Pubblicato in: pratica filosofica

Quali prospettive etiche sono possibili dopo la morte di Dio? (Vacanze Filosofiche 2014 Vallombrosa)


Distinzione tra ateismo moderno e condizione postmoderna

L’ateismo della filosofia moderna ha senso come contrappunto al teismo della filosofia scolastica. Teismo ed ateismo formano, in un certo senso, due facce della stessa medaglia, che fanno riferimento ad un’unica visione del mondo (come essere e non-essere oppure assolutismo e liberalismo, stato gerarchico-ierocratico e laicismo).

A chi volesse approfondire le tesi dell’ateismo filosofico moderno consiglio: Eugenio Lecaldano, Un’etica senza Dio, Laterza (2006).

Con la “morte di Dio” (annunciata dal “folle uomo”, Nietzsche, La
Gaia Scienza, 125) ci si colloca in un’ottica “posteriore” alla modernità (da cui il concetto filosofico di “post-moderno” che risale agli anni settanta-ottanta del XX sec.)

  • Jean-François Lyotard (Versailles, 10 agosto 1924 – Parigi, 21 aprile 1998)
    La condition postmoderne (1979), La condizione postmoderna, Feltrinelli (1981)
  • Gianni Vattimo (Torino, 4 gennaio 1936)
    Il pensiero debole, Feltrinelli (1983) (a cura di G. Vattimo e P. A. Rovatti)
    La fine della modernità, Garzanti (1985)

Teismo e ateismo moderni sono ormai alle nostre spalle. Nietzsche si limita a “constatare”, spesso in termini profetici, un evento socio-culturale complessivo che coinvolge il mondo occidentale, ovvero annuncia ciò che verrà in quanto è già in corso e si ripromette di condurre una personale battaglia contro il cristianesimo (ossia la vecchia metafisica con tutti i suoi idoli) e i nuovi surrogati dello stesso (hegelismo, marxismo, positivismo, ecc.) per denunciarne i germi nichilistici e accelerarne il “superamento” verso nuovi valori: vedi per esempio il suo celebre Anticristo (1888, pubblicato nel 1895). Un orizzonte nuovo si spalanca davanti alla civiltà occidentale, affascinante per un verso, angosciante per l’altro. Da Nietzsche in poi tale “orizzonte filosofico” prenderà il nome di “nichilismo”.

«Noi filosofi e “spiriti liberi” alla notizia che il vecchio Dio è morto, ci sentiamo come illuminati dai raggi di una nuova aurora; il nostro cuore ne straripa di riconoscenza, di meraviglia, di presentimento, d’attesa, – finalmente l’orizzonte torna ad apparirci libero, anche ammettendo che non è sereno, – finalmente possiamo di nuovo scioglier le vele alle nostre navi, muovere incontro a ogni pericolo; ogni rischio dell’uomo della conoscenza è di nuovo permesso; il mare, il nostro mare, ci sta ancora aperto dinanzi, forse non vi è ancora mai stato .un mare così “aperto”». (La gaia scienza, 343)

Cos’è Nichilismo

Il termine “nichilismo”, a naso, viene associato ad un fenomeno negativo (così come “ateismo” è sinonimo di immoralità). Si tratta però di categorie di giudizio “moderne”, almeno per sensibilità, applicate ad una prospettiva che è posteriore alla modernità (ma la sensibilità liquida che contraddistingue il clima culturale postmoderno fa sì che tali categorie possano sussistere accanto ad ulteriori, inedite, categorie di giudizio, “de-assolutizzate”, “relativizzate”). Il nichilismo di cui parla Nietzsche – nella sua fase attiva e consapevole – non è semplicemente immorale bensì dischiudente scenari “al di là del bene e del male”. Ovvero, nasce dalla presa d’atto che il giudizio morale ha come centro l’uomo (un uomo la cui essenza è in fieri, non-predeterminata), non la realtà in sé. Il mondo non è né buono, né cattivo, è sprovvisto di qualsivoglia orientamento finalistico. Non è più possibile fare alcun collegamento tra ontologia e morale. O meglio, ad un’ontologia “debole” (il prospettivismo di N.), corrisponde una nuova concezione etico-esistenziale, senz’altro “tragica” (l’unica visione cui N. si richiama esplicitamente è quella dei filosofi presocratici, in particolare Eraclito).

«Dove voi vedete le cose ideali, io vedo cose umane, ahi troppo umane.» (Ecce homo, 1888)

«Non esistono fatti, ma solo interpretazioni.» (Umano troppo umano, 1879)

«Come? Tutto sarebbe solo umano, troppo umano? Con un tal sospiro si uscirebbe dai miei scritti, non senza una sorta di orrore e sfiducia persino contro la morale, anzi parecchio tentati e spronati a fare per una volta i patrocinatori delle cose peggiori, come se esse fossero forse solo le meglio calunniate. I miei scritti sono stati definiti una scuola del sospetto, anzi del disprezzo, ma fortunatamente anche del coraggio, anzi dell’audacia.» (Umano troppo umano, Prefazione – § 3)

N. (e poi Heidegger ed altri pensatori dopo di lui) distingue un nichilismo passivo ed inconsapevole , decadente, evoluzione diretta, esito ultimo della metafisica occidentale (figura del cammello), da un nichilismo attivo, rabbioso, distruttivo che mira a liberarsi dalle catene della vecchia metafisica (leone), e da uno attivo e creativo, contraddistinto da una consapevolezza che si pone al di là della vecchia metafisica (fanciullo). Dunque, nichilismo è un termine di fatto ambiguo, utilizzabile sia in senso negativo (da chi è ancora legato alle istanze dei conflitti caratterizzanti la modernità, p.e. la Chiesa cattolica, o certe visioni ateistico-laiciste), sia in senso critico-descrittivo rispetto alle strutture della società occidentale contemporanea (a livello globale), sia in senso positivo-liberante.

Nichilismo: manca il fine; manca la risposta al “perché?”. Che cosa significa nichilismo? – che i valori supremi perdono ogni valore. (Friedrich Nietzsche)

Il nichilismo. Non serve a niente metterlo alla porta, perché ovunque, già da tempo e in modo invisibile, esso si aggira per la casa. Ciò che occorre è accorgersi di quest’ospite e guardarlo bene in faccia. (Martin Heidegger)

Il culmine della follia non è forse pensare che l’essere è il nulla? E «nichilismo» non è forse, innanzitutto, pensare che l’essere è nulla? E non è forse per questo antico pensiero che possono esser maturate tutte le radicali distruzioni che scandiscono la storia dell’Occidente? (Emanuele Severino)

>>>Nietzsche: Guadagnarsi la libertà in tre metamorfosi

Differenze essenziali tra la prospettiva morale moderna e quella post-moderna

Tramonto della modernità è anche tramonto dell’idea di una “razionalità” intesa in senso “forte”, illuministico. Con il post-moderno si afferma la prospettiva che i fenomeni morali siano intrinsecamente
non razionali. La postmodernità concepisce i fenomeni morali come non prevedibili e non esauribili in un codice etico. L’etica moderna aveva seguito essenzialmente il modello della legge: si prefiggeva di offrire definizioni esaurienti, senza zone grigie di molteplice interpretazione; essa agiva in base al presupposto che in ogni situazione di vita esiste una sola scelta positiva che si separa nettamente dalle opzioni cattive. Per la postmodernità, invece, questo quadro ignora ciò che è propriamente morale: sposta i fenomeni morali dalla sfera dell’autonomia personale all’eteronomia, sostituisce la conoscenza delle regole all’io morale, costituito dalla responsabilità. La morale, per la sensibilità postmoderna è destinata a restare irrazionale. L’autonomia dell’io morale è vista, dalla tradizione moderna, come un pericolo dal punto di vita del controllo sociale; gli impulsi morali sono certamente colti anche nei loro aspetti positivi ma devono essere controllati, anche se non banditi. La gestione sociale della morale è un’operazione complessa che produce spesso più ambivalenza di quanta non riesca ad eliminare. La realtà umana è, dunque, ambigua e le decisioni morali sarebbero, diversamente dai principi etici astratti, ambigue.

Zygmunt Bauman (1925 – vivente), sociologo e filosofo polacco di origini ebraiche
Le sfide dell’etica, Feltrinelli (1996)
L’arte della vita, Laterza (2009)

«Penso che la cosa più eccitante, creativa e fiduciosa nell’azione umana sia precisamente il disaccordo, lo scontro tra diverse opinioni, tra diverse visioni del giusto, dell’ingiusto, e così via. Nell’idea dell’armonia e del consenso universale, c’è un odore davvero spiacevole di tendenze totalitarie, rendere tutti uniformi, rendere tutti uguali. Alla fine questa è un’idea mortale, perché se davvero ci fosse armonia e consenso, che bisogno ci sarebbe di tante persone sulla terra? Ne basterebbe una: lui o lei avrebbe tutta la saggezza, tutto ciò che è necessario, il bello, il buono, il saggio, la verità. Penso che si debba essere sia realisti che morali. Probabilmente dobbiamo riconsiderare come incurabile la diversità del modo di essere umani.» (Intervista di Luciano Minerva – RaiNews24 – 2003, Mantova)

«L’estensione della responsabilità di cui “La società del rischio” ha bisogno e di cui non può fare a meno se non al costo di esiti catastrofici non può essere argomentata o favorita nei termini che sono più comuni e approvati nel nostro tipo di società: quelli dello scambio equo e della reciprocità dei benefici. Qualunque altra cosa si vuole che sia la morale cercata, dev’essere prima di tutto un’etica dell’autolimitazione. (Le sfide dell’etica)

La nostra vita è un’opera d’arte – che lo sappiamo o no, che ci piaccia o no. Per viverla come esige l’arte della vita dobbiamo – come ogni artista, quale che sia la sua arte – porci delle sfide difficili (almeno nel momento in cui ce le poniamo) da contrastare a distanza ravvicinata; dobbiamo scegliere obiettivi che siano (almeno nel momento in cui li scegliamo) ben oltre la nostra portata, e standard di eccellenza irritanti per il loro modo ostinato di stare (almeno per quanto si è visto fino allora) ben al di là di ciò che abbiamo saputo fare o che avremmo la capacità di fare. Dobbiamo tentare l’impossibile. E possiamo solo sperare – senza poterci basare su previsioni affidabili e tanto meno certe – di riuscire prima o poi, con uno sforzo lungo e lancinante, a eguagliare quegli standard e a raggiungere quegli obiettivi, dimostrandoci così all’altezza della sfida. L’incertezza è l’habitat naturale della vita umana, sebbene la speranza di sfuggire ad essa sia il motore delle attività umane. Sfuggire all’incertezza è un ingrediente fondamentale, o almeno il tacito presupposto, di qualsiasi immagine composita della felicità. È per questo che una felicità «autentica, adeguata e totale» sembra rimanere costantemente a una certa distanza da noi: come un orizzonte che, come tutti gli orizzonti, si allontana ogni volta che cerchiamo di avvicinarci a esso. (L’arte della vita)

>>>Bauman: Postmoderno significa accettare che non esistano fondamenti ultimi (e razionali) dietro le scelte etiche del singolo

>>>Vedi anche Foucault, Hadot

Dal concetto di Nulla come “negativo” assoluto al concetto di “vuoto” come negativo relativo

È necessario compiere questo passaggio per poter immaginare, fondare, proporre un’etica post mortem Dei. Questa potrebbe essere una chiave di lettura privilegiata per intendere alcune correnti filosofiche e ad alcuni autori del Novecento. Nello stesso tempo mi piacerebbe che questo excursus avesse anche un fine “pratico”, “positivo”. Per questo prima di fare riferimento ad alcuni di questi autori vorrei prendere rapidamente in esame una visione del mondo – fino a qualche tempo fa considerata “altra” – in cui il concetto di “nulla”, altrimenti inteso, si dà in termini positivi, non “disperanti” bensì eticamente rilevanti. Mi riferisco alla concezione del mondo buddista e alla sua etica. Seguirò in estrema sintesi il testo:

Mauricio Marassi – Gennaro Iorio, La via libera. Etica buddista ed etica occidentale (pdf in http://www.lastelladelmattino.org/, donazione libera)

Di volta in volta, evidenzierò in senso teoretico-comparitivistico, alcuni interessanti punti di contatto con le filosofie contemporanee che tratteremo in seguito.

Premessa: Sulla questione dell’ateismo

«Si può dare, a rigore, una religione atea? La risposta del Buddha è tagliente: solamente una religione che sia atea può essere veramente religione, il resto è sempre idolatria […] Buddha non fa disquisizioni sul carattere trascendente della Divinità. Proprio perché crede che sia trascendente, ne prescinde totalmente (dato che non è suo compito farsi custode e difensore di Dio) e si volge al fine religioso per antonomasia: la salvezza dell’Uomo, mostrandogli il sentiero. Il buddhismo è religione non perché “ri-lega” come suggerisce l’etimologia latina, ma perché slega, libera». (R. Panikkar, Il silenzio di Dio, la risposta del Buddha)

«Nelle religioni prevalenti all’epoca del Buddha […] la sfrenata licenza di un’incontrollata immaginazione deificava tutti i possibili oggetti del mondo e come se questi non bastassero, aggiungeva anche mostri, fantasmi e simboli della fantasia. […] Il Buddha comprese che la sola maniera per eliminare l’opprimente paura degli dèi, i tormenti minacciati nel futuro […] consisteva nel distruggere gli dèi una volta per tutte. L’idea di una causa prima non ci aiuta a progredire moralmente, anzi essa può condurre all’inattività e alla mancanza di responsabilità […] Il Buddha dovette affrontare l’atteggiamento predominante e dichiarare che tra virtù e felicità, vizio e sofferenza esiste una stretta relazione». «Solo i bambini o i selvaggi potrebbero credere in un Dio che interferisce. Rifiutare un’interferenza che è priva di senso non significa negare la realtà di uno spirito supremo […] L’assolutezza della legge morale, che il Buddha accetta, presuppone uno spirito supremo sul quale però egli mantiene il silenzio». (S. Radhakrishnan, La filosofia indiana)

Parlare di monoteismo è un atto di idolatria perché è la pretesa di contare Dio. A questo, con un ragionamento, si lega l’affermazione che in effetti una vera religione non può che essere atea, ovvero priva di ogni tentativo di affermare un dio, pena il diventare idolatra in un modo o nell’altro.

L’etica religiosa, la morale, per esistere ha bisogno di sgorgare o essere prodotta da un fondamento personale di tipo ontico? Oppure: può una religione priva di un fondamento trascendente essere in grado di esprimere un’etica?

Ashoka il grande re dell’impero Maurya (secolo III a.C.) dopo la sua conversione al buddismo fece pubblicare editti (su pietra) che ne diffondevano il pensiero. Uno di questi editti, vero e proprio manifesto di dialogo inter-religioso, non si limita a predicare il rispetto per le altre religioni ma ne consiglia lo studio e la conoscenza.

>>>Sul silenzio in senso metafisico: Ludwig Wittgenstein (Vienna, 26 aprile 1889 – Cambridge, 29 aprile 1951): 7. Su ciò di cui non si è in grado di parlare, si deve tacere. (Tractatus Logico-Philosophicus)

Che cosa so di Dio e del fine della vita? So che questo mondo è. Che io sto in esso come l’occhio nel suo campo visivo. Che qualcosa in esso è problematico, ciò che noi chiamiamo il suo senso. Che questo senso non risiede in esso, ma al di fuori di esso. Che la vita è il mondo. Che la mia volontà compenetra il mondo. Che la mia volontà è buona o cattiva. Che dunque bene e male sono in qualche modo congiunti al senso del mondo.

Il senso della vita, cioè il senso del mondo possiamo chiamarlo Dio. E collegare a ciò la similitudine di Dio come padre. La preghiera è il pensiero sul senso del mondo. Non posso volgere gli avvenimenti del mondo secondo la mia volontà; piuttosto sono completamente impotente. Solo così posso rendermi indipendente dal mondo – e in un certo senso quindi dominarlo – rinunciando a un influsso sugli avvenimenti. (Wittgenstein, Q 11.6.16)

Il brahmana Dona vide il Buddha seduto sotto un albero e fu tanto colpito dall’aura consapevole e serena che emanava, nonché dallo splendore del suo aspetto, che gli chiese: – Sei per caso un dio? – No, brahmana, non sono un dio. – Allora sei un angelo? – No davvero, brahmana. – Allora sei uno spirito? – No, non sono uno spirito. – Allora sei un essere umano? – No, brahmana, io non sono un essere umano […] – […] E allora, che cosa sei? […] – […] Io sono sveglio. (Anguttara Nikaya – Dona Sutta)

Un’etica che si produce a contatto con la realtà stessa del vivere, senza leggi o modelli prestabiliti, senza astrazioni di sorta, né di tipo religioso (comandamenti divini) né di tipo laico (razionalità). Più una ortoprassi che una ortodossia.

Per questo il buddismo (nella sua versione più conosciuta in Occidente lo Zen giapponese) è stato definito come totalmente “amorale”.

Non confinati da una morale codificata, vivere il grande prodursi del presente senza affidarsi a regole prestabilite; questa possiamo chiamarla audacia di vivere… (Da un inedito di Watanabe Koho)

Lo zazen un luogo/pratica di libertà totale in cui si manifesta il timore di perdere il mondo, di risvegliarsi dall’illusione che la vita sia quella che immaginiamo sia. La libertà oltre la libertà: quella di morire in vita.

Lo zazen è sprofondarsi in una dimensione che è al di là del bene e del male ovvero comprendere che bene e male non hanno alcun posto nella realtà in sé, non hanno alcuna consistenza ontologica.

Zhuangzi sognò di essere una farfalla che svolazzava felice, ignara di essere Zhuangzi. Poi si svegliò e non sapeva se era Zhuangzi che aveva sognato una farfalla o una farfalla che stava sognando di essere Zhuangzi. (proverbio taoista)

L’etica non è solo derivazione di una fede religiosa ma è «la conseguenza di come percepiamo il mondo», di come ce lo “figuriamo”. Domanda: ce lo figuriamo con la consapevolezza di “figurarcelo”? ovvero con la consapevolezza che si tratti di un’ipotesi di lavoro (funzionale ma aleatorio) e non di un insieme roccioso di dogmi?

>>>Prospettivismo nietzschiano

L’etica buddista è la componente di qualche cosa che non c’è. E quello che non c’è è il buddismo in quanto oggettivazione, elemento definito, dottrina, dogma, forma conclusa. Il buddismo esiste piuttosto come reinvenzione personale, vita vissuta di chiunque tenti di vivere secondo l’insegnamento del Buddha. Tant’è che negli scritti antichi l’etica buddista non esiste come cosa, come parte perché pertiene a tutto.

>>>Dimensione esistenziale, singolarità, ecceità: esistenzialismo

«L’uomo, senza appoggio né aiuto, è condannato in ogni momento a inventare l’uomo.» (Sartre, L’esistenzialismo è un umanismo)

>>>Sartre: In ogni momento l’uomo è condannato ad essere libero e ad inventare se stesso

Sperimentare, non attaccarsi ad oggetti mentali autoprodotti. Non confondere la realtà con la mappatura ideale che se ne è fatta.

«Le mie parole, o monaci, debbono essere verificate e accettate dai savi così come l’oro, che viene riscaldato, spezzettato e provato, non certo per riverenza verso di me»; «Perciò, Ananda, siate un’isola per voi stessi, prendete rifugio in voi stessi e non in altro».

>>>Scetticismo pragmatico

John Dewey (Burlington, 20 ottobre 1859 – New York, 1º giugno 1952) contingentismo etico, problem solving, learning by doing, long life learning

Assenza di distinzione soggetto-oggetto, radicale anticartesianesimo del buddismo. Negazione del principio di “sostanza” (anatta, an-atman = non-Sé)

«Gli elementi della realtà (dhamma) hanno la mente come principio, hanno la mente come elemento essenziale e sono costituiti di mente». (Dhammapada)

«La mente (citta) danza come una ballerina; il pensiero (manas) sembra un giullare; la coscienza (manovijñana) assieme alle cinque coscienze sensoriali (vijñanas) crea un mondo oggettivo che è come un palcoscenico». (capitolo VI del Lankavatarasutra)

Non si tratta di stabilire “come stanno le cose”, l’obiettivo non è creare una metafisica o una dogmatica ma formulare un’ipotesi di lavoro altamente efficiente. E questa ipotesi è che la pratityasamutpada (coproduzione condizionata) sia un gioco che si sviluppa solo nella coscienza/vijñana, la quale è base e sostanza di tutto.

>>Dissoluzione del soggetto in Nietzsche

Abbiamo inventato la nozione di sostanza, perché ci pensiamo come tali. Ma la sostanza non esiste, l’ego empirico deve passare attraverso la sua dissoluzione e aprirsi al campo infinito di possibilità. “Dovete avere il caos il voi per partorire una stella danzante“, laddove la stella danzante è simbolo di completezza e il caos è inteso in senso etimologico, come apertura infinità di possibilità.

«Il sentimento del soggetto cresce nella misura in cui, con la memoria e la fantasia, costruiamo il mondo delle cose eguali. Noi inventiamo noi stessi come unità in questo mondo di immagini da noi stessi creato: ciò che permane nel cambiamento. Ma è un errore: noi poniamo segni come segni, e stati come stati.» (Nietzsche, Aurora e frammenti postumi 1879/81)

«Smettere di sentirsi come questo fantastico ego. Imparare gradualmente a liberarci di questo presunto individuo! Scoprire gli errori dell’ego! Capire l’egoismo in quanto errore! L’opposto non è affatto l’altruismo, che sarebbe amore per altri presunti individui! No! AL DI LÁ di «me», e di «te»! SENTIRE IN MODO COSMICO!» (FP 1881-1882, fr. 11. 7)

«Comunemente noi pensiamo che tutto ciò che esiste, esista oggettivamente, al di là della soggettività che chiamiamo “io”. Per esempio, riteniamo che questo mondo comprendente tutto ciò che esiste e che noi chiamiamo “ventesimo secolo”, sia preesistente e tutt’altro da questo “io”; crediamo che “io sono nato” voglia dire che “io” ho fatto ingresso in questo mondo, in questa società; e ancora pensiamo che “io muoio” voglia dire uscire dalla scena di questo mondo. Noi, senza alcun fondamento, abitualmente pensiamo in questo modo. L’insegnamento di Sakyamuni inizia proprio dal mutamento di questo modo di pensare. Se ora io, accanto ad un’altra persona, sto guardando il panorama con i suoi monti, fiumi e terra, posso pensare che, sia lui che io, stiamo osservando gli stessi monti, gli stessi fiumi, la stessa terra: eppure in realtà non è così. Io vedo dal mio angolo visuale, egli dal suo, ciascuno in base alla propria capacità visiva, secondo le condizioni della luce, secondo il proprio particolare stato d’animo. Insomma, anche se io posso vedere l’occhio di quella persona che guarda la montagna, il fiume, la terra, non posso in nessun modo vedere quel monte, quel fiume, quella terra che egli sta guardando […] Io vedo il panorama soltanto mio, lui vede il panorama che è soltanto suo. È un’astrazione pensare di guardare identiche montagne, stessi fiumi, uguale terra. Il pensiero di origine greca, che idealizza in Venere la bellezza femminile, che concepisce l’idea di cerchio a partire da cose rotonde, benché sia definito “ragione universale” è, in sostanza, astrazione, è pensiero concettuale. L’insegnamento di Sakyamuni invece non è pensiero astratto, concettuale, ma consiste nel vedere la realtà dalla base della mia concreta esperienza della vita». (Koho Watanabe)

Il metron, il centro “pratico” del problema: affrancarsi da dukkha, sofferenza, angoscia, “mal di vivere”

Se non ci fosse l’esperienza della sofferenza, a tutti i livelli, la ricerca etica non avrebbe alcun senso. La missione del Buddha storico: trovare ed offrire agli uomini una didattica, una pragmatica, per affrancarsi da dukkha. La traduzione letterale è “disagio”; dizionario alla voce duhkha: «Secondo i grammatici più propriamente scritto dush-kha [contrario di sukha, lett. “asse (del carro) che gira bene nel suo foro” da cui: “confortevole”] ma più probabilmente forma pracrita di duh-stha “che si regge male”, “traballante”, “inquieto”, “scomodo”, “disagevole”».

«I fiori cadono proprio mentre per affetto li vorremmo trattenere, le erbe crescono proprio mentre noi con disgusto le rifiutiamo.» (Eihei Dōgen zenji, Kyoto, 1200 – 1253)

Criterio fondamentale dell’etica buddista (di natura empirica/esperienziale/personale): male è ciò che aumenta o mantiene dukkha, bene ciò che lo annulla o lo diminuisce.

Ma si tratta di un cammino personale, impegnativo, lungo tutta la vita, di cui occorre assumersi personalmente la responsabilità. Non esistono scorciatoie, formule magiche, preghiere, nulla è scontato. Da dukkha non si esce per la porta di servizio. Nessun altro può percorrere questa via se non tu. Il Maestro non ha da rivelarti alcuna verità salvifica: semplicemente è un cercatore come te. La sua condizione è esser-per-la-via.

>>>Nietzsche: l’etica del viandante

«Vi è al mondo una strada, un’unica strada che nessun altro può percorrere salvo te: dove conduce? Non chiedertelo, cammina!» (Nietzsche).

«Io sono un viandante che sale su per i monti, diceva Zarathustra al suo cuore, io non amo le pianure e, a quanto sembra, non mi riesce di fermarmi a lungo. E, quali siano i destini e le esperienze che io mi trovi a vivere, vi sarà sempre in essi un peregrinare e un salire sui monti: alla fine non si sperimenta che se stessi.» (Nietzsche, Così parlò Zarathustra)

La via d’uscita a dukkha non è tra le cose del mondo, ma nello stesso tempo non consiste nel rinunciare al mondo. La legittimità del buddismo come stile di vita, come etica, consiste nella sua funzione terapeutica rispetto a dukkha. (Ma non è forse questa la legittimazione di ogni forma di etica? o ancor meglio di qualsivoglia slancio filosofico? Da dove nasce altrimenti lo stimolo a filosofare? ancora le filosofie ellenistiche concorderebbero pienamente. Cos’è istinto alla conoscenza? Da dove nasce? Non è forse connaturato alla nostra essenza biologica, al nostro dover stare al mondo?) Una forma di spiritualità o una filosofia che non rispondesse in qualche modo a questo fine non avrebbe ragion d’essere.

>>>Nietzsche: amor fati, Ja-sagen, l’innocenza, la danza

La funzione della filosofia per N. è imparare l’amor fati, imparare a dire di sì alla vita, così com’è. Non l’estinzione del dolore, ma il superamento di esso in una prospettiva dionisiaca.

>>>Nietzsche: Il canto della danza (vita e saggezza)

Far fronte a dukkha significa affrontarne la causa prima avidya (ignoranza)

Avijja in pali e avidya in sanscrito, parola formata da “a” privativo e vidya probabilmente dall’antico accadico wadu, “vedere”, “conoscere”, da cui derivano anche il greco oida, il latino videre, il vedico veda, l’inglese wit.

Avidya è condizione originaria e comune a tutti, una sorta di placenta che ci avvolge d’ogni parte. Sapienza è dissipare l’ignoranza. La questione non è concettuale o fideistica (ortodossia), bensì esperienziale, concreta. “Vedere” significa qui fare esperienza con tutto il proprio essere. Pulire lo specchio del proprio essere: la sapienza (prajna) è più profonda dell’ignoranza. Il problema non è spiegare perché le cose stiano così, ma ancora fornire indicazioni efficaci per dissipare avidya. Etica e conoscenza sono un’unica strada, così sapere (esser consapevoli) e saper vivere.

Strumento e vie per la liberazione da dukkha

Lo strumento siamo noi stessi, le parti da attivare sono: A) modo di vivere (sila); B) concentrazione o meditazione profonda (samadhi); C) (capacità di) discernimento, conoscenza o saggezza (vidya/prajña).

«Gli elementi sono predeterminati dai pensieri, sono cumuli di pensieri, sono fatti di pensieri. Se un uomo oscuramente parla o agisce, il dolore lo segue, come la ruota segue il piede di chi la tira. Gli elementi sono predeterminati dai pensieri, sono cumuli di pensieri, sono fatti di pensieri. Se un uomo chiaramente parla o agisce la gioia lo segue, come ombra che non abbandona». (Dhammapada)

>>>>oscura mente/impurità/ignoranza/dolore/male vs. chiara mente/purezza/sapienza/gioia/bene

Esistono due livelli bene/male: la letizia è propria di chi è andato oltre bene/male convenzionali, ovvero di chi non-giudica secondo categorie standardizzate bene /male, è propriamente al di là del bene e male.

Il punto non è cosa facciamo ma come lo facciamo, in quale stato mentale ci troviamo quando lo facciamo.

L’incipit del Dhammapada mostra che l’attenzione, il focus dell’insegnamento non è stabilire che cosa decidere, ma come lo decidiamo. La discriminante è se il momento decisionale nasce in un pensiero-mente inquinato oppure no. La vita secondo l’insegnamento del Buddha è atto creativo, non possiamo contare né su una norma del tipo “tavole della legge” né su un comportamento standard da imitare. È in questa luce che dobbiamo leggere la frase di Milarepa: «Respingete tutto ciò che l’egoismo fa sembrare buono e che nuoce alle creature. Al contrario, fate ciò che sembra peccato ma è di profitto alle creature, perché è opera religiosa […] quand’anche vi opponeste ad alcuni libri».

>>>Nietzsche: distruggere per creare nuove tavole di valori

Gli fa eco lo Zarathustra di N.:

«Una nuova luce è sorta al mio orizzonte: non al popolo parli Zarathustra, ma ai suoi compagni! Zarathustra non deve diventare il pastore e il cane di un gregge!
A portar via molti dal gregge – per questo io sono venuto. Pieni di collera verso di me, hanno da essere il popolo e il gregge: predone vuol essere chiamato dai pastori, Zarathustra.
Io dico pastori, ma loro si chiamano i buoni e i giusti. Pastori io dico: ma seguaci dell’ortodossia si chiamano loro.
Guardali questi buoni e giusti! Chi odiano essi massimamente? Colui che spezza le loro tavole (13) dei valori, il distruttore, il delinquente: – questi però è il creatore.
Guardali i credenti di tutte le fedi! Chi odiano essi massimamente?
Colui che spezza le loro tavole dei valori, il distruttore, il delinquente: – ma questi è il creatore.
Compagni per il suo viaggio cerca il creatore e non cadaveri, e neppure greggi e fedeli. Compagni nella creazione cerca il creatore, che scrivano nuovi valori, su tavole nuove.»

Tutti i fenomeni sono prodotti da una rete interconnessa di cause (pratītyasamutpāda). L’essenza del reale è relazionalità diveniente (anicca)

Nel modo ordinario di concepire il mondo tutto è condizionato, vale la cosiddetta “legge di causa ed effetto” (coproduzione condizionata). In pratica, l’ipotesi funzionale proposta è che non esista nulla su questo mondo, ovvero nel mondo di ciascuno, che non sia causato, vale a dire che non sia dipendente da cause a loro volta effetti di altre cause. Noi, e tutto, siamo un’infinita serie di relazioni, non siamo esistenti di per sé ma ogni cosa, ogni essere “sta su”, compare nel mondo in grazia delle sue componenti, o aggregati. Quando questi si separano, disperdendosi o ricombinandosi con altri in altro modo, quella determinata cosa o quell’essere scompaiono.

È gioco, danza. Non importa perché ma come è. Un modo divino di essere. È quello che è. Impermanenza (anicca), non-Sé (anatta).

>>Nietzsche: La dottrina dell’eterno ritorno, l’essenza intesa come Divenire, la volontà di potenza che è accettazione del proprio potis-esse e partecipazione al gioco cosmico, amor fati, negano la finalità dell’azione, che è al di là del bene e del male.

>>>Nietzsche: Imparare ad abitare il tempo (la visione e l’enigma)

Il modo di essere delle cose è la vuotezza (sunyata)

Se siamo liberi di scegliere come fare le cose, essendo tutte le cose con-causate, allora siamo anche responsabili del nostro modo di stare al mondo e del nostro modo di agire. Libertà è consapevolezza. Liberi di sviluppare/esercitare un modo creativo, dunque propriamente “libero”, di fare le cose, ovvero liberi di esser consapevoli. Ma anche liberi (e responsabili) di scegliere di non esser consapevoli.

>>>Sartre: Ciascuno di noi è responsabile di quel che è

>>>Jaspers: Libertà è scegliere d’essere me stesso

Il mondo in sé non è né buono né cattivo. Non ha alcun senso morale prestabilito (ecco perché parlare di “pessimismo” o “ottimismo” è del tutto errato, fuorviante). Dukkha dipende da noi.

Il nirvana rappresenta l’ulteriorità, al di là della legge della coproduzione causale (samsara, “scorrere insieme”). È lo stare nei fatti della vita con la consapevolezza della loro vuotezza. Il nirvana consiste nel darsi dell’eternità come flusso di essere (essere/tempo), là dove non essendoci oggetto non si dà soggetto empirico.

«Esiste, o monaci, un non-nato, un non-divenuto, un non-creato, un non-formato. Se, o monaci, non esistesse questo non-nato, non-divenuto, non-creato, nonformato non si potrebbe conoscere alcuna via di salvezza da ciò che è nato, divenuto, creato, formato». «Del nirvana non si può dire che sia prodotto, o che non sia prodotto, o producibile; che sia passato o presente o futuro».

>>>Jaspers: Il naufragio

Rimuovere l’attaccamento (trsna)

Tanha in pali e trsna in sanscrito, “sete”, “brama”, “attaccamento”, è figlia di avidya, causa di dukkha. Per curare dukkha occorre rimuovere la causa.

L’identità, il sé è un’illusione. Interrelazione di fattori diversi (skanda): i cinque sensi (le cinque vijñana), la coscienza mentale che imprime senso e significato alle cose (manovijñana la facoltà di discernere, l’intelletto), la coscienza emozionale (klistamanas), la coscienza deposito (alayavijñana, dove custodiamo i semi di tutte le impressioni e da cui deriviamo l’illusione di un sé come continuum di pensieri). La psicologia empirica buddista. Fare zazen significa lasciare che la coscienza deposito pian piano si svuoti. «Quando compare un pensiero siatene subito consapevoli; non appena ne sarete coscienti scomparirà».

Cos’è il male/peccato/errore/ignoranza? Il limite senza il quale non avrebbe senso il desiderio di spingersi oltre.

Non c’è luogo sulla terra
non caverna di montagna
non oceano né cielo
dove la morte non allunghi su di te la mano
[…]
Come il pastore
conduce il gregge al pascolo
vecchiaia e morte
sospingono gli esseri viventi.
Chi è litigioso dimentica
che moriremo tutti;
non ci sono litigi
per il saggio che riflette sulla morte.
(Dhammapada)

>>>Heidegger: Autenticità è saper “essere-per-la-morte”, ovvero saper misurare i fatti del mondo attraverso la consapevolezza del proprio dover morire

Libertà: non c’è colpa, non c’è espiazione, non c’è giorno del giudizio. La “moralità” (sila) consiste nel tenere la mente pura ed ha come risultato il lenimento o l’ottativa estirpazione di dukkha.

Il filo invisibile che unifica gli istanti e i giorni della nostra vita non ha alcun nome e alcuna forma che lo possano imprigionare: libertà definita è libertà perduta.

>>>Il fanciullo di Nietzsche (Delle tre metamorfosi), l’eterno ritorno

Andare oltre: il bodhisattva ovvero il buddista (mahayana) “engagè“. Compassione, empatia (karuna, maitri), verso l’umanità e il mondo intero

L’etica, la vita morale, spiana la strada sino al limite di questo mondo ma non lo supera, anche la buona morale fa parte del mondo di avidya e duhkha. Occorre trovare la porta senza porta, imparare ad attraversarla liberamente lasciando scomparire la porta, l’attraversare e chi attraversa.

Imparare a morire: “sulla base della grande morte rinascere da una completa estinzione”. Praticare il livello zero (sunya): se incontri Buddha uccidilo!

Diffidare di tutti coloro che ingigantendo il loro ego con dio credono di essere in missione per conto di quest’ultimo. Per questo il vero buddista non conosce alcuna forma di “guerra santa”, di imposizione di verità rivelate.

Non più il ritrarsi dal mondo trasformandolo in nulla ma il pieno ingaggio negli eventi, armati del distacco dell’arhat che sa che le montagne non sono montagne, e con la capacità di vedere che le montagne sono montagne, qualche cosa di impensabile il cui nome è “montagne”, “fiumi”, “esseri”, “ogni cosa”, il mondo in cui viviamo.

>>>L’oltreuomo nietzschiano, l’umanismo esistenzialista in Sartre e Camus

>>>L’ecosofia di Arne Naess (Oslo, 1912 –2009) e Raimon Panikkar (1918 – 2010)

Camus: L’uomo in rivolta

Albert Camus (Mondovi, 7 novembre 1913 – Villeblevin, 4 gennaio 1960)

Ogni generazione si crede votata a rifare il mondo. Ma la mia generazione sa che non lo rifarà. Il compito è troppo gravoso. La mia generazione si impegna solo a impedire che il mondo si disfi, si distrugga […] nel suo sforzo maggiore l’uomo può soltanto proporsi di diminuire aritmeticamente il dolore del mondo. (discorso in occasione del ritiro del Premio Nobel per la letteratura 1957)

Estraneità al mondo, assurdo, disperazione, rivolta, insoddisfazione come costante della condizione umana

Arte della vita e vita come opera d’arte: Foucault

La morale di cui Michel Foucault (Poitiers, 15 ottobre 1926 – Parigi, 25 giugno 1984) parla, nelle sue ultime opere, è una pratica della creatività, un invito a mutare sempre volto, a inserirsi e prendere posizione nella lotta sempre fluida tra le forze, a cambiare e modificare la propria vita, in una creazione permanente di se sessi:

Quello che mi colpisce, è il fatto che nella nostra società l’arte sia diventata qualcosa che è in relazione soltanto con gli oggetti, e non con gli individui, o con la vita. E che l’arte sia un qualcosa di specializzato, e che sia fatta da quegli esperti che sono gli artisti. Ma perché la vita di tutti i giorni non potrebbe diventare un’opera d’arte? Perché una lampada o una casa potrebbero essere un’opera d’arte, ma non la nostra vita? (Postfazione di M. Foucault alla monografia di Dreyfuss e Rabinow intitolata La ricerca di Michel Foucault)

– M. Foucault, Le souci de soi, Gallimard (1984), La cura di sé, Feltrinelli (1985)

>>>Tecnologie del sé (téchne toũ bíou)

>>>La cura di sé (epimeleia heautoù) – titolo del terzo volume de La storia della sessualità pubblicato nel 1984.

Agli studi di M. Foucault si sono affiancati quelli di Pierre Hadot (Parigi, 21 febbraio 1922 – Orsay, 24 aprile 2010) storico della filosofia antica, che negli ultimi decenni ha riportato alla luce il valore pratico e “praticabile” delle etiche antiche, soprattutto di epoca ellenistica e tardo antica (stoicismo, epicureismo, neoplatonismo).

>>>Pratiche filosofiche, consulenza filosofica

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Autore:

Ho studiato filosofia presso l'Università degli Studi di Roma “La Sapienza” e mi sono laureato nell'aprile del 1990, relatore il prof. Gabriele Giannantoni, con una tesi in storia della filosofia antica intitolata "Vivere significa morire: analisi di alcuni frammenti eraclitei". Sono socio della SFI - Società Filosofica Italiana di cui curo il sito web. Da alcuni anni mi interesso di Pratiche Filosofiche e Consulenza Filosofica, collaborando con riviste scientifiche del settore, sulle quali ho all'attivo decine di pubblicazioni. Dal 2004 svolgo la professione di Consulente Filosofico e ho promosso una serie di iniziative filosofiche (Caffè Philo, Dialogo Socratico, Seminari di gruppo) aperte al pubblico. Nel giugno del 2005 ho partecipato come relatore al convegno "Pratiche filosofiche e cura di sé" presso l'Università di Venezia "Cà Foscari". Tra il settembre 2006 e il giugno 2007 ho curato il ciclo di seminari "La filosofia come arte di vivere" presso la Biblioteca Comunale di Rieti "Paroniana" con il beneplacito dell'Assessorato alla Cultura del Comune di Rieti. Nell'anno accademico 2006-2007 sono stato docente a contratto per il master in Consulenza Filosofica attivato presso l'Università di Roma3. Attualmente insegno filosofia e storia presso il Liceo "I. Vian" di Bracciano (Liceo Classico sezione X).