Pubblicato in: filosofia nel giardino

Pitagora e i pitagorici


Secondo incontro – 24 ottobre 2015

Vita di Pitagora

Dicearco racconta che, come Pitagora giunse in Italia e si stabilì a Crotone, tanto i Crotoniati furono attratti da lui ch’era uomo notevolissimo, e aveva molto viaggiato, e aveva ottenuto dalla fortuna ottima natura, (come quello che aveva aspetto nobile e grande, e moltissima grazia, e grande decoro nel parlare e nel comportarsi e in ogni altra cosa), che, dopo che egli si fu cattivato il senato con molti e bei discorsi, i magistrati lo incaricarono di fare ai giovani dei discorsi suasori adatti alla loro età. Parlò anche ai fanciulli, raccoltisigli intorno appena tornati da scuola; e quindi alle donne. Istituì anzi anche un’assemblea delle donne. Per tal modo s’accrebbe la sua fama, e molti gli divennero compagni, sia della città (né solo uomini, ma anche donne; e una di esse, Teano, divenne famosa), sia re e signori della circostante regione, abitata da barbari. Quello ch’egli diceva ai suoi compagni, nessuno può dire con certezza, perché serbavano su questo grande segreto. Ma le sue opinioni più conosciute sono queste. Diceva che l’anima è immortale, poi ch’essa passa anche in esseri animati d’altra specie, poi che quello ch’è stato si ripete a intervalli regolari e che nulla c’è che sia veramente nuovo, infine che bisogna considerare come appartenenti allo stesso genere tutti gli esseri animati. Fu infatti Pitagora colui che per primo portò queste opinioni in Grecia.

(14 A 8 a. PORPHYR. v. Pyth. 18)

Indicazioni morali

Si dice che egli ingiungesse ai discepoli ogni volta che entravano in casa di pronunziare questo verso:

Quale errore commisi? Quali azioni? A quale dovere venni meno?

Proibiva di offrire vittime agli dèi, consentiva di venerare soltanto l’altare puro di sangue. Né bisogna giurare per gli dèi; bisogna, infatti, cercare di rendere se stesso degno di fede. Bisogna onorare gli anziani, perché ciò che cronologicamente vien prima merita maggior onore; come nel mondo l’alba precede il tramonto, così nella vita umana il principio precede la fine, e nella vita organica la nascita precede la morte.

Onora gli dèi prima che i demoni, gli eroi prima che gli uomini, i genitori più che tutti gli altri uomini. I tuoi rapporti con gli altri siano tali da non renderti nemici gli amici, bensì da farti amici i nemici. Non ritenere nulla di tua proprietà. Porgi aiuto alla legge, fa’ guerra alla illegalità; non rovinare né danneggiare la pianta coltivata, né l’animale che non arrechi danno all’uomo. Pudore e cautela consistono 58* nel non lasciarsi dominare dal riso e nel non assumere un atteggiamento arcigno e scontroso. Evita l’eccesso di carni, alterna i viaggi intensi col riposo, esercita la memoria, nell’ira nulla fare, nulla dire, onora ogni specie di divinazione; canta sulla lira e con gli inni  mostra la dovuta gratitudine agli dèi e agli uomini buoni.

(Diogene Laerzio VIII, 22-24)

La giornata tipo del filosofo pitagorico

Dirò ora quello che durante il giorno gli amici dovevano fare, secondo il suo insegnamento. Quelli che seguivano la via indicata da lui, facevano questo. Di buon mattino passeggiavano soli andando nei luoghi ove erano tranquillità e pace loro adatte, e ove si trovavano templi e boschi e altro che potesse rallegrare il cuore. Perché pensavano di dover disporre convenientemente l’animo loro prima di venire a contatto con altri, e tale pace giudicavano adatta a disporre bene l’animo; mentre giudicavano che fosse causa di turbamento l’andare tra la folla appena alzati. Per questo i Pitagorici sceglievano sempre i luoghi più sacri. Dopo la passeggiata mattutina s’incontravano, il più sovente nei templi; o, se no, in luoghi simili. Allora insegnavano, imparavano, correggevano i loro costumi. Dopo essersi così intrattenuti, si prendevano cura del corpo: i più si ungevano e correvano; altri, in minor numero, lottavano in giardini e boschi; altri si esercitavano coi manubri o movevano le braccia cadenzatamente, scegliendo gli esercizi più adatti a irrobustire il corpo. Facevano colazione con pane, miele o decotto di miele, ma, durante il giorno, non prendevano vino. Dopo la colazione si prendevano cura degli affari della città, sia di quelli che riguardavano i rapporti con le altre città, sia di quelli che riguardavano i forestieri, secondo che le leggi ordinavano.

Perché ogni decisione essi la prendevano nelle ore dopo la colazione. Alla sera riprendevano le passeggiate, non più però da soli, come il mattino, ma in due o tre; e richiamavano alla mente gli insegnamenti, e s’esercitavano in buone occupazioni. Dopo la passeggiata facevano il bagno, e quindi andavano alle mense comuni, in ciascuna delle quali non potevano essere in più di dieci uomini. Quando s’erano riuniti tutti, facevano libagioni e sacrifici con profumi ed incenso. Poi andavano a pranzo, e finivano di pranzare prima del tramonto. Prendevano vino focaccia pane carne e verdure cotte e crude. Mangiavano la carne degli animali ch’è lecito sacrificare: raramente mangiavano pesce, perché pensavano, per alcune loro ragioni, che alcuni pesci non si dovessero mangiare. Pensavano parimenti che non è lecito far male o uccidere gli animali che non sono dannosi all’uomo. Dopo il pranzo libavano; poi leggevano. Era consuetudine che il più giovane leggesse, il più vecchio sovraintendesse alla lettura, dicendo che cosa e come bisognava leggere. Quando stavano per andarsene, il coppiere versava vino per libare; dopo la libagione, il più vecchio diceva queste parole:

Non danneggiate le piante coltivate e le piante da frutto; inoltre abbiate animo pio e rispettoso della divinità e dei demoni e degli eroi; e medesimamente abbiate animo pio verso i genitori e i benefattori; portate aiuto alla legge e combattete contro la licenza.

Dopo che egli aveva detto queste parole, ciascuno tornava a casa. Usavano vesti bianche e pulite, coperte bianche e pulite, fatte di lino; non usavano coperte di lana. Non apprezzavano la caccia e s’astenevano da questo esercizio. Tali erano le consuetudini di vita e di tali cose si cibavano ogni giorno quegli uomini.

(G 58 C 5 a. IAMBL. v. Pyth. 96-100.23)

I numeri principio delle cose

Anche i Pitagorici dicono che il primo degli enti è l’uno, l’uno matematico, ma non separato (dalle cose), bensì dicono che di esso constino le cose sensibili. Di numeri infatti compongono l’intero cielo; ma non di numeri formati da unità senza grandezza, che essi attribuiscono grandezza alle unità. Quanto alla prima unità dotata di grandezza, come essa sia composta, sembra che non sappiano dire.

(Aristotele, Metafisica, XIII 6, 1080 b 16)

Al tempo di, e prima di costoro (Leucippo e Democrito), si dedicarono alle matematiche e per primi le fecero progredire quelli che son detti i Pitagorici. Questi, dediti a tale studio, credettero che i principi delle matematiche fossero anche i principi di tutte le cose che sono. Or poiché i principi delle matematiche sono i numeri, e nei numeri essi credevano di trovare, più che nel fuoco e nella terra e nell’acqua, somiglianze con le cose che sono e divengono (giudicavano, per esempio, che giustizia fosse una determinata proprietà dei numeri, anima e mente un’altra, opportunità un’altra; e similmente, per così dire, ogni altra cosa), e poiché inoltre vedevano espresse dai numeri le proprietà e i rapporti degli accordi armonici, poiché insomma ogni cosa nella natura appariva loro simile ai numeri, e i numeri apparivano primi tra tutto ciò ch’è nella natura, pensarono che gli elementi dei numeri fossero elementi di tutte le cose che sono, e che l’intero mondo fosse armonia e numero. E tutte le proprietà che potevano mostrare, nei numeri e negli accordi musicali, corrispondenti alle proprietà e alle parti del cielo, e in generale a tutto l’ordine cosmico, le raccoglievano e gliele adattavano.

(Aristotele, Metafisica, libro I, 985 b23 – 986 a3)

Armonia musicale dell’anima

La musica di sua natura è fra le cose più dolci. E sembra che vi sia (in noi) un’affinità con le armonie e i  numeri; e perciò molti dei sapienti dicono gli uni che l’anima è un’armonia, gli altri che ha un’armonia.

(Aristotele, Politica, VIII 5, 1340 b 18)

Armonia delle sfere celesti

Risulta di qui che chi dice che dal movimento [degli astri] nasce armonia, in quanto dal movimento sono prodotti dei suoni e questi sono consonanti, dice certamente con singolare eleganza, ma non dice il vero. C’è infatti chi crede che, movendosi corpi così grandi, ne nasca un suono, perché suono è prodotto dal movimento dei corpi che sono quaggiù, i quali pure sono meno grandi e meno veloci di quelli. Non può, dicono, non nascere un suono straordinariamente grande dal movimento del sole e della luna e degli astri, che sono tanti e tanto grandi e procedono con tanta velocità. Così essi credono, e che i rapporti delle velocità degli astri in relazione alle distanze siano i medesimi degli accordi musicali; e perciò dicono che è armonico il suono degli astri rotanti. Poi, a giustificare il fatto che questo suono noi non lo udiamo, dicono che la causa sta in ciò, che esso c’è sempre dal nostro nascere; manca per questo, dicono, ogni contrasto col silenzio, e quindi non possiamo distinguerlo, ché suono e silenzio si discernono appunto perché sono in contrasto. Insomma accade, per tal suono, agli uomini quello che accade ai fabbri, che, per l’abitudine fatta al rumore, non lo distinguono più.

(ARISTOT. de cael. B 9. 290 b 12)

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Autore:

Ho studiato filosofia presso l'Università degli Studi di Roma “La Sapienza” e mi sono laureato nell'aprile del 1990, relatore il prof. Gabriele Giannantoni, con una tesi in storia della filosofia antica intitolata "Vivere significa morire: analisi di alcuni frammenti eraclitei". Sono socio della SFI - Società Filosofica Italiana di cui curo il sito web. Da alcuni anni mi interesso di Pratiche Filosofiche e Consulenza Filosofica, collaborando con riviste scientifiche del settore, sulle quali ho all'attivo decine di pubblicazioni. Dal 2004 svolgo la professione di Consulente Filosofico e ho promosso una serie di iniziative filosofiche (Caffè Philo, Dialogo Socratico, Seminari di gruppo) aperte al pubblico. Nel giugno del 2005 ho partecipato come relatore al convegno "Pratiche filosofiche e cura di sé" presso l'Università di Venezia "Cà Foscari". Tra il settembre 2006 e il giugno 2007 ho curato il ciclo di seminari "La filosofia come arte di vivere" presso la Biblioteca Comunale di Rieti "Paroniana" con il beneplacito dell'Assessorato alla Cultura del Comune di Rieti. Nell'anno accademico 2006-2007 sono stato docente a contratto per il master in Consulenza Filosofica attivato presso l'Università di Roma3. Attualmente insegno filosofia e storia presso il Liceo "I. Vian" di Bracciano (Liceo Classico sezione X).