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GIUSEPPE PREZZOLINI – L’Italia finisce. Ecco quel che resta


Estratto da: GIUSEPPE PREZZOLINI L’Italia finisce. Ecco quel che resta, pp. 246-256

XXVI.
IL RISORGIMENTO ITALIANO
Una rivoluzione compiuta dagli altri

Il termine Risorgimento Italiano si applica generalmente a quel periodo della storia d’Italia che incomincia grosso modo con la Rivoluzione Francese o, al più tardi, nell’anno 1815, per concludersi con la formazione del Regno d’Italia (1861). Tuttavia, siccome nessun periodo storico può essere circoscritto in modo preciso, vedremo che sebbene l’inizio del Risorgimento possa considerarsi precedente la Rivoluzione Francese e le guerre napoleoniche, si può dire che continui a lungo dopo la fondazione del Regno, poiché gli scopi nazionali non furono interamente raggiunti se non con la guerra all’Austria del 1915-1918. Questo movimento rivolse i suoi sforzi ad unificare la penisola che fin dall’epoca romana era rimasta una molteplicità di Stati. Fu evento della massima importanza per l’Italia e, in grado minore, per l’Europa.
Storici del Risorgimento italiano hanno discusso se il movimento fosse di origine italiana o straniera. Per coloro che seguivano la corrente nazionalista predominante negli anni del Fascismo, le origini latenti del Risorgimento sono state ricercate negli scrittori italiani del Settecento e perfino del Seicento; si è fatto un tentativo di minimizzare l’importanza avuta dalla Rivoluzione Francese come sforzo stimolante di esso.
Certamente si possono trovare fra le classi educate d’Italia nel Settecento inizi e incitamenti ad un movimento per la riforma delle istituzioni e per l’indipendenza nazionale: tuttavia rimane il fatto che il Risorgimento, nell’indirizzo e nello sviluppo che ebbe, non creò nessuna istituzione di carattere italiano. La monarchia costituzionale il risultato politico maggiore del Risorgimento, non è idea italiana ma inglese. La divisione amministrativa dell’Italia in provincie anziché in regioni, con una capitale centrale invece di vari centri locali, deriva dalla Francia della Rivoluzione. L’idea unitaria e accentratrice stessa che infine superò le correnti federaliste e regionaliste, è in contrasto con l’intero svolgimento della storia italiana la quale è regionale, e col contenuto della civiltà italiana, essenzialmente universale. Ad eccezione di pochi individui isolati come il Cuoco, il Cattaneo ed il Ferrari, non vi è traccia di tentativo, durante il Risorgimento, di risolvere il problema dell’unificazione italiana con una seria presa di possesso dei veri problemi della penisola. Gli Italiani d’allora hanno in mira delle astrattezze. Così il movimento, anche se ebbe origini proprie, finì coll’assumere il carattere di un’imitazione di forme politiche straniere.
Una sola classe partecipò in misura considerevole al Risorgimento: quella media. La popolazione rurale cioè la grande maggioranza degli Italiani in tempi in cui l’industria era molto piccola e le città non affollate, rimase estranea alla lotta, e le fu perfino ostile. Fra i mille volontari di Garibaldi fa impressione non trovare un solo contadino. Date un’occhiata alla lista dei martiri del Risorgimento e vi troverete soltanto avvocati, professori, mercanti, preti, studenti universitari, proprietari di terre e di case, e qualche raro operaio appartenente in generale alla fazione mazziniana e al Nord d’Italia. Il Risorgimento italiano fu esclusivamente la rivoluzione di una classe, «eroico abuso» come fu chiamato, imposto al paese da una minoranza. I sentimenti e gli interessi che animavano i protagonisti principali del Risorgimento, dapprima l’indipendenza dal giogo straniero e poi la libertà politica interna, furono condivisi soltanto dalla classe colta, da coloro che avevano proprietà o beni ed erano economicamente ben sistemati. Non si trattava di interessi che potessero attrarre le masse rurali, come in Francia durante la Rivoluzione, o svegliare lo spirito di razza come in Germania durante le guerre napoleoniche.
Di conseguenza il Risorgimento italiano si svolse e rimase alla superficie delle condizioni reali del paese. Fu guidato da una minoranza, talvolta eroica e generalmente onesta, sempre molto superiore per cultura al resto della gente, dato che poteva stare allo stesso livello con l’elemento colto dell’Europa occidentale. Ma la distanza che correva fra gli intellettuali italiani e il popolo era molto più grande di quella che separava tali classi in altri paesi europei. Limitati di numero, i patrioti italiani non trovarono appoggio fra le classi più povere, ma poteron fino ad un certo punto attrarle col prestigio della ricchezza e la spinta della costrizione, spesso anche con rumorosa retorica. Pure, in ultima analisi, le masse rimasero appartate e indifferenti all’ordine nuovo estraneo ad esse quanto un governo straniero, del quale non capivano la lingua, mentre ne subivano invece le imposizioni, senza vedere i vantaggi che più tardi ne sarebbero derivati. La borghesia italiana impose il Regno d’Italia al popolo italiano, proprio come un conquistatore straniero impone il regime che desidera; e poiché il nocciolo dell’esercito partecipante alla guerra di unificazione e gli elementi che formavan le schiere della nuova burocrazia eran piemontesi, in gran parte d’Italia il popolo parlò per decenni della «conquista piemontese». I funzionari del governo e gli ufficiali dell’esercito regio furono chiamati «piemontesi», quando non venivano soprannominati con l’ingiurioso epiteto di «buzzurri» (montanari svizzeri che un tempo vendevano castagne arrosto per le strade d’Italia).
La classe educata che partecipò attivamente al Risorgimento era per lo più molto influenzata dalla cultura e dal gusto francese. Ben pochi coloro cui l’Inghilterra parve degna d’esser imitata (ma uno di questi fu il Cavour). Alle sorgenti del pensiero italiano originale come quello espresso dal Machiavelli e dal Vico, che avrebbero potuto dare consiglio ed ispirazione, ben pochi ricorsero per trovar suggerimenti preziosi ed opportuni. (Fece eccezione il Cuoco e non fu letto per un secolo.) Questo gruppo tuttavia non ebbe seguito, fatto evidente nel contrasto fra il Mazzini, il quale criticò e si oppose alla Rivoluzione Francese, e i suoi stessi seguaci imbevuti d’idee della Rivoluzione e sordi a tutta quella parte della dottrina del Mazzini che non approvava l’imitazione della democrazia francese. Siccome la lingua tedesca era poco conosciuta in Italia e a causa del concetto sbagliato, secondo il quale i Tedeschi erano complici degli oppressori austriaci, in realtà nessun’idea venne dalla Germania all’Italia o se ne venne, nessuno vi badò.
In realtà il Risorgimento fu la soprastruttura di un’Europa ricca, industriale che si adagiava su un’Italia povera e stagnante. Con la forza delle armi e l’avvento delle idee che trionfavano altrove, il Risorgimento introdusse un regime non sentito dalle masse del popolo. L’Italia aveva veduto i Comuni, le élites aristocratiche e gli assolutismi stranieri, cioè le oligarchie, le tirannie e il governo imposto dai conquistatori. Essa li aveva chiamati o accettati dopo una conquista. Ma non aveva mai sentito il desiderio né espresso il bisogno di istituzioni basate sulla divisione dei poteri, con quello giudiziario indipendente dal potere politico del governo, e col potere esecutivo separato da quello legislativo. Tali istituzioni costruite a poco a poco attraverso secoli di lotte e di adattamenti in Inghilterra da un popolo di carattere diverso, non funzionaron mai bene in Italia (né in quegli altri paesi, nel Sud-America e nei Balcani, dove furono introdotte circa allo stesso tempo). Pochi anni dopo che queste forme cominciaron ad operare in Italia, storici, critici e giornalisti della cerchia liberale riconobbero apertamente le manchevolezze inerenti a quel tipo di regime; tali istituzioni avevan l’apparenza ma non la realtà di un governo parlamentare e democratico. La data fatale segnata dagli storici è il 1876 quando il vecchio partito formato di rispettabili proprietari terrieri, chiamato la Destra Storica, cedette il governo ad un nuovo partito di avvocati, per lo più del Sud, chiamato la Sinistra. Da allora in poi gli eventi si susseguiron con rapidità precipitosa. Fra il 1880 e il 1900 vi fu una valanga di libri e di articoli da parte di studiosi e di personaggi politici, o di politici che eran studiosi (come Villari, Turiello, Fortunato, Mosca, Parete, ecc.). Essi cercarono di analizzare la crisi, ma nessuno vide allora che si trattava di una disarmonia fra le istituzioni straniere e lo spirito di un paese che le aveva accolte ma non create. Se posso permettermi l’analogia, fu la crisi di chi indossa abito e scarpe fatti per un altro e poi s’accorge che gli stanno male.
C’è una linea di divisione nella storia del Risorgimento Italiano, ormai classica: il 1848 separa le due parti. Fino al 1848 il movimento si sviluppò sotto l’influsso del Mazzini. Dopo il 1848 predominò il Cavour. Sebbene i periodi così rigidamente divisi vadano accettati con riserva, questo è un caso in cui la data precisa è giustificata. Per capirne tutta l’importanza bisogna aggiungere che il programma del Mazzini mirava a compiere l’unificazione e l’indipendenza dell’Italia a mezzo di un’insurrezione politica spontanea del popolo italiano con l’idea di fare inoltre di Roma e dell’Italia il centro di una nuova civiltà. Ma gli avvenimenti del 1848-49 furono una gran delusione, perché culminarono in sconfitte militari e rivelarono non solo l’incapacità degli Italiani ad offrire una civiltà nuova ad altri popoli, ma anche la loro incapacità a trovarsi d’accordo fra di loro e a resistere ad un esercito organizzato, come quello austriaco. Eccettuate le eroiche giornate di Milano e la prolungata resistenza di Roma e di Venezia, il popolo non partecipò alla lotta. I vari governi regionali e i partiti politici apparvero divisi e pieni di sospetti reciproci. Ciascuno voleva agire a modo suo. Né si potè trovare un generale per guidare l’esercito piemontese il quale dovette combattere agli ordini di un polacco.
Come risultato, l’opinione pubblica, dopo il 1849, seguì i nuovi impulsi del Cavour. Il quale ebbe il merito di capire che era necessario legare il destino dell’Italia a quello dell’Europa e che bisognava porre le aspirazioni dell’Italia nel giuoco degli interessi delle potenze europee, contentandosi di procedere a un passo per volta. Invece di sognare come il Gioberti e il Mazzini che il mondo era fatto per esser guidato dall’Italia, il Cavour considerò l’Italia fatta per esser parte del mondo. Contando ora sulla Francia e sulla vanità di Napoleone III, ora sull’Inghilterra e i suoi interessi nel Mediterraneo, partecipando alla guerra di queste due potenze contro la Russia in Crimea, e infine approfittando dell’entusiasmo e dell’ardire di Garibaldi nel cui programma d’invader la Sicilia egli da prima non credeva, ma che sfruttò appena fu attuato, il Cavour riuscì a formare il primo Regno d’Italia. Il quale regno non era ancora del tutto unito perché Roma e Venezia rimanevano da conquistare. Quando con l’appoggio della Prussia nel 1866 e grazie alla guerra franco-prussiana del 1870, i successori del Cavour completaron l’unità italiana ottenendo Roma e Venezia (ma non Trieste né il Trentino), con lo stesso metodo di approfittare delle divisioni dell’Europa, e così soddisfar il desiderio dell’unità sentito dalle classi superiori italiane, fu possibile allora dire che l’Italia era fatta. Il senso realistico e l’abilità del Cavour avevano trionfato sull’entusiasmo e l’idealismo del Mazzini. Tuttavia non vi fu una terza Italia, centro spirituale del mondo, che doveva stare a pari con la Roma degli Imperatori e dei Papi. Un nuovo Stato dell’Europa era stato costituito, ma sempre modesto, data la sua debolezza, senza profonda coesione interna, tenuto insieme più dalle rivalità dell’Europa che non dalla propria forza. Come siamo lontani dal Primato del Gioberti e dalla Terza Italia del Mazzini!
Nell’osservare l’unità italiana recentemente raggiunta, molti si accorsero che qualcosa di essenziale mancava. Esisteva lo Stato, ma non i cittadini. Uno scrittore e statista disse la frase rimasta celebre: «L’Italia è fatta, facciamo gl’Italiani». Le menti più aperte della nuova Italia nel meditare sulle condizioni sociali e politiche avvertirono il vuoto su cui era stato fondato il Regno.
Prima di tutto, il sistema parlamentare operava soltanto per mezzo di finzioni; eleggibile al Parlamento era solo chi possedeva beni o ricchezze; la corruzione elettorale era grande; i partiti non avevano veri principi che li distinguessero. Con Depretis, le distinzioni fra Destra e Sinistra furono dissolte, dando così origine al fenomeno del «trasformismo».
Secondariamente: i poveri cercaron, appena fu possibile, di fuggire dal Regno. Ne risultò una corrente migratoria sempre in aumento, che lasciò intere regioni spopolate.
In terzo luogo l’Italia era unita, ma solo legalmente, in quanto gli Italiani delle varie regioni si sentiron isolati. Infatti lo spirito regionale prevalse su quello unitario, l’amore per la propria città era più grande dell’affetto per il paese come un tutto. Inoltre predominarono anche, fra gli Italiani del Nord e quelli del Sud, profondi dissensi e notevole disuguaglianza economica.
Oltre a tali fenomeni sociali e politici la Questione Romana rimaneva insoluta nel campo internazionale, mentre il Papa si rifiutava di riconoscer il Regno, di modo che migliaia di cittadini italiani si astenevan dal partecipare alla vita politica.
Inoltre, il nuovo Regno era in condizioni svantaggiose per mancanza di prestigio militare. In vari paesi il popolo aveva tollerato l’oppressione della classe dirigente quando questa poteva ostentar successi militari, come in Prussia, o svolgere una politica intelligente che recasse vantaggio e profitti a tutti, come in Inghilterra. In Italia però, questi due generi di prestigio mancavano. Vi erano sconfitte militari e talvolta fame e sventure.
Il Risorgimento non fu uno sforzo che costasse alla nazione grandi sacrifici di vite umane. In tutte le guerre per l’indipendenza gli Italiani persero un totale di seimila uomini. Lo scontro d’armi di Calatafimi, così strombazzato, costò la morte di quindici volontari garibaldini. Inoltre, il successo politico illudeva gli Italiani. La guerra del 1848-49 era stata disastrosa. Nel 1859 fu più fortunata ma con l’aiuto dell’esercito francese, mentre nel 1866 gli Italiani si videro sconfitti dagli Austriaci per terra e anche sul mare, da una flotta più piccola della loro.
Come vedremo ciò non era affatto disonorevole per il soldato italiano considerato individualmente. Screditava piuttosto i capi politici per la loro mancanza di previdenza, i capi militari incompetenti e rivali l’uno dell’altro (la battaglia di Custoza fu persa principalmente per colpa di queste rivalità), e la popolazione civile che mostrava mancanza di disciplina e spesso indifferenza patriottica. Così il popolo italiano dette prova di coraggio individuale e di ardire ma, nell’insieme, non fu bellicoso. Questo stato di cose era accentuato dall’opposizione del popolo al servizio militare obbligatorio, diffusa specialmente nelle provincie meridionali. Tale riluttanza era principalmente il risultato dell’assenza di patriottismo piuttosto che di valore, poiché lo stesso agricoltore il quale si rifiutava di fare il soldato, diventava bandito, occupazione dura e pericolosa.
In ogni caso, qualunque fossero le cause di questo arresto di sviluppo che oggi come allora sono argomento di controversia, la nuova classe governante non poteva offrir al popolo un alone luminoso di trionfi militari. La letteratura del tempo (Carducci: Giambi ed Epodi) rivela come questo scoraggiamento fu sentito con espressioni di dolore, collera e indignazione, ma non ispirò mai un vero e serio sforzo per la ricostruzione, sicché gli stessi errori e difetti furono ripetuti durante la guerra coloniale (da Dogali, 1887, ad Adua, 1896) fino all’alba del nuovo secolo, con i consueti episodi di valore personale e la solita incapacità organica di fare ed eseguire piani militari di azione.
Tuttavia, durante questo periodo (dal 1861 al 1900 circa) di scoraggiamento e di mediocrità, di errori e di conflitti sociali, la nazione si rafforzò gradualmente e
s’invigorì nell’economia, per merito del duro lavoro e del paziente risparmio dei poveri e degli umili, e per opera di molti della classe media che si astennero dalla politica ma lavorarono in silenzio e risparmiarono per l’avvenire. Inoltre, milioni d’Italiani avevan lasciato l’Italia per altri paesi d’Europa e d’oltre mare donde mandavan rimesse alle famiglie rimaste in patria. Così gli analfabeti erano un compenso rispetto ai politicanti retorici. Senza attaccamento profondo alla madre patria, gli emigrati risolvevano il problema economico affrontandolo. Infine tutta l’Europa nel periodo che seguì la guerra del 1870 attuò un grande sviluppo economico dovuto alla colossale industria dell’Inghilterra, della Francia e della Germania. Anche in Russia cominciò a farsi sentire il potere della macchina e la sua capacità di produzione. In mezzo a tanta ricchezza crescente anche l’Italia si avvantaggiò perché potè vendere i suoi prodotti agricoli, la seta, i tessili, su mercati più favorevoli.
L’Italia sviluppò anche la sua «grande» industria — modesta a confronto di quella di altri paesi che disponevano di carbone e di ferro, ma che pure rendeva adeguatamente rispetto alle somme investite, in conseguenza dei bassi salari che l’operaio italiano si contentava di percepire. Nell’intervallo 1900-1914 l’Italia godè così del suo primo e solo periodo di prosperità dopo molti secoli, cioè fin dal tempo del capitalismo dei Comuni (secoli XIII, XIV). Anche la vita politica benché non si riformasse né si modernizzasse, mostrò maggiore efficacia ed abilità. Menti che pensavano, invece di copiare pedestremente le forme venute da Parigi durante tutto il secolo XIX, cercarono e trovarono orizzonti nuovi. Per la prima volta dopo secoli, ebbero influenza all’estero, come Croce.
In mezzo al vuoto spirituale in cui vivevano le masse, e alle finzioni costituzionali dell’apparato statale, due movimenti crebbero di forza, il Socialismo e il Cattolicesimo. Per conquistarsi le masse, si serviron dell’ideologia liberale la quale permetteva assemblee e associazioni, e dell’educazione pubblica che il nuovo Stato, sebbene inadeguatamente, aveva cominciato a provvedere. Il Socialismo si rivolse soprattutto ai lavoratori delle città, il Cattolicesimo principalmente alle classi rurali. Questi due partiti riempirono il vuoto lasciato dai Liberali superando il liberalismo e conquistandolo con le sue stesse armi. Non si può asserire che i due movimenti fossero contrari agli interessi del paese, perché le richieste delle masse italiane tennero i due gruppi legati alle fortune e alle sfortune dell’Italia. Ma le loro ideologie li portarono a cercare un centro di attrazione fuori della tradizione risorgimentale, liberale e nazionale. Infatti il Socialismo e il suo successore logico, il Comunismo, si basano sul concetto delle distinzioni di classe; la Democrazia Cristiana si basa su una fede religiosa. Ambedue tendono a porre i concetti di nazione e di libertà al di sotto di quelli di società o di fede.
Nel 1914, quando scoppiò la prima guerra mondiale, le idee del Risorgimento predominavano ancora nella politica italiana. Salandra dichiarò guerra all’Austria e non alla Germania in nome del «sacro egoismo» nazionale. Il patto di Londra, negoziato da Sonnino, porta tutti i segni del pensiero «provinciale» che motivava la partecipazione dell’Italia alla guerra: chiedeva confini più favorevoli che includessero le vallate povere del Trentino e il porto Trieste, i cui interessi erano europei e non italiani. Questi scopi furono di carattere puramente nazionale. Alle stesso tempo il Fascismo fece la sua prima apparizione sulla scena politica, non con quel nome, s’intende, ma con quello di Interventismo — che fu l’azione di una minoranza la quale impose con la violenza la propria volontà alla nazione, contro i desideri dell’opinione pubblica avversa ad entrare in guerra, e agli organi legittimi dello Stato, il Senato e la Camera dei Deputati, i quali pure non la volevano. I mezzi adottati per affrontare la guerra, in cui l’Italia intervenne nel maggio 1915, corrispondevano a vedute antiquate. Il Capo di stato maggiore Luigi Cadorna considerava gli aeroplani dei «giocattoli». La guerra non soddisfaceva le richieste avanzate dalla minoranza al governo, minoranza divenuta sempre più nazionalista. Gli Austriaci minori di numero, tennero a bada, per tre anni, truppe italiane più numerose. Gli Italiani non ottennero nessun risultato decisivo nella guerra, eccetto il logorio che il nemico fu costretto a subire. Nel 1917 poche divisioni germaniche furono sufficienti ad aprire una breccia sul fronte italiano — un disastro nient’affatto peggiore dei molti sofferti dai Francesi e dagli Inglesi sul fronte occidentale. Ma, disgraziatamente, divenne notorio: Caporetto. È ancora più sfortunato e ingiusto che la battaglia del Piave, avvenuta dopo il disastro di Caporetto, e che salvò l’Italia, non sia famosa giacché in quella battaglia i soldati italiani combatterono con fede, coraggio e successo. Verso la fine della guerra l’esercito italiano era meglio equipaggiato e guidato. Ma la battaglia di Vittorio Veneto che segnò la fine delle operazioni, fu soltanto la vittoria contro uno Stato già disorganizzato da rivolte interne. Così neppure questa guerra «nazionale» potè riscattare la cattiva reputazione dell’Italia nel campo militare. Pure servì ad esaltare l’immaginazione dei militari e dei Nazionalisti italiani.
Il solo a considerare la guerra come preludio alla rivoluzione sociale fu Mussolini il quale seppe sfruttarla a suo vantaggio. Dopo la guerra i Socialisti e il Partito Popolare avrebbero potuto dominare la situazione, ma erano troppo divisi da conflitti interni. Mussolini approfittò di tali condizioni caotiche per lanciare un movimento basato su un’attività illegale. I politici interventisti erano stati i primi a ricorrere a metodi illegali e l’illegalità diventò presto comune in tutto il paese e nell’esercito regolare (che assunse carattere balcanico con la spedizione di D’Annunzio a Fiume). Mussolini riuscì ad imporsi come salvatore della nazione dall’anarchia che avanzava e minacciava di disorganizzare la vita di tutti. Egli fu appoggiato prontamente dagli ufficiali in congedo, specialmente da quelli che traevano origine dalla classe media. I capitalisti, il Re, il Papa e la maggior parte degli intellettuali lo aiutarono, non sapendo quale altro santo invocare. In questo modo il Fascismo, l’ultimo sforzo del Risorgimento, Italiano, s’impadronì del potere. Nei suoi tratti essenziali, il programma fascista continuò la politica dello Stato liberale e le sue tradizioni nazionaliste. La sua politica interna rafforzò i privilegi della classe governante (composta dai reduci e dalla classe media). Dopo un inizio liberista, dovuto ad Alberto De Stefani, nel settore economico rafforzò le
tariffe protezionistiche iniziate nel 1887. La centralizzazione del potere statale in Roma non fece se non seguire il metodo della classe governante liberale che aveva predominato nella formazione dell’unità italiana. In Etiopia la politica estera del Fascismo portò a termine le conquiste coloniali ereditate dal regime liberale. Attuò pure gli stessi movimenti espansionistici (Albania) e riesumò la vecchia alleanza con la Germania, ripetendo gli errori del passato ma su scala più vasta (si deve ricordare però che anche l’Italia era diventata più grande) e con le consuete illusioni retoriche (la missione di Roma e la grandezza spettante all’Italia).
La sola vera differenza, tuttavia, fu che il Fascismo potè vantarsi di essere idea italiana che trovò imitatori in altri paesi, e parve, per un certo tempo, soddisfare i bisogni di alcuni paesi europei: cercare una via di mezzo tra il Comunismo e l’economia liberale. Da questo punto di vista il Fascismo corrispondeva ad uno sviluppo generale verificatosi in tutto il mondo, caratterizzato dall’espandersi delle funzioni economiche dello Stato. Gli episodi di soppressione della libertà individuale, l’arricchimento dei capi, la corruzione pubblica e la crudeltà politica che resero odioso il Fascismo, non erano che avvenimenti superficiali, in nessun modo nuovi nella vita italiana, ma capaci di oscurare la realtà che aveva dato origine all’esperimento fascista.

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Autore:

Ho studiato filosofia presso l'Università degli Studi di Roma “La Sapienza” e mi sono laureato nell'aprile del 1990, relatore il prof. Gabriele Giannantoni, con una tesi in storia della filosofia antica intitolata "Vivere significa morire: analisi di alcuni frammenti eraclitei". Sono socio della SFI - Società Filosofica Italiana di cui curo il sito web. Da alcuni anni mi interesso di Pratiche Filosofiche e Consulenza Filosofica, collaborando con riviste scientifiche del settore, sulle quali ho all'attivo decine di pubblicazioni. Dal 2004 svolgo la professione di Consulente Filosofico e ho promosso una serie di iniziative filosofiche (Caffè Philo, Dialogo Socratico, Seminari di gruppo) aperte al pubblico. Nel giugno del 2005 ho partecipato come relatore al convegno "Pratiche filosofiche e cura di sé" presso l'Università di Venezia "Cà Foscari". Tra il settembre 2006 e il giugno 2007 ho curato il ciclo di seminari "La filosofia come arte di vivere" presso la Biblioteca Comunale di Rieti "Paroniana" con il beneplacito dell'Assessorato alla Cultura del Comune di Rieti. Nell'anno accademico 2006-2007 sono stato docente a contratto per il master in Consulenza Filosofica attivato presso l'Università di Roma3. Attualmente insegno filosofia e storia presso il Liceo "I. Vian" di Bracciano (Liceo Classico sezione X).