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Ficino – L’amore è freccia che anela al divino


Riprendendo in chiave cristiana il tema dell’amore platonico (nella versione neoplatonica di Plotino) come fonte di elevazione dell’umano verso il mondo superno, Ficino costruisce questa splendida metafora: i desideri umani sono come saette scagliate verso l’Assoluto, Dio, il quale, essendo causa efficiente e causa finale di questo amoroso movimento, è al contempo bersaglio e saettatore. Amore è desiderio di “indiarsi”, cioè ricongiungersi all’Unità originaria, da molteplice farsi Uno. È dunque anelito infinito, che nella bellezza terrestre ed umana, nel creato tutto, scorge la mera traccia dell’Uno creatore, nel finito la cifra dell’infinito. E in esso vuol perdersi, come goccia d’acqua che anela all’oceano. Amore è perciò dynamis, forza propulsiva. Ma come la freccia abbisogna delle piume affinché l’arciere possa centrare il bersaglio senza che essa devi, così l’amore va “aggiustato” con l’intelligenza. È brama di bellezza, ma è allo stesso tempo attività conoscitiva, intelligenza, intuizione, scoperta. L’esperienza dell’amore è qualcosa di intellegibile, che porta il singolo a comprendere se stesso nell’ordine delle cose e a superarsi perdendosi nello sguardo dell’amato, fondendosi nell’oltre. In ultimo c’è l’esperienza del divino, lo smarrire se stesso diventando il Tutto. Ecco dunque il percorso erotico: 1) conoscenza/amore della bellezza dell’Altro da sé; 2) di sé; 3) del tutt’uno creato; 4) della trascendenza increata. Dalle tenebre alla luce, attraverso l’ombra della luce.

Marsilio Ficino, L’uomo è destinato a diventare come Dio

Quindi, come esposi nel mio libro Sull’Amore, lo splendore del sommo bene stesso rifulge nelle singole cose e, là dove più perfettamente rifulge, ivi soprattutto stimola chi vede quella cosa, eccita chi la considera, trascina e occupa tutto chi vi si avvicina, costringendolo a venerare uno splendore di tal genere più di ogni altro, come si venera una divinità, ed infine a non tendere a null’altro se non a che, deposta la precedente natura, egli stesso si trasformi in splendore. E ciò risulta chiaramente dal fatto che non è mai contento un uomo alla vista o al contatto con l’uomo amato e spesso esclama: «Quest’uomo ha qualche cosa in sé che mi brucia, mentre io non capisco che cosa io stesso desideri!». Ove risulta chiaro che l’animo è acceso da quel divino fulgore che risplende nell’uomo bello come in uno specchio, e che per ignote vie catturato ne viene come da un amo trasportato in alto fino ad indiarsi*.

Ma Dio sarebbe, per così dire, un tiranno iniquo se ci spingesse a tentare di raggiungere cose che noi non potessimo mai ottenere. Per cui si deve dire che ci spinge appunto a cercare lui nell’atto in cui infiamma il desiderio umano con le sue faville.

Ma sarebbe anche un inetto saettatore troppo temerario se dirigesse i nostri desideri come saette verso di sé come loro bersaglio e non avesse aggiunto alle saette le penne in virtù delle quali esse potessero essere in grado di raggiungere il loro bersaglio. E sarebbe infine sfortunato se lo sforzo con il quale ci trascina verso di sé non potesse mai conseguire il suo fine. Per la qual cosa il nostro animo può ad un determinato momento indiarsi*, dato che per natura a ciò tende sotto lo stimolo diretto di Dio. Ma non si india* se non assumendo la forma di Dio, come nulla si infuoca se non accoglie la forma appunto del fuoco.

Teologia platonica, XIV, I , vol. II, pp. 203-5.

*indïare v. tr. [der. di dio2, col pref. in-1] (io indìo, ecc.), letter. – Innalzare a Dio, collocare tra gli dei, o beatificare, divinizzare, rendere quasi simile a Dio o a un dio; avvicinare alla felicità divina: teco la mortal vita saria Simile a quella che nel cielo india (Leopardi). Più com. l’intr. pron. indiarsi, avvicinarsi a Dio attraverso la contemplazione, addentrarsi nella visione di Dio, o divenire partecipe della beatitudine divina: D’i Serafin colui che più s’india (Dante); Com’angel contemplando arde e s’india (Carducci).

[fonte: http://www.treccani.it/vocabolario/indiare/]

Franco Battiato – L’ombra della luce

http://www.youtube.com/watch?v=4jVoToQR20s

Ve ne propongo l’ascolto nella versione araba cantata da Franco Battiato a Baghdad nel 1992 (dopo la prima guerra del Golfo, ma prima della seconda che pose fine al regime di Saddam Hussein). L’arabo è una lingua meravigliosamente musicale. Vale la pena godersene le melodie, a prescindere dalla comprensione delle parole. I sottotitoli in italiano vi consento comunque di comprendere il senso della poesia. Evidente è l’ispirazione neoplatonica del testo, nonché l’ecumenicità del suo valore spirituale.

Difendimi dalle forze contrarie,

la notte, nel sonno, quando non sono cosciente,

quando il mio percorso, si fa incerto,

E non abbandonarmi mai…

Non mi abbandonare mai!

Riportami nelle zone più alte

in uno dei tuoi regni di quiete:

È tempo di lasciare questo ciclo di vite.

E non mi abbandonare mai…

Non mi abbandonare mai!

Perché le gioie del più profondo affetto

o dei più lievi anditi del cuore

sono solo l’ombra della luce,

Ricordami, come sono infelice

lontano dalle tue leggi;

come non sprecare il tempo che mi rimane.

E non abbandonarmi mai…

Non mi abbandonare mai!

Perché la pace che ho sentito in certi monasteri,

o la vibrante intesa di tutti i sensi in festa,

sono solo l’ombra della luce.

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Autore:

Ho studiato filosofia presso l'Università degli Studi di Roma “La Sapienza” e mi sono laureato nell'aprile del 1990, relatore il prof. Gabriele Giannantoni, con una tesi in storia della filosofia antica intitolata "Vivere significa morire: analisi di alcuni frammenti eraclitei". Sono socio della SFI - Società Filosofica Italiana di cui curo il sito web. Da alcuni anni mi interesso di Pratiche Filosofiche e Consulenza Filosofica, collaborando con riviste scientifiche del settore, sulle quali ho all'attivo decine di pubblicazioni. Dal 2004 svolgo la professione di Consulente Filosofico e ho promosso una serie di iniziative filosofiche (Caffè Philo, Dialogo Socratico, Seminari di gruppo) aperte al pubblico. Nel giugno del 2005 ho partecipato come relatore al convegno "Pratiche filosofiche e cura di sé" presso l'Università di Venezia "Cà Foscari". Tra il settembre 2006 e il giugno 2007 ho curato il ciclo di seminari "La filosofia come arte di vivere" presso la Biblioteca Comunale di Rieti "Paroniana" con il beneplacito dell'Assessorato alla Cultura del Comune di Rieti. Nell'anno accademico 2006-2007 sono stato docente a contratto per il master in Consulenza Filosofica attivato presso l'Università di Roma3. Attualmente insegno filosofia e storia presso il Liceo "I. Vian" di Bracciano (Liceo Classico sezione X).