Pubblicato in: filosofia

IL CANTO DELLA DANZA


[fonte: http://www.ilcerchiodellaluna.it/immagini/Dionisoquadro1.jpg]

Una sera Zarathustra camminava per la foresta coi suoi discepoli; e, nel cercare una sorgente, ecco giunse a un verde prato, circondato dal silenzio di alberi e cespugli: su di esso fanciulle danzavano tra loro. Quand’ebbero riconosciuto Zarathustra, le fanciulle interruppero la loro danza; ma Zarathustra si avvicinò loro con fare amichevole e disse queste parole: «Non interrompete la danza, graziose fanciulle! A voi non è venuto un guastafeste dallo sguardo cattivo, e nemmeno un nemico di fanciulle.
Io sono l’avvocato di Dio davanti al diavolo: ma questi è lo spirito della gravità. Come potrei, voi lievi, essere ostile a danze divine? O a piedi di fanciulla dalle caviglie belle?

È vero io sono una foresta e una notte di alberi scuri: ma chi non ha paura delle mie tenebre, troverà declivi di rose sotto i miei cipressi.

E anche il piccolo dio troverà, che è il più caro alle fanciulle: egli giace vicino alla fontana, quieto, con gli occhi chiusi.

Davvero, in pieno giorno mi si è messo a dormire, questo perdigiorno!

Forse ha corso troppo a lungo dietro alle farfalle?

Non arrabbiatevi con me, voi belle danzatrici, se ora castigherò un poco il piccolo dio! Egli certo griderà e piangerà, – ma, anche quando piange, egli desta il riso!

E con le lacrime agli occhi dovrà pregarvi di danzare; e io voglio cantare una canzone per la sua danza: Un canto di danza e di dileggio contro lo spirito di gravità, il mio supremo e più possente demonio, del quale essi dicono che sarebbe “il signore del mondo”» (90).

E questo è il canto, che Zarathustra cantò, mentre Cupido e le fanciulle danzavano insieme.

Nell’occhio tuo guardai, or non è molto, o vita! E mi parve di sprofondare nel senza-fondo.

Ma tu mi riportasti a galla con lenza d’oro; ironicamente ridevi, perché ti avevo chiamata senza-fondo.

«Così ragionano tutti i pesci, dicesti; ciò di cui essi non toccano il fondo, è senza-fondo.

Invece io sono soltanto mutevole e selvaggia, e in tutto e per tutto femmina, e non virtuosa: Sebbene per voi uomini mi chiami ‘la profonda’ o ‘la fedele’, ‘l’eterna’, la ‘piena di mistero’.

Ma voi uomini ci recate in dono sempre le vostre virtù voi, virtuosi!».

Così rideva, l’incredibile; ma io non credo mai a lei, né al suo riso, quando parla male di se stessa.

E quando parlai a quattr’occhi con la mia saggezza selvaggia, quella mi disse incollerita: «Tu vuoi, tu desideri, tu ami, soltanto per questo “lodi” la vita!».

Quasi avrei voluto rispondere male e dire la verità a quella incollerita; e non è possibile rispondere peggio di quando si ‘dice la verità’ alla propria saggezza.

Così infatti stanno le cose tra noi tre. In fondo io amo soltanto la vita – e, davvero, soprattutto quando la odio!

Ma voglio bene – spesso troppo bene – alla saggezza, e questo perché essa mi ricorda moltissimo la vita!

Ha i suoi occhi, il suo riso e persino la sua aurea cannuccia da pesca: che posso farci, se le due si assomigliano tanto?

E una volta, quando la vita mi chiese: Ma chi è la saggezza? – mi affrettai a rispondere: «Ah sì! la saggezza!

Si ha sete di lei e non si diventa sazi, si guarda attraverso dei veli, si cerca di afferrarla con reti.

È bella? Che ne so! Ma anche le carpe più vecchie e scaltrite abboccano alla sua esca.

Mutevole e impertinente essa è; spesso l’ho vista mordersi le labbra e pettinarsi i capelli contr’onda.

Forse è cattiva e falsa, e una donna in tutto e per tutto, ma proprio quando dice male di sé è seducente al massimo».

Quando dissi queste cose alla vita, si mise a ridere e chiuse gli occhi. «Di chi parli? disse, di me, non è vero?

E anche se tu avessi ragione – dirmi “queste” cose in faccia! Ma ora parlami anche della tua saggezza!».

Ahimè, e di nuovo apristi gli occhi, vita diletta! E di nuovo mi sembrò di sprofondare nel senza-fondo.

Così cantò Zarathustra. Ma quando la danza ebbe termine e le fanciulle se ne furono andate, diventò triste.

«Il sole è sotto da un pezzo, disse infine; il prato è umido, dalle foreste viene il freddo.

Qualcosa di ignoto mi avvolge e guarda pensoso a me. Come! Tu vivi ancora, Zarathustra?

Perché? Per chi? Con che? A che? Dove? Come? Non è follia, vivere ancora? Ahimè, amici, è la sera che mi mette in bocca queste domande.

Perdonatemi la mia tristezza!

Si è fatta sera: perdonatemi che si sia fatta sera!».

Così parlò Zarathustra.

Uno dei passaggi più dionisiaci dello Zarathustra

Annunci

Autore:

Ho studiato filosofia presso l'Università degli Studi di Roma “La Sapienza” e mi sono laureato nell'aprile del 1990, relatore il prof. Gabriele Giannantoni, con una tesi in storia della filosofia antica intitolata "Vivere significa morire: analisi di alcuni frammenti eraclitei". Sono socio della SFI - Società Filosofica Italiana di cui curo il sito web. Da alcuni anni mi interesso di Pratiche Filosofiche e Consulenza Filosofica, collaborando con riviste scientifiche del settore, sulle quali ho all'attivo decine di pubblicazioni. Dal 2004 svolgo la professione di Consulente Filosofico e ho promosso una serie di iniziative filosofiche (Caffè Philo, Dialogo Socratico, Seminari di gruppo) aperte al pubblico. Nel giugno del 2005 ho partecipato come relatore al convegno "Pratiche filosofiche e cura di sé" presso l'Università di Venezia "Cà Foscari". Tra il settembre 2006 e il giugno 2007 ho curato il ciclo di seminari "La filosofia come arte di vivere" presso la Biblioteca Comunale di Rieti "Paroniana" con il beneplacito dell'Assessorato alla Cultura del Comune di Rieti. Nell'anno accademico 2006-2007 sono stato docente a contratto per il master in Consulenza Filosofica attivato presso l'Università di Roma3. Attualmente insegno filosofia e storia presso il Liceo "I. Vian" di Bracciano (Liceo Classico sezione X).