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La filosofia come modo di vivere – Percorso nei testi antichi


Aristotele, Protreptico, B44

Non dobbiamo perciò preoccuparci se la filosofia non si dimostra utile o vantaggiosa perché non affermiamo innanzi tutto che sia vantaggiosa, ma piuttosto che è buona, e che la si debba scegliere non per qualcos’altro, ma per se stessa. Infatti come noi andiamo ad Olimpia per lo spettacolo dei giochi in sé, anche senza averne alcun altro vantaggio (perché lo spettacolo vale in sé più di molto denaro), e come non guardiamo le rappresentazioni drammatiche delle feste Dionisie in base al calcolo di ricevere qualcosa dagli attori – anzi siamo proprio noi a pagare – e come valutiamo molti altri spettacoli più di una gran somma di denaro, così anche valuteremo la contemplazione dell’universo più che non tutte quelle cose, che ci si dia molta pena per andare a vedere delle persone che sulla scena si presentano come donne e schiavi, oppure lottano o gareggiano in corse ad Olimpia, e d’altra parte si consideri che non si debba contemplare senza un compenso la natura delle cose e della verità.

Aristotele, Etica nicomachea, X, 8, 1178b 20 sgg.

Ma se si toglie, all’essere che vive, l’agire, e ancor più il produrre, che cosa gli rimane se non la contemplazione? Cosicché l’attività di Dio, che eccelle per beatitudine, sarà contemplativa: e, per conseguenza, l’attività umana che le è più affine sarà quella che produce la più grande felicità. Una prova, poi, è anche il fatto che tutti gli altri animali non partecipano della felicità, perché sono completamente privi di tale tipo di attività. Per gli dèi, infatti, tutta la vita è beata, mentre per gli uomini lo è nella misura in cui compete loro una qualche somiglianza con quel tipo di attività: invece, nessuno degli altri animali è felice, perché non partecipa in alcun modo alla contemplazione. Per conseguenza, quanto si estende la contemplazione, tanto si estende anche la felicità, e a coloro cui appartiene in misura maggiore il contemplare appartiene in misura maggiore anche l’essere felici, non per accidente, ma proprio in virtù della contemplazione, perché essa ha valore per se stessa. Per conseguenza, la felicità sarà una forma di contemplazione.

Democrito, DK 68B31

La medicina infatti, secondo Democrito, è l’arte che cura le malattie del corpo, la filosofia quella che sottrae l’animo al dominio delle passioni.

Diogene Laerzio, Vite dei filosofi, II, 21

Convinto che la speculazione naturalistica non ci riguarda affatto, discuteva di questioni morali nelle officine e nel mercato. Era solito dire che l’oggetto della sua ricerca era: «Ciò che nella casa si fa di male e di bene». Spesso nell’indagine il suo conversare assumeva un tono piuttosto veemente: allora i suoi interlocutori lo colpivano con pugni o gli strappavano i capelli; nella maggior parte dei casi era disprezzato e deriso, ma tutto sopportava con animo rassegnato. A tal punto che una volta, sopportando i calci che aveva ricevuti da un tale, a chi si meravigliava del suo atteggiamento paziente, rispose: «Se mi avesse preso a calci un asino, l’avrei forse condotto in giudizio?» Così tramanda Demetrio.

Diogene Laerzio, Vite dei filosofi, IV, 18

Polemone [filosofo platonico] soleva dire che bisogna esercitarsi nei fatti concreti della vita e non nelle speculazioni dialettiche, per evitare di essere come uno che abbia imparato a memoria un manuale di armonia musicale e non sappia esercitarla, e quindi per evitare di riscuotere ammirazione per l’abilità dialettica e di essere incoerenti con se stessi nel disporre della propria vita.

Diogene Laerzio, Vite dei filosofi, VI, 70-71

Diceva che l’esercizio è duplice, spirituale e fisico. Nella pratica costante dell’esercizio fisico si formano pensieri che rendono più spedita l’attuazione della virtù. L’esercizio fisico si
integra e si compie con l’esercizio spirituale. La buona condizione fisica e la forza sono gli elementi fondamentali per la salute dell’anima e del corpo. Portava delle prove per dimostrare che l’esercizio fisico contribuisce alla conquista della virtù. Egli osservava che sia gli umili artigiani che i grandi artisti avevano acquisito notevole abilità dal costante esercizio della loro arte, e che gli auleti e gli atleti dovevano la loro preminenza ad un assiduo e travaglioso impegno. E se costoro avessero trasferito il loro impegno anche all’anima, avrebbero conseguito risultati utili e concreti. Sosteneva perciò che nulla si può ottenere nella vita senza esercizio, anzi che l’esercizio è l’artefice di ogni successo. Eliminati dunque gli inutili sforzi, l’uomo che sceglie le fatiche richieste dalla natura vive felicemente; l’inintelligenza degli sforzi necessari è la causa dell’umana infelicità. Lo stesso disprezzo del piacere per chi vi sia abituato è cosa dolcissima. E come quelli che sono avvezzi a vivere nei piaceri, mal volentieri passano ad un contrario tenore di vita, così quelli che si sono esercitati in modo contrario, con maggiore disinvoltura, disprezzano gli stessi piaceri. Questi erano i suoi precetti e ad essi conformò la sua vita. Falsificò realmente la moneta corrente, perché egli dava minor peso alle prescrizioni delle leggi che a quelle della natura. Modello della sua vita, egli diceva, fu Eracle che nulla antepose alla libertà.

Diogene Laerzio, Vite dei filosofi, VII, 2-3

[Zenone di Cizio, fondatore dello stoicismo] Salì ad Atene (aveva già l’età di trent’anni) e sedette nella bottega di un libraio. Costui leggeva il secondo libro dei Commentari di Senofonte, e Zenone provò tanta gioia, da domandare dove mai si potessero trovare uomini come Socrate. In quel momento appunto passava Cratete e il libraio glielo additò dicendo: ‘segui quest’uomo’. Da allora divenne discepolo di Cratete: il suo spirito fu estremamente teso alla filosofia.

Epicuro, Lettera a Meneceo, 122

Non si è né troppo giovani né troppo vecchi per la salute dell’anima. A qualsiasi età è bello occuparsi del benessere dell’animo nostro.

Epicuro, Usener 221

È vuoto il discorso di quel filosofo che non riesca a guarire alcuna sofferenza dell’uomo: come non abbiamo alcun bisogno della medicina se essa non riesca ad espellere dal nostro corpo le malattie, così non abbiamo alcuna utilità della filosofia se essa non serva a scacciare le sofferenze dell’anima.

Epitteto, Diatribe, I, 4, 1-32

Il progresso spirituale non consiste nello spiegare meglio Crisippo, ma nel trasformare la propria libertà.

Epitteto, Diatribe, I, 15, 2

L’arte di vivere [la filosofia] ha come materia la vita di ciascuno.

Epitteto, Diatribe, III, 13, 6

Anche noi dobbiamo conversare con noi stessi, saper fare a meno degli altri, non trovarci nell’imbarazzo circa il modo di occupare la nostra vita; dobbiamo riflettere sul governo divino, sui nostri rapporti con il resto del mondo, considerare qual è stato sinora il nostro atteggiamento riguardo agli eventi, quale esso è adesso, quali sono le cose che ci affliggono, e come anche potremo porvi rimedio, come potremo estirparle.

Epitteto, Diatribe, II, 11, 1

Il punto d’inizio della filosofia è la coscienza della propria debolezza.

Epitteto, Diatribe, III, 22, 20

D’ora in poi, la materia su cui devo lavorare è il pensiero (diànoia) proprio come quella del falegname è il legno, quella del calzolaio il cuoio.

Epitteto, Manuale, 46

Non definirti in nessuna occasione filosofo e in generale non parlare tra gente comune di principi filosofici, ma fai quello che discende da questi principi: per esempio, a banchetto non dire come si deve mangiare, ma mangia come si deve. Ricorda, infatti, che Socrate aveva a tal punto eliminato l’ostentazione da ogni suo atteggiamento che c’era chi addirittura lo avvicinava per domandargli di essere introdotto presso altri filosofi, e Socrate lo accompagnava da loro. Tanto accettava il fatto di non essere considerato! E se, quando ti trovi tra gente comune, il discorso cade su un principio filosofico, per lo più osserva il silenzio: è troppo alto il rischio che tu rigetti immediatamente quello che non hai ancora digerito. E quando qualcuno ti dice che non sai nulla, se non ti senti punto sul vivo, allora sappi che la tua opera di filosofo è iniziata. Le pecore non portano il foraggio ai pastori per mostrare quanto hanno mangiato, ma lana e latte sono il prodotto esterno della pastura che hanno assimilato internamente: e tu alla gente comune non sciorinare i principi filosofici, ma esponi i risultati che derivano dalla loro digestione.

Epitteto, Manuale, 49

Quando uno si vanta di poter comprendere e interpretare i libri di Crisippo, dì a te stesso: «Se Crisippo non avesse scritto in modo oscuro, costui non avrebbe nulla di cui vantarsi». Che cosa voglio, io? Conoscere la natura e seguirla. Per questo cerco un interprete che me la spieghi: sentendo fare il nome di Crisippo, ricorro a lui. Ma non capisco i suoi scritti: allora cerco chi me li spieghi. Fin qui non c’è ancora nulla di cui vantarsi. Poi, però, trovato l’interprete, tocca a me applicare l’insegnamento che ne ho tratto: ed è proprio questa, solo questa, la cosa di cui vantarsi. Se invece ammiro il semplice atto dell’interpretare, che altro ho concluso, se non di fare il grammatico in luogo del filosofo? Con la sola differenza che mi dedico all’esegesi di Crisippo invece che di Omero. Piuttosto, ogni volta che uno mi dice: «leggimi Crisippo», dovrei arrossire, quando non riesco a mostrare azioni simili e conformi alle parole.

Epitteto, Manuale, 52

In filosofia il settore primo e il più necessario è l’applicazione dei principi; per esempio: non mentire. Il secondo sono le dimostrazioni; per esempio: perché non si deve mentire? Il terzo costituisce la conferma e la distinzione dei primi due: da dove deriva che questa sia una dimostrazione?, che cos’è una dimostrazione?, cos’è una conseguenza logica, una contraddizione?, e la verità, e il falso? Il terzo settore, quindi, è necessario per il secondo, e il secondo per il primo; ma il più necessario, quello su cui dobbiamo soffermarci, rimane il primo. Invece noi facciamo il contrario: indugiamo sul terzo e tutto il nostro impegno ruota intorno a quello; mentre del primo ci disinteressiamo totalmente. Per questo da un lato pratichiamo la menzogna, dall’altro teniamo sottomano la dimostrazione che non si deve mentire.

Platone, Apologia, 21b-e

Vedete ora per quale ragione vi racconto questo: voglio farvi conoscere da dove è nata la calunnia contro di me. Udita la risposta dell’oracolo, riflettei in questo modo: “Che cosa mai vuole dire il dio? che cosa nasconde sotto l’enigma? Perché io, per me, non ho proprio coscienza di esser sapiente, né poco né molto. Che cosa, dunque, vuol dire il dio quando dice che io sono il più sapiente degli uomini? Di certo egli non mente; poiché non può mentire”. – E per lungo tempo rimasi in questa incertezza, che cosa mai il dio voleva dire. Finalmente, sebbene assai contro voglia, mi misi a farne ricerca, in questo modo. Andai da uno di quelli che hanno fama di essere sapienti; pensando che solamente così avrei potuto
smentire l’oracolo e rispondere al vaticinio: “Ecco, questo qui è più sapiente di me, e tu dicevi che ero io”. – Mentre dunque io stavo esaminando costui, – il nome non c’è bisogno ve lo dica, o Ateniesi; vi basti che era uno dei nostri uomini politici questo tale con cui, esaminandolo e ragionandoci insieme, feci l’esperimento che sto per dirvi; – ebbene, questo brav’uomo mi parve, sì, che avesse l’aria, agli occhi di molti altri e in particolare di se stesso, di essere sapiente, ma in realtà non lo fosse; e allora provai a farglielo capire, che credeva essere sapiente, ma non lo era. E così, da quel momento, non solo venni in odio a costui, ma anche a molti di coloro che erano lì presenti. E, andandomene via, dovetti concludere tra me e me che veramente di codesto uomo ero più sapiente io, in questo senso: che l’uno e l’altro di noi due poteva pur darsi non sapesse niente né di buono, né di bello; ma costui credeva di sapere e non sapeva, io invece, come non sapevo, neanche credevo di sapere; e mi parve insomma che almeno per una piccola cosa io fossi più sapiente di lui, cioè che io, quel che non so, neanche credo di saperlo. E quindi me ne andai da un altro, fra coloro che avevano fama di essere più sapienti di quello; e mi accadde precisamente lo stesso; e anche qui mi tirai addosso l’odio di costui e di molti altri.

Plutarco, I filosofi devono dialogare soprattutto con i potenti, 776c-d

Il discorso filosofico non scolpisce statue immobili, ma tutto ciò che tocca esso vuole rendere attivo, efficace e vivo, ispira degli impulsi motori, dei giudizi generatori di azioni utili, delle scelte a favore del bene…

Seneca, Lettere a Lucilio, 16, 3

La filosofia non è già un’arte atta a procacciarsi il favore del popolo e di cui si possa fare ostentazione: essa non consiste nelle parole, ma nelle azioni. […] La filosofia forma e foggia l’animo, regola la vita, governa le azioni, insegna ciò che si deve fare e ciò che si deve evitare, sta al timone e dirige il corso delle navi in balia delle onde attraverso i pericoli. Senza questa nessuno può vivere libero da timori e tranquillo; a ogni istante accadono innumerevoli fatti, i quali esigono consigli che solo essa può dare.

Seneca, Lettere a Lucilio, 20, 1-2

Se hai la forza e ti ritieni degno di avere un giorno pieno dominio su di te, ne sono contento; sarà per me motivo di gloria se riuscirò a tirarti fuori da questa situazione in cui ondeggi senza speranza di uscirne. Ti prego caldamente, Lucilio mio, scolpisci nel profondo del tuo animo i principî filosofici e constata i tuoi progressi non in base ai discorsi o agli scritti, ma alla fermezza d’animo e al controllo delle passioni: dimostra con i fatti la verità delle parole. Diverso proposito hanno gli oratori che cercano di ottenere il consenso del pubblico, oppure coloro che attirano l’attenzione dei giovani e degli oziosi dissertando con scioltezza su svariati argomenti: la filosofia insegna ad agire, non a parlare, (facere docet philosophia, non dicere) ed esige che si viva secondo le sue leggi, perché la vita non sia in contrasto con le parole, né con se stessa, e tutte le nostre azioni si uniformino a un unico principio. Questo è il compito principale della saggezza, e anche l’indizio più certo: che le azioni concordino con i discorsi, così che l’uomo sia sempre uguale e identico a se stesso. “Chi si comporta così?” Pochi, ma qualcuno c’è. Certo non è facile; io non sostengo che il saggio avanzerà sempre con lo stesso passo, ma per una stessa via.

Autore:

Ho studiato filosofia presso l'Università degli Studi di Roma “La Sapienza” e mi sono laureato nel 1990, relatore il prof. Gabriele Giannantoni, con una tesi in storia della filosofia antica intitolata "Vivere significa morire: analisi di alcuni frammenti eraclitei". Sono socio della SFI - Società Filosofica Italiana di cui curo il sito web. Da alcuni anni mi interesso di Pratiche Filosofiche e Consulenza Filosofica, collaborando con riviste scientifiche del settore, sulle quali ho all'attivo decine di pubblicazioni. Dal 2004 svolgo la professione di Consulente Filosofico e ho promosso una serie di iniziative filosofiche (Caffè Philo, Dialogo Socratico, Seminari di gruppo) aperte al pubblico. Attualmente insegno filosofia e storia presso il Liceo "I. Vian" di Bracciano (Liceo Classico sezione X). Utilizzo la filosofia in pratica sia durante le lezioni ordinarie che in altre "straordinarie" occasioni (passeggiate filosofiche nel bosco, dialoghi socratici a tema, ecc.). A scuola provo a tener aperto uno "sportello" di consulenza filosofica rivolto ai grandi ed ai meno grandi.

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