Pubblicato in: filosofia, pratica filosofica

Come affrontare la paura della morte: argomenti epicurei e stoici


EPICURO

Morte di Epicuro (Diogene Laerzio, Vite dei filosofi, X)

Morì di un calcolo che gli impediva di orinare, come dice anche Ermarco nelle epistole, dopo essere stato malato quattordici giorni. E allora dice Ermippo che entrato in un bacino di bronzo pieno di acqua calda e chiesto del vino puro lo bevve; raccomandato infine agli amici di ricordare le sue dottrine morì. Su di lui abbiamo questo epigramma:

«Salve, ricordate la mia dottrina». Questo Epicuro

disse come ultima cosa ai suoi amici morendo.

Entrò nel caldo lavacro e bevve vino puro, poi trasse al freddo Ade.

Tale la sua vita; tale la sua morte.

 

Per noi la morte non è nulla (Lettera a Meneceo)

Abituati a pensare che nulla è per noi la morte, poiché ogni bene e ogni male è nella sensazione, e la morte è privazione di questa. Per cui la retta conoscenza che niente è per noi la morte rende gioiosa la mortalità della vita; non aggiungendo infinito tempo, ma togliendo il desiderio dell’immortalità. Niente c’è infatti di temibile nella vita per chi è veramente convinto che niente di temibile c’è nel non vivere più. Perciò stolto è chi dice di temere la morte non perché quando c’è sia dolorosa ma perché addolora I’attenderla; ciò che, infatti, presente non ci turba, stoltamente ci addolora quando è atteso. Il più terribile dunque dei mali, la morte, non è nulla per noi, perché quando ci siamo noi non c’è la morte, quando c’è la morte noi non siamo più. Non è nulla dunque, né per i vivi né per i morti, perché per quelli non c’è, questi non sono più. Ma i più, nei confronti della morte, ora la fuggono come il più grande dei mali, ora come cessazione dei mali della vita la cercano. Il saggio invece né desidera la vita né teme la morte; perché né è contrario alla vita, né reputa un male il non vivere. E come dei cibi non cerca certo i più abbondanti, ma i migliori, così del tempo non il più durevole, ma il più dolce si gode. Chi esorta il giovane a viver bene e il vecchio a ben morire è stolto, non solo per quel che di dolce c’è nella vita, ma perché uno solo è l’esercizio a ben vivere e ben morire. Peggio ancora chi dice

«bello non esser nato,

ma, nato, passare al più presto le soglie dell’Ade».

Perché se parla così convinto, perché non lascia la vita? Già è nel suo pieno potere, se questa è la sua sicura opinione. Se scherza agisce da stolto in cose che non lo comportano.

Si deve ricordare ancora che il futuro non è né del tutto nostro né del tutto non nostro, affinché né ci aspettiamo che assolutamente si avveri, né disperiamo come se assolutamente non si avveri.

 

Fare filosofia è esorcizzare il timore della morte, imparare a morire

Se non ci turbasse la paura delle cose celesti e della morte, nel timore che esse abbiano qualche importanza per noi, e l’ignoranza dei limiti dei dolori e dei desideri, non avremmo bisogno della scienza della natura. (Massime Capitali)

 

LUCREZIO

Vita e morte sono indissolubilmente intrecciati. Senza la morte non ci sarebbe nuova vita

Non ritorna dunque al nulla alcuna cosa, ma tutte

per disgregazione ritornano agli elementi della materia.

Infine, scompaiono le piogge, quando il padre etere

le ha precipitate nel grembo della madre terra; ma ne sorgono

splendide messi, e i rami degli alberi rinverdiscono,

gli alberi stessi crescono e si caricano di frutti;

di qui si alimentano poi la nostra specie e quella delle fiere,

di qui gioconde città vediamo fiorire di fanciulli,

e frondose selve d’ogni parte risuonare dei canti di nuovi uccelli;

di qui le greggi s’impinguano e stanche distendono i corpi

sui pascoli rigogliosi, e il candido umore del latte

stilla dalle mammelle turgide; di qui una prole novella

con membra malferme allegramente ruzza tra l’erba

tenera, di latte puro inebriata la mente giovinetta.

Non perisce dunque del tutto ogni cosa che pare perire,

poiché la natura rinnova una cosa dall’altra e non comporta

che alcuna si generi se non l’aiuta la morte di un’altra.

 

Pertanto non possono i movimenti distruttori vincere

in perpetuo e seppellire in eterno la vita;

né, d’altronde, i movimenti che generano e accrescono le cose

possono in perpetuo conservare quanto è stato creato.

Così con uguale esito prosegue la guerra

dei primi principi, che arde da tempo infinito.

Ora qui, ora lì, vincono le forze vitali

e parimenti son vinte. Al pianto funebre si mescola il vagito

che levano i bimbi venendo a vedere le rive della luce;

né mai notte è seguìta a giorno, né aurora a notte,

senza che abbia udito misti a lamentosi vagiti

i pianti compagni della morte e del nero funerale.

 

Molti dei mali dell’uomo derivano dalla paura della morte inconscia

Infine l’avidità e la cieca brama di onori,

che forzano i miseri uomini a oltrepassare i confini

del giusto, e talora, come compagni e ministri di delitti,

adoprarsi notte e giorno con soverchiante fatica

per assorgere a somma potenza – queste piaghe della vita,

in gran parte è il timore della morte che le nutre.

Infatti comunemente il vergognoso disprezzo e l’amara

povertà paiono remoti da una vita dolce e stabile,

e quasi già sostare davanti alle porte della morte;

e gli uomini, mentre costretti da fallace terrore vorrebbero

essere già fuggiti lontano da essi e lontano averli scacciati,

col sangue dei concittadini ingrossano le proprie sostanze

e avidi raddoppiano le ricchezze, accumulando strage su strage;

crudeli si rallegrano del triste funerale di un fratello

e per le mense dei consanguinei provano odio e terrore.

In simile maniera, nascendo dallo stesso timore, spesso

li macera l’invidia che alla vista di tutti colui sia potente,

attragga gli sguardi colui che incede con splendido onore,

mentre essi si lamentano di voltolarsi nelle tenebre e nel fango.

Alcuni periscono per brama di statue e di rinomanza;

e spesso a tal segno per paura della morte prende

gli uomini odio della vita e della vista della luce,

che si danno con petto angosciato la morte,

dimenticando che la fonte degli affanni è questo timore,

questo fa strazio del senso d’onore, questo rompe i vincoli

dell’amicizia – e insomma induce a sovvertire la pietà.

Già spesso infatti gli uomini tradirono la patria

e i cari genitori, cercando di evitare le regioni acherontee.

Difatti, come i fanciulli trepidano e tutto temono

nelle cieche tenebre, così noi nella luce talora abbiamo paura

di cose che per nulla son da temere più di quelle che i fanciulli

nelle tenebre paventano e immaginano prossime ad avvenire.

Questo terrore dell’animo, dunque, e queste tenebre

non li devono dissolvere i raggi del sole, né i lucidi dardi

del giorno, ma l’aspetto e l’intima legge della natura.

 

EPITTETO

Come si vorrebbe morire

«In quale azione vuoi ti trovi occupato la morte? Io, per parte mia, in un’azione degna d’un uomo, benefica, utile alla comunità, nobile. E se non riesco a farmi trovare occupato in siffatte azioni, — siccome, per lo meno, c’è qualcosa che non può essermi impedita, e m’è stata concessa, — mi trovi mentre correggo me stesso o esercito la facoltà che usa le rappresentazioni o mi affatico per raggiungere l’imperturbabilità, o cerco di regolare nel modo dovuto le diverse relazioni sociali e, se sono così fortunato, anche mentre pongo mano al terzo punto, che riguarda la stabilità dei giudizi. Se la morte mi sorprende in tali faccende, mi basta di poter levare le mani a Dio e dirgli: “Le facoltà che ho ricevuto da te per comprendere il tuo governo e seguirlo non le ho trascurate: non ti ho disonorato, per parte mia. Guarda come ho usato i sensi, come le prenozioni. Ti ho mai biasimato? sono stato scontento di qualche avvenimento o l’ho desiderato altrimenti? ho mancato alle mie relazioni cogli altri? Ti ringrazio d’avermi fatto nascere, ti ringrazio di quanto m’hai dato: il tempo che ho usato le tue cose mi basta. Riprendile e assegnami il posto che vuoi: perché erano tutte tue, tu me le hai date”. Non basta allontanarsi così disposti? C’è una vita migliore e più dignitosa di quella sorretta da tali sentimenti? Quale fine è più beata?» (Diatribe IV, 10, 12-17).

 

<Utilizzare la regola della distinzione nella disciplina del desiderio e dell’impulso ad agire.>

[2,1] Rammenta: lo scopo del desiderio è di farti ottenere ciò che desideri, mentre quello dell’avversione è di farti evitare ciò che ti dispiace. Chi non riesce a conseguire l’oggetto del proprio desiderio, non è soddisfatto, – diciamo – non ha fortuna; e, d’altro canto, chi s’imbatte in ciò che avversa, malauguratamente, ha la sorte contro. Ebbene, se cercherai di evitare, tra le cose che dipendono da te, solamente quelle che sono effettivamente contrarie al naturale corso degli eventi, non incapperai in nulla di ciò che avversi. Invece, se dai credito alla tua avversione per cose come la malattia, la morte, l’indigenza, puntualmente ti scontrerai con ciò che cerchi, vanamente, di evitare.

 

<L’origine del turbamento e dell’infelicità non risiede nelle cose in sé, ma nelle opinioni che delle cose ci formiamo.>

[5] A turbare gli uomini non sono i fatti in sé, ma piuttosto i giudizi che essi formulano sui fatti o le opinioni che li accompagnano. La morte, per esempio, non è nulla di temibile in sé e per sé, altrimenti sarebbe apparsa tale anche a Socrate. Ma è il giudizio che formuliamo intorno alla morte, ovvero il fatto di considerarla un evento terribile, a rendercela tale – ed è precisamente di questo giudizio che bisognerebbe aver paura. Pertanto, quando nella vita ci si presentano delle difficoltà, oppure siamo preoccupati, in preda allo scoramento, è vano prendersela con qualcun altro perché la responsabilità del modo in cui utilizziamo i giudizi è nostra, soltanto nostra. È tipico di chi non ha alcuna educazione filosofica addossare agli altri la colpa dei propri mali; del filosofo alle prime armi prendersela con se stesso; del saggio esser libero da qualsivoglia senso di colpa.

 

<Esercitarsi quotidianamente nella premeditazione dei mali e della morte.>

[21] La morte, l’esilio e tutte quelle cose che ti sembrano particolarmente angosciose e temibili: meditale, tenendole dinanzi agli occhi, ogni giorno della tua vita. Concentrati soprattutto sull’idea della tua morte: è un ottimo esercizio per evitare di incorrere in pensieri meschini e per non lasciarti travolgere da desideri smodati.

 

<I legami che ci creiamo nella vita sono doni provvisori: occorre predisporre il proprio animo a lasciarli senza rimpianto.>

[7] Come nel corso di una traversata per mare, quando la nave getta l’àncora in un porto e metti piede a terra per far provvista d’acqua, strada facendo puoi anche raccogliere qualche ammennicolo, che so una conchiglietta, una piccola radice, ma ti conviene non perder mai di vista la nave e voltarti continuamente indietro, caso mai il nocchiere ti chiamasse, e se ti manda una voce, è meglio che getti via tutto, subito, per non correre il rischio di far tardi e vederti cacciare a bordo a forza, legato come si usa fare con le pecore; così nella vita, se al posto di una radice o di una conchiglia ti procuri una moglie e un figlio, niente ti impedisce di metter su famiglia e di godertela. Ma se il timoniere ti manda a chiamare, corri alla nave senza indugio, abbandona tutto e non voltarti indietro. Se poi sei vecchio, vedi di non allontanarti proprio dalla nave, nemmeno per un momento: l’appello è imminente e non puoi mancare.

 

<Con misura e gratitudine occorre ricevere i doni degli dèi. Ma simile a un dio è il saggio che basta a se stesso.>

[15] Ricordati: la vita assomiglia a un banchetto, quindi devi comportarti di conseguenza, osservando le regole del galateo. Il piatto di portata, girando tra gli ospiti, è giunto sino a te: allunga la mano e serviti, ma con moderazione. Passa oltre? Non lo trattenere. Tarda ad arrivare dalle tue parti? Non farti prendere dalla smania: rimani composto e attendi il tuo turno. Adotta un atteggiamento simile a riguardo dei figli, di tua moglie, delle cariche pubbliche, della roba che possiedi: e un giorno sarai degno di sedere a banchetto con gli dèi. Se invece, delle vivande che ti vengono offerte, non tocchi niente, anzi non le degni nemmeno di uno sguardo, potrai considerarti allora non un semplice convitato degli immortali, ma un loro pari. Agendo in tale maniera, personaggi del calibro di Diogene ed Eraclito, si sono guadagnati, a buon diritto, l’appellativo di “uomini divini”.

 

 

 

MARCO AURELIO

Qualunque cosa sia questo che sono, è infine carne, soffio vitale e principio dirigente. Getta via i libri, non ti far più distrarre: non è consentito. E invece, come se fossi a un passo dalla morte, disprezza la carne: coagulo di sangue, ossa, ordito intessuto di nervi, vene, intrico di arterie. Poi osserva anche quale sia la natura del tuo soffio vitale: vento, e neppure sempre lo stesso, ma un alito che, a ogni istante, viene emesso e riaspirato. Per terzo viene il principio dirigente. Qui rifletti: sei vecchio; non consentire più che questo principio sia schiavo, che come una marionetta sia manovrato da un impulso individualistico, che recrimini contro il destino presente o guardi con ansia quello futuro.

 

Come tutto svanisce rapidamente: nel cosmo i corpi stessi, nell’eternità il loro ricordo; qual è la natura di tutte le cose sensibili e soprattutto di quelle che adescano con il piacere o spaventano per il dolore o hanno trovato risonanza nella vanità dell’uomo; come sono vili, spregevoli, sordide, corruttibili, morte… – tocca alla facoltà razionale soffermarsi su questi punti; che cosa sono costoro, la cui opinione e la cui voce dispensano fama e infamia; che cos’è la morte, e il fatto che, se uno la osserva in sé e per sé e attraverso un’analisi del concetto dissolve ciò che vi crea l’immaginazione, non la considererà più null’altro che un’opera della natura – e se uno teme un’opera della natura, è un bambino, e d’altronde questa non è solo un’opera della natura, ma anche un’opera utile alla natura stessa; come l’uomo si collega a dio, per quale sua parte e in quale disposizione deve essere questa parte dell’uomo perché giunga tale momento.

 

Nella vita umana il tempo è un punto, la sostanza è fluida, la sensazione oscura, il composto dell’intero corpo è marcescibile, l’anima è un inquieto vagare, la sorte indecifrabile, la fama senza giudizio. Riassumendo: ogni fatto del corpo è un fiume, ogni fatto dell’anima sogno e inanità, la vita è guerra e soggiorno in terra straniera, la fama postuma è oblio. Quale può essere, allora, la nostra scorta? Una sola ed unica cosa: la filosofia. La sua essenza sta nel conservare il demone che è in noi inviolato e integro, superiore ai piaceri e ai dolori, in grado di non compiere nulla a caso né subdolamente e ipocritamente, di non aver bisogno che altri faccia o non faccia alcunché; ancora: disposto ad accettare gli avvenimenti e la sorte che gli tocca in quanto provengono di là (ovunque si trovi poi questo luogo) da dove anch’egli è giunto; soprattutto, pronto ad attendere la morte con mente serena, giudicandola null’altro che il dissolversi degli elementi di cui ciascun essere vivente è composto. Ora, se per gli elementi stessi non c’è nulla di temibile nel continuo trasformarsi di ciascuno in un altro, perché si dovrebbe temere la trasformazione e il dissolvimento del composto di tutti questi elementi? È conforme a natura, e nulla di quanto è conforme a natura è male.

 

La morte è, tale quale la nascita, un mistero della natura: aggregazione degli stessi elementi agli stessi elementi; non certo, insomma, qualcosa di cui ci si debba vergognare: infatti non contrasta con la condizione di un essere razionale né contrasta con il criterio della sua costituzione.

 

Pensa continuamente quanti medici sono morti, dopo aver tante volte aggrottato le sopracciglia sui loro pazienti; quanti astrologi, dopo aver predetto la morte di altri con l’aria di emettere un’importante previsione; quanti filosofi, dopo mille estenuanti dispute sulla morte o sull’immortalità; quanti eroi, dopo aver ucciso tanti uomini; quanti tiranni, dopo aver esercitato il potere di vita e di morte con terribile superbia, quasi fossero immortali; e quante intere città sono, per così dire, morte: Elice, Pompei, Ercolano e innumerevoli altre. Passa in rassegna anche tutti quelli che conosci, uno dopo l’altro: questo ha seppellito quello, poi è stato disteso sul letto di morte, quest’altro ha fatto lo stesso con quell’altro, e così via: e tutto in breve tempo. Insomma, guarda sempre la realtà umana come effimera e vile – ieri un po’ di muco, domani mummia o cenere. Questo infinitesimale frammento di tempo, quindi, trascorrilo secondo natura e concludilo in serenità, come l’oliva che, ormai matura, cadesse lodando la terra che l’ha prodotta e ringraziando l’albero che l’ha generata.

 

Chi teme la morte, teme o l’insensibilità o una diversa sensibilità. Ma se non avrai più sensibilità, non sentirai neppure alcun male; se avrai una sensibilità diversa, sarai un essere diverso e non cesserai di vivere.

 

Cessazione di un’attività, di un impulso; pausa e, diciamo, morte di un’opinione: nulla di male. Passa ora alle varie età della vita: l’infanzia, l’adolescenza, la giovinezza, la vecchiaia; anche per esse, infatti, ogni trasformazione è una morte. C’è forse qualcosa da temere? Passa ora alla vita che hai trascorso sotto tuo nonno, poi alla vita trascorsa sotto tua madre, poi alla vita trascorsa sotto tuo padre; e di fronte a tante altre distruzioni, trasformazioni, cessazioni,chiedi a te stesso: «c’è qualcosa da temere?». Così non è da temere neppure la cessazione, la fine, la trasformazione della tua intera vita.

Autore:

Ho studiato filosofia presso l'Università degli Studi di Roma “La Sapienza” e mi sono laureato nel 1990, relatore il prof. Gabriele Giannantoni, con una tesi in storia della filosofia antica intitolata "Vivere significa morire: analisi di alcuni frammenti eraclitei". Sono socio della SFI - Società Filosofica Italiana di cui curo il sito web. Da alcuni anni mi interesso di Pratiche Filosofiche e Consulenza Filosofica, collaborando con riviste scientifiche del settore, sulle quali ho all'attivo decine di pubblicazioni. Dal 2004 svolgo la professione di Consulente Filosofico e ho promosso una serie di iniziative filosofiche (Caffè Philo, Dialogo Socratico, Seminari di gruppo) aperte al pubblico. Attualmente insegno filosofia e storia presso il Liceo "I. Vian" di Bracciano (Liceo Classico sezione X). Utilizzo la filosofia in pratica sia durante le lezioni ordinarie che in altre "straordinarie" occasioni (passeggiate filosofiche nel bosco, dialoghi socratici a tema, ecc.). A scuola provo a tener aperto uno "sportello" di consulenza filosofica rivolto ai grandi ed ai meno grandi.

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