Pubblicato in: pratica filosofica

Sartre: condannati ad essere liberi


Associazione Culturale Suaviter Costruiamo Futuro

con il patrocinio del Comune di Bracciano

CICLO DI SEMINARI

Quali indicazioni ci dà la filosofia contemporanea per far fronte all’attuale crisi di valori?

Sesto incontro

Sartre: condannati ad essere liberi

Sabato 13 giugno 2015 ore 18.30

Sala Conferenze Archivio Storico,

Piazza Mazzini, 5 (Piazza del castello) – Bracciano

Conduce Francesco Dipalo consulente filosofico

e docente di filosofia presso il Liceo “I. Vian” di Bracciano

Gli incontri (di 1h e 30 circa) sono aperti a tutta la cittadinanza. Non occorre alcuna preparazione di base per parteciparvi.

un estratto da L’esistenzialismo è un umanismo su cui ci soffermeremo oggi pomeriggio:

Ciò che rende complesse le cose è il fatto che vi sono due specie di esistenzialisti: gli uni che sono cristiani, e fra questi metterei Jaspers e Gabriel Marcel, quest’ultimo di confessione cattolica; e gli altri che sono gli esistenzialisti atei, fra i quali bisogna porre Heidegger, gli esistenzialisti francesi e me stesso. Essi hanno in comune soltanto questo: ritengono che l’esistenza preceda l’essenza, o, se volete, che bisogna partire dalla soggettività. In che modo è da intendere la cosa? Quando si considera un soggetto fabbricato, come, ad esempio, un libro o un tagliacarte, si sa che tale oggetto è opera di un artigiano che si è ispirato ad un concetto. L’artigiano si è riferito al concetto di tagliacarte e, allo stesso modo, ad una preliminare tecnica di produzione, che fa parte del concetto stesso e che è in fondo una «ricetta». Quindi il tagliacarte è da un lato un oggetto che si fabbrica in una determinata maniera e dall’altro qualcosa che ha un’utilità ben definita, tanto che non si può immaginare un uomo che faccia un tagliacarte senza sapere a che cosa debba servire. Diremo dunque, per quanto riguarda il tagliacarte, che l’essenza — cioè l’insieme delle conoscenze tecniche e delle qualità che ne permettono la fabbricazione e la definizione — precede l’esistenza; e così la presenza davanti a me di un certo tagliacarte o di un certo libro è determinata. Ci troviamo dunque in presenza di una visione tecnica del mondo, per cui si può dire che la produzione precede l’esistenza.

Allorché noi pensiamo un Dio creatore, questo Dio è concepito in sostanza alla stregua di un artigiano supremo; e qualsiasi dottrina noi consideriamo — si tratti di dottrina simile a quella di Descartes o a quella di Leibniz — ammettiamo sempre la volontà come in qualche modo posteriore all’intelletto o almeno come ciò che si accompagna ad esso, e che Dio, quando crea, sa con precisione che cosa crea.

Così il concetto di uomo, nella mente di Dio, è come l’idea del tagliacarte nella mente del fabbricante, e Dio crea l’uomo servendosi di una tecnica determinata e ispirandosi ad una determinata concezione, così come l’artigiano che produce il tagliacarte. In tal modo l’uomo individuale incarna un certo concetto che è nell’intelletto di Dio. Nel secolo XVIII, con i filosofi atei, la nozione di Dio viene eliminata, non così però l’idea che l’essenza preceda l’esistenza. […]

L’esistenzialismo ateo, che io rappresento, è più coerente. Se Dio non esiste, esso afferma, c’è almeno un essere in cui l’esistenza precede l’essenza, un essere che esiste prima di poter essere definito da alcun concetto: quest’essere è l’uomo, o, come dice Heidegger, la realtà umana. Che significa in questo caso che l’esistenza precede l’essenza?

Significa che l’uomo esiste innanzi tutto, si trova, sorge nel mondo, e che si definisce dopo. L’uomo, secondo la concezione esistenzialistica, non è definibile in quanto all’inizio non è niente. Sarà solo in seguito, e sarà quale si sarà fatto.

Così non c’è una natura umana, poiché non c’è un Dio che la concepisca. L’uomo è soltanto, non solo quale si concepisce, ma quale si vuole, e precisamente quale si concepisce dopo l’esistenza e quale si vuole dopo questo slancio verso l’esistere: l’uomo non è altro che ciò che si fa. Questo è il principio primo dell’esistenzialismo.

Ed è anche quello che si chiama la soggettività e che ci vien rimproverata con questo stesso termine. Ma che cosa vogliamo dire noi, con questo, se non che l’uomo ha una dignità più grande che non la pietra o il tavolo? Perché noi vogliamo dire che l’uomo in primo luogo esiste, ossia che egli è in primo luogo ciò che si slancia verso un avvenire e ciò che ha coscienza di progettarsi verso l’avvenire.

L’uomo è, dapprima, un progetto che vive se stesso soggettivamente, invece di essere muschio, putridume o cavolfiore; niente esiste prima di questo progetto; niente esiste nel cielo intelligibile; l’uomo sarà anzitutto quello che avrà progettato di essere. Non quello che vorrà essere. Poiché quello che intendiamo di solito con il verbo «volere» è una decisione cosciente, posteriore, per la maggior parte di noi, a ciò che noi stessi ci siamo fatti. […]

Scegliendomi, io scelgo l’uomo. Questo ci permette di comprendere ciò che sta sotto a certe parole un poco magniloquenti, come angoscia, abbandono, disperazione. Come vedrete, è estremamente semplice. Intanto, che cosa si intende per angoscia? L’esistenzialista dichiara volentieri che l’uomo è angoscia.

Questo significa: l’uomo che assume un impegno ed è consapevole di essere non soltanto colui che sceglie di essere, ma anche un legislatore che sceglie, nello stesso tempo, e per sé e per l’intera umanità, non può sfuggire al sentimento della propria completa e profonda responsabilità.

Certo, molti uomini non sono angosciati, ma noi affermiamo che essi celano a se stessi la propria angoscia, che la fuggono; certo, molti uomini credono, quando agiscono, di non impegnare che se stessi e, quando si dice loro: «Ma se tutti facessero così?», alzano le spalle e rispondono: non tutti fanno così. Ma, in verità, ci si deve sempre chiedere: che cosa accadrebbe se tutti facessero altrettanto? E non si sfugge a questo pensiero inquietante che con una specie di malafede. Colui che mente e si scusa dicendo: non tutti fanno così, è qualcuno che si trova a disagio con la propria coscienza, perché il fatto di mentire implica un valore universale attribuito alla menzogna. Anche quando si maschera, l’angoscia appare. […]

E quando si parla di abbandono, espressione cara a Heidegger, intendiamo soltanto che Dio non esiste e che bisogna trarne le conseguenze fino in fondo. L’esistenzialismo si oppone energicamente ad un certo tipo di morale laica che vorrebbe togliere di mezzo Dio con la minima spesa. […]

L’esistenzialista al contrario pensa che è molto scomodo che Dio non esista, poiché con Dio svanisce ogni possibilità di ritrovare dei valori in un cielo intelligibile; non può più esserci un bene a priori poiché non c’è nessuna coscienza infinita e perfetta per pensarlo; non sta scritto da nessuna parte che il bene esiste, che bisogna essere onesti, che non si deve mentire, e per questa precisa ragione: siamo su di un piano su cui ci sono solamente degli uomini.

Dostoevskij ha scritto: «Se Dio non esiste tutto è permesso». Ecco il punto di partenza dell’esistenzialismo. Effettivamente tutto è lecito se Dio non esiste, e di conseguenza l’uomo è «abbandonato» perché non trova, né in sé né fuori di sé, possibilità d’ancorarsi. E anzitutto non trova delle scuse. Se davvero l’esistenza precede l’essenza non si potrà mai fornire spiegazioni riferendosi ad una natura umana data e fissata; in altri termini non vi è determinismo: l’uomo è libero, l’uomo è libertà.

Se, d’altro canto, Dio non esiste, non troviamo davanti a noi dei valori o degli ordini che possano legittimare la nostra condotta. Così non abbiamo né dietro di noi né davanti a noi, nel luminoso regno dei valori, giustificazioni o scuse. Siamo soli, senza scuse. Situazione che mi pare di poter caratterizzare dicendo che l’uomo è condannato a essere libero. Condannato perché non si è creato da solo, e ciò non di meno libero perché, una volta gettato nel mondo, è responsabile di tutto quanto fa.

L’esistenzialista non crede alla potenza della passione. Mai penserà che una bella passione è un torrente devastatore che porta fatalmente l’uomo a certe azioni e che quindi vale da scusa. Ritiene l’uomo responsabile della passione. L’esistenzialista non penserà neppure che l’uomo può trovare aiuto in un segno dato sulla terra, per orientarlo: pensa invece che l’individuo interpreta da solo il segno a suo piacimento.

Pensa dunque che l’uomo, senza appoggio né aiuto, è condannato in ogni momento a inventare l’uomo. […]

Il quietismo è l’atteggiamento di coloro che dicono: gli altri possono fare ciò che io non posso fare. La dottrina che vi presento è proprio l’opposto del quietismo, perché essa dice: non c’è realtà che nell’azione.

Essa va ancora più lontano, perché aggiunge: l’uomo non è niente altro che quello che progetta di essere; egli non esiste che nella misura in cui si realizza; non è, dunque, niente altro che l’insieme dei suoi atti, niente altro che la sua vita. Appare chiaro che non lo si può considerare come una filosofia del quietismo, dato che definisce l’uomo in base all’azione, né come una descrizione pessimista dell’uomo: non c’è anzi dottrina più ottimista, perché il destino dell’uomo è nell’uomo stesso; né come un tentativo di scoraggiare l’uomo distogliendolo dall’operare, perché l’esistenzialismo gli dice che non si può riporre speranza se non nell’agire e che la sola cosa che consente all’uomo di vivere è l’azione. Di conseguenza, su questo piano, noi abbiamo a che fare con una morale dell’azione e dell’impegno. […]

Nello stesso ordine di idee, io dirò che c’è malafede anche se scelgo di affermare che certi valori esistono prima di me; io sono in contraddizione con me stesso se, a un tempo, li voglio e dichiaro che essi si impongono a me. Mi si può ribattere: e se io voglio essere in malafede? Rispondo: non c’è alcuna ragione perché non lo siate, ma io affermo che lo siete e che l’atteggiamento di stretta coerenza è l’atteggiamento della buona fede. E, inoltre, posso dare un giudizio morale. Allorché dico che la libertà in ogni circostanza concreta non può avere altro scopo che di volere se stessa, una volta che l’uomo abbia riconosciuto che egli pone dei valori — nell’abbandono —, egli stesso non può più volere che una cosa: la libertà come fondamento di tutti i valori.

Questo non significa che egli la voglia in astratto: vuol dire semplicemente che gli atti dell’uomo di buona fede hanno come significato ultimo la ricerca della libertà come tale. Un uomo che aderisce ad un sindacato comunista o rivoluzionario tende a degli scopi reali; questi scopi implicano una volontà astratta di libertà; ma questa libertà si vuole nel concreto. Noi vogliamo la libertà per la libertà e in ogni circostanza particolare. E, volendo la libertà, scopriamo che essa dipende interamente dalla libertà degli altri e che la libertà degli altri dipende dalla nostra. Certo, la libertà, come definizione dell’uomo, non dipende dagli altri, ma, poiché vi è impegno, io sono obbligato a volere, contemporaneamente alla libertà mia, la libertà degli altri; non posso prendere la mia libertà per fine, se non prendendo ugualmente per fine la libertà degli altri. Di conseguenza, quando su un piano di totale autenticità, io ho riconosciuto che l’uomo è un essere nel quale l’essenza è preceduta dall’esistenza, che è un essere libero il quale non può che volere, in circostanze diverse, la propria libertà, ho riconosciuto nello stesso tempo che io non posso volere che la libertà degli altri. Così nel nome di questa volontà di libertà, implicita nella libertà stessa, io posso formare dei giudizi su coloro che mirano a nascondere a se stessi la totale gratuità della loro esistenza e la totale libertà di essa. I primi, che nasconderanno a se stessi, con spirito di serietà o con scuse deterministe, la loro totale libertà, li chiamerò vili; gli altri, che tenteranno di dimostrare che la loro esistenza era necessaria, quando essa è invece la contingenza stessa dell’apparizione dell’uomo sulla terra, li chiamerò «gli sporcaccioni».

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Autore:

Ho studiato filosofia presso l'Università degli Studi di Roma “La Sapienza” e mi sono laureato nell'aprile del 1990, relatore il prof. Gabriele Giannantoni, con una tesi in storia della filosofia antica intitolata "Vivere significa morire: analisi di alcuni frammenti eraclitei". Sono socio della SFI - Società Filosofica Italiana di cui curo il sito web. Da alcuni anni mi interesso di Pratiche Filosofiche e Consulenza Filosofica, collaborando con riviste scientifiche del settore, sulle quali ho all'attivo decine di pubblicazioni. Dal 2004 svolgo la professione di Consulente Filosofico e ho promosso una serie di iniziative filosofiche (Caffè Philo, Dialogo Socratico, Seminari di gruppo) aperte al pubblico. Nel giugno del 2005 ho partecipato come relatore al convegno "Pratiche filosofiche e cura di sé" presso l'Università di Venezia "Cà Foscari". Tra il settembre 2006 e il giugno 2007 ho curato il ciclo di seminari "La filosofia come arte di vivere" presso la Biblioteca Comunale di Rieti "Paroniana" con il beneplacito dell'Assessorato alla Cultura del Comune di Rieti. Nell'anno accademico 2006-2007 sono stato docente a contratto per il master in Consulenza Filosofica attivato presso l'Università di Roma3. Attualmente insegno filosofia e storia presso il Liceo "I. Vian" di Bracciano (Liceo Classico sezione X).