Pubblicato in: pratica filosofica, scuola

Il filosofo praticante, un paradigma professionale: dallo studio del “consulente” ai banchi di scuola


[pubblicato in “Bollettino della Società Filosofica Italiana”, n. 187, gennaio-aprile 2006]

Ad arricchire il panorama di pubblicazioni dedicate alle nascenti professionalità filosofiche, che guardano alla società civile al di fuori delle aule scolastiche o degli auditori universitari, nell’ottobre del 2004 la casa editrice Apogeo ha lanciato una nuova collana di saggi intitolata “Pratiche filosofiche”. I primi tre volumi, su cui concentreremo la nostra attenzione, riguardano, in particolare, la consulenza filosofica. Gli autori sono conosciuti a chi si interessa di filosofia pratica in Italia e all’estero. Si tratta del tedesco Gerd B. Achenbach[1], considerato il precursore della disciplina[2], del filosofo fiorentino Neri Pollastri[3], probabilmente la voce più autorevole in materia presente nella nostra penisola[4], e del consulente israeliano Ran Lahav[5], che rappresenta in modo critico ed originale l’approccio anglosassone al cosiddetto philosophical counseling[6].

La collana di Apogeo nasce da una duplice esigenza. Da una parte offrire agli studiosi, nonché praticanti, uno strumento di lavoro agile ed efficace, che consenta loro di mantenersi aggiornati sugli sviluppi più recenti del movimento internazionale delle pratiche filosofiche. Dall’altra raccogliere e sensibilizzare l’attenzione di una certa fetta di opinione pubblica, anche tra i non addetti ai lavori, che in Italia, come nel resto del mondo, dall’Europa alle Americhe, all’India, manifesta un crescente interesse verso la “filosofia applicata”. È una sfida coraggiosa, certamente, forse addirittura temeraria. Tuttavia, a più di anno di distanza, fa registrare un bilancio decisamente in attivo, sia in termini commerciali – la collana si è arricchita di un’altra decina di volumi e i primi sono già in ristampa -, sia per lo spazio che iniziano a dedicargli riviste del settore, quotidiani nazionali e locali, siti web specializzati.

Ma veniamo senz’altro alle domande che dovrebbero sollecitare maggiormente l’interesse e la cura del lettore. Innanzitutto, cosa c’è di filosofico nella consulenza e nella più ampia galassia delle pratiche filosofiche? E poi, quali intersezioni si possono immaginare tra queste e l’attività professionale del docente di filosofia nella scuola secondaria? Cercherò di dimostrare come le due questioni siano strettamente connesse e di grande attualità, in modo da fornire uno stimolo concreto a quanti volessero accostarsi, da neofiti o meno, alla lettura dei suddetti volumi.

Dalla rilettura della filosofia antica in chiave pratica alla pratiche filosofiche contemporanee

Che la filosofia sia un’attività eminentemente pratica, contrariamente a quanto assunto dal luogo comune che vedrebbe nel filosofo un teoreta in oscure faccende affaccendato[7], è un’idea che, da alcuni anni a questa parte, si è diffusa ed accreditata presso la stessa comunità scientifica internazionale. Il riferimento all’opera di Pierre Hadot[8] e dei suoi scolari, o a quella del tedesco Christoph Horn[9] è d’obbligo.

Secondo la nota tesi di Hadot la letteratura filosofica antica, ed in particolare quella ellenistica e romana, testimonierebbe il suo stretto legame con la pratica, ovvero con determinati esercizi spirituali legati ad uno stile di vita inconfondibilmente “filosofico”, al di là delle differenze dottrinali delle varie scuole di pensiero.

Solo in età moderna il mestiere del filosofo, il cui ruolo tende sempre di più ad appiattirsi su quello dello scienziato e dell’accademico, si configura piuttosto sul versante meramente teoretico e letterario, dopo che il medioevo aveva dimostrato, a modo suo, la praticabilità di un solo stile di vita filosofico, ossia quello cristiano-monastico. I testi giunti sino a noi dall’antichità, al contrario, erano pensati soprattutto in funzione della vita reale, come “breviari di massime” cui abbeverare lo spirito per conseguire la beatitudine (si pensi alle Massime Capitali attribuite ad Epicuro) o esercizi di meditazione autobiografica (per esempio A se stesso di Marco Aurelio), come testimonianza di attività dialogiche o come supporto pedagogico e didattico alle stesse (Hadot fa riferimento, tra gli altri, alla tradizione dei Dialoghi platonici e a quella delle opere di Aristotele, scritte per essere utilizzate a lezione nel Liceo[10]). L’oralità, insomma, predomina sulla scrittura, così come l’esigenza di vivere, incarnandola, una vita dedita alla ricerca intesa come cura di sé (anche qui i riferimenti sono sterminati: mi limiterò soltanto a rammentare le parole di Socrate nell’Apologia[11]). La persona reale è la principale ragion d’essere del fare filosofia: del filosofo, uomo in carne ed ossa, quantunque a volte mitizzato, si apprezza il suo ben fornito ricettario di esercizi spirituali volti al conseguimento della virtù, ovvero al perfezionamento dell’arte di vivere. La teoria non è produzione puramente dottrinale o concettuale da analizzare con il cipiglio dello scienziato; è concepita piuttosto come un “teorizzare”, un esercitare lo spirito critico ed investigativo per espandere la propria visione del mondo. La speculazione “fisica” e l’organon logico, come testimoniano le principali correnti filosofiche romano-ellenistiche, sono in funzione dell’etica.

Ebbene, il cosiddetto “movimento delle pratiche filosofiche” – tra le quali annoveriamo, oltre alla consulenza, il café philo sperimentato per la prima volta nel ‘92 dal francese Marc Sautet[12], il dialogo socratico[13], i seminari di gruppo centrati sulla riflessione autobiografica[14], la philosophy for children dello statunitense Matthew Lipman[15] e i vari approcci della philosophy of management – sebbene abbia preso corpo, storicamente, lungo binari paralleli a quelli della ricerca storica di Hadot e senza evidenti interscambi, mira complessivamente a riscoprire e a riproporre la filosofia come attività, ovvero a declinarla secondo i casi dell’approccio antico, seppure aggiornati e rivisitati secondo la sensibilità, le esigenze sociali e i luoghi della contemporaneità.

La letteratura pratico-filosofica

Che significa, allora, scrivere di filosofia “in pratica”? Cosa c’è di nuovo rispetto al modus scribendi tradizionale? Se si escludono le opere scientifiche destinate agli addetti ai lavori – e la ricerca va considerata una delle prassi filosofiche -, un libro di filosofia in genere mira alla divulgazione di contenuti, storici o teoretici, con scopo informativo o nozionistico. Quantunque l’autore si proponga finalità “formative”, pensiamo al classico compendio scolastico, le uniche attività che chiama in causa sono la lettura e la riflessione individuale.

I volumi dedicati alle pratiche filosofiche hanno la particolarità di nascere dalla concretezza del lavoro sul campo. Chi scrive intorno alla consulenza filosofica, in genere, ha praticato la stessa, magari per anni. L’atto dello scrivere, dunque, non rimanda esclusivamente al sempre nobile ed indispensabile lavoro da tavolino. Peraltro, il suo intento può essere speculativo e divulgativo e non distaccarsi punto dall’approccio tradizionale, come per esempio il libro di Pollastri.

In altri casi, la scrittura diventa effettivamente un modo di “fare filosofia”, perché non perde mai di vista il riferimento alla realtà quotidiana del lettore, investe direttamente il suo vissuto, lo problematizza, a volte con ironia, altre con spirito ludico, ma sempre con un linguaggio semplice e coinvolgente, scevro di inutili tecnicismi o di concetti che richiedono una specifica preparazione culturale. Come alcuni “manuali” didattici di moderna concezione, la loro funzione non si esaurisce nell’atto del leggere, ma rinvia ad una serie di esercizi da svolgere in solitudine o in gruppo, che privilegiano la dimensione dell’oralità e della dialogicità. In tale categoria, rientrano, tra gli altri, Il libro della quiete interiore di Achenbach[16] o La giusta paga del filosofo tedesco Walter Pfannkuche[17].

Questa, in breve, la differenza tra libri per la pratica e libri sulla pratica.

La consulenza filosofica: filosofia, nient’altro che filosofia

Cerchiamo ora di mettere a fuoco lo specifico filosofico della consulenza.

Innanzitutto, come nei dialoghi socratici, la ricerca viene svolta, di norma, tra due persone in carne ed ossa (il consulente e il consultante), in un periodo di tempo circoscritto, a partire dal nucleo problematico offerto dal vissuto autobiografico del consultante (o “ospite”, Gast, come preferisce chiamarlo Achenbach[18]). Insomma, si tenta di concettualizzare ed individuare sentieri di indagine avendo come punto di partenza e come fine ultimo la persona che si ha dinnanzi. Come per gli antichi – ma anche per molti contemporanei, sto pensando, tra gli altri, ad Heidegger, Jaspers, Sartre, Lévinas – l’attività filosofica si applica concretamente al soggetto umano dato, questa-persona-qui, e mira a produrre un cambiamento di vita effettivo, attraverso il riconsiderare il proprio stile di pensiero (o “visione del mondo”, secondo la concezione proposta da Lahav[19]) in vista di un superamento dello stesso volto alla saggezza.

Nell’esercizio della professione è necessario applicare de facto non solo e non tanto il complesso armamentario concettuale e metodologico in possesso del filosofo laureato, che spazia dalla logica alla dialettica, dall’epistemologia all’antropologia, all’etica e – perché no – alla metafisica o alla filosofia della religione, ma occorre mettere in campo anche specifiche capacità pratiche quali l’ascolto, l’empatia, l’arte “erotica” (sto pensando al Simposio platonico), la maieutica, l’epoché, la prosoché, il dialegesthai a soggetto, la “terapia delle passioni”. Insomma, una parte non irrilevante di quegli “esercizi spirituali” che Hadot rintraccia nelle scuole filosofiche dell’antichità[20], riadattati al contesto comunicativo contemporaneo all’interno di una relazione professionale in cui al filosofo è richiesta una “comprensione filosofica” dei problemi che la vita reale pone alla persona che a lui si rivolge, non dei problemi della filosofia in quanto scienza o metodo di ricerca astratto ed universale[21].

Il consulente, quindi, non si propone obiettivi puramente speculativi, teoretici o, tanto meno, storico-filosofici. Non fa ricerca nel senso comune del termine, né esercita alcun magistero volto alla trasmissione di determinati contenuti culturali o ideologici. Come dire, non si serve delle idee esposte nel Fedro o nel Simposio per ammaestrare chi ha problemi affettivi o coniugali sul senso dell’Eros platonico, né commenta il Fedone al visitatore in ambasce per un lutto recente. Piuttosto potrebbe – ma è soltanto una delle tante possibilità, legate alla contingenza del momento e alla relazione che instaura con la persona che gli siede dinnanzi – essere tentato di mettere in pratica il metodo di ricerca socratico-platonico ivi rappresentato. In tal caso, il suo statuto filosofico – e professionale – rispecchierebbe piuttosto quanto dichiara lo stesso Platone nell’Eutidemo (289b) che la filosofia consiste nel « sapersi servire di quello che si fa »[22].

Nel far ciò, beninteso, il filosofo consulente non applica dogmaticamente un predeterminato orientamento ideologico. A prescindere dalle sue personali convinzioni, verso le quali è chiamato – anche per evidenti ragioni deontologiche – ad operare una sorta di epoché scettico-fenomenologica, sospendendo il giudizio senza per questo rinnegarle, egli si predispone ad indossare i panni del suo interlocutore, a porsi dal suo punto di vista, sottoponendolo dia-logicamente e senza pregiudizi ad analisi e critica, “deflemmatizzando e vivificando” – come ama ripetere Achenbach citando un frammento di Novalis[23]. Il fine è quello dell’apertura alla dimensione della saggezza, intesa come saper ben vivere e ben morire, un fine cui mira da millenni la filosofia in quanto tale, se si vuol dar credito al significato etimologico della parola di matrice socratico-platonica. Su questo aspetto del counseling insiste anche Lahav, secondo il quale esso si configurerebbe come « un viaggio personale nel mondo delle idee indirizzato verso la saggezza »[24].

Al socratismo come stile di vita da valorizzare attraverso la consulenza si richiama soprattutto Pollastri, che nel cap. 4 del suo libro tenta di delineare una concezione organica ed aperta della stessa, dopo aver passato in rassegna nel cap. 2 i diversi e, spesso, controversi approcci epistemologici su cui attualmente si gioca la “difficile identità” della professione.

Su questo punto, vorrei lasciare spazio allo stesso Pollastri, il quale a p. 199 afferma:

« Un consulente che voglia essere realmente “filosofico” e aspiri a non confondersi con altri “professionisti”, dovrà muoversi con la sola intenzione esplicita di esaminare socraticamente il pensiero e la vita degli individui, spazzando via quanto umanamente possibile l’ignoranza, facendo chiarezza, favorendo l’arricchimento e la coerenza delle loro concezioni del mondo – pensate e vissute, esplicite e implicite – e cercando di incrementare la loro consapevolezza. »

E subito dopo aggiunge:

« Da buon filosofo, il consulente si limiterà semplicemente ad ascoltare la narrazione dell’altro, a domandare per capire e far capire, a intervenire per gettar luce, a favorire il completamento del racconto, a cercare di renderlo coerente. Da vero filosofo, dovrà dialogare con l’altro con l’intenzione di imparare, non già con quello di insegnare o indicare presupposte “Verità”. »

Ed è proprio lo specifico filosofico della consulenza, intesa in senso socratico, che la distingue da altre pratiche di aiuto, con le quali spesso è confusa. Mi riferisco, in particolare, alla galassia degli orientamenti psicoterapeutici e psichiatrici, dalla psicoanalisi freudiana e jungiana, alla logoterapia di Victor Frankl, alla sistemica relazionale della scuola di Palo Alto, al counseling rogersiano, alla stessa psichiatria fenomenologico-esistenziale di derivazione jaspersiana.

Alla lettera, sostiene Pollastri, lo scopo della consulenza non è prestare aiuto, né praticare una forma di terapia bensì filosofare[25]. Chi fa filosofia si muove su un territorio di ricerca originario, dove il paradigma moderno dell’efficacia terapeutica non ha corso. Questo non significa che l’azione consulenziale non possa recare con sé benefici, per così dire, terapeutici, psicagogici o finanche pedagogici. Bensì, che non si hanno di mira tali effetti in sé e per sé, dal momento che il filosofare è assolutamente libero. Ovvero, come ricorda Achenbach « la filosofia non lavora con i metodi, ma sui metodi »[26].

Di contro allo psicologismo dominante, che tende a patologizzare ogni aspetto della vita umana e a ricondurlo all’interno del paradigma medico-scientifico, il consulente distingue nettamente il curare dal prendersi cura. In tal senso, pone al centro del suo lavoro l’interazione viva, autentica, problematica con il soggetto umano, più o meno sofferente, e con la storia di cui è portatore. Così, ammesso che il suo ospite – e non paziente – sia affetto da una determinata patologia, diagnosticatagli nelle sedi opportune, il filosofo si volgerà piuttosto ad analizzare il senso che egli attribuisce al suo stare male e il modo in cui concretamente lo vive. Con la consapevolezza, tuttavia, che “soffrire” non significa necessariamente “essere malato”, e che la vita reca con sé, necessariamente, una certa dose di sofferenza, che può essere assunta, affrontata e trasformata in oggetto di meditazione.

La partita si gioca piuttosto sul terreno del significato e del valore che ciascun essere umano attribuisce ai problemi che la vita gli getta innanzi e che è necessario ricondurre al contesto più ampio del proprio vissuto autobiografico. Nessuno può farne a meno: è un’esigenza prettamente antropologica. Un’esigenza tanto più sentita in una società, quale quella contemporanea, in cui si tende sistematicamente a de-problematizzare e a de-responsabilizzare le scelte etiche ed esistenziali del singolo, lasciandolo in balia di quella “cultura dell’emozionalismo”[27] che banalizza la complessità della vita umana all’interno dei binomi sano-malato, normale-patologico. Il moderno ingranaggio terapeutico tende alla liquidazione della malattia senza considerare che – afferma Achenbach – « nel sintomo si esprime ciò che è stato escluso, non realizzato, rimosso, trascurato. Alla parola giunge però solo in un dialogo nel quale non abbia parte la rimozione universale, il potere della censura dominante, l’incomprensibile congiura contro ciò che si ritiene “impossibile”, “impensabile”, “superato” o “umiliato” dalla storia, la repressione di ciò che è privato di diritti. Viene alla parola in un dialogo filosofico, nel quale vi sia la libertà di non lasciarsi abbagliare da ciò che è ratificato, valido, decretato, certo. »[28]

Ed è proprio il filosofo l’erede dei pensieri “più folli”, di ciò che è insolito, stravagante, e in quanto tale capace di suscitare quello “sbalordimento”, quella “meraviglia originaria” dalla quale soltanto può generarsi un cambiamento di vita decisivo, una riconsiderazione del proprio essere al mondo[29]. Il suo compito consiste primieramente nel sottoporre a critica le forme culturali egemoniche, che con la loro pretesa universalizzante tiranneggiano l’individuo, imponendogli modelli ideologici, forme di vita sociale irriflesse, standard di produzione e consumo dettati da un mercato tutto avvolgente.

Per definire l’essenza della Philosophische Praxis Achenbach ha coniato un fortunato neologismo, Lebenskönnerschaft[30], che in italiano si può rendere con “capacità di saper vivere” e che ricorda, da vicino, il greco phronesis. Mi piace chiudere questo breve “circolo ermeneutico” là donde aveva preso le mosse: la radice antica del filosofare.

Tra didattica e pratica della filosofia

Siamo giunti, infine, alla questione che più ci sta a cuore: quali connessioni è possibile immaginare tra pratiche filosofiche – con particolare riferimento alla consulenza – e insegnamento della filosofia nei licei.

A nessuno sarà sfuggito come negli ultimi anni si siano gettate le basi, epistemologiche e sperimentali, di una sorta di “rivoluzione copernicana” nella didattica della filosofia, con il contributo assai rilevante della stessa S.F.I. Dall’insegnamento della materia interpretato come trasmissione ex cathedra di nozioni manualistiche, in un’ottica quasi esclusivamente storicistica, si è passati allo studio e alla sperimentazione di specifiche pratiche incentrate sul confronto diretto con i testi della tradizione. Il recupero della centralità del testo ha comportato un nuovo assetto del rapporto docente-discente e del rapporto di quest’ultimo con la disciplina. La conoscenza dei contenuti, in chiave storica, dottrinale e concettuale, è ora concepita in funzione del progressivo sviluppo da parte dello studente di determinate abilità filosofiche, che contribuiscono in maniera decisiva – cito dal recente documento OSA elaborato dalla Commissione Didattica della S.F.I. -« all’arricchimento della formazione culturale, umana e civile delle nuove generazioni e al conseguimento delle finalità cognitive e formative generali del sistema dei licei. L’insegnamento filosofico non è qui inteso come trasmissione di un sapere compiuto, ma come promozione di un abito di riflessione, di ricerca e di ragionamento su questioni di senso, di valore e di verità, acquisito attraverso il dialogo con gli autori della tradizione filosofica. »[31]

Insieme al professore e attraverso il suo esempio, lo studente diventa un “soggetto filosofante” a tutti gli effetti, e la lezione un vero e proprio “laboratorio” di esperienze riflessive, in cui, attraverso la reciprocità e la relazione dialogica a più livelli (intrapersonale, interpersonale docente-discente e discente-discente, comunitario, ecc.), si forma un modo di essere, un ethos, “si impara il mestiere di pensare”[32].

Come dire, la nuova frontiera dell’insegnamento della filosofia nel sistema liceale (di recente esteso anche ai nuovi licei previsti dalla riforma Moratti) non è far comprendere ai ragazzi, ad esempio, che cosa sia il dialogo socratico, bensì imparare con loro a farne esperienza concreta in classe e fuori; non è spiegare in cosa consista teoricamente un problema filosofico, bensì aiutarli “socraticamente” a problematizzare e a concettualizzare il vissuto autobiografico e socio-linguistico di cui sono portatori, motivando il loro stare a scuola; aiutarli ad apprendere l’ascolto attivo, il rispetto del prossimo come premessa all’arricchimento del Sé, a praticare la democrazia; in ultima istanza, fornir loro la possibilità effettiva di interrogare se stessi e di interrogare la realtà avendo di mira il “ben vivere” in chiave individuale, sociale e politica.

Sotto tale profilo, la filosofia antica nella rilettura proposta da Hadot rappresenta una risorsa di inestimabile valore. Attraverso lo studio attento e mirato della letteratura filosofica, vagliata alla lente d’ingrandimento di questa nuova prospettiva ermeneutica, è possibile, infatti, ricostruire, almeno in parte, l’humus vitale dei diversi stili di vita da cui essa ebbe origine; ricostruire storicamente sulle orme dei grandi uomini del passato, per tentare di ricreare, nel concreto, pratiche, esercizi, metodi; ricreare per rinnovare ab imis fundamentis il nostro stare a scuola con gli studenti e con esso i ferri del mestiere.

È un lavoro complesso, certamente, e di difficile attuazione. Tuttavia, lo immaginiamo, oltre che stimolante, produttivo, al passo coi tempi, aperto alla scuola del futuro. Non si tratta di vestire velleitariamente i panni di un Socrate redivivo alle prese con il suo codazzo di discepoli vocianti. Né di trasformare i corridoi delle nostre scuole in improbabili portici lungo i quali passeggiare, dogmatizzando. La società, le istituzioni ci chiedono di essere professori, cioè professionisti, non maestri spirituali o bonzi fai-da-te. Ed è proprio per questo che abbiamo il dovere di ripensare criticamente il nostro approccio didattico. A spingere in questa direzione, come ho cercato di dimostrare, concorrono sinergicamente una serie di voci nuove, levatesi dal mondo della ricerca scientifica nazionale ed internazionale, da quello della ricerca didattica, le cui istanze sono state recepite da alcuni editori, da una parte forse piccola, ma non trascurabile dell’opinione pubblica ed infine, su di tutte, si è fatta sentire quella del legislatore. Un’alchimia fortunata, è assolutamente lecito pensare, che non riuscirà necessariamente a trasformare il piombo di tanta realtà quotidiana in oro. Eppure, mi piace consolarmi col pensiero che a fare filosofia non solo si rimane entro i limiti della legge, ma si riesce, nonostante tutto, ad interpretarne al meglio l’essenza. Il che non significa non correre il rischio di passare per “strani” – quale professore di filosofia, del resto, non è abituato ad essere giudicato tale!

Ed è proprio sulla comune capacità di meravigliarsi, sull’originario thaumazein assunto come “stile di vita”, che devono basarsi “i mestieri” che vogliano dirsi propriamente “filosofici”. Chi decide, o ha deciso, di dedicarvisi, come insegnante, ricercatore, o come consulente, non può non coltivare emozionalmente e razionalmente l’idea che fare filosofia sia indispensabile per sé e per gli altri, che, per dirla con il Socrate dell’Apologia, “renda la vita degna d’essere vissuta”. Se così non fosse, nessun filosofo potrebbe definirsi, a buon titolo, un “professionista”, ovvero “chi fa pubblica manifestazione d’un sentimento o di una opinione, impegnandosi di fronte alla comunità a seguire determinate regole di vita” (lat. professus, da profiteor, “io dichiaro pubblicamente”). Il manifestare in pubblico chiama direttamente in causa l’Altro-da-sé, il non-filosofo, al quale si riconosce implicitamente un bisogno latente di filosofia, sia sul piano individuale che su quello comunitario. A questo bisogno si richiama con forza il movimento delle pratiche filosofiche e dalla sua presenza nella società civile – in potenza o in atto dipende dalla consapevolezza che se ne ha – trae origine e legittimazione.

Certo, si tratta di una legittimazione diversa da quella che lo Stato moderno offre, per tradizione plurisecolare, all’insegnamento della filosofia nelle università e nei licei. Infatti, l’iniziativa privata su cui si fondano le nuove professioni è garantita dallo Stato, ma non da esso diretta, né indirizzata esplicitamente a scopi civici o politici. Se questo, da una parte, rappresenta senz’altro un handicap dal punto di vista economico – dove trovare, privatamente, ulteriori risorse da destinare alla filosofia? – dall’altra, libera definitivamente il filosofo da qualunque dipendenza di carattere politico-istituzionale: nell’esercizio delle sue funzioni egli non deve dar conto a nessuno, se non alla legge e alla deontologia. Il che, d’altronde, potrebbe aprire la strada a rapporti sinora inediti tra individuo ed istituzioni, fondati sul mutuo riconoscimento di quel bisogno cui si accennava prima. È il caso, per esempio, dell’esperienza di consulenza che Pollastri ha condotto con notevole successo presso i servizi sociali comunali del Quartiere 4 di Firenze nel biennio 2003-04[33].

Ad ogni modo, come si è cercato di dimostrare sin qui, le professioni filosofiche, a cominciare dalla consulenza, e le nuove concezioni in ambito didattico passano entrambe per la riscoperta del ruolo del filosofo come praticante e della filosofia come pratica. Riscoperta, perché per guardare al presente e al futuro, ancora una volta dobbiamo risalire alle nostre origini, riappropriarci concretamente del senso originario del filosofare, così come fu concepito e vissuto nella Grecia antica, per le vie di Atene, nell’agorà, nei ginnasi. Giacché filosofo non è colui che studia filosofia e produce letteratura ma colui che, innanzitutto, vive filosoficamente. Infatti, « si potrebbe dire che ciò differenzia la filosofia antica dalla filosofia moderna sia il fatto che, nella filosofia antica, non siano soltanto Crisippo o Epicuro, a essere considerati filosofi, perché hanno sviluppato un discorso filosofico, sia invece considerato tale ogni uomo che vive secondo i precetti di Crisippo o di Epicuro. »[34]

Fare consulenza, animare un café philo, stimolare un dibattito in classe, analizzare criticamente un testo filosofico, attualizzarlo a partire dalla propria esperienza: pur in contesti diversi, sono attività filosofiche a tutti gli effetti, se interpretate con il giusto spirito. Il che significa, a mio avviso, liberamente, perché la pratica filosofica a differenza di altre occupazioni umane, è assolutamente fine a sé stessa (come l’arte o la letteratura) e responsabilizza colui che vi si dedica, ponendolo al centro del suo stesso agire. Questo approccio “liberale” vale tanto per il filosofo professionista, che ne coltiva e ne tramanda la consapevolezza, quanto per il suo interlocutore, discente, consultante o appassionato che sia. Chi si rivolge al consulente, infatti, scoprirà presto che non va a “farsi curare”, come farebbe recandosi dal medico, ma ad imparare a prendersi cura di sé, a riappropriarsi della capacità di dirigere la propria esistenza: libera indagine che attraverso un atto di consapevolezza mira a rendere libera la persona. Allo stesso modo, lo studente ben diretto si renderà conto, strada facendo, che filosofia non è una delle tante materie da studiare per conseguire il diploma, andare all’università e trovare un lavoro economicamente e socialmente soddisfacente, bensì un’attitudine, un modo di porsi dinanzi alle questioni essenziali della propria vita presente e futura, un imparare ad imparare col porsi le domande giuste, mettendo tra parentesi le risposte preconfezionate dal senso comune: insomma, anche qui un liberarsi divenendo responsabile di sé.

Filosofare, per sua natura, appare paradossale: funziona proprio in quanto si lascia da parte ogni idea di funzionamento; è utile, nonostante tutto, ma non mira all’utilità; può aiutare qualcuno a riconciliarsi con la vita, ad intraprendere un cammino di saggezza, ma non ha alcuna ricetta predefinita di felicità, né alcun farmaco spirituale da somministrare; gli si riconosce un valore educativo e culturale, eppure si fonda sul riconoscimento di non-sapere. Un vero rompicapo per il pensiero dominante nella nostra epoca. La risposta, in realtà, è semplice. Libertà si può declinare in tante maniere diverse, come dicevo. Ma non vi è vera libertà se chi si occupa di filosofia, a scuola come a studio, non si mette in gioco in prima persona, non utilizza l’arte del domandare per gettare luce sulla propria esistenza, non prova a vivere, ad incarnare lo stile di pensiero che propone. Solo a questa condizione si è realmente presenti a se stessi e ci si può legittimamente presentare come filosofi professionisti. Mettersi in gioco significa sforzarsi di essere autentici, perché solo nell’autenticità vi è gratuità e vera libertà.

All’interno di questa prospettiva, docente e consulente condividono, poi, l’utilizzo di alcuni “ferri del mestiere”. I contesti in cui vengono applicati, certo, presentano delle differenze rilevanti. L’uno ha a che fare, in genere, con persone adulte, individualmente, mentre l’altro si relaziona con i giovani, in comunità. Gli stili comunicativi, quindi, possono variare, anche se in entrambi i casi va privilegiata la comunicazione in sé e non il ricorso a vuoti tecnicismi. Tuttavia, in ambedue i casi, filosofare significa compiere insieme le medesime operazioni: problematizzare, analizzare, sintetizzare, immaginare, astrarre, concettualizzare, narrare, esemplificare, argomentare, riflettere, giudicare, dialogare, meditare, contemplare.[35]

Con questo non si vuole arrivare a sostenere l’interscambiabilità tra i due ruoli: un conto è fare consulenza, un conto gestire una classe liceale. Si tratta di professionalità che vanno maturando col tempo attraverso cammini esperienziali ed autobiografici non necessariamente convergenti. Non è detto, insomma, che un buon professore possa o debba vestire con successo i panni del consulente, né viceversa. Ma certamente né l’uno né l’altro possono esimersi dall’interpretare praticamente il loro mestiere di filosofi, vivendolo in presa diretta.

[1] G. B. Achenbach, La consulenza filosofica, Apogeo “Pratiche filosofiche”, Milano 2004.

[2] Conosciuta nel mondo di lingua germanica come Philosophische Praxis, “Prassi filosofica”, dall’originale denominazione scelta dallo stesso Achenbach nei primi anni ottanta. Nel 1982 il filosofo tedesco ha fondato la Internazionale Gesellschaft für die Philosophische Praxis, “Associazione internazionale per la consulenza filosofica”. Attualmente è direttore didattico della Lessing-Hochschule di Merano e Berlino e direttore scientifico della Akademie Philosophische Praxis und Wirtschaft.

[3] N. Pollastri, Il pensiero e la vita, Apogeo “Pratiche filosofiche”, Milano 2004.

[4] Pollastri esercita la professione di consulente filosofico privatamente e presso strutture pubbliche dal 2000. Al momento è presidente di “Phronesis” – Associazione italiana per la consulenza filosofica e dirige con U. Galimberti l’omonima rivista disponibile sul sito www.phronesis.info.

[5] R. Lahav, Comprendere la vita, Apogeo “Pratiche filosofiche”, Milano 2004.

[6] Attivo come consulente dai primi anni novanta, Lahav ha studiato psicologia e filosofia all’Università del Michigan e oggi insegna presso la School of Education dell’Università di Haifa in Israele.

[7] A questo proposito si veda, per esempio, Hans Blumenberg, Il riso della donna di Tracia. Una preistoria della teoria, Il Mulino, Bologna 1988 e il celebre passo del Teeteto di Platone: « Quello, Teodoro, che si racconta anche di Talete, il quale, mentre studiava gli astri e stava guardando in alto, cadde in un pozzo: una sua giovane schiava di Tracia, intelligente e graziosa, lo prese in giro, osservando che si preoccupava tanto di conoscere le cose che stanno in cielo, e, invece, non vedeva quelle che aveva davanti, tra i piedi. La medesima facezia si può riferire a tutti quelli che dedicano la loro vita alla filosofia. » (Platone, Teeteto, 174a-b, trad. di Claudio Mazzarelli).

[8] Di P. Hadot si vedano, tra gli altri, Esercizi spirituali e filosofia antica, Einaudi, Torino 2005, La filosofia come modo di vivere, Aragno, Torino 2004 e Che cos’è la filosofia antica?, Einaudi, Torino 1998.

[9] C. Horn, L’arte della vita nell’antichità. Felicità e morale da Socrate ai neoplatonici, ed. it. a cura di Emidio Spinelli, Carocci, Roma 2004.

[10] Hadot, Esercizi spirituali e filosofia antica, cit., p. 63 ss.

[11] « Se poi vi dico che proprio questo è per l’uomo il bene maggiore, ragionare ogni giorno della virtù e degli altri argomenti sui quali m’avete udito disputare e far ricerche su me stesso e su gli altri e che una vita che non faccia di cotali ricerche non è degna di essere vissuta: s’io vi dica questo mi crederete ancor meno. » (Platone, Apologia di Socrate, 38a, trad. di Manara Valgimigli).

[12] M. Sautet, Socrate al caffè, Ponte delle Grazie, Milano 1997.

[13] Sviluppatosi dall’originale concezione del filosofo neokantiano tedesco Leonard Nelson, vissuto a cavallo tra ‘800 e ‘900, il Socratic dialogue è un metodo strutturato di ricerca comunitaria utilizzato soprattutto in Gran Bretagna, Germania e Olanda all’interno di società ed imprese per la gestione delle risorse umane e la risoluzione di problematiche connesse alle interazioni in ambiente lavorativo.

[14] Mi riferisco in particolare all’attività filosofica di Romano Màdera e Luigi Vero Tarca, magistralmente introdotta nel loro La filosofia come stile di vita. Introduzione alle pratiche filosofiche, Bruno Mondadori, Milano 2003.

[15] Cfr., tra gli altri, Antonio Cosentino (a cura di), Filosofia e Formazione. Dieci anni di Philosophy for Children in Italia, Liguori, Napoli 2002.

[16] G. B. Achenbach, Il libro della quiete interiore, Apogeo “Pratiche filosofiche”, Milano 2005.

[17] W. Pfannkuche, La giusta paga, Apogeo “Pratiche filosofiche”, Milano 2005.

[18] Achenbach, La consulenza filosofica, cit., p. 13.

[19] Lahav, Comprendere la vita, cit., p. 23 ss.

[20] Hadot, Esercizi spirituali e filosofia antica, cit., pp. 29 ss.

[21] Achenbach, La consulenza filosofica, cit., p. 19; Pollastri, Il pensiero e la vita, cit., p. 36 ss.

[22] Pollastri, Il pensiero e la vita, cit., p. 10.

[23] Achenbach, La consulenza filosofica, cit., p. 19.

[24] Lahav, Comprendere la vita, cit., p. 56.

[25] Pollastri, Il pensiero e la vita, cit., p. 124 ss.

[26] Achenbach, La consulenza filosofica, cit., p. 13 ss.

[27] L’espressione è del sociologo inglese Frank Furedi, citato da Pollastri a p. 91 ss.

[28] Achenbach, La consulenza filosofica, cit., pp. 94-95; Pollastri, Il pensiero e la vita, cit., p. 43-44.

[29] Achenbach, La consulenza filosofica, cit., p. 83; Pollastri, Il pensiero e la vita, cit., pp. 49 ss.

[30] G. Achenbach, Lebenskönnerschaft, Herder, Freiburg 2001; Pollastri, p. 53.

[31] S.F.I., OSA di Filosofia, Riflessioni, indicazioni, suggerimenti, in «Comunicazione filosofica», 15 (2005), su www.sfi.it e in «Bollettino della Società Filosofica Italiana», 185 (2005), p. 67.

[32] La bibliografia intorno a queste tematiche è assai ricca e ben nota al lettore. Mi limiterò qui a citare l’ultimo lavoro di Fulvio Cesare Manara, Comunità di ricerca e iniziazione al filosofare. Appunti per una nuova didattica della filosofia, Lampi di stampa, Milano 2004, e il manuale-laboratorio didattico (corredato di CD-ROM) realizzato da Enzo Ruffaldi e Mario Trombino, L’officina del pensiero. Insegnare e apprendere filosofia, LED, Milano 2004.

[33] Per maggiori informazioni rinvio il lettore al sito dello stesso Pollastri www.consulenza-filosofica.it.

[34] Hadot, Esercizi spirituali e filosofia antica, cit. p. 163.

[35] Per un’analisi completa ed organica delle pratiche filosofiche in classe rimando alla sezione curata da M. Trombino, ne L’officina del pensiero, cit.

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Autore:

Ho studiato filosofia presso l'Università degli Studi di Roma “La Sapienza” e mi sono laureato nell'aprile del 1990, relatore il prof. Gabriele Giannantoni, con una tesi in storia della filosofia antica intitolata "Vivere significa morire: analisi di alcuni frammenti eraclitei". Sono socio della SFI - Società Filosofica Italiana di cui curo il sito web. Da alcuni anni mi interesso di Pratiche Filosofiche e Consulenza Filosofica, collaborando con riviste scientifiche del settore, sulle quali ho all'attivo decine di pubblicazioni. Dal 2004 svolgo la professione di Consulente Filosofico e ho promosso una serie di iniziative filosofiche (Caffè Philo, Dialogo Socratico, Seminari di gruppo) aperte al pubblico. Nel giugno del 2005 ho partecipato come relatore al convegno "Pratiche filosofiche e cura di sé" presso l'Università di Venezia "Cà Foscari". Tra il settembre 2006 e il giugno 2007 ho curato il ciclo di seminari "La filosofia come arte di vivere" presso la Biblioteca Comunale di Rieti "Paroniana" con il beneplacito dell'Assessorato alla Cultura del Comune di Rieti. Nell'anno accademico 2006-2007 sono stato docente a contratto per il master in Consulenza Filosofica attivato presso l'Università di Roma3. Attualmente insegno filosofia e storia presso il Liceo "I. Vian" di Bracciano (Liceo Classico sezione X).

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