altro, di qualcosa in più, di stimoli. Tutto questo è arrivato dalla mia scuola, dal mio preside, dai miei professori, persone eccezionali che non dimenticherò mai.

Le mie condizioni di salute non mi permettevano di frequentare la scuola insieme ai miei compagni e così grazie alla sensibilità e disponibilità del preside e dei professori, alla loro pazienza e comprensione, facendo lezioni domiciliari, sono riuscito a completare il primo anno e portare a compimento anche il secondo.

Nell’estate del 2008, dopo oltre un anno e mezzo, si concludono tutte le terapie e i controlli strumentali di verifica; tutto bene, forse la vita può riprendere a scorrere normalmente.

Così accade nel 2008/2009, terzo anno di liceo, riprendo a frequentare normalmente la scuola, pur effettuando assidui controlli sullo stato di salute.

Durante il terzo anno ho riassaporato e capito quanto fosse bello poter studiare insieme ai miei compagni di classe, stare con gli amici, fare gite; loro sono le altre componenti importanti legate agli anni di scuola. Studiare, scherzare, ridere, divertirsi, erano cose ormai quasi dimenticate a causa di intere settimane passate in ospedale al chiuso, in una stanza; non mi sembra vero, tutto va bene.

Arrivo all’anno scolastico 2009/2010, frequento il quarto anno, va molto bene sotto ogni punto di vista, sembra la ripetizione del precedente, meno male.

Giunge poi l’estate 2010. Nel mese di agosto dopo una cena con gli amici e compagni di classe, compare un dolore al torace piuttosto forte. Mi reco in ospedale e lì purtroppo mi informano di una recidiva. Il mondo di nuovo mi crolla addosso, tutto frana, tutto si sgretola, si frantuma.

Devo iniziare di nuovo l’iter delle cure e in più a scuola c’è ancora da portare a termine gli studi, il 5° anno, l’anno del passaggio, il mitico esame di maturità, ora esame di stato. Nuovamente con tanta forza e coraggio riprendo le cure, diverse dalle precedenti, più dure, nuove chemio e radioterapia.

Ancora una volta Preside e Professori sono più che mai disponibili ad aiutarmi, a prepararmi con lezioni domiciliari, a mantenere vivo il desiderio di diplomarmi. Allo stesso tempo indirettamente o direttamente stanno facendo molto di più, mi danno sostengono morale e psicologico, forse come prima e più di prima.

L’anno scolastico 2010/2011 è vissuto tra lunghe degenze in ospedale, con i libri in mano per non perdere terreno. Full immersion a casa con i professori per assorbire quanto più possibile dai loro insegnamenti. Il tempo non mi basta mai e le mie condizioni ne chiedono di più, ma non c’è possibilità di deroga. La musica mi accompagna sempre anche lei, evado, compongo la colonna sonora della mia vita.

A Febbraio/Marzo 2011 a causa del secondo trapianto di cellule staminali autologhe sono costretto in ospedale per quasi 60 giorni mancando il fatidico pranzo dei 100 giorni; che rabbia, che delusione.

Mio padre, che in quei giorni è in ospedale insieme a me ha difficoltà insormontabili per farmi stare tranquillo e calmo. Voglio uscire e non sento ragioni, i dottori devono fare qualcosa, diversamente spaccherò di tutto. Devo essere con i miei compagni a scuola, al pranzo con loro a vivere la vigilia degli esami e invece devo rassegnarmi, sono costretto a letto in una stanza asettica, in attesa…….. Andare avanti, stringere i denti, non tirarsi indietro, non mollare, e allora via con lezioni e studio perché voglio essere almeno con i miei professori e i miei compagni agli esami di maturità. Cerco di studiare sino agli ultimi giorni utili e grazie ai Prof preparo quello che sembrava ormai impossibile, l’esame di maturità. Mi rivedo e ricordo, con loro durante le lezioni, lo studio e le divagazioni sui temi che affrontavamo, veri e propri doni extrascolastici, bello studiare con un contatto del genere, non smetterei mai, ognuno di loro è ricchezza e parliamo di tutto.

Riusciamo a combinare le terapie con gli orari di esame della scuola. Esame di Stato la mattina, nel pomeriggio sotto la macchina per la radioterapia, la sera sono distrutto, ma ce l’ho fatta. Tutto si incastra a dovere.

I giorni scorrono frenetici, senza un attimo di tregua, la mia mente e il mio fisico sono super impegnati.

Agli scritti parto da solo, distante dai compagni a causa delle difese immunitarie basse per via della radioterapia, il rischio è prendermi qualche malattia. A seguire gli orali, il colloquio con la commissione, in parte esterna, che stress. Alla fine di tutto però arriva la promozione, 75/100, la più grande soddisfazione della mia vita oltre il componimento delle mie musiche.

Che stupenda sensazione, che grande soddisfazione, urlerei dalla gioia.

Posso andare all’università, la mia famiglia mi sprona a farlo subito, ho ancora bisogno di stimoli, e anche se sono stanco preparo il test di ammissione e lo supero nonostante fosse tutta matematica, materia per me ostica che grazie alla pazienza del prof sono riuscito a digerire, riappacificandomi con essa, metabolizzandola in buona parte.

Sono iscritto a Biologia Molecolare, anche se la mia passione è storia e filosofia, ma ho un conto in sospeso con la biologia e non sono certo io a tirarmi indietro. Nonostante i valori ancora bassi provo ad andare in aula magna ma sono costretto a desistere, troppo rischioso, non importa sarà per un’altra volta. Ho comunque respirato l’aria della facoltà universitaria e sono contento, anche se arrabbiato e dispiaciuto nello stesso momento.

È la notte di Halloween e faccio una festa con alcuni amici e amiche, ci divertiamo ma dura poco perché la notte mi sento male e nei giorni successivi mi viene diagnosticata nuovamente una recidiva.

Da ottobre 2011 ad agosto 2012 si susseguono mesi ancor più duri di quanti non ne avessi conosciuti prima, più oscuri, mi sforzo di sorridere ancora alla vita ma è sempre più dura sia a livello psicologico sia fisico, mi manca tutto, amici, compagni, scuola, professori, studiare, viaggiare, guidare la mia auto, alla fine anche camminare, mangiare e respirare, mi manca vivere.

Un giorno, il 14 di agosto 2012, mi avvisano che è giunto il momento di partire, di intraprendere, purtroppo, un lungo viaggio che mi porterà lontano da tutto e da tutti, forse perché qui il mio Karma è compiuto, forse perché da qualche altra parte qualcuno ha bisogno di me, forse perché è il giorno dell’ascensione in cielo della Madonna ed è il giorno migliore, con la migliore compagnia, per fare questo viaggio.

Ecco sono le 14:30 devo andare. Un saluto a tutti, addio, vi ho voluto e vi voglio bene, un bacio e un abbraccio a chi ho amato e mi ha corrisposto, alle persone che mi sono state vicine, forse un giorno ci rivedremo……mamma..….mamma…………………………………………………………

Questa è una storia dagli esiti purtroppo drammatici, ma allo stesso tempo di grandi passioni, di grande solidarietà e di amore immenso di uno stretto legame scuola famiglia, di senso di comunità.

Matteo,

ha amato la vita

ha sopportato il dolore della malattia e delle cure

ha avuto coraggio senza mai tirarsi indietro

ha sostenuto e confortato gli amici se ne avevano bisogno

ha gioito e sofferto

ha avuto comprensione e disponibilità per gli altri

ha avuto un grande cuore generoso

tutto questo pur nei suoi limiti di ragazzo,

ciò nonostante ci ha dovuto lasciare, se ne é andato in silenzio, con i suoi pensieri, le sue paure, i suoi dubbi, le sue speranze, le sue illusioni, il suo futuro.

Purtroppo per noi come lui ci sono stati altri di cui poco si parla, loro per noi sono gli EROI
del nostro tempo sono i figli per i quali non siamo riusciti a preparare e consegnare un giusto futuro; ancora oggi alcuni glielo stanno negando o peggio distruggendo.

Cosa sarebbero stati gli ultimi sei anni di vita di Matteo senza l’aiuto della scuola, senza lo stimolo del guardare avanti che ti dà la conoscenza, senza il sapere, senza quella grande ricchezza arrivata e consegnata dai professori, connubio di scienza e umanità. Dobbiamo imparare a guardare l’aspetto positivo delle cose e non solo quello negativo, che eventualmente andrebbe corretto, è questo a cui guardava e tendeva Matteo, a vedere il lato buono delle cose e delle persone.

Lui è stato inondato di passione, di conoscenza, di affetto, di comprensione, era sempre felice alla fine di ogni lezione domiciliare perché ogni volta era più ricco di prima, aveva più stimoli della volta precedente, aveva più sicurezza, nonostante il sacrificio e la stanchezza nell’affrontare una vita per lui così dura, crudele e spietata.

Il legame tra Matteo e la Scuola, permetteteci di affermare, è e resterà indissolubile, perché sei anni della sua, della nostra e vostra vita l’abbiamo vissuta tutti insieme, come se fossimo una sola famiglia, una grande famiglia allargata, formata da tante persone con tante altre storie e un filo conduttore.

Noi genitori ringraziamo questa Scuola pubblica, bene comune della nostra società, le persone che la compongono, Preside, Professori, Bidelli e ringraziamo Matteo per essere stato con noi, anche se per soli 21 anni.

ROBERTO – DOCENTE DI FILOSOFIA E STORIA

La mia testimonianza fa riferimento a due date, distanti l’una dall’altra 60 anni: ottobre 1938 e novembre 1998. Nell’ottobre del 1938 mio padre, che all’epoca aveva 14 anni, scoprì improvvisamente che non sarebbe andato al liceo come desiderava: non gli era permesso proseguire gli studi nella scuola pubblica insieme a tutti i suoi amici.

Lo stato fascista aveva appena emanato le leggi razziali e gli italiani erano stati divisi in due categorie: i non ebrei e gli ebrei per i quali era abolita l’uguaglianza con tutti gli altri cittadini, sancita nel 1848 dallo Statuto albertino.

Mio padre faceva parte della seconda categoria e studenti e professori ebrei, secondo quelle nuove disposizioni, dalla scuola italiana dovevano scomparire.

Dall’ottobre del 1938 fino al 1945 in Italia furono emesse contro gli ebrei 420 leggi e circolari discriminatorie in ogni ambito della vita civile ed 8000 provvedimenti di confisca dei beni. Il nostro fu il secondo paese in Europa, dopo la Germania, ad adottare leggi antisemite che furono le più organiche e micidiali fra quelle introdotte in quegli anni in varie nazioni, seconde solo a quelle tedesche.

Mio padre riuscì a scampare alle successive deportazioni salvando la vita. Non riprenderà più gli studi, dopo la guerra si costruì una solida cultura da autodidatta e per tutta la vita lo accompagnò un risentimento profondo nei confronti di coloro che lo avevano privato di tutto, facendolo diventare per anni un non-cittadino. Solo dopo la sua morte ho cercato di spiegarmi i tiepidi entusiasmi con cui accoglieva i miei successi scolastici, le borse di studio vinte, la laura con lode e infine l’insegnamento: probabilmente la tristezza che lo attanagliava per non aver avuto le mie stesse opportunità gli impediva in quelle occasioni una gioia completa.

Veniamo alla seconda data: nel novembre del 1998 fui invitato in un liceo della provincia di Viterbo a tenere una conferenza agli studenti proprio su quelle leggi del 1938. Era la prima volta che ne parlavo a qualcuno che non fossero le mie classi, durante le lezioni di storia. Per di più il tema era ancora poco conosciuto e se ne discuteva raramente: i crimini nazisti con la loro mostruosità occupavano del tutto la scena. Di fronte al cattivo tedesco, il cattivo italiano non sembrava degno di attenzione.

Mi trovai, inaspettatamente, davanti ad una platea rumoreggiante di quattrocento studenti. Pensai: dopo venti minuti inizieranno a distrarsi, parlare, far casino insomma. Ed invece parlai per un’ora e mezza, mostrai foto e documenti senza che mai, come suole dirsi, volasse una mosca. Quando ebbi finito fui subissato dalle domande di quei giovani: non volevano credere che ciò che gli avevo raccontato fosse realmente accaduto. Sebbene fossi molto stanco, nessuna delle loro domande rimase senza risposta.

Ecco, quello fu per me un bel giorno di scuola.

Ancora oggi, dopo aver svolto una lezione o tenuto una conferenza in cui racconto con parole e immagini cosa è avvenuto agli ebrei in Italia in quegli anni, e colgo nei giovani che mi ascoltano sguardi ed espressioni che dicono, anche con il silenzio, “mai più”, “mai più quella barbarie”, mi rendo conto che in queste occasioni il mio lavoro, la scuola e la cultura più in generale, sono stati importanti, hanno segnato un punto a loro favore e vale la pena di andare avanti.

Ho anche la sensazione che mio padre, se fosse ancora in vita, grazie a quegli sguardi e a quei “mai più”, si sentirebbe, almeno in parte, risarcito per tutti i soprusi che da giovane aveva dovuto subire.

La storia di mio padre, e di tanti altri come lui, mi ha portato a considerare le nostre istituzioni repubblicane, la Costituzione nata dalle ceneri del regime fascista, e tutte le leggi e le norme che ne discendono, un baluardo fondamentale della nostra civiltà e la scuola come il luogo privilegiato per esercitarsi al loro rispetto. Per tale motivo ritengo che quando queste vengano messe in discussione o ignorate, così dal potente come dal semplice cittadino, così dall’adulto come dal giovane, tutti dovremmo provare una sensazione di pericolo e di profondo disagio e, in qualche modo, agire in loro difesa.

TINA – DOCENTE PRECARIA DI LETTERE CLASSICHE

Nel 1984 avevo dodici anni e volevo fare la critica letteraria. Non che capissi bene cosa significasse. Ma mi sembrava un bel mestiere: leggi un libro, ne fai l’analisi, lo commenti. Un esercizio critico tosto, intellettuale con possibili ricadute sociali.

Nel 1987 avevo quindici anni. Avevo scoperto il greco e il latino, andavo matta per la storia della lingua. Decisi che avrei fatto il classicista, anzi il filologo – perché, mi dicevano, il filologo fa “lingua lingua”.

Nel 1988 chimica era una figata; e poi venne astronomia. Indagare il più piccolo, il più grande e il più lontano, per cercare le risposte. Era divertente: le ossidoriduzioni non sono tanto diverse dallo “spezzatino” della voce verbale greca… Agraria e astronomia: che si fa?

Nel 1990 avevo diciotto anni e sostenni l’esame di maturità. Ai tempi si portavano all’orale due materie su quattro; scelsi italiano e latino. Furono mesi di studio matto e disperatissimo. Nei versi di Lucrezio sulla peste di Atene c’era tutto il dolore della vita, la fatica immensa dell’uomo che cerca un senso. E non ebbi più dubbi: mi iscrissi a Lettere, indirizzo filologia classica.

L’università è scoprire il gusto della ricerca. Una parola non è una parola, ma la storia che l’ha portata a significare quello che significa; un testo non è un testo, ma la sottrazione degli errori di migliaia di mani che l’hanno trasmesso fino a noi; una traduzione è il lento lavoro di chi si avvicina all’altro per approssimazione, con amore e rispetto.

Nel 1992 avevo vent’anni. Fu l’anno di Capaci. Fu l’anno di Tacito. Fu la scoperta dello Stato, della collettività, dell’impegno, del sacrificio. C’erano anche prima, certo. Ma il dolore e l’orrore danno alle cose un senso profondo.

Nel 1995 cominciò la ricerca: io e quel matto di Vittorio Alfieri, io e uno che traduce dal latino. Uno spasso, una gara!

Ma cosa farò da grande? Casa editrice ricerca universitaria assistenza museale bibliotecaria? Sì, perché no? Università casa editrice, oppure biblioteca. E la scuola? La scuola no, la scuola è noiosa: anno dopo anno sempre gli stessi argomenti, la routine che ti divora, i ragazzi che non capiscono, i genitori al ricevimento, niente ricerca, appiattimento culturale.

Nel 2000 avevo ventotto anni. Fui chiamata per un incarico al liceo “Guglielmotti” di Civitavecchia. Non i soliti corsi di recupero, non esami di maturità. Scuola vera, quella di tutte le mattine in classe, quella con i ragazzi che si lamentano delle insufficienze, quella del programma da portare a termine.

Nel 2000 avevo ventotto anni. E capii che volevo insegnare. Perché in classe un giorno non è mai uguale all’altro; perché Sofocle parla parole sempre nuove a ragazzi che cambiano se stessi a ogni respiro; perché nessuna ricerca è vivace quanto quella che fai per gli studenti che incontrerai il giorno dopo, e nessuno studio è bello come quello che condividi di cento domande. Capii che volevo stare in trincea, in trincea tutti i giorni; capii che la trincea dove si lotta per un mondo più giusto è scavata tra i banchi di scuola.

Ho quarant’anni. Sono precaria. Ho lavorato per la prima volta in una scuola statale nel 1995. Dal 2004 sono abilitata e ricevo incarico annuale dal Ministero.

Sono in attesa di un contratto a tempo indeterminato.

Rimango in trincea.

TIZIANA per Le Docenti di Lingua Straniera del Liceo

STAGE LINGUISTICI E SCAMBI CULTURALI

Negli ultimi anni alcuni gruppi classe hanno partecipato a stage linguistici e scambi culturali con l’Ungheria, la Svizzera, la Francia , la Gran Bretagna e la Germania.

Per molti studenti è stata la prima occasione di contatto con una cultura diversa dalla nostra, e, per quanto il periodo sia stato limitato ad una settimana o poco più, abbiamo riscontrato che la”full immersion”ha avuto effetti altamente positivi, sia dal punto di vista linguistico, che umano e culturale, e non ultimo ha acceso l’entusiasmo nei confronti del viaggio come occasione di esperienza ,e quindi crescita.

Lo scambio è per definizione a due vie, quindi gli studenti francesi, tedeschi, ecc. hanno trascorso un breve periodo ospiti dei nostri studenti.

Anche lo stage, comunque, porta in alcuni casi ad un seguito.

I rapporti non cessano al termine del soggiorno, ma proseguono con scambi di e-mail e successive visite.

Tutto questo ci predispone verso una cultura più europea, e fornisce la motivazione giusta nei confronti dello studio della lingua straniera.

Quando sono sul posto, a parte le ore trascorse in scuole diverse dalla loro, i ragazzi vivono la realtà del luogo, a livello familiare e sociale, devono “sbrigarsela da soli” in diverse occasioni, e questo porta alla forma più completa di apprendimento e di autonomia.

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Autore:

Ho studiato filosofia presso l'Università degli Studi di Roma “La Sapienza” e mi sono laureato nell'aprile del 1990, relatore il prof. Gabriele Giannantoni, con una tesi in storia della filosofia antica intitolata "Vivere significa morire: analisi di alcuni frammenti eraclitei". Sono socio della SFI - Società Filosofica Italiana di cui curo il sito web. Da alcuni anni mi interesso di Pratiche Filosofiche e Consulenza Filosofica, collaborando con riviste scientifiche del settore, sulle quali ho all'attivo decine di pubblicazioni. Dal 2004 svolgo la professione di Consulente Filosofico e ho promosso una serie di iniziative filosofiche (Caffè Philo, Dialogo Socratico, Seminari di gruppo) aperte al pubblico. Nel giugno del 2005 ho partecipato come relatore al convegno "Pratiche filosofiche e cura di sé" presso l'Università di Venezia "Cà Foscari". Tra il settembre 2006 e il giugno 2007 ho curato il ciclo di seminari "La filosofia come arte di vivere" presso la Biblioteca Comunale di Rieti "Paroniana" con il beneplacito dell'Assessorato alla Cultura del Comune di Rieti. Nell'anno accademico 2006-2007 sono stato docente a contratto per il master in Consulenza Filosofica attivato presso l'Università di Roma3. Attualmente insegno filosofia e storia presso il Liceo "I. Vian" di Bracciano (Liceo Classico sezione X).

4 pensieri riguardo “COME ABBIAMO FATTO SCUOLA IN TEMPO DI CRISI

  1. Dai Presidenti dei Consigli di Circolo e d’Istituto della provincia di Bologna
    Ai Candidati di tutte le forze politiche alle prossime elezioni per il rinnovo del Parlamento

    Gentilissima/o,
    siamo Presidenti di Consigli d’Istituto, cittadini eletti come rappresentanti di quella larga parte del Paese che ha figli a scuola; cittadini che hanno scelto con sacrificio e passione di dare una mano al tesoro più prezioso di un Paese.

    Ci rivolgiamo a Lei certi che le nostre riflessioni possano essere ora prese in considerazione e nella speranza, speriamo non vana, che possano essere ricordate anche quando Lei, come Le auguriamo, sarà eletto.

    Lei si candida al Parlamento della Repubblica Italiana, Repubblica che nel suo atto Costitutivo, all’art.3, assegna alla scuola il compito di rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana.

    Ebbene, negli ultimi anni, tali ostacoli non solo non sono stati rimossi, ma anzi sono accresciuti.
    Si è smesso di pensare alla scuola come al luogo di formazione primario per garantire uguaglianza di opportunità e mobilità sociale, come risorsa ed investimento sul futuro.

    Alla scuola si è guardato con il solo occhio ingordo del fare cassa (sottratti 8,5 miliardi di euro e meno 150.000 tra insegnanti e collaboratori scolastici), ignorandone le drammatiche conseguenze.
    I cittadini di domani vivono oggi
    in edifici spesso da ristrutturare con aule vecchie, stretti in classi insicure, didatticamente gestibili con grossissime difficoltà, perché circolari ministeriali hanno illegittimamente aggirato disposizioni di legge, oltre che di umanità: massimo 25 alunni, 20 se in presenza di certificazione.
    Sono diminuiti gli organici e le risorse per il sostegno, per l’alfabetizzazione dei ragazzi migranti, per i progetti di recupero … (devono ancora arrivare i soldi del Fondo d’Istituto, che già si sa saranno decurtati di un ulteriore 35%).

    Sono stati restituiti solo in piccola parte i crediti (“residui attivi”) che le scuole vantano da anni nei confronti dello Stato: ci si affida sempre di più ai contributi volontari dei genitori, una sorta di autotassazione aggiuntiva cui i genitori sottostanno pur di non vedere immiserire ulteriormente “l’offerta formativa” delle scuole frequentate dai loro ragazzi.

    Sono stati costituiti megaistituti scolastici ingovernabili e didatticamente inadeguati.
    Coi tagli all’orario scolastico (tre ore in meno alla primaria, tre alle medie, quattro alle superiori) l’intero percorso scolastico è stato accorciato di quasi due anni, l’obbligo scolastico ridotto a 15 quando nel resto d’Europa è a 18.

    E come se non bastasse, in caso di assenza degli insegnanti, spesso non vengono neppure chiamati i supplenti ed i ragazzi vengono smistati in altre aule, con conseguenze didattiche e di ulteriore diminuzione di sicurezza facili da immaginare.

    Stiamo già pagando a caro prezzo gli effetti di queste politiche dissennate: Il tasso di abbandono scolastico è del 18,8% (solo tre stati sono messi peggio di noi); la nostra scuola primaria, con l’abolizione delle compresenze e la riduzione dei moduli e del tempo pieno, è scesa in pochi anni di molti gradini dal secondo posto in Europa (e sesto del mondo) che orgogliosamente occupava.

    Un’ultima vergogna, un’ultima stupidità: tra tutti i Paesi Ocse siamo al penultimo posto per quanto diamo alla scuola, con il 4,5% del PIL a fronte di una media del 6%. Se Paesi ben più poveri del nostro riescono a dare ben di più, non si capisce perché non potremmo farlo anche noi.

    Eppure è dimostrato che tagliare su Istruzione, ricerca e cultura è miope e folle, perché si spezzano le gambe non solo al futuro dei giovani ma all’intero Paese, condannandolo per sempre al declino e alla recessione, mentre la maggiore spesa per istruzione produce rendimenti certi. Basta guardare a quei Paesi che stanno affrontando la crisi più intelligentemente e meglio di noi, che hanno investito e investono in formazione e sapere; esattamente l’opposto di quanto accade in Italia.

    Forse hanno letto meglio di noi un nostro autore, Collodi: Geppetto infilatasi la vecchia casacca di fustagno, tutta toppe e rammendi, uscì correndo di casa. Dopo poco tornò: e quando tornò aveva in mano l’Abbecedario per il figliuolo,ma la casacca non l’aveva più.

    La scuola pubblica ha già sofferto e soffre troppo; il nostro augurio è che Lei, se sarà eletto, sappia avere la saggezza di quel semplice falegname, sappia adoperarsi per una scuola democratica, repubblicana, costituzionalmente fondata: quella che si sforza di togliere gli ostacoli perché anche un burattino di legno possa trasformarsi in un cittadino attivo e consapevole.

    CoordinamentoBOProv@scuolan.it

    Luisa Carpani Presidente IIS J.M. Keynes Castel Maggiore
    Stefano Galli Presidente DD 03 Bologna
    Bruno Pironti Presidente DD 01 San Lazzaro di Savena
    Paride Lorenzini Presidente DD Castel San Pietro Terme
    Marina Mandini Presidente DD San Giovanni in Persiceto
    Gianluca Mazzini Presidente IC 05 Bologna
    Roberto Panzacchi Presidente IC 10 Bologna
    Davide Lunghini Presidente IC Crevalcore
    Stefano Bernardi Presidente IC Granarolo dell’Emilia
    Enrico Pisoni Presidente IC Medicina
    Domenico Mastroscianna Presidente IC Sala Bolognese
    Oriana Galletti Presidente IC San Giorgio di Piano
    Rossella Sciolti Presidente IIS Liceo Artistico-Istituto d’Arte Bologna
    Federica Pasquali Presidente DD 08 Bologna
    Cristina Rutigliano Presidente IC 03 Bologna
    Anna Maria Angradi Presidente IC 08 Bologna
    Daniele Mortato Presidente DD 11 e IC 14 Bologna
    Diego Marino Presidente IC 15 Bologna
    Marisa Ferro Presidente IC Anzola Emilia
    Vincenzo Angelini Presidente IC Argelato
    Elisabetta Velabri Presidente IC Castel Maggiore
    Annarita Muzzarelli Presidente IC Castel San Pietro terme
    Massimo Trevisani Presidente IC Crespellano
    Michela Nanetti Presidente IC Ozzano dell’Emilia
    Milena Emanuela Minghetti Presidente IC San Giovanni in Persiceto
    Linda Montevecchi Presidente IC San Pietro in Casale
    Rita Aldrovandi Presidente IC Sasso Marconi
    Daniela Tonioni Presidente IC Sasso Marconi/Borgonuovo
    Vania Franceschini Presidente IC Zola Predosa
    Maurizio Bruni Presidente IIS Archimede San Giovanni in Persiceto
    Davide Baroncini Presidente IIS F. Alberghetti Imola
    Antonino Raffa Presidente IIS Manfredi-Tanari Bologna
    Benedetto Bevilacqua Presidente IC 02 Bologna
    Mauro Marzoli Presidente IC 01 Bologna
    Teresa di Camillo Presidente IC 11 Bologna
    Fabio Abagnato Presidente IC Centro/Casalecchio di Reno
    Stefania Marianucci Presidente IC 12 Bologna
    Gianluca Rimondini Presidente IC Castenaso
    Vittorio Morandi Presidente CdI Liceo Fermi Bologna
    Gianluca Rimondini Presidente IC Castenaso
    Francesco Garulli Presidente IC4 Bologna
    Federico Marabini Presidente IC9 Bologna
    Giorgio Laghi Presidente CI Paolini-Cassiano di Imola
    Dino Derario Presidente IC Calderara di Reno
    Maria Concetta Vitale Presidente IC 18 Bologna
    Lamberto Forni Presidente I.C. Malalbergo
    Federico Canini Presidente DD Zola Predosa

    Ecco l’appello dei presidenti dei consigli di circolo e d’istituto della provincia di Bologna alle forze politiche per salvare la scuola pubblica: mi sembrava importante inserire questo articolo che rende bene la presenza attiva dei Genitori nella Scuola
    Monica Pandolfini Presidente IC7 Bologna
    Flavia Calzà Presidente IC di Pianoro
    Tiziano Loreti Presidente Liceo Nicolò Copernico Bologna
    Claudia Zabini Presidente ITC Gaetano Salvemini Casalecchio di Reno
    Ecco l’appello dei presidenti dei consigli di circolo e d’istituto della provincia di Bologna alle forze politiche per salvare la scuola pubblica (pubblicato, mi pare il 18 Gennaio): mi sembrava importante per sottolineare la presenza attiva dei Genitori nella Scuola. Io lo ritengo un grande momento di vera democrazia.

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  2. Carissimo Francesco,
    grazie per aver postato gli interventi dell’incontro del 20 Dicembre: per me, che non ho potuto partecipare per motivi famigliari, leggere gli interventi (soprattutto quelli di alcuni docenti e quello dei genitori di Matteo), è stato veramente importante e commovente.
    Visto che la speranza mi sembra il leitmotiv di tutti i partecipanti, mi unisco alla schiera sperando che questo non rimanga un fatto episodico nella vita del Liceo ma che possa diventare una consuetudine fatta di spazi per la condivisione concreta di competenze, esperienze, risorse……la Scuola (come vedi non ho perso l’abitudine di scriverla con la lettera maiuscola) dovrebbe essere come una banca ideale che non lucra, che non specula, ma che investe illimitatamente nell’Uomo perchè possa arrivare alla piena consapevolezza di sè e dei valori a cui ispirare la propria vita e il proprio agire.
    Non dico nulla di nuovo perchè il concetto di formazione così concepito è molto antico ( la paideia del mondo greco classico).
    Come scriveva Edith Stein “formazione non indica il possesso esteriore di cognizioni..”,”..la formazione non si identifica con l’istruzione o l’informazione settoriale, così come il compito dell’educatore non si riduce al mero trasferimento all’allievo di contenuti, per quanto ampi”.
    Così, alla fine ho messo insieme paideia e ascolto (anche se per me si tratta di visualizzazzione grazie al tuo post). Forse mi resta da aggiungere la parola memoria: perchè senza la memoria anche l’ascolto (per quanto attento e interiorizzato al momento) è inefficace.
    La memoria ci consente di superare molti limiti posti da condizioni storiche di disagio anche estremo (penso alle varie deportazioni sofferte dal popolo di Israele o alla condizione di molti prigionieri in lager…).
    La memoria è fondamentale! Ora mi sembra di comprendere che tutto il percorso scolastico assomigli un pò a ciò che fanno gli Ebrei nell’aggadah di Pesach quando ripetono tutta la propria storia., è come un memoriale di tutto ciò che l’Uomo ha fatto, scoperto, pensato.
    Peccato che, però questa memoria non venga costruita con fondamenta solide e, il più delle volte, tutto rimane legato al superare una verifica o un esame.
    Grazie ancora per aver fatto respirare anche a me un pò della bellezza che avete condiviso.

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