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Dell’amicizia – Percorso attraverso i testi antichi


da Aristotele, Etica nicomachea, libri VIII-IX

L’amicizia è un bene a cui nessuno rinuncerebbe
Dopo di ciò veniamo a trattare dell’amicizia, dato che questa […] è un aspetto estremamente necessario delle nostra vita, dato che nessuno sceglierebbe di vivere senza amici, anche se avesse tutti gli altri beni.

Amicizie “interessate”
Coloro che si amano reciprocamente vogliono l’uno il bene dell’altro secondo l’oggetto che sta alla radice della loro amicizia.
Ora, coloro che si amano reciprocamente in vista dell’utile non si amano per sé, ma in quanto ognuno trae dall’altro un qualche bene; lo stesso vale per coloro che si amano per il piacere.
Infatti la gente non ama le persone argute per le loro qualità, ma perché le trova piacevoli.
Quindi coloro che si amano in vista dell’utile si amano a causa del loro proprio bene, e coloro che amano per il piacere lo fanno a causa di ciò che è piacevole per loro, non perché l’individuo amato è quello che è, ma in quanto è utile o in quanto è piacevole.
Perciò tali amicizie sono per accidente, in quanto l’amato non è amato perché è quello che è, ma perché gli uni ne traggono qualche bene e gli altri un piacere.
Quindi simili amicizie si dissolvono facilmente, quando gli amici non rimangono identici a sé; infatti cessano di amare gli amici quando non risultano più piacevoli o utili.

Amicizia come benevolenza reciproca
Coloro che desiderano il bene altrui, quando non ricevono un uguale ricambio da parte dell’altro sono chiamati “benevoli”; ma quando la benevolenza è contraccambiata diviene amicizia.
O bisogna aggiungere “la benevolenza non celata”?
Infatti molti sono benevoli verso persone che non hanno mai visto, ma che assumono essere persone dabbene o persone utili, e lo stesso uno degli altri potrebbe provare per i primi.
Quindi costoro evidentemente sono reciprocamente benevoli, ma come li si potrebbe dire “amici” quando rimane celato il sentimento che hanno gli uni per gli altri?
In conclusione si deve essere benevoli e desiderare il bene reciprocamente, senza restare celati.

Autosufficienza e amicizia
Si dubita anche se l’uomo felice abbia bisogno di amici o no.
Si dice infatti che chi è beato e autosufficiente non ha affatto bisogno di amici, dato che possiede tutti i beni […].
Pare assurdo, però, che chi attribuisce tutti i beni all’uomo felice non gli conceda di avere amici, i quali, per consenso comune, sono il bene esteriore più grande.
Inoltre, se è proprio dell’amico fare il bene piuttosto che riceverlo, ed è proprio dell’uomo buono e della virtù beneficiare, e se è più bello fare del bene agli amici che agli estranei, l’uomo eccellente avrà bisogno di persone a cui fare del bene. […]
Poi dal vivere insieme ai buoni potrebbe derivare anche un incitamento alla virtù […]

Amicizia fondata sulla “virtù” degli amici
I buoni desiderano il bene degli individui che amano per essi stessi, non sulla base di un atteggiamento passionale, ma sulla base di uno stato abituale, e, dato che amano l’amico, amano ciò che è bene per loro: chi è buono, quando diventa amico, diventa un bene per colui del quale è amico.
E dunque ciascuno dei due amici ama il suo proprio bene e dà contraccambio in uguale misura con in benvolere e il dare piacere; infatti si dice “amicizia è uguaglianza”, perché tale caratteristica appartiene, soprattutto, all’amicizia tra buoni. […]
Coloro che desiderano il bene dei propri amici per loro stessi sono amici al massimo grado, dato che hanno questo atteggiamento per essi stessi e non per accidente; quindi tale amicizia permane salda finché essi rimangono buoni, e la virtù è cosa stabile.
È ragionevole che tali amicizie siano rare: uomini di tal sorta non sono frequenti, e in più tale amicizia ha bisogno di tempo e di consuetudine.
Secondo il proverbio, non si arriva a conoscersi reciprocamente prima di avere consumato la quantità di sale di cui c’è bisogno, e quindi prima di ciò non ci si può accettare e riconoscere reciprocamente come amici, prima cioè che ciascuno si mostri reciprocamente all’altro come degno di amicizia e di fiducia.
Invece quelli che mostrano sentimenti di amicizia reciproca in modo affrettato vogliono essere amici, ma non lo sono, tranne nel caso che siano anche amabili, e lo sappiano; il desiderio d’amicizia è rapido a nascere, l’amicizia no.
Solo l’amicizia dei buoni è inattaccabile dalla calunnia: non è facile, infatti, che si dia retta a qualcuno che calunnia l’amico che noi stessi abbiamo messo alla prova per lungo tempo.
La lontananza non impedisce in assoluto l’amicizia, ma ne impedisce l’attuazione.
Se però la lontananza si prolunga nel tempo si ritiene che produca anche l’oblio dell’amicizia, e per questo si dice: La mancanza di contatti ha già sciolto molti affetti.
Non è possibile essere amico di molti secondo perfetta amicizia, come non è possibile amare molti allo stesso tempo: infatti questo pare somigliare a un eccesso, e per natura una cosa del genere può nascere per una sola persona; non è facile che a uno solo piacciano straordinariamente molti nello stesso tempo, né, forse, che siano tutti buoni.
Per questo bisogna fare esperienza, e giungere a una lunga consuetudine, il che è particolarmente difficile.
Invece è possibile piacere a molti a causa dell’utile o del piacevole, dato che molti sono utili e piacevoli, e i favori tipici di tali amicizie non si fanno attendere a lungo.

L’amico è un altro me stesso
I rapporti di amicizia che si hanno con gli amici, e cioè quelli attraverso i quali le amicizie vengono definite, paiono derivare da quelli che si hanno verso se stessi. […]
Ci si domanda anche se si deve amare soprattutto se stessi, o l’altro.
Infatti la gente biasima quelli che amano soprattutto se stessi, e li chiama “egoisti” usando il termine in senso negativo; pare che la persone ignobile faccia tutto per il proprio vantaggio, e ciò è tanto più vero quanto più la persona è malvagia. […]
Ma i fatti non concordano con questi argomenti, e non senza ragione: la gente dice che si deve amare in modo speciale chi è amico in modo speciale, ed è amico in modo speciale chi vuole il bene delle persone, per cui lo vuole per loro stesse, e anche se nessuno lo verrà a sapere.
Queste caratteristiche si trovano soprattutto nel rapporto che uno ha con se stesso, e di conseguenza sono così anche tutte le caratteristiche che definiscono l’essere un amico; infatti abbiamo detto che tutti i sentimenti di affetto nascono a partire da noi stessi e vengono estesi poi anche agli altri. […]
L’uomo buono deve essere egoista, infatti lui personalmente troverà giovamento nel compiere belle azioni, e sarà utile agli altri, mentre l’uomo malvagio non deve esserlo, infatti farà danno sia a se stesso che al suo prossimo, dato che segue pressioni malvagie.
Nell’uomo malvagio vi è discordia tra le azioni che deve compiere e quelle che compie, mentre l’uomo dabbene compie effettivamente quello che deve compiere: la ragione sceglie sempre quello che è meglio per sé, e l’uomo dabbene dà retta alla ragione.
Per quanto riguarda l’uomo eccellente, è vero che egli compie molte cose per gli amici e per la patria, anche se dovesse morire per loro: sacrificherà ricchezze, onori e in generale i beni che sono oggetto di contesa, riservando per sé il bell’agire.
Infatti sceglierà di provare un piacere sublime per poco tempo piuttosto che un piacere debole per molto tempo, e di vivere un anno solo in modo bello, piuttosto che molti anni così come capita.

Necessità e gratuità dell’amicizia
L’amicizia è più necessaria nelle sventure, per la ragione che in quei casi si ha bisogno di persone utili, e più bella nella buona sorte, per il motivo che in quel caso si cercano le persone migliori, perché è preferibile fare del bene a costoro e passare il tempo con essi.

da Aristotele, Etica eudemia
Non c’è amicizia solida senza fiducia, e non c’è fiducia senza tempo. Bisogna infatti sottometterla alla prova del tempo, come dice anche Teognide: “Non puoi conoscere lo spirito di un uomo né di una donna, prima di averlo sperimentato come il bue al giogo”.

da Cicerone, Laelius de amicitia (I sec. a. C.)
1. E non parlo qui dell’amicizia volgare e ordinaria, che pure ha il suo fascino e i suoi vantaggi; parlo della vera e perfetta amicizia, quale fu quella di pochi ancor oggi famosi. […]
2. Perché chi ha davanti agli occhi un vero amico ha davanti a sé come la sua propria immagine ideale [exemplar]. Perciò gli assenti diventano presenti, i poveri ricchi, i deboli forti e, quel che è più difficile a dirsi, i morti vivono; così tanta stima, ricordi, rimpianti ispirano ai loro amici. Così gli uni sembrano avere trovato la gioia nella morte e gli altri in una vita degna di encomi.

SULL’AMICIZIA di Epitteto (filosofo stoico I-II sec. d. C.)
Da Le diatribe e frammenti ed. Laterza
Ciò che si prende a cuore, è giusto che si ami. Forse gli uomini prendono a cuore le cose cattive? No davvero. Ma forse ciò che non li riguarda affatto? Neppure questo. Rimane, dunque, che solo le cose buone prendono a cuore: e se le prendono a cuore, le amano. Perciò, chi è esperto nelle cose buone, saprà anche amarle: chi, invece, non è in grado di discernere le buone dalle cattive, e quelle che non sono né buone né cattive dalle altre due, come potrebbe ancora amarle costui?
Di conseguenza, il saggio solamente può amare.
Ma come? – si dice. lo, pur essendo stolto, amo tuttavia il mio piccino.
– Mi meraviglio davvero, per gli dèi, come tu riconosca, così, su due piedi, di essere stolto. Che ti manca?
Non usi delle sensazioni, non discerni le rappresentazioni, non dai al corpo i cibi che gli si addicono, non le vesti, non la casa? Come puoi dunque ammettere di essere stolto? Perché spesso, per Zeus, sei tratto fuori di te dalle tue rappresentazioni, e ne sei sconvolto e ti vincono coi loro motivi persuasivi: e talora queste cose le supponi buone, poi, le stesse, cattive, e più tardi, né buone né cattive – e insomma sei preda del dolore, del timore, dell’invidia, del turbamento, dell’incostanza – per ciò ammetti di essere stolto. E nell’amicizia non sei incostante? Ricchezza, piacere, in una parola, gli stessi oggetti esterni talora li ritieni buoni, talora cattivi: e
le stesse persone non le ritieni talora buone, talora cattive? e non le tratti talora da amico, talora da nemico? e non le approvi talora, talora le biasimi?
– Certo: sono questi i sentimenti che provo.
– E poi? chi è rimasto ingannato nei confronti d’un uomo, pensi possa essergli amico?
– No davvero.
-E chi è volubile nella scelta dell’amico, pensi gli sia affettuoso?
– Neppure costui.
– E chi adesso lo ingiuria e più tardi lo guarda con ammirazione?
– Neppure costui.
– Ebbene: non hai visto mai dei cuccioletti che scodinzolano e scherzano fra loro, di fronte ai quali hai esclamato: « non c’è niente di più amoroso »? Ma per capire che cosa sia l’amicizia, getta fra loro un pezzo di carne lo saprai. Getta pure tra te e il tuo figliolo un campicello e saprai come il tuo figliolo vorrà subito sotterrarti e come tu pregherai per la morte del tuo caro figlio. E poi dirai:
«che ragazzo ho allevato! già da un pezzo vuol farmi i funerali ». Getta una fanciulletta tutta elegante e amala, tu, il vecchio, e l’altro, il giovane, o, se vuoi, una briciola di gloria. Se poi c’è un rischio da correre, dirai le stesse parole del padre di Admeto: tu vuoi veder la luce e il padre, credi, no? Pensi che quello non amasse il suo figliolo quand’era piccino, e non trepidasse quando aveva la febbre, e non disse spesso: «Quant’era meglio che l’avessi io!»? Poi, sopraggiungere della prova, al suo avvicinarsi, vedi che belle frasi si scambiano! Eteocle e Polinice non erano nati Una stessa madre e dallo stesso padre? Non erano cresciuti insieme, non avevano vissuto insieme e insieme dio la stessa tavola, lo stesso letto? Non si erano spesso baciati l’un l’altro? Tanto che, se uno li avesse visti, si -ebbe messo a ridere dei filosofi, io penso, per tutto quel di paradossale dicono sull’amicizia. Ma, ecco, cade in mezzo ad essi, come un pezzo di carne tra i cani, la questione del regno: vedi come parlano:
ETEO. Su, davanti a quale porta ti porrai?
POL. Perché me’l chiedi?
ETEO. Affrontarti voglio e ucciderti.
POL. Ho la stessa brama anch’io
Ecco i loro voti.
Perché, in generale – non vi fate illusioni – ogni vivente e non ha nulla che gli sia caro quanto il proprio interesse: quindi, tutto quello che gli sembra d’ostacolo ad esso – sia fratello o padre o figlio o amato o amante – lo odia, lo ripudia, lo maledice. Perché non c’è niente che egli per natura ami quanto il suo interesse: questo è per lui padre, fratello, parenti, patria, Dio. Per ciò quando ci sembra che gli dèi ci impediscano di raggiungerlo, noi li insultiamo, anche loro, ne buttiamo giù le statue, ne bruciamo i templi, come Alessandro fece incendiare il tempio di Asclepio perché era morto il suo diletto. In conseguenza, se si riesce a far coincidere l’interesse e la pietà, l’onestà, la patria, i genitori, gli amici, allora tutto questo è salvo: ma se da una parte c’è l’interesse, dall’altra gli amici, la patria, i parenti, e il giusto stesso, tutto questo va in malora, soverchiato dall’interesse. Dove sono l’«io» e il “mio” li inclina di necessità il vivente: se nella carne, è essa che domina, se nella persona morale, è essa che domina, se nei beni esterni, sono essi che dominano. Se, dunque, il mio « io » si trova dov’è la persona morale, solo allora io sarò come sì deve, amico, figlio, padre. Ché in tal caso sarà mio interesse custodire la fedeltà, la riservatezza, la pazienza, la temperanza, la solidarietà, e mantenere le mie relazioni sociali. Se, invece, da una parte pongo il mio « io », dall’altra l’onestà, allora acquista forza il detto di Epicuro, secondo il quale l’onestà o non è niente o, se mai, una semplice opinione volgare.
Da tale ignoranza ebbero origine le lagnanze tra Ateniesi e Spartani, tra questi due popoli e i Tebani, tra il Gran Re e l’Ellade, tra questi due e i Macedoni e adesso tra ì Romani e i Geti: così, nei tempi passati, i fatti di Ilio ebbero la stessa origine. Alessandro era ospite di Menelao e se uno li avesse visti trattarsi cosi amichevolmente tra loro, non avrebbe creduto a chi diceva che
non erano amici. Ma una piccola cosa fu gettata in mezzo a loro un’elegante donnína: per essa, ecco la guerra. Così adesso, quando vedi amici o fratelli che paiono avere gli stessi sentimenti, non pronunciarti subito sulla loro amicizia, neppure se giurano e dicono che niente potrà separare l’uno dall’altro. Non è fedele la parte direttrice dell’anima nell’uomo inetto: è instabile, incapace di giudicare, sopraffatta ora da una, ora da un’altra rappresentazione. E non cercare, e come fa il volgo, se questi uomini hanno avuto gli stessi genitori e sono cresciuti insieme, sotto lo stesso pedagogo, ma soltanto dove pongono il loro interesse, se nelle cose esterne o nella persona morale. Se nelle cose esterne non dirli amici, non più che fedeli, sicuri, coraggiosi o liberi – e neppure uomini, se hai senno. Non è un modo di pensare da uomini quel che li spinge a mordersi e a ingiuriarsi tra loro, a occupare i luoghi deserti o le pubbliche piazze, come i banditi le montagne, e a mettere a nudo davanti ai tribunali misfatti da banditi, o ad essere intemperanti, adulteri, corruttori e a commettere quanti altri delitti gli uomini compiono l’uno contro l’altro: tutto ciò trae origine da un unico e solo pensiero dal ritenere cioè se stessi e le proprie cose fra gli oggetti indipendenti dalla scelta morale. Ma se tu senti che questi uomini ripongono veramente il bene là solo dov’è la persona morale, dov’è l’uso retto delle rappresentazioni, non cercar oltre, né se sono figlio e padre né se fratelli né se sono stati lungo tempo insieme e vivono da compagni: ne sai abbastanza per affermare con fiducia che sono amici, come anche fedeli e giusti. Dov’altro si può trovare l’amicizia 30 se non dov’è la fedeltà, la riservatezza, la dedizione a quel che è nobile e a niente di tutto il resto?
« Ma mi ha circondato d’attenzioni per tanto tempo! e non m’amava? » Che ne sai, schiavo, se ti ha circondato di attenzioni, allo stesso modo che lustra le sue scarpe o le bestie? Che ne sai se, diventato una roba inutile, egli non ti scaglierà via, come una tavoletta sfasciata? « Ma è mia moglie e per tanto tempo siamo vissuti insieme! » E per quanto tempo è vissuta Erifile con Anfiarao, madre, per di più, di figli, di molti figli? Poi venne a cadere tra loro una collana. Che cos’è una collana? È il giudizio che si dà di siffatte cose. E fu, essa, la forza selvaggia, fu, essa, la forza distruttrice dell’amicizia, che non permise a una donna d’essere sposa, a una madre, madre. Chi di Voi, dunque, ha sinceramente a cuore o di essere amico di qualcuno, o di guadagnarsi l’amicizia di un altro, distrugga tali giudizi, li odi, li strappi dall’anima sua. Così, in primo luogo, non dovrà rivolgersi biasimi, né opporsi a se stesso, né pentirsi, né tormentarsi: allo stesso modo, poi, si comporterà cogli altri, quanti sono del tutto uguali a lui: con chi è dissimile, invece, sarà tollerante, condiscendente, mite, disposto al perdono, come si fa con un ignorante, con uno che s’è disperso in una materia della massima importanza: non sarà aspro con nessuno, perché conosce bene le parole di Platone: « è contro sua voglia che l’anima viene privata della verità ». In caso contrario, voi agirete in tutto come gli amici e berrete insieme e vivrete sotto lo stesso tetto e navigherete sulla stessa nave e potrete avere anche gli stessi genitori. Perché lo possono anche i serpenti: ma amici non sono i serpenti, né lo sarete voi, finché avete quei giudizi selvaggi e perversi.

da Platone, Liside, 203a1-206e2
Amore e lode
Dall’Accademia mi ero incamminato in direzione del Liceo, lungo la via che passa fuori le mura, al di sotto di queste. Giunto alla porticina presso la fonte di Panope, incontrai Ippotale, figlio di Geronimo, Ctesippo del demo di Peania e altri ragazzi che se ne stavano in gruppo con costoro. Vedendo che mi avvicinavo, Ippotale domandò: «Socrate, da dove vieni, e dove vai?». «Dall’Accademia» risposi «e sono in cammino in direzione del Liceo». «Vieni piuttosto qui, da noi!» fece lui. «Non potresti fare una deviazione? Ne vale la pena». «Dove dici?» chiesi «e da noi, chi?». «Qui» disse, additandomi, davanti alle mura, una recinzione e una porta aperta. «Qui passiamo il tempo» fece lui «noi e altri ragazzi, molto numerosi e molto belli». «Ma che cos’è
questo luogo e in che modo passate il tempo?». «è una palestra, da poco edificata» disse. «Passiamo il tempo per lo più in discorsi, a cui ci farebbe piacere che tu partecipassi». «E fate bene» feci io. «Ma chi è che insegna qui?». «Micco» rispose lui «il tuo compagno ed estimatore». «Per Zeus» esclamai «non è davvero uno sciocco! è proprio un bravo sofista». «Vuoi seguici, allora» disse «anche per vedere chi c’è?». «Prima mi piacerebbe sentire a quali condizioni posso entrare e chi è il bello». «A ciascuno di noi sembra che il bello sia uno diverso, Socrate» disse. «E a te chi sembra, Ippotale? Dimmelo». Ma a questa domanda egli arrossì. Al che io dissi: «Ragazzo, Ippotale, figlio di Geronimo, non dirmi più se ami qualcuno oppure no. Ho capito, infatti, che non solo ami, ma sei ben avviato lungo la strada dell’amore. Quanto a me, in tutte le altre faccende sono inetto e incapace, ma ho ricevuto, chissà come, questo dono dal dio, di riconoscere rapidamente se uno ama o se è amato». Udite queste parole, egli arrossì ancora di più.
A questo punto Ctesippo disse: «è cortese da parte tua, Ippotale, arrossire ed esitare a fare a Socrate quel nome. Ma se lui passerà anche poco tempo con te, sentendotelo pronunciare in continuazione ne sarà presto tormentato. Quanto a noi, Socrate, Ippotale ci ha fatto rimbombare le orecchie e ce le ha riempite di “Liside”. Se capita che abbia bevuto un po’, è probabile che, non appena risvegliati dal sonno, crediamo di sentire ancora il nome di Liside. E le cose che racconta nelle conversazioni, pur essendo terribili, non lo sono ancora totalmente, ma quando comincia a sottoporci i suoi testi in poesia e in prosa… Ma la cosa che è ancora più terribile è che egli, per il suo tesoruccio, si mette pure a cantare, con quella sua voce “meravigliosa” che ci tocca sentire e sopportare. E adesso, alla tue domande, arrossisce». «Probabilmente» osservai «Liside è un giovane. Me lo suggerisce il fatto che, udito il suo nome, non l’ho riconosciuto». «Effettivamente» disse «non si riferiscono mai a lui con il suo nome, ma lo chiamano ancora con il nome di suo padre, per via del fatto che questi è molto noto. In realtà io so bene che tu non ignori affatto l’aspetto del ragazzo: che, da solo, basta a farlo riconoscere». «Si dica, dunque» feci io «di chi è figlio!». «è il figlio maggiore di Democrate» disse «del demo di Essone».
«E sia» feci io. «Come è nobile e leggiadro sotto ogni profilo questo amore che hai trovato! Su, recita anche a me le cose che reciti a loro, in modo che io mi renda conto se sai le cose che un innamorato deve dire, del suo tesoro, a lui o agli altri». «Ma tu dài un qualsiasi peso, Socrate, alle cose che costui dice?» si stupì Ippotale. «Come?» domandai «Neghi, dunque, il tuo amore per colui di cui costui parla?». «Io? No» rispose «ma lo amo senza comporre per lui testi in poesia e in prosa». «è impazzito» dichiarò Ctesippo. «Vaneggia e delira». Ma io dissi: «Ippotale, non ho bisogno di ascoltare né ritmi, né melodie, se mai ne hai composte per il giovane, ma di conoscere la tua intenzione, in modo da sapere in che modo ti comporti con il tuo tesoro». «Te lo dirà certamente costui» disse Ippotale. «Deve saperlo e ricordarselo perfettamente, se infatti, come dice, a furia di ascoltarmi, ne viene assordato». «Per gli dei» disse Ctesippo «senz’altro! è davvero roba da ridere, Socrate. Infatti, come potrebbe non essere roba da ridere che uno, che è innamorato e che, più di tutti gli altri, rivolge le sue speciali attenzioni a quel ragazzo, non abbia nulla da dire che non possa dire anche un bambino? Ciò che l’intera città celebra, a proposito di Democrate e di Liside (il nonno del ragazzo) e di tutti i loro antenati, cioè le loro ricchezze, gli allevamenti di cavalli, le vittorie ai giochi pitici, istmici e nemei con quadrighe e cavalli da corsa; ecco egli mette in versi e in prosa tutto questo e, per giunta, anche vicende precedenti l’età di Crono. Recentemente ci narrava, in un poema, dell’ospitalità di Eracle, cioè di come, per via della consanguineità con Eracle, il capostipite della famiglia di Liside, nato egli stesso da Zeus e dalla figlia del fondatore del demo, ospitò Eracle (cose che cantano le vecchie) e altre storie simili a queste, Socrate. Ecco quali canti e racconti costui ci costringe ad ascoltare».
E io, sentito questo, dissi: «Ridicolo Ippotale! Ancor prima di aver vinto, componi e canti un encomio per te stesso?». «Ma Socrate» disse «non è per me stesso che compongo o canto!». «Certo, tu non lo credi» feci io. «In che senso?» chiese. «è a te, soprattutto» affermai «che si rivolgono questi canti. Nel caso, infatti, che tu possa conquistare un ragazzo che è un tale tesoro, sarà per te un ornamento quello che hai raccontato e cantato, un vero encomio, essendo rivolto a un vincitore, dal momento che avresti conquistato un tale tesoro. Nel caso, però, che egli ti sfugga, quanto maggiori saranno stati gli encomi che hai declamato per il tuo amore, tanto più grandi appariranno le cose belle e buone di cui sarai stato privato, e tanto più apparirai ridicolo. Chiunque, amico mio, sia saggio in amore, non loda l’amato prima di averlo conquistato, per paura di quello che potrebbe accadere in futuro. E d’altra parte i belli, nel caso che li si lodi ed esalti, si riempiono di presunzione e di superbia. Non credi?». «Sì» disse. «Ma quanto più sono superbi, tanto più divengono difficili da catturare». «è verosimile, certo». «Ma che genere di cacciatore ti sembra che sia quello che spaventa la preda, mentre le dà la caccia, e la rende difficile da catturare?». «è evidente che sarebbe un incapace». «Ed è certamente segno di grande inettitudine non riuscire, con parole e canti, ad ammansire la preda, ma solo a renderla più selvatica». «Mi sembra di sì». «Bada, allora, Ippotale, di non renderti reo di tutto questo per via della tua poesia. Per di più penso che tu voglia riconoscere che un uomo che danneggi se stesso con la sua poesia non sarà mai un buon poeta, dal momento che sarebbe di danno a se stesso». «No davvero, per Zeus» disse. «Sarebbe proprio una grande incongruenza. Ma proprio per questo, Socrate, voglio confrontarmi con te. Anzi, se puoi dirmi un’altra cosa, consigliami con che genere di discorso si deve dialogare oppure che cosa si deve fare per divenire graditi al proprio tesoro». «Non è facile a dirsi» feci io. «Ma se tu volessi fare in modo che Liside venga a discorrere con me, io potrei, forse, mostrarti di quali cose bisogna dialogare con lui, invece che di quelle di cui costoro dicono che tu narri e canti». «Ma non è affatto difficile» disse. «Se, infatti, entri nella palestra con costui, Ctesippo, e, dopo esserti seduto, continui a dialogare, credo che proprio lui, Liside, ti si avvicinerà (gli piace decisamente ascoltare, Socrate, e, per di più, dal momento che si celebrano le feste di Ermes, nello stesso luogo si possono mescolare i ragazzi più piccoli e i più grandi), perciò ti si avvicinerà. Se no, è comunque in confidenza con Ctesippo, per via di Menesseno, cugino di costui (succede, infatti, che, più che a tutti, sia intimo a Menesseno). Lo chiamerà lui, allora, nel caso che non si avvicinasse per conto suo». «Ecco che cosa bisogna fare» feci io e insieme a Ctesippo mi diressi verso la palestra. Gli altri ci seguirono.

da Platone, Liside, 207d5-211a1
Amicizia e saggezza
Feci, allora questa domanda a Liside: «Dimmi, Liside, ti sono molto amici tuo padre e tua madre?». «Senz’altro» rispose. «Essi, dunque, vorrebbero che tu fossi quanto più felice è possibile?». «Come no!» disse. «Ma ti sembra che sia felice un uomo, se è uno schiavo e se non gli è permesso di fare niente di quello che desidera». «Ma no, per Zeus, non mi sembra affatto». «Se dunque tuo padre e tua madre ti sono molto amici e desiderano che tu diventi felice è evidente che si preoccupano in ogni modo che tu possa esserlo». «Come no!» disse. «Forse che allora ti lasciano fare quello che vuoi e non ti castigano, né ti proibiscono di fare ciò che desideri?». «Al contrario, per Zeus, Socrate, mi proibiscono tantissime cose». «Ma che dici?» feci io. «Vogliono che tu sia contento, ma ti proibiscono di fare quello che vuoi? Dimmi una cosa. Se tu, in occasione di una competizione, desiderassi montare su uno dei carri di tuo padre per prenderne le redini, forse non te lo lascerebbero fare, ma te lo proibirebbero?» «Per Zeus» disse «certo che non mi lascerebbero!» «E a chi, invece, lo permetterebbero?» «C’è un cocchiere che percepisce un salario da mio padre». «Che dici? A un salariato, piuttosto che a te, permettono di
fare ciò che vuole con i cavalli, e per giunta lo compensano, per questo, con denaro?». «E allora?» disse. «Ma la coppia di muli penso che ti permetterebbero di condurla e, se anche volessi colpirli con la frusta, che te lo lascerebbero fare». «E in quali circostanze potrebbero mai lasciarmelo fare» disse.«E che?» feci io. «Non è permesso a nessuno frustarli?». «Certo che sì» disse. «Al mulattiere».«Che è schiavo o libero?».«Schiavo» rispose. «E uno schiavo, a quanto sembra, lo tengono in maggior considerazione di te, loro figlio, e affidano le loro cose a lui, piuttosto che a te, e gli lasciano fare quello che vuole, mentre a te lo proibiscono? E dimmi ancora una cosa. Ti lasciano dirigere te stesso o non ti concedono neppure questo?». «E come fanno a concedermelo?» disse. «Ma chi ti dirige?». «Costui» rispose «il pedagogo». «Non è forse uno schiavo?».«E allora? è nostro» disse. «Ma è davvero curioso» osservai «che chi è libero venga diretto da uno schiavo. E che fa, dunque, questo pedagogo per dirigerti?». «Mi porta dal maestro, ovviamente». «E anche costoro ti dirigono, i maestri?». «Assolutamente sì». «Tuo padre ti ha dunque voluto importi un gran numero di padroni e di guide. Ma almeno, quando ritorni a casa da tua madre, lei sì, mentre tesse, ti lascia fare qualunque cosa tu voglia, pur di farti contento, sia con la lana, sia con il telaio. Non ti proibisce di certo di toccare la spatola o la spola o un altro qualsiasi degli strumenti della tessitura». Ed egli, ridendo, disse: «Per Zeus, Socrate, non solo me lo proibisce, ma le buscherei se li toccassi!». «Per Eracle» feci io. «Hai forse commesso qualche torto verso tuo padre e tua madre?». «Per Zeus, io no!» fece. «Ma per quale bizzarra ragione ti proibiscono in questo modo di essere felice e di fare ciò che vuoi e ti allevano per tutta la giornata facendoti sempre fare lo schiavo di qualcuno e, insomma, lasciandoti fare ben poco di quello che desideri? E così a te, a quanto sembra, non è di nessuna utilità la tua ricchezza, che è tanta, giacché tutti ne dispongono più di te; e neppure il tuo corpo, che è così nobile, poiché anch’esso è un altro che lo dirige e lo cura; mentre tu, Liside, non dirigi nessuno e non fai niente di ciò che desideri». «Il fatto è che non ho ancora l’età, Socrate» disse. «Non è questo, o figlio di Democrate, a esserti d’impedimento, dal momento che almeno una cosa, io penso, sia tuo padre, sia tua madre te la concedono e non attendono che tu abbia l’età: tutte le volte che vogliono che qualcuno legga o scriva per loro, sei tu, io penso, fra coloro che sono in casa, quello a cui essi per primo affidano questo compito. O no?». «Assolutamente sì» disse. «Quando fai questo, dunque, ti è permesso di scrivere per prima la lettera che vuoi, e così per la seconda; e ti è permesso di leggere nello stesso modo. E tutte le volte che prendi la lira, io penso, né tuo padre, né tua madre, ti proibiscono di tendere e di rilasciare la corda che vuoi e di pizzicarla e di suonarla col plettro. O te lo proibiscono?». «Nient’affatto». «Quale sarebbe, dunque, Liside, la causa per cui in queste cose non ti impongono divieti, mentre in quelle di cui parlavamo prima lo fanno?». «Perché, penso, queste cose le so, le altre no». «E sia! ottimo amico» dissi io. «Non è l’età che tuo padre attende per affidarti tutto, ma il giorno in cui egli giudicherà che tu te ne intenda più di lui, allora ti affiderà se stesso e le sue cose». «Lo penso anch’io» disse. «E sia!» feci. «E per il tuo vicino non varrà la stessa regola che vale per tuo padre? Quando dovesse giudicare che te ne intendi più di lui in amministrazione domestica, pensi che ti affiderebbe la sua casa da amministrare o che continuerebbe a sovrintendervi in prima persona?». «Penso che me l’affiderebbe». «E non pensi che gli Ateniesi ti affiderebbero le loro cose qualora si accorgessero che te ne intendi a sufficienza?». «Penso di sì». «Per Zeus» dissi io «e il Gran Re? Affiderebbe al figlio maggiore, a cui tocca il governo dell’Asia, il compito di mettere nel brodo, durante la cottura della carne, qualunque cosa egli voglia aggiungervi oppure affiderebbe tale compito a noi, se, giunti presso di lui, gli dimostrassimo che, più di suo figlio, ci intendiamo della preparazione delle vettovaglie?». «è evidente che l’affiderebbe a noi» disse».«E a lui non lascerebbe aggiungere neppure un pizzico di sale, mentre a noi, anche se abbondassimo, lo lascerebbe fare». «Come no!». «E se suo figlio avesse male agli occhi, lascerebbe che se li toccasse, sapendo che non è un medico, oppure glielo proibirebbe?». «Glielo proibirebbe». «Ma se indovinasse che siamo medici, perfino se noi, dopo avergli aperto gli occhi, volessimo cospargerli di cenere, penso che non ce lo impedirebbe, se giudica che ce ne
intendiamo per davvero». «Dici il vero». «Forse che non affiderebbe a noi, piuttosto che a se stesso e a suo figlio, tutte quelle cose in cui apparissimo più esperti di lui?». «è necessario, Socrate» disse. «è così, caro Liside» dissi. «Nelle cose nelle quali siamo competenti tutti si fideranno di noi, greci e barbari, uomini e donne, e in queste faremo ciò che vorremo senza che nessuno ce lo voglia impedire, ma in esse saremo noi ad essere liberi e guide per gli altri, e queste cose saranno nostre perché ne avremo raccolto i frutti; mentre riguardo alle cose di cui non avremo acquisito l’intendimento, nessuno ci permetterà di fare quello che ci pare, ma tutti ce lo impediranno il più possibile, non solo gli estranei, ma anche il padre, la madre, e perfino chi è più familiare di costoro; in esse saremo noi ad essere soggetti ad altri ed esse ci saranno estranee perché non ne avremo raccolto i frutti. Sei d’accordo che le cose stanno così?». «Sono d’accordo».«Saremo dunque amici di qualcuno e questi ci sarà amico nelle cose nelle quali siamo inutili?». «Certo che no» disse. «Ora, dunque, tuo padre non ti è amico, come nessun altro è amico di altri, nella misura in cui sei inutile». «Sembra di no» disse. «Qualora tu diventi saggio, ragazzo, tutti ti saranno amici e tutti familiari [oikèioi], perché sarai utile e buono; se no, né alcun altro, né tuo padre, né tua madre, né chi ti è familiare ti sarà amico. Come è possibile, Liside, che uno si intenda un gran che di cose delle quali non si intende affatto? «E come potrebbe?». «Se, dunque, hai bisogno di un maestro, non te ne intendi ancora». «Vero». «Né, dunque, puoi avere grandi intendimenti, se sei uno che non se ne intende».«Per Zeus, Socrate» disse «mi sembra di no».
Dopo averlo ascoltato, lanciai uno sguardo a Ippotale e per poco non feci un errore, poiché mi venne in mente di dire: «Ippotale, è così che bisogna dialogare con i bei ragazzi, rendendoli umili e piccoli, e non come fai tu che li rendi superbi ed effeminati». Ma dal momento che vidi che era agitato e turbato per le cose dette, mi ricordai che voleva che Liside non si accorgesse che lui era presente. Perciò mi trattenni e tralasciai il ragionamento.

da Platone, Liside, 211a1-213d5
Amicizia e reciprocità
a) «Rispondimi, Menesseno, a quello che ti chiederò. Fin da ragazzo mi succede di desiderare il possesso di qualcosa, come altri desiderano il possesso di qualcos’altro. Chi, infatti, desidera possedere cavalli, chi cani, chi oro, chi onori. Per parte mia provo indifferenza verso queste cose, mentre sono assolutamente desideroso del possesso di amici e vorrei avere un buon amico piuttosto che la migliore quaglia o il miglior gallo del mondo e, sì, per Zeus, lo preferirei a un cavallo e a un cane (e penso, per il cane!, che piuttosto che possedere l’oro di Dario, anzi, piuttosto che lo stesso Dario, preferirei di gran lunga un compagno) tanto io sono uno a cui sono cari i compagni.
b) Vedendo voi, dunque, te e Liside, sono colpito e mi congratulo con voi due che, pur essendo tanto giovani, siete stati in grado di procurarvi presto e facilmente questo possesso: tu hai trovato in costui, presto e bene, un tale amico e costui, a sua volta, ha trovato te; mentre io sono così lontano da questo possesso, che non so neppure in quale modo mai uno divenga amico di un altro. Ma questo voglio che lo dica tu, che ne sei esperto.
c) E dimmi: nel caso che uno provi amicizia per un altro chi dei due diviene amico di chi, chi prova amicizia per colui per il quale la prova o viceversa? O non c’è alcuna differenza?».
d) «Mi pare che non ci sia alcuna differenza» disse. «Che intendi dire?» domandai. «Ciascuno dei due, dunque, diviene amico dell’altro, nel caso in cui uno solo provi amicizia per l’altro?». «Mi sembra di sì» disse.
e) «Davvero? Non è forse possibile, provando amicizia, non essere ricambiati da colui per cui la si prova?». «è possibile». «Ebbene? Non è forse possibile, provando amicizia, venire odiati? Sembra che talvolta gli innamorati subiscano un trattamento del genere dai loro amasii. Pur provando la più grande amicizia, infatti, gli uni pensano di non essere ricambiati, gli altri perfino di essere odiati. O non ti sembra vero questo?». «Senz’altro vero «disse.
f) «Dunque in una simile circostanza» chiesi io «l’uno prova amicizia, mentre per l’altro la si prova?». «Sì». «Chi dei due, allora, è amico di chi? Chi prova amicizia di colui per cui la prova, sia che venga ricambiato, sia che venga odiato, o viceversa? O nessuno dei due, in una circostanza simile, è amico dell’altro, nel caso in cui non tutti e due provino amicizia l’uno per l’altro?». «Sembra che le cose stiano appunto così». «Mi sembra quindi ora che le cose stiano diversamente rispetto a quel che sembrava prima. Allora pareva, infatti, che se uno solo provava amicizia, entrambi fossero amici; ora, invece, risulta che, se entrambi non provano amicizia l’uno per l’altro, nessuno dei due sia amico». «Ho paura di sì» disse. «Non è, quindi, amico di qualcosa di amichevole alcunché che non ricambi l’amicizia». «Pare di no».
g) «Neppure, pertanto, sono amici dei cavalli coloro la cui amicizia non sia ricambiata dai cavalli, né vi sono amici delle quaglie, dei cani, del vino, della ginnastica, della saggezza, se, per esempio, la saggezza non li ricambia. Oppure ciascuno prova amicizia per queste cose, senza, però, che queste gli siano amiche e s’inganna il poeta che dice “beato colui a cui sono amici i fanciulli, i cavalli dall’unica unghia, i cani da caccia e l’ospite straniero”?». «Non mi sembra proprio» fece lui. «Ti sembra che dica piuttosto una cosa vera?». «Sì». «Perciò colui per il quale uno prova amicizia è amico di colui che la prova, Menesseno, come appare, sia che provi a sua volta amicizia, sia che addirittura odi. Allo stesso modo anche i bambini da poco nati, gli uni non provano amicizia, gli altri addirittura odiano, tutte le volte che sono puniti dalla madre o dal padre, e tuttavia, pur odiandoli, nello stesso momento sono, tra le tutte le cose, le più care per i loro genitori». «Mi pare che le cose stiano proprio in questi termini» disse. «Dunque, in base a questo ragionamento, non chi prova amicizia è amico, ma colui per il quale la si prova». «Sembra».
h) «Allora sarà nemico chi è odiato, non chi odia». «Pare». «Dunque, se è amico non chi prova amicizia, ma colui per il quale la si prova, a provare amicizia per molti sono i nemici, molti sono odiati dagli amici, e sono amici dei nemici e nemici degli amici. Eppure è una grande incongruenza, caro amico, anzi penso che sia perfino impossibile essere nemico dell’amico e amico del nemico». «Pare che tu dica il vero, Socrate» riconobbe. «Se, dunque, questo è impossibile, ciò che prova amicizia sarà amico di ciò per cui la prova». «Sembra». «Ciò che odia, a sua volta, sarà nemico di ciò che viene odiato». «è necessario». «Succederà, dunque, che sia necessario accordarci sulle cose che abbiamo detto prima, cioè che spesso si è amici di chi non ci è amico, spesso addirittura di un nemico, nel caso che si provi amicizia per una cosa che non la prova per noi o che addirittura ci odi; spesso si è nemici di chi non ci è nemico, addirittura di un amico, nel caso che si odi una cosa che non ci odia o che addirittura prova amicizia per noi». «Ho paura di sì» disse.
i) «A che cosa mai faremo ricorso, allora, se non saranno amici né coloro che provano amicizia, né coloro per i quali la si prova, né coloro che si trovano in entrambe queste condizioni? Ma oltre a questi diremo che sono altri ancora coloro che divengono amici gli uni
degli altri?». «No, per Zeus, Socrate «disse «non trovo alcuna via d’uscita». «Forse che, Menesseno» feci io «non ricercavamo affatto correttamente?». «Mi pare proprio di no, Socrate» disse Liside e, dette queste cose, subito arrossì. Mi pareva, infatti, che quanto aveva detto gli fosse sfuggito involontariamente, dal momento che prestava la massima attenzione a quanto si diceva ed era evidente che si era comportato così anche mentre ascoltava.

da Platone, Liside, 213d6- 215c2
Amicizia e somiglianza
a) Io, dunque, che volevo che Menesseno si riposasse e che ero compiaciuto dell’atteggiamento di Liside verso la filosofia, rivolgendomi a lui feci i discorsi seguenti.
b) Dissi: «O Liside, mi sembra che tu dica il vero: se avessimo svolto in modo corretto la nostra indagine, non saremmo andati fuori strada in questa maniera. Ma non andiamo avanti per questa strada. L’indagine, infatti, mi pare assumere l’aspetto di un percorso difficile.
c) Piuttosto mi sembra che dobbiamo percorrere la via su cui ci eravamo già incamminati, indagando sulle orme dei poeti, che sono per noi come padri della sapienza e guide. Davvero non pare che essi dicano sciocchezze riguardo a coloro che si trovano a essere amici, anzi dicono che il dio stesso li rende amici gli uni agli altri, avvicinandoli reciprocamente. E dicono più o meno come segue: “Sempre un dio porta il simile verso il simile” e glielo fa conoscere.
d) Non hai mai incontrato questo verso?». «Sì». rispose. «Avrai dunque incontrato anche gli scritti dei maggiori sapienti che dicono queste stesse cose, cioè che è necessario che il simile sia amico del simile? Si tratta di coloro che dibattono e scrivono intorno alla natura e al tutto». «Dici il vero» disse. «E dunque?» feci «Dicono bene?». «Forse» disse.
e) «Forse» feci io «dicono bene per metà, o forse anche per intero, però in questo caso noi non li comprendiamo. A noi sembra, infatti, che se non altro il cattivo, quanto più si avvicina a un altro cattivo e quanto più lo frequenta, tanto più gli divenga nemico. Infatti il cattivo commette ingiustizia ed è impossibile che chi commette ingiustizia e chi la subisce siano amici. O no?». «Sì, certo» fece. «Da questo punto di vista, dunque, la metà di quanto dicono non sarebbe vero, se è pur vero che i cattivi sono simili gli uni agli altri». «Effettivamente».
f) «Ma mi sembra che dicano che i buoni sono simili e amici gli uni degli altri, mentre i cattivi, secondo il detto che li riguarda, non sono mai simili né identici neppure a se stessi, ma sono incostanti e privi di misura; ora, qualunque cosa sia, per se stessa, dissimile e differente da se stessa difficilmente potrebbe diventare simile o amica a un’altra. O non sembra così anche a te?». «Sì, mi sembra» rispose.
g) «A questo, amico mio, secondo il mio parere, alludono enigmaticamente coloro che dicono che ciò che è simile è amico di ciò che è simile: cioè al fatto che solo il buono è amico del solo buono, mentre il cattivo non riesce a essere amico né del buono, né del cattivo. Sembra anche a te?». Annuì.
h) «A questo punto sappiamo chi sono gli amici: il discorso infatti ci indica che tali sono i buoni». «Sembra proprio» disse. «Anche a me» feci.
i) «Eppure a questo punto ho qualche difficoltà: su, dunque, per Zeus, vediamo quale sia il mio sospetto. Il simile è amico del simile in quanto è simile, ma, in quanto tale, è anche utile all’altro simile, in quanto tale? Meglio ancora: quale vantaggio o quale danno qualunque simile potrebbe arrecare a qualunque altro simile che questi non potrebbe, da se stesso, arrecare a se stesso? O che cosa potrebbe subire che questi non potrebbe subire da se stesso? Come, dunque, potrebbero amarsi reciprocamente cose tali se non si offrono alcun soccorso reciproco? È possibile?». «No, non è possibile». «Ma ciò che non è amato, può essere amico?». «In nessun modo». «Ma, se così fosse, il simile non sarebbe amico del simile.
j) O forse il buono sarebbe amico del buono in quanto buono, non in quanto simile?». «Forse». «Ah, sì? Forse che il buono, in quanto buono, non sarebbe, in quanto tale, sufficiente a se stesso?». «Sì». «Ed è sufficiente a se stesso in quanto non ha bisogno di nulla a causa della sua autosufficienza». «E come se no?». «Ma chi che non ha bisogno di nulla neppure potrebbe amare qualcosa». «Certamente no». «E a chi non ama nessuno neppure prova amicizia per qualcuno». «No, certo». «E a chi non prova amicizia per nessuno neppure può essere amico di qualcuno». «Sembra di no». «E come potranno i buoni, in questa prospettiva, essere fin dal principio amici degli altri buoni, se sono tali che gli uni non sono desiderosi degli altri, in loro assenza, dal momento che sono sufficienti a se stessi anche separati, né, in loro presenza, ne hanno bisogno? Quale artificio potrebbe far sì che tali uomini si tenessero in reciproca considerazione?». «Nessuno». «Ma non tenendosi in reciproca considerazione non potrebbero essere amici gli uni degli altri». «In effetti».

da Platone, Liside, 215c3-216b9
Amicizia e contrarietà
a) «Bada, Liside, come usciamo di strada. Non ci inganniamo del tutto?». «E come?» disse.
b) «Una volta, ora me ne ricordo, sentii qualcuno dire che ciò che è simile sarebbe nemicissimo del simile e gli uomini buoni nemicissimi dei buoni; e adduceva Esiodo a testimone, dicendo che “il vasaio odia il vasaio, l’aedo l’aedo, il mendico il mendico” e diceva che era così in tutti gli altri casi, cioè che era necessario che le cose più simili fossero piene di invidia, di desiderio di rivalsa e di odio reciproci, mentre le più dissimili di amorevolezza. è necessario, infatti, diceva, che il povero sia amico del ricco, il debole del forte, il malato del medico per riceverne soccorso; chiunque non sa ama chi sa e prova amicizia per lui.
c) E continuava il discorso in modo ancor più altisonante dicendo che il simile è ben lungi dall’essere amico del simile, ma sarebbe vero proprio il contrario. Ciò che è contrario in sommo grado sarebbe soprattutto amico di ciò che è contrario in sommo grado. Ciascuno, infatti, desidera una cosa del genere e non il simile: il secco, infatti, desidera l’umido, il freddo il caldo, l’amaro il dolce, l’acuto l’ottuso; il vuoto il riempimento e il pieno lo svuotamento, e così tutte le cose secondo il medesimo ragionamento. Il contrario è infatti nutrimento per il contrario, mentre il simile non trarrebbe vantaggio dal simile. E davvero, amico mio, quel tizio sembrava acuto nel dire queste cose. Parlava bene. E a voi – dissi – come sembra che parlasse?». «Bene, senz’altro» disse Menesseno «almeno a sentirlo parlare in questo modo». «Diciamo dunque che il contrario è amico in sommo grado del contrario?». «Certo». «E sia» dissi io.
d) «Ma non è straordinario, Menesseno? Non ci salteranno subito addosso contenti questi uomini che si intendono di tutto, gli antilogici, e non ci chiederanno se l’inimicizia non sia contraria in sommo grado all’amicizia? Che cosa risponderemo loro? O non è forse necessario
riconoscere che dicono la verità?». «è necessario». «Dunque, diranno, “ciò che è nemico è amico di ciò che è amico” o “ciò che è amico è amico di ciò che è nemico”?». «Nessuna delle due cose» disse. «Ma ciò che è giusto è amico dell’ingiusto o ciò che è temperante dell’intemperante o ciò che è buono del cattivo?». «Non mi sembra che sia così». «Ma tuttavia» dissi io «se qualcosa è comunque amico di qualcos’altro a causa della reciproca contrarietà è necessario che anche queste cose siano amiche». «è necessario». «Né dunque il simile è amico del simile, né il contrario del contrario». «Sembra di no».

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Autore:

Ho studiato filosofia presso l'Università degli Studi di Roma “La Sapienza” e mi sono laureato nell'aprile del 1990, relatore il prof. Gabriele Giannantoni, con una tesi in storia della filosofia antica intitolata "Vivere significa morire: analisi di alcuni frammenti eraclitei". Sono socio della SFI - Società Filosofica Italiana di cui curo il sito web. Da alcuni anni mi interesso di Pratiche Filosofiche e Consulenza Filosofica, collaborando con riviste scientifiche del settore, sulle quali ho all'attivo decine di pubblicazioni. Dal 2004 svolgo la professione di Consulente Filosofico e ho promosso una serie di iniziative filosofiche (Caffè Philo, Dialogo Socratico, Seminari di gruppo) aperte al pubblico. Nel giugno del 2005 ho partecipato come relatore al convegno "Pratiche filosofiche e cura di sé" presso l'Università di Venezia "Cà Foscari". Tra il settembre 2006 e il giugno 2007 ho curato il ciclo di seminari "La filosofia come arte di vivere" presso la Biblioteca Comunale di Rieti "Paroniana" con il beneplacito dell'Assessorato alla Cultura del Comune di Rieti. Nell'anno accademico 2006-2007 sono stato docente a contratto per il master in Consulenza Filosofica attivato presso l'Università di Roma3. Attualmente insegno filosofia e storia presso il Liceo "I. Vian" di Bracciano (Liceo Classico sezione X).