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La filosofia di Parmenide in pillole


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Parmenide è il padre del pensiero occidentale, filosofico e scientifico. Il poema di Parmenide è una pietra miliare nel cammino dell’umanità verso l’auto-coscienza.

Affermazioni essenziali:

  1. a) la via dell’Essere: “è e non può non essere” (percorribile);
  2. b) la via del non-Essere: “non è e non può essere” (non percorribile);
  3. c) la via dell’opinione (in greco doxa), del senso comune: “è e non è nello stesso tempo” (percorribile, ma soltanto in apparenza, è la via del Divenire eracliteo contro cui polemizza Parmenide).

Condizioni storico-filosofiche imprescindibili per intendere il pensiero parmenideo (tesi di Calogero e Giannantoni):

1)       il verbo “essere” va inteso in senso “esistenziale”, ovvero “esistere”, “esserci”, “essere reale”;

2)       il valore “copulativo” del verbo essere (es. “la rosa è rossa”) non è distinto dal valore “esistenziale”;

3)       sfera logica, linguistica ed ontologica coincidono, sono indistinte (se posso pensare una cosa e la posso esprimere, tale cosa esiste nel modo in cui l’ho pensata e l’ho detta);

4)       la distinzione tra le tre sfere logica (la logica, dal greco logos “pensiero-discorso”, studia le leggi del pensiero umano), linguistica (la linguistica studia le leggi del linguaggio orale e scritto, attraverso cui si esprime il pensiero umano), ontologica (l’ontologia, da to on participio sostantivato del verbo greco einai, “essere”, studia l’essere in quanto tale, ossia le condizioni di esistenza di una cosa e del mondo) è posteriore a Parmenide.

Date queste premesse, possiamo dedurre (dal latino de-duco: “conduco giù da”, ovvero da una premessa una serie di conseguenze attraverso un ragionamento) logicamente le caratteristiche dell’Essere parmenideo (in contrapposizione al Divenire eracliteo).

Premessa: l’Essere “è e non può non essere” (“è” e “non è” non possono coesistere in un unico pensiero, pena la “contraddizione” che invalida il pensiero stesso).

Deduzione: l’Essere è:

  1. a) ingenerato;
  2. b) imperituro;
  3. c) intero e unico (indivisibile);
  4. d) immobile;
  5. e) compiuto, finito, perfetto.

Svolgimento della deduzione (dimostrazione punto per punto)

Nota bene: le dimostrazioni non sono state scritte da Parmenide, ma sono coerenti al suo pensiero.

Punto a

Prima dimostrazione

Se l’Essere fosse generato, sarebbe necessario supporre un qualche altro “essere” da cui l’Essere abbia tratto origine. In tal caso avremmo due sostanze (dal latinosub-stantia, in greco ipo-keimenon, ciò che sta sotto, ovvero “ciò per cui una cosa è quella che è”: il concetto è aristotelico) coesistenti. In tal caso, ciascuna di esse è sé stessa e non è l’altra (o meglio, è se stessa nella misura in cui non è l’altra). Il che è contraddittorio.

Nota bene: si tratta di una dimostrazione “per assurdo”. Consiste nell’assumere la tesi (dal greco tithemi, “pongo”, “colloco”) opposta a quella che si intende dimostrare mostrando come tale tesi conduca ad una palese contraddizione. L’esito contraddittorio della tesi opposta (o anti-tesi, dal greco “ciò che è posto dinanzi”, “in contrasto con”) verifica (dal latino verum fieri, “far diventare, render vero”) la tesi che si intendeva sostenere.

Seconda dimostrazione

Ammettiamo che l’Essere (A) sia stato generato dall’essere (A1). L’essere (A1) a sua volta potrebbe essere sia generato che ingenerato. Se (A1) fosse generato, allora occorrerebbe ipotizzare un altro essere (A2) in grado di generarlo, e così via all’infinito. Ne risulterebbero un numero infinito di esseri, il che è contraddittorio (ciascuno di essi non sarebbe l’infinita serie degli altri). Se (A1) fosse ingenerato sarebbe stato comunque in grado di generare l’Essere (A), ovvero di creare qualcosa al di fuori di sé. Ma al di fuori dell’essere null’altro può esservi se non il Non-Essere (che non è), il che, ancora una volta, è contraddittorio.

Punto b

Prima dimostrazione

Se l’Essere fosse perituro, sarebbe destinato a cessare d’essere, volgendosi in non-essere. Il che è contraddittorio.

Seconda dimostrazione

Se l’Essere fosse perituro, la sua esistenza sarebbe limitata nel Tempo. Il Tempo, dunque, si collocherebbe al di fuori dell’Essere (nessuna cosa potrebbe limitarne un’altra dal “di dentro” e nessuna cosa potrebbe essere limitata da sé stessa). Collocandosi come altro dall’Essere, il Tempo può soltanto non-essere (ciò che non è Essere è non-Essere). Non è possibile, dunque, che il Tempo esista. Se il Tempo non è, non è possibile che l’Essere muti in non-Essere. In assenza di Tempo, bisogna concludere che l’Essere è eterno (ingenerato e imperituro).

Punto c

Prima dimostrazione

Se l’Essere non fosse intero, sarebbe una parte di qualche altra cosa. La parte non corrisponde all’intero. L’Essere, dunque, non sarebbe l’intero. Ma l’Essere non può non-essere. È necessario concludere che l’Essere sia intero, ovvero che corrisponda all’interezza (alla totalità) dell’Essere stesso.

Seconda dimostrazione

Se l’Essere è l’intero, occorre che sia Uno. L’intero, infatti, è unico, mentre le parti dell’intero molteplici.

Terza dimostrazione

L’Essere è unico, ossia è Uno. Se ci fossero Due esseri, infatti, l’uno non sarebbe l’altro. Il che è assurdo.

Quarta dimostrazione

Se l’Essere fosse un intero divisibile, potrebbe essere smembrato in parti di Essere, ognuna della quali non corrisponderebbe più all’intero, dunque non sarebbel’Essere (bensì una parte dell’Essere).

Punto d

Prima dimostrazione

Se l’Essere si muovesse, supponiamo da un punto x ad un punto x1, si troverebbe nel Tempo (la cui esistenza è stata precedentemente negata, vedi punto b, seconda dimostrazione) ad occupare due posizioni diverse, ossia ad essere e non essere nello stesso posto. Il che è evidentemente contraddittorio.

Seconda dimostrazione

Se l’Essere non fosse immobile, sarebbe necessario concepire uno Spazio nel quale l’Essere si muova. Tale Spazio non sarebbe l’Essere, che altrimenti, coincidendo con esso, non potrebbe muoversi. Ma se lo Spazio non è l’Essere, si è costretti ad ammettere che sia il non-Essere. Il che è contraddittorio.

Terza dimostrazione

Supponiamo che l’Essere si muova dal punto x al punto x1. Per poter giungere nel punto x1 è necessario che l’Essere arrivi ad occupare la posizione x2 che si trova a mezza strada tra x e x1. Ma per arrivare ad x2 è obbligato a raggiungere prima x3 a metà tra x e x2 e così via all’infinito. Dal momento che non è possibile concepire un x alla meno enne (infinitamente piccolo), l’esistenza dello Spazio è un assurdo, un non-Essere (non può essere pensata, dunque, non è). Non avendo dove muoversi, l’Essere non può che essere immobile.

Punto e

Prima dimostrazione

Se l’Essere fosse incompiuto, mancherebbe di una parte di essere, sia in senso qualitativo che in senso quantitativo. Un Essere privo di una parte di essere, scivolerebbe, inevitabilmente, nel non-essere. Il che è impossibile.

Seconda dimostrazione

La perfezione dell’Essere consiste nel totale dispiegamento del suo essere. Non esistono, infatti, gradi diversi di essere. Né è possibile essere in parte. Ad ogni eventuale grado o parte di essere corrisponderebbe un’equivalente grado o parte di non-Essere, il che è evidentemente contraddittorio.

Terza dimostrazione

Se l’Essere fosse infinito, mancherebbe di confini certi. La mancanza di confini lo priverebbe, di fatto, delle sue connotazioni specifiche, ne farebbe un Essere incerto, indefinibile, sfuggente, tendente al non-Essere. L’estendersi all’infinito, inoltre, denoterebbe una qualche incompletezza o carenza interna, che non si potrebbe spiegare se non in termini di non-Essere.

Tutte queste dimostrazioni sono paradossali. Funzionano perfettamente dal punto di vista logico, ma si rivelano assurde se vagliate attraverso il comune buon senso. L’aspetto logico prevale su quello ontologico, ovvero sul senso della realtà.

Analisi (dal greco ana-lyo, “sciolgo”, “riduco nelle componenti essenziali qualcosa rendendo comprensibile”) e confutazione (dal latino confutatio, “respingere”, “dimostrare l’erroneità di un’affermazione”) degli argomenti parmenidei

Chi potrebbe negare, realisticamente, che le molteplici cose che ci circondano, gli enti (dal latino ens, participio presente del verbo esse, “essere” e corrisponde al greco on, ousa, on) sono sottoposti a generazione e corruzione? Che vita e morte sono strettamente intrecciate? Che tutto si trasforma senza requie, mutando qualità, consistenza, caratteristiche, ecc.?

Nota bene: si tratta di una serie di domande retoriche, la cui risposta è implicita: “nessuno”.

L’ammissione dell’Essere parmenideo, con le caratteristiche che ne derivano, seppur rigorosamente logica, è confutata dall’esperienza e dai sensi. Non è possibile concepire il mondo senza il tempo, lo spazio e la molteplicità. Il movimento nel tempo (cambiamento qualitativo, mutamento, generazione e corruzione), il movimento nello spazio (spostamento da un luogo all’altro) e la molteplicità di oggetti, stati, condizioni e caratteristiche sensoriali (nonché la lororelatività soggettiva, ovvero il mutare a seconda del soggetto che le percepisce), rientrano nella nostra esperienza quotidiana. Le caratteristiche sopra evidenziate si riferiscono al concetto (dal latino cum-capio, “prendo insieme” determinate caratteristiche a formare un unicum, una nuova idea) del Divenire, già formulato da Eraclito. Parmenide polemizza a distanza con il concetto formulato dal filosofo di Efeso (sebbene non si abbia la certezza storica di un incontro o di uno scambio epistolare tra i due pensatori). In ogni caso, il Divenire è implicato dalla terza via suggerita da Parmenide quella che dice che “è e non è nello stesso tempo”. Ragione ed esperienza, logica ed opinione comune (doxa) rappresentano i “corni antitetici” di un dilemma (dal greco di-lemma, doppio-assunto) apparentemente irrisolvibile.

Insomma, il Divenire sembra confutare l’Essere, così come la facoltà sensoriale quella logico-razionale (e viceversa). In realtà, entrambe hanno la loro ragion d’essere, meritano cittadinanza nella sfera dell’umano. Da qui il dilemma.

Soluzioni possibili al dilemma Essere-Divenire

Per conciliare Essere e Divenire, intelletto ed esperienza è possibile ricorrere a due differenti soluzioni filosofiche.

Prima argomentazione descrittiva

La prima è quella indicata dallo stesso Parmenide, allo scopo di coniugare la via dell’Essere con la terza via (che “è e non è nello stesso tempo”). Esistono piani diversi di realtà. Ossia, quello che in apparenza ci sembra soggetto al Divenire, in verità è immobile, eterno, perfetto, una “ben rotonda sfera” come la definisce l’Eleata. I due piani di realtà si contraddicono in maniera stridente, ma la contraddizione è attenuata dal fatto che solo uno è ontologicamente vero, l’altro è puramente illusorio. La sapienza parmenidea ci consente di vedere le cose come sono realmente, e non semplicemente come “sembrano essere”. Questa vita, questo mondo sono soltanto un sogno. La soluzione accennata sopra non è un’ “esclusiva” del filosofo presocratico. La si ritrova, ad esempio, nel pensiero indiano e buddista e, di recente, ci è stata riproposta nel mondo futuribile del film Matrix (argomentazione tramite esemplificazione). Una siffatta visione filosofica può essere classificata come monismo (dal greco monos, unico, la realtà si fonda su un unico principio metafisico-ontologico, nella fattispecie l’Essere; il resto è apparenza, sembianza, illusione, inganno, velo che ricopre l’unica Verità).

Seconda argomentazione descrittiva

La seconda soluzione è quella offerta dalle cosiddette concezioni dualistiche (dal greco dua, due, doppio). Essere e Divenire sono entrambi reali, ossia dotati di consistenza ontologica, ma riguardano sfere diverse, discendono da principi diversi. L’esempio più classico ci è offerto da Platone: il mondo terrestre, soggetto al Divenire, alla generazione e corruzione, al tempo e allo spazio, e legato alla percezione sensibile è solo una “copia”, un “doppio” di un mondo ulteriore, iperuranico (dal greco iper ultra, ouranos celeste), dove regna incontrastato l’Essere, l’immutabile, l’eterno, e dove risiedono le idee (dalla radice id- del verbo greco orao, vedere), ovvero i modelli perfetti delle cose imperfette e transeunti (dal latino trans-eo, vado oltre, cambio forma, sono passeggero, instabile) che appartengono a questo mondo e possono essere “viste” solo attraverso l’anima razionale. Il dualismo platonico è anche antropologico (dal greco anthropos, uomo): la natura umana è duplice, eterna, immortale (anima) e transitoria, mortale (corpo). L’uomo si trova a cavallo tra le due sfere ontologiche.

Il modello platonico è stato “replicato” dalla filosofia cristiana nel più classico dei modi: “regno dei cieli” e “regno della terra”, “Dio” e “mondo”, “Creatore” e “creato” (il creazionismo è di derivazione ebraica, non greca), “anima” e “corpo”, “Bene” e “Male” (dualismo etico-morale), ecc.

Oltre l’Essere parmenideo

Platone e poi Aristotele hanno tentato di risolvere il problema dell’Essere fornendo interpretazioni diverse su base logico-linguistica (con evidenti ricadute nella sfera ontologica).

Platone interpreta l’ “essere del Non-Essere” in termini di “alterità”: non-essere una cosa non implica nullità ontologica assoluta (impensabile e indicibile), bensì “esser altro”. Ad esempio: la “rosa non è rossa” non significa che la rosa non esiste, ma solo che quella rosa in particolare non partecipa del colore rosso, bensì di quello giallo, o di quello rosa.

Sulla scia di Platone, Aristotele affermerà: pollakos legetai to on, “l’essere si dice in tante maniere diverse”. Oltre al valore esistenziale il verbo essere può fungere da copula ed indicare l’attribuzione (o la non-attribuzione) di caratteristiche variabili a seconda della categoria implicata nel discorso (qualità, quantità, luogo, tempo, modo, ecc.). Gli esempi sono facilmente intuibili: “il parmigiano è dolce”, “i bicchieri sono due”, “Mario è qui”, “l’appuntamento è alle otto”, “sono stanco”, ecc.

Tuttavia, in conformità al discorso parmenideo, la logica aristotelica fisserà i tre principi cui è obbligato ad uniformarsi qualsivoglia discorso, pena il non-senso (una sorta di “non-Essere” linguistico). Ovvero:

1)       principio di non-contraddizione (A non è ad un tempo non-A);

2)       principio di identità (A è A);

3)       principio del terzo escluso (una cosa o è A o non è A).

A questi tre si aggiunge la cosiddetta “proprietà transitiva” (se A è B e B e C, allora A è C).

Su queste regole si basa la possibilità stessa di formulare una proposizione sensata (ossia verificabile o falsificabile). La matematica, la geometria e le altre scienze non avrebbero senso senza Aristotele. In tempi più recenti, la logica aristotelica è stata utilizzata, ad esempio, per realizzare i computer e fondare la scienza informatica (una proposizione o è Vera o è Falsa, la corrente passa o non passa, Acceso-Spento, On-Off).

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Autore:

Ho studiato filosofia presso l'Università degli Studi di Roma “La Sapienza” e mi sono laureato nell'aprile del 1990, relatore il prof. Gabriele Giannantoni, con una tesi in storia della filosofia antica intitolata "Vivere significa morire: analisi di alcuni frammenti eraclitei". Sono socio della SFI - Società Filosofica Italiana di cui curo il sito web. Da alcuni anni mi interesso di Pratiche Filosofiche e Consulenza Filosofica, collaborando con riviste scientifiche del settore, sulle quali ho all'attivo decine di pubblicazioni. Dal 2004 svolgo la professione di Consulente Filosofico e ho promosso una serie di iniziative filosofiche (Caffè Philo, Dialogo Socratico, Seminari di gruppo) aperte al pubblico. Nel giugno del 2005 ho partecipato come relatore al convegno "Pratiche filosofiche e cura di sé" presso l'Università di Venezia "Cà Foscari". Tra il settembre 2006 e il giugno 2007 ho curato il ciclo di seminari "La filosofia come arte di vivere" presso la Biblioteca Comunale di Rieti "Paroniana" con il beneplacito dell'Assessorato alla Cultura del Comune di Rieti. Nell'anno accademico 2006-2007 sono stato docente a contratto per il master in Consulenza Filosofica attivato presso l'Università di Roma3. Attualmente insegno filosofia e storia presso il Liceo "I. Vian" di Bracciano (Liceo Classico sezione X).