Pubblicato in: politica mente

Dotarsi di nuove categorie per pensare la politica


La questione “Grexit” e “crisi”, a mio avviso, si pone in questi termini: come la società e le istituzioni USA negli anni Venti furono responsabili, nel loro complesso (ma anche incolpevolmente: in effetti le teorie economiche del tempo erano improntate urbi et orbi sul modello liberista classico), della crisi degli anni Trenta, da cui uscirono attraverso il New Deal e la socialdemocrazia keynesiana (ma anche la socializzazione della crisi attraverso la guerra), alla stessa maniera i paesi europei oggi sono in parte responsabili, singolarmente, della cattiva gestione economica e politica degli anni passati – è fuor di dubbio: ma anche in questo caso pesa la temperie storica NeoLib iniziata alla fine degli anni Settanta. La ricetta per uscire da tale crisi, però, non solo pare inefficace, bensì addirittura nociva: un po’ come fare salassi ad un anemico. Il problema è che il principio socialdemocratico nel Novecento ha avuto successo in connessione con lo Stato moderno (ed è in gran parte figlio dello stesso: senza la socialdemocrazia non avremmo avuto il boom economico anni Cinquanta e Sessanta), ma ha fallito in termini internazionalisti e ha cominciato a declinare con la globalizzazione (e sul piano locale con l’europeizzazione e finanziarizzazione dell’economia). Ovvero se non si riesce a creare a livello internazionale ed europeo un equivalente sociale di quello che fu il piano Beveridge all’interno dei singoli stati nel dopoguerra, da questa crisi non usciremo. O meglio ne uscirà un’Europa afflitta da una crisi sociale e politica senza precedenti, lacerata da nuovi risorgenti nazionalismi (in effetti era lo stato nazionale ad assicurare nel Novecento il welfare). Se l’Europa a fianco della BCE non si doterà di un’istituzione autorevole ed efficace in termini di politiche sociali, non supererà il giro di boa dei futuri anni Venti. La questione è politica non economica (non vincolata a dinamiche fatalisticamente ultraumane). Forse dovremmo iniziare a deporre il dogma di un’economia svincolata dalle decisioni umane, ipostatizzata, soverchiante… Il punto di non ritorno è stato qualche anno fa l’introduzione del pareggio di bilancio nella Costituzione: da quel momento in poi Renzi o non Renzi, Berlusconi o non Berlusconi, poco cambia: non si può pretendere di governare un paese senza avere reali strumenti di politica economico-sociale. Se non ci fossimo limitati a trasferire all’Europa le sole leve di politica economica, bensì avessimo trasferito alla CE anche reali poteri di intervento sociale – con istituzioni create ad hoc e controllate dal voto dei cittadini – allora la crisi odierna sarebbe apparsa sotto ben altra luce prospettica. Ma le cose, evidentemente, non stanno così. La soppressione dello stato sociale e della socialdemocrazia europea procede da un paio di decenni in maniera lineare ed incalzante. Il capitalismo NeoLib imperante appare progressivo ed internazionalizzato; la socialdemocrazia appare regressiva e nazionalizzata (dunque in controtendenza). Essere di sinistra oggi significa, paradossalmente, adottare i toni e le prospettive di un Burke all’inizio dell’Ottocento. Occorre ribaltare questo assunto, dotandosi di nuove categorie per pensare la politica.

***

Va evitata la seguente confusione (e la questione, a ben guardare, riguarda il Grexit ma si potrebbe estendere anche all’attuale riforma della scuola): le cause di alcuni problemi socio-economici sono – “anche” se non “soprattutto” – rintracciabili in un uso dissennato e, aggiungo, corrotto e criminale – nel passato – di strumenti di politica economico-sociale di tipo socialdemocratico (pensioni ed assicurazioni sociali, sanità pubblica, scuola, ecc.). Stante l’attuale situazione si sta però rivelando (e ragioniamo ormai su scala pluriennale e in alcuni casi ventennale o trentennale: di questo dunque si può già scrivere la storia, ferma restando la libertà di interpretazione) del tutto inadeguata la risposta improntata sui dogmi economico-sociali neoliberali (meno stato, smantellamento dello stato sociale, privatizzazioni a tutto spiano, trasferimento di governance dagli stati nazionali ad organismi sovranazionali, ecc.). Corretti i bilanci degli stati, oramai in linea con le indicazioni della BCE da alcuni anni, la situazione è indubbiamente peggiorata e continua a peggiorare di anno in anno. Il che potrebbe – dico “potrebbe”: ma non sembra che al governo si prenda in considerazione la valenza di questo “potrebbe”, se non a chiacchiere – esser segno che la “cura” sia peggiore del male, o, peggio ancora, sia essa stessa concausa del male (che individuiamo, sempre sulla scorta del pensiero unico economicista come “crisi congiunturale”). Il punto allora è “che fare?” Una politica di tipo keynesiano sarebbe del tutto fuori luogo? Ripristinare strumenti di welfare state, invertire la tendenza degli ultimi 20 anni potrebbe giovare al sistema Europa o al sistema Italia? Naturalmente la questione morale è fondamentale: nessuna ricetta socio-economica può funzionare senza un impegno di tipo civile basato su un sostrato valoriale solidale, sentito e praticato (ma è proprio questo che il neoliberismo ha minato alle fondamenta atomizzando in individui autoreferenziali e spesso sofferenti le nostre società). Questo punto – su cui la propaganda ideologica degli ultimi decenni ha insistito molto – è ignorato dai più (in particolare dai giovani che non hanno conosciuto, se non indirettamente, i vantaggi del welfare anni sessanta e settanta). Il ragionamento, palesemente errato sul piano logico, è il seguente (uso l’esempio della famosa legge 104 sull’invalidità civile): dato che in alcuni/molti casi tale legge è stata utilizzata per erogare benefici a chi non ne aveva diritto – falsi invalidi riconosciuti tali con la compiacenza di medici corrotti – allora: 1) tutti gli invalidi, tendenzialmente, sono “falsi invalidi” (“siccome il mio prof era un incompetente, allora la scuola italiana nel complesso è fatta da incompetenti”); 2) l’istituto dell’invalidità civile a carico dello stato nonché la legge 104 sono in sé un male. In altri termini: è giusto o non è giusto che ci sia una legge a tutela degli invalidi? Supponiamo che la risposta sia “sì”. Allora il problema consiste nel creare le condizioni affinché tale legge sia effettivamente rispettata e tuteli chi ne ha veramente bisogno, sanzionando severamente tutti gli abusi. Dunque, il problema non è costituito, sempre e comunque (in molti casi la questione, naturalmente, è opinabile), dagli istituti del welfare in sé, dalla socializzazione dei servizi strategici (elettricità, autostrade, ecc.), alla ridistribuzione della ricchezza (come ben dimostrano gli efficientissimi sistemi socialisti scandinavi “dalla culla alla bara”), ma dal loro cattivo o pessimo uso (passato o presente). Allora, come a scuola, si lascia deliberatamente andare in malora il settore pubblico, tagliando anno dopo anno fondi, diffondendo un clima di sfiducia, attaccando la categoria dei docenti in toto (senza punire davvero i singoli lavativi ma anche senza premiare chi porta il peso della carretta giorno dopo giorno), creando le classi pollaio, per poi dire: “vedete cvd il pubblico non funziona né può funzionare”. Questo gioco riesce quasi sempre ad influenzare l’opinione pubblica, anche perché i mass-media sono controllati in maniera quasi esclusiva da chi detiene il potere (economico e politico) ed ha interesse allo smantellamento del welfare. I nemici sono sempre gli altri: immigrati, rom, ora i greci, poi i rumeni, domani i russi, poi i prof, poi i medici, domani questa o quella categoria (Berlusconi poteva ancora usare un appellativo anacronistico come “i comunisti” contro le finte opposizioni – come se il pd non sostenesse da sempre e in modo acritico politiche di tipo neoliberista). PS Io personalmente godo della legge 104: sono invalido civile e ho subito due interventi al cuore, l’ultimo 5 anni fa. Ma non ho MAI dico MAI ritenuto di dovermi prendere un giorno di permesso extra per cure mediche (gli esami li ho sempre fatti – a pagamento – nel mio giorno libero). So che molti ne abusano e la cosa, naturalmente, mi indigna come uomo e come cittadino. Ma non per questo penso che la legge vada abolita (conosco persone che oltre a lavorare sostentano familiari invalidi abbandonati dalle ormai fatiscenti strutture statali). Che vogliamo fare? Premi non ne chiedo, ci mancherebbe. Ma siamo davvero sicuri che chi è povero o in difficoltà è colpevole di questa sua condizione e lo è sempre e comunque? Siamo davvero sicuri, peraltro, che anche qualora lo fosse – e si avessero gli strumenti per accertarlo caso per caso – ci converrebbe come società lasciarlo in miseria? Ai ricchi-ricchi conviene davvero che ci siano torme di poveri a strisciare nelle strade sotto i loro grattacieli? Si vive bene così? Personalmente, dopo aver sperimentato in prima persona gli effetti devastanti del capitalismo selvaggio in salsa sudamericana e sudafricana direi proprio di no. Che facciamo allora con i Greci? Li vogliamo trasformare in altrettanti profughi disperati per poi far loro guerra nei bracci di mare di quel Mediterraneo che si sta trasformando da agorà commerciale e civile in fronte di guerra?

Annunci

Autore:

Ho studiato filosofia presso l'Università degli Studi di Roma “La Sapienza” e mi sono laureato nell'aprile del 1990, relatore il prof. Gabriele Giannantoni, con una tesi in storia della filosofia antica intitolata "Vivere significa morire: analisi di alcuni frammenti eraclitei". Sono socio della SFI - Società Filosofica Italiana di cui curo il sito web. Da alcuni anni mi interesso di Pratiche Filosofiche e Consulenza Filosofica, collaborando con riviste scientifiche del settore, sulle quali ho all'attivo decine di pubblicazioni. Dal 2004 svolgo la professione di Consulente Filosofico e ho promosso una serie di iniziative filosofiche (Caffè Philo, Dialogo Socratico, Seminari di gruppo) aperte al pubblico. Nel giugno del 2005 ho partecipato come relatore al convegno "Pratiche filosofiche e cura di sé" presso l'Università di Venezia "Cà Foscari". Tra il settembre 2006 e il giugno 2007 ho curato il ciclo di seminari "La filosofia come arte di vivere" presso la Biblioteca Comunale di Rieti "Paroniana" con il beneplacito dell'Assessorato alla Cultura del Comune di Rieti. Nell'anno accademico 2006-2007 sono stato docente a contratto per il master in Consulenza Filosofica attivato presso l'Università di Roma3. Attualmente insegno filosofia e storia presso il Liceo "I. Vian" di Bracciano (Liceo Classico sezione X).