Pubblicato in: didattica

Sull’insegnamento della filosofia nei licei


Le finalità generali dell’insegnamento filosofico si riconoscono a partire dalla libertà: «è nella classe di filosofia che gli allievi fanno esperienza della libertà attraverso l’esercizio della riflessione, e si potrebbe anche dire che è questo l’obiettivo proprio ed essenziale dell’insegnamento della filosofia». Le conoscenze filosofiche devono essere subordinate alla rilevanza formativa di tale esperienza di libero pensiero. Il professore coglierà lo spirito della disciplina se porrà «la cultura filosofica in relazione con i problemi reali della vita morale, sociale, economica degli ambienti in cui il giovane è chiamato a vivere». Sul piano del metodo, si invita a predisporre una lezione ex cathedra che renda però conto di una ricerca in atto e vivacizzi il lavoro in aula dando spazio al colloquio con gli allievi e cercando di metterli in condizione di pensare realmente ciò di cui si parla. Il metodo della lezione partecipata sarà coadiuvato, piuttosto che dall’uso del manuale (che è fuorviante rispetto alla centralità dell’attività di insegnamento), dalla lettura di testi filosofici, da un’organica stesura di appunti, da interrogazioni che rafforzino e completino il dialogo educativo, da esercitazioni e soprattutto dalla dissertazione che deve costituire «una utilizzazione originale di quanto studiato nel corso di filosofia» favorendo sulla base di argomenti adeguatamente scelti l’elaborazione delle idee e la loro esposizione in modo ordinato e corretto. Occorre anche di evitare, nell’esposizione dei contenuti, sia l’approccio strettamente storico, che ridurrebbe il valore educativo della disciplina appiattendola in una sequenza caricaturale di sistemi filosofici, sia l’erudizione fine a se stessa, che farebbe perdere la rilevanza dei problemi centrali di ogni tempo e presenti anche nell’esperienza giovanile.

(Dalle Istruzioni Ufficiali dell’Ispettore dell’Istruzione pubblica francese Anatole de Monzie, 1925)

 

Gentile intendeva innanzitutto “liberare” la prassi dell’insegnamento filosofico dai vincoli didattici e di programma definiti a partire da Coppino. In nome della libertà dell’insegnamento, che coincide per Gentile con la libertà dello spirito, il professore non può essere costretto a seguire indicazioni programmatiche; viceversa l’attività del suo filosofare in classe deve modularsi in una ineliminabile componente socratica, che trascende ogni nozionismo e ogni didatticismo per avvicinarsi direttamente alla trama teoretica profonda dei classici del pensiero. In questa direzione, la riforma si limita a proporre quindi soltanto le linee direttrici dell’insegnamento della filosofia, intesa come superiore coronamento del corso di studi della scuola liceale, senza entrare nel merito dei programmi di insegnamento (se non con la stesura di un elenco di classici dai quali trascegliere). Sappiamo come tale visione neoidealistica dell’insegnamento della filosofia abbia comportato due durevoli e significative “ricadute” didattiche: l’affermazione dell’identità tra filosofia e storia della filosofia, con la conseguente valorizzazione di un approccio storico alla tradizione filosofica di derivazione hegeliana; l’abbandono di una forma di insegnamento precostituita in partizioni sistematiche già fissate e incentrata sui manuali, in direzione di un rapporto diretto e teoreticamente orientato con i classici della filosofia. Va anche ricordato che Gentile introdusse l’abbinamento tra l’insegnamento della storia e quello della filosofia, in nome di una concezione dell’insegnamento storico subalterna a una filosofia della storia, alla filosofia idealistica della storia che intendeva il corso degli eventi come la manifestazione dell’affermazione progressiva dello spirito libero.

(Da Riforme e forme nell’insegnamento della filosofia, di Gaspare Polizzi; http://www.swif.uniba.it/lei/scuola/riforma1.htm)

La riforma Gentile è del 1923. A quasi un secolo di distanza, nella realtà scolastica di tutti i giorni, ci si deve ancora realmente misurare con queste idee. Trapasseremo ad un modello che ancora non c’è senza averne mai fatto strutturalmente esperienza. Il resto sono solo chiacchiere. Fare filosofia è scomodo, fare filosofia è faticoso. Fare filosofia disorienta. Fare filosofia vuol dire provare ad essere liberi. Ma i più preferiscono tenere gli occhi ben fissi sul fondo della caverna. Fare filosofia vuol dire imparare ad usare i libri, non ad essere da loro usati. La libertà fa paura. Guai a toccare la catena dello schiavo che non sa di esserlo … essa è per lui sacra. Questa l’eterna ambiguità del mestiere di insegnante.

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Autore:

Ho studiato filosofia presso l'Università degli Studi di Roma “La Sapienza” e mi sono laureato nell'aprile del 1990, relatore il prof. Gabriele Giannantoni, con una tesi in storia della filosofia antica intitolata "Vivere significa morire: analisi di alcuni frammenti eraclitei". Sono socio della SFI - Società Filosofica Italiana di cui curo il sito web. Da alcuni anni mi interesso di Pratiche Filosofiche e Consulenza Filosofica, collaborando con riviste scientifiche del settore, sulle quali ho all'attivo decine di pubblicazioni. Dal 2004 svolgo la professione di Consulente Filosofico e ho promosso una serie di iniziative filosofiche (Caffè Philo, Dialogo Socratico, Seminari di gruppo) aperte al pubblico. Nel giugno del 2005 ho partecipato come relatore al convegno "Pratiche filosofiche e cura di sé" presso l'Università di Venezia "Cà Foscari". Tra il settembre 2006 e il giugno 2007 ho curato il ciclo di seminari "La filosofia come arte di vivere" presso la Biblioteca Comunale di Rieti "Paroniana" con il beneplacito dell'Assessorato alla Cultura del Comune di Rieti. Nell'anno accademico 2006-2007 sono stato docente a contratto per il master in Consulenza Filosofica attivato presso l'Università di Roma3. Attualmente insegno filosofia e storia presso il Liceo "I. Vian" di Bracciano (Liceo Classico sezione X).