Pubblicato in: amore filosofico, filosofia

Schopenhauer – L’amore è solo il genio della specie


I “nudi” di Bosch

Il mondo si può guardare secondo due diverse chiavi di lettura: la prima quella della rappresentazione (che corrisponde al piano fenomenico kantiano); la seconda quella della volontà (che corrisponde al noumeno). Entrambe si danno contemporaneamente. È solo una questione di prospettiva. Alla percezione del noumeno (che Kant aveva posto al di là delle nostre possibilità conoscitive, quindi solo “pensabile”, non attingibile mediante gli strumenti conoscitivi) giungiamo attraverso l’intuizione immediata della nostra corporeità. Non bisogna far altro che “guardarsi dentro”, prendere atto della propria elementare biologia, delle pulsioni che muovono il nostro agire quotidiano. Esse ci svelano quel che siamo realmente: volontà, un conglomerato di istinti, di desideri. Volontà che vuole se stessa, in eterno. Volontà di vita. Un’unica immensa entità che tutto permea, che tutto è, sotto lo schermo della fenomenicità. Il soggetto conoscente si rappresenta il mondo come composto di molteplici entità: animali, piante, persone, sassi, nuvole, vento, maree … Sotto il velo della rappresentazione – che ci restituisce un mondo frammentato in base al cosiddetto principium individuationis (il principio in base al quale la vita si individualizza in esseri determinati per potersi riprodurre all’infinito) – s’agita tale forza “metafisico-biologica”, priva di qualsivoglia razionalità. Essa non ha alcun altro fine se non la propria perpetuazione. Per questo si serve di individui “sessuati”. Ecco, quel che chiamiamo “amore”, illudendoci (ma anche l’illusione fa necessariamente parte del gioco), è solo l’eterno gioco della riproduzione. È il “genio della specie” che si serve di noi, affinché essa possa sopravvivere agli individui. Li spreme e poi li getta via, come limoni. I nostri desideri sono destinati a rimaner inappagati. Perché il gioco della vita consiste nel doloroso, lancinante tendere del desiderio verso la sua meta, per poi ritrovarsi con lo stringere in mano un pugno di mosche. Ed è subito … sera … Un brivido, uno spasmo, l’orgasmo e poi la tensione si esaurisce. Tutto qui? Ecco, vista sotto quest’ottica la vita è altalena tra dolore (la tensione del desiderio, le inevitabili frustrazioni cui va incontro) e noia (la delusione post coitum o la depressione post partum). Per rendere questa idea, va benissimo anche la metafora del “peccato originale”: questo è il vizio di fondo impresso con marchio di fuoco nella nostra carne, tale è la nostra adamitica eredità.

Arthur Schopenhauer, Il mondo come volontà e rappresentazione, II, 44

Ogni innamoramento, infatti, per quanto voglia mostrarsi etereo, ha la sua radice solo nell’istinto sessuale, anzi è in tutto e per tutto soltanto un impulso sessuale determinato, specializzato in modo prossimo e rigorosamente individualizzato.

[…] L’estasi incantevole, che coglie l’uomo alla vista di una donna di bellezza a lui conveniente e che gli fa immaginare l’unione con lei come il sommo bene, è proprio il senso della specie, che, riconoscendo chiaramente impresso in essa il suo stampo, vorrebbe con essa perpetuarlo. Da questa decisa inclinazione verso la bellezza dipende la conservazione del tipo della specie: perciò esso agisce con così gran forza. Noi considereremo più oltre singolarmente gli accorgimenti, che esso adopera. L’uomo è dunque in ciò guidato realmente da un istinto, che tende al miglioramento della specie anche se si illude di cercare soltanto un accrescimento del proprio godimento. In effetti noi abbiamo qui un istruttivo chiarimento sull’intima essenza di ogni istinto, il quale quasi sempre, come qui, mette in moto l’individuo per il bene della specie.

[…] Conformemente all’esposto carattere della cosa, ogni innamorato, dopo il godimento finalmente raggiunto, prova una strana delusione e si meraviglia, che ciò che ha così ardentemente desiderato non dia nulla di più di ogni altro appagamento sessuale; tanto che egli ormai non si vede più spinto verso di esso. Quel desiderio dunque stava a tutti i rimanenti suoi desideri nello stesso rapporto con cui la specie sta all’individuo, ossia come una cosa infinita e una finita. L’appagamento al contrario avviene propriamente solo per il bene della specie e non cade perciò nella coscienza dell’individuo, il quale qui, animato dalla volontà della specie, serviva con ogni sacrificio ad un fine, che non era il suo proprio.

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Arthur Schopenhauer, Il mondo come volontà e rappresentazione, par. 60

La conservazione del corpo mediante le sue stesse forze è un così minimo grado dell’affermazione della volontà, che se ci si fermasse volontariamente a questo, noi potremmo ritener cessata, con la morte del corpo, anche la volontà che in esso si manifestava. Ma già la soddisfazione dell’istinto sessuale va oltre l’affermazione della nostra esistenza, la quale empie un sì breve spazio di tempo, e afferma la vita oltre la morte individuale, per un tempo indefinito. La natura, sempre vera e conseguente, e in questo punto addirittura ingenua, ci disvela apertamente l’intimo significato dell’atto generativo. La nostra coscienza, la vivacità dell’istinto, c’insegna che in codesto atto s’esprime la più risoluta affermazione della volontà di vivere, pura e senza ulteriore aggiunta (come per avventura sarebbe la negazione d’altri individui); e così nel tempo e nella serie causale, ossia nella natura, appare quale effetto dell’atto una nuova vita: di contro al generatore viene a porsi il generato, diverso da quello nel fenomeno, ma in sé, nell’idea, identico ad esso. È quindi per codesto atto che le generazioni dei viventi si collegano l’una con l’altra in un tutto, e si perpetuano. La generazione è, per ciò che tocca il generante, semplice espressione e simbolo della sua risoluta affermazione della volontà di vivere, per ciò che tocca invece il generato, essa non è punto la cagione della volontà che in lui si manifesta, non conoscendo la volontà in sé né vera causa sostanziale, né effetto; bensì è, come ogni causa, soltanto l’occasione pel manifestarsi di codesta volontà in un dato tempo. In quanto cosa in sé, non è la volontà del generante diversa da quella del generato: ché unicamente il fenomeno, e non la cosa in sé, è soggetto al principium individuationis. Con quell’affermazione che va oltre il nostro corpo, fino alla produzione fenomenica di un corpo nuovo, sono anche dolore e morte, in quanto appartenenti al fenomeno della vita, novellamente affermati: e la possibilità della redenzione, che può venir da una più perfetta capacità di conoscere, è in tal caso proclamata infeconda. Qui sta la profonda ragione della vergogna onde si cela il traffico generativo. Questo concetto è rappresentato miticamente nel dogma della dottrina cristiana, secondo il quale noi tutti siamo partecipi del peccato di Adamo (che evidentemente non era se non la soddisfazione della voglia sessuale), e per esso andiamo soggetti a soffrire e morire. Con ciò quella dottrina va oltre il modo di vedere fondato sul principio di ragione, e penetra l’idea dell’uomo; l’unità della quale viene ricostituita dal suo frazionamento negl’innumerevoli individui, mediante il vincolo della generazione che tutti li riunisce. Vede così da un lato ogni individuo come identico ad Adamo, al rappresentante dell’affermazione della vita, e in questa qualità destinato al peccato (peccato originale), al dolore, e alla morte: dall’altro lato, la conoscenza dell’idea le fa apparire ogni uomo come identico al Redentore, a quegli che rappresenta la negazione della volontà di vivere, e sotto questo rispetto partecipe del sacrificio di Lui, per merito di Lui redento, e salvato dai vincoli del peccato e della morte, ossia del mondo (Epist. ai Romani, 5, 12-21).

Da consultare la breve recensione dell’opera Metafisica dell’amore sessuale – L’amore inganno della natura

Franco Battiato – Che Cosa Resta

La sensazione del limone spremuto, dell’inanità degli amori giovanili: ecco quel che resta …

http://www.youtube.com/watch?v=bu1SVheWPxQ&list=RD024dKARE-48-0

Chissà cosa mormora il vento

stasera col suo lamento

dietro la porta laggiù.

Di già il caminetto s’é spento

io chiudo gli occhi e rammento

gli amori di gioventù.

Di voi che resta antichi amori

giorni di festa teneri ardori

solo una mesta

foto ingiallita fra le mie dita.

Di voi che resta sguardi innocenti

lacrime e risa e giuramenti

solo sepolto in un cassetto qualche biglietto.

Sere d’aprile sogni incantati

capelli al vento baci rubati

che resta dunque di tutto ciò ditemi un po’.

Rivedo un viso mormoro un nome

ma non ricordo quando né come

penso a un villaggio dove non so se tornerò.

Mai più mano con mano nel buio

stupiti d’essere due felici senza perché.

Mai più fiori nascosti nel libro

il cui profumo ci inebria ma presto evapora ahimé.

Di voi che resta antichi amori

grandi segreti complici cuori

solo nel petto male guarita una ferita.

Di voi che resta parole audaci carezze caste timide braci

solo una cenere che più non fuma ma si consuma.

Chiari di luna dolci sentieri e tu perduta anima di ieri

perché sparisti chi ti rubò dimmelo un po’.

Solo un motivo risento ancora d’un fuggitivo disco d’allora

e a un luogo penso dove non so se tornerò.

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Autore:

Ho studiato filosofia presso l'Università degli Studi di Roma “La Sapienza” e mi sono laureato nell'aprile del 1990, relatore il prof. Gabriele Giannantoni, con una tesi in storia della filosofia antica intitolata "Vivere significa morire: analisi di alcuni frammenti eraclitei". Sono socio della SFI - Società Filosofica Italiana di cui curo il sito web. Da alcuni anni mi interesso di Pratiche Filosofiche e Consulenza Filosofica, collaborando con riviste scientifiche del settore, sulle quali ho all'attivo decine di pubblicazioni. Dal 2004 svolgo la professione di Consulente Filosofico e ho promosso una serie di iniziative filosofiche (Caffè Philo, Dialogo Socratico, Seminari di gruppo) aperte al pubblico. Nel giugno del 2005 ho partecipato come relatore al convegno "Pratiche filosofiche e cura di sé" presso l'Università di Venezia "Cà Foscari". Tra il settembre 2006 e il giugno 2007 ho curato il ciclo di seminari "La filosofia come arte di vivere" presso la Biblioteca Comunale di Rieti "Paroniana" con il beneplacito dell'Assessorato alla Cultura del Comune di Rieti. Nell'anno accademico 2006-2007 sono stato docente a contratto per il master in Consulenza Filosofica attivato presso l'Università di Roma3. Attualmente insegno filosofia e storia presso il Liceo "I. Vian" di Bracciano (Liceo Classico sezione X).