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Brexit e democrazia: una breve analisi storico-filosofica


Intervista a Francesco Dipalo** a cura della redazione di Diogene Multimedia

La “Brexit” ha riportato al centro dell’attenzione la questione di cosa si debba effettivamente intendere con “democrazia”. C’è chi ha celebrato il pronunciamento referendario del popolo britannico a favore dell’uscita dalla UE come massima espressione di democrazia, e chi, invece, ha parlato di “abuso di democrazia”, di “roulette russa politica”, vedi Mario Monti. Come si districa la matassa?

Entrambe le affermazioni, in un certo senso, sono storicamente e filosoficamente giustificabili. Il referendum (abrogativo, confermativo oppure consultivo, come nel caso inglese) è uno dei principali strumenti di democrazia diretta perché chiama l’intera cittadinanza a prendere una decisione politica a maggioranza. Secondo Rousseau, p. e., l’unica vera forma di democrazia è quella diretta, espressa dall’assemblea dei cittadini in cui s’incarna la volontà popolare. D’altro canto, le moderne democrazie occidentali nel XX secolo si sono costituite e fondate sul cosiddetto “principio di rappresentanza”, in base al quale i cittadini sono chiamati alle urne per selezionare le classi dirigenti cui affidare il potere legislativo e, in taluni casi, la gestione della cosa pubblica. Senza esprimersi, dunque, nel merito delle singole questioni, al più aderendo alla linea politica del partito prescelto. Una volta si parlava di “ideologie” o “visioni politiche alternative”. Oggi, tramontate le grandi narrazioni politiche germogliate nell’Ottocento, a distinguere le diverse “offerte politiche” rimangono, spesso ridotti ad una serie di slogan televisivi, i cosiddetti programmi elettorali, che, pur differendo tra di loro su punti importanti, generalmente non mettono in discussione i capisaldi del pensiero unico tecno-economicista neoliberista. A supporto della democrazia rappresentativa, che è, beninteso, una forma di democrazia “indiretta” e, dunque, “diminuita”, Kelsen adduceva due fatti indiscutibili: l’estensione territoriale degli stati moderni e l’elevato numero dei votanti, nonché la crescente complessità delle materie che il legislatore è chiamato a regolamentare, tale da richiedere una preparazione culturale e professionale specifica.

Ad ogni modo, lo strumento referendario, come correttivo previsto dallo stesso Kelsen, è presente, in misura diversa, nella maggior parte dei sistemi costituzionali. Nel nostro, p. e., salvo i referendum che riguardano le modifiche costituzionali (come quello del prossimo ottobre), esso ha funzione solamente abrogativa rispetto alle leggi fatte in Parlamento e comunque non può riguardare alcune specifiche materie: leggi tributarie e di bilancio, di amnistia e di indulto, e, soprattutto, leggi di autorizzazione a ratificare trattati internazionali (art. 75). In Italia, dunque, un referendum come quello britannico, semplicemente, non potrebbe aver luogo. In aggiunta occorre ricordare che il referendum sulla Brexit, essendo puramente consultivo, non vincola il Parlamento inglese – e tanto meno quello della Scozia o dell’Irlanda del Nord, paesi membri del Regno Unito in cui la maggioranza dei votanti si è espressa a favore del “Remain” – a ratificare l’uscita della GB dalla UE. Di fatto, però, non tenendo nella dovuta considerazione la “volontà popolare” l’attuale classe dirigente e le istituzioni andrebbero incontro ad un discredito politicamente rovinoso.

Il punto, dunque, è questo: se con “democrazia” intendiamo un sistema politico in cui, attraverso determinate leggi ed istituti, si esprime, prende corpo il potere (kratos) del popolo (demos), oggi inteso come totalità dell’elettorato a suffragio universale, è corretto affermare che il referendum in generale e questo in particolare, soddisfi appieno le caratteristiche di democraticità richieste in base al “principio di rappresentanza”? Non c’è il rischio – come segnalano molti politologi – che la democrazia degeneri in demagogia o, peggio, in dittatura della maggioranza?

Sarebbe a dire che il tema della Brexit per la sua complessità e tecnicità non avrebbe dovuto essere sottoposto a referendum? Quindi ha ragione Monti?

Attenzione: la mia non era affatto una domanda retorica. La questione è molto più complessa di quello che sembri di primo acchito. E a me, come studioso di filosofia, non preme prendere posizione netta pro o contro, quanto piuttosto cercare di evidenziare e comprendere le ragioni di entrambi i punti di vista. Perché, vedi, se consideriamo l’enorme mole di aspetti tecnici e di conseguenze amministrative, burocratiche ed economiche che comporta l’uscita dalla UE direi senz’altro di sì. Le competenze culturali e la capacità di informazione critica del cittadino medio, molto probabilmente, non sono affatto adeguate a valutare questioni così intricate. Senza considerare che molti – nessuno però saprebbe dire quanti, quindi è meglio rimanere sul generico – hanno scelto sulla scorta di suggestioni mediatiche ad effetto, mescolando e confondendo insieme cose diverse. Un percepito comune fatto di orgoglio nazionale, xenofobia, nostalgie imperiali, e soprattutto paura del futuro e rabbia, tanta rabbia per aver subito la progressiva riduzione delle garanzie socio-economiche offerte dal Welfare state: disoccupazione, erosione del potere d’acquisto dei salari medio-bassi, privatizzazioni diffuse nei sistemi sanitario e scolastico. Di tutto ciò, alcuni leader populisti e xenofobi hanno incolpato la UE, in parte a ragion veduta, in parte in maniera pretestuosa, se consideriamo che uno dei maggiori artefici della politica neoliberista negli anni Ottanta è stata proprio la signora Thatcher, la “lady di ferro” dell’ultima guerra imperiale britannica nelle isole Falkland. Ma, insomma, si tratta di considerazioni che, cambiando leggermente i termini del discorso, potrebbero valere per qualsivoglia paese occidentale. Fino a prova a contraria, non è previsto un esame di storia o di dottrine politiche per poter esercitare il diritto di voto. Per fortuna, aggiungo io.

D’altra parte, se consideriamo il referendum sulla Brexit come orientamento generale sulla politica estera o sui destini nazionali – dei dettagli giuridici si occuperanno poi gli addetti ai lavori – allora non ne sarei più così sicuro. Ovvero, potrebbe aver ragione il tanto bistrattato premier dimissionario Cameron, il quale, pur parteggiando per il “Remain”, ha affermato che il pronunciamento referendario è stato «un atto di pura democrazia».

Oltre al problema di come garantire quel minimo di consapevolezza ed informazione critica che, in democrazia, dovrebbero essere appannaggio del “cittadino medio”, per quale motivo l’Europa, nell’immaginario collettivo di moltissimi elettori rappresenta un ostacolo piuttosto che un incentivo al benessere collettivo e personale e alla stessa democrazia?

In genere per rispondere a questa domanda si evoca la cosiddetta “crisi economica”. La gente è scontenta perché l’economia va male. E le istituzioni europee, la BCE in particolare, pur non essendo perfette – tutto è perfettibile in democrazia – vengono a torto indicate come responsabili della crisi, mentre, in realtà, farebbero da argine contro un ulteriore peggioramento della situazione. Che ne sarebbe di noi fuori dall’UE? Come si riuscirebbe a vincere la sfida posta dalla globalizzazione? È un motivetto che ci sentiamo ripetere da anni.

Comunque la si pensi al riguardo – personalmente credo che l’economia sia una scienza empirica e non un dato metafisico – la questione è generalmente mal posta. Il problema non è l’economia in sé, ma le politiche economiche che i governi nazionali e la UE mettono in campo per affrontare i problemi che affliggono i cittadini, a cominciare dagli strati più bassi e più esposti della popolazione. Così ad essere messa in discussione dalla Brexit potrebbe non essere la UE come progetto politico in sé, quanto piuttosto le politiche messe in campo dalla UE nell’ultimo ventennio. Politiche, che si potrebbero giudicare, per altri versi, tutt’altro che democratiche.

In che senso? La democrazia sarebbe venuta meno proprio nel continente che le ha fatto da culla? Non è un’affermazione un po’ forte?

Mi spiego. Una delle principali domande che si è posta la filosofia politica contemporanea riguarda il rapporto tra forma e contenuto. Cioè: a definire democratico un dato regime è sufficiente l’adozione di una serie di regole formali e procedurali – diffusi diritti civili e politici, libere elezioni, ecc. – per la selezione della classe politica oppure sono necessari contenuti valoriali condivisi (p. e. libertà individuale, ma anche solidarietà e giustizia sociale) ed assetti socio-economici ben definiti (proprietà privata, ma anche redistribuzione del reddito e servizi basilari, pubblici, garantiti a tutti, ecc.)? Per la prima ipotesi propendono gli alfieri del pensiero “liberal-individualista”, p. e. Nozick e Hayek, per la seconda pensatori “liberal-socialisti” del calibro di Rawls o, ancor prima, Tocqueville. E, si noti, mi sono deliberatamente astenuto dal menzionare filosofi di area marxiana. Vale a dire che in assenza di uno Stato sociale, cito l’art. 3 della nostra Costituzione, atto a «rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese», parlare di democrazia ha veramente poco senso. Aggiungo che nel secondo dopoguerra, almeno fino alla crisi petrolifera degli anni Settanta e alla caduta dell’URSS, salvo alcune eccezioni, il principio del Welfare state non è stato mai messo in discussione.

Se adottiamo questo criterio per valutare il livello di democraticità delle istituzioni e delle politiche UE, almeno per quanto concerne le reali ricadute nella vita quotidiana di milioni di persone, non solo in GB – mi riferisco alla cosiddetta politica dell’austerity – ebbene, il bilancio è abbastanza sconfortante. Ecco qui un altro paradosso. La UE, questa UE, risulta tutt’altro che sostanzialmente democratica. Le istituzioni europee, sconosciute al cittadino medio, sono considerate entità remote e spesso ostili, di fatto non rappresentative degli interessi dei cittadini. Per non parlare della BCE, che appare del tutto svincolata da qualsivoglia controllo democratico. E questo risulta tanto più vero quanto più ci si rivolge a persone in là con gli anni e con un basso grado di scolarizzazione. Quelli, insomma, che meno hanno potuto beneficiare della libera circolazione di capitali, persone, idee. Attenzione: non sto dicendo che tutto quel che si è costruito sin qui sia da gettare via. Tutt’altro. Ma che la fiducia e la considerazione di una fetta abbastanza ampia dell’opinione pubblica europea nei riguardi di questo modello di UE e di queste politiche sia in gran parte compromessa.

In altre parole, l’Europa esiste – o comunque è avvertita da un certo sentire comune – come costruzione economico-burocratica e non politica, tanto meno sociale. Il modello “metafisicamente” portato avanti da questa entità è, per lo più, quello neoliberista del capitalismo finanziario. E il principio bicipite su cui esso si fonda, “profitto (per pochi) ed efficienza”, spesso, non è facilmente conciliabile con le istanze di democrazia dal basso. Lo stesso Monti, che ha governato l’Italia per un anno e mezzo, non è stato eletto democraticamente, ma messo lì dall’allora presidente Napolitano con quello che qualcuno ha definito, a torto o a ragione, una sorta di “golpe bianco”.

Se le cose stessero così, magari per eterogenesi dei fini, scegliere di abbandonare questo sistema europeo, paradossalmente significherebbe optare per la democrazia, sfidando la “dittatura finanziaria” della Troika. Oppure, da un’altra angolazione, svolgere la funzione dialetticamente positiva di sollevare con forza il problema, prospettando politiche diverse. Tra parentesi, non sono affatto convinto che distruggendo la UE si faccia tout court terra bruciata intorno al capitalismo finanziario, risollevando le sorti delle masse oppresse. Lo stato nazionale, basta gettare un’occhiata alla storia del secolo passato, non offre alcuna garanzia in questo senso.

In conclusione, ribaltando l’assunto iniziale si potrebbe addirittura affermare che UE e democrazia siano difficilmente conciliabili tra loro?

Direi di no. In ultima istanza, l’Europa è come i cittadini europei hanno lasciato o voluto che fosse e sarà come vorranno farla. Uscire dalla UE, a mio avviso, non garantisce automaticamente il ripristino di condizioni improntate sui valori della democrazia sociale. Anzi, potrebbe rinvigorire alcuni spettri del nostro tragico passato, fatto di intolleranza, razzismo, totalitarismi, guerre. Anche questa è Europa, non dimentichiamocelo. Sto pensando all’omicidio della deputata labour Jo Cox, per mano di un fanatico xenofobo, pochi giorni prima del referendum. Come dicevo, il capitalismo finanziario può trovare altre strade. È fluido, adattabile. La battaglia per condizioni socio-politiche più democratiche – sempre che ci si riconosca, p. e., nella visione di Rawls – dovrebbe essere condotta da dentro l’Europa e non dal di fuori. Ovvero sarebbe necessario che i cittadini europei abbiano modo di esprimersi non a proposito del rimanere o andarsene dall’attuale, siffatta UE, bensì sui valori, sui principi da iscrivere nella carta costituzionale della costituenda “unione politica e sociale europea”. La redazione di tale carta è stata interrotta nel 2009 e mai più ripresa. Il che la dice lunga sulla effettiva aspirazione, delle classi dirigenti e di parte dell’opinione pubblica, a quella democrazia sostanziale di cui si diceva prima.

 

**Francesco Dipalo insegna filosofia e storia presso il Liceo “I. Vian” di Bracciano. Esperto di pratiche filosofiche, divulgatore e scrittore collabora con la casa editrice Diogene Multimedia di Bologna.
A giugno 2016 è uscito in libreria il suo ultimo lavoro frutto delle Vacanze Filosofiche edizione 2015: Democrazia. Analisi storico-filosofica di un modello politico controverso di Francesco Dipalo (Autore e Curatore), Giorgio Gagliano (Autore), Elio Rindone (Autore), Diogene Multimedia, Bologna 2016
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Autore:

Ho studiato filosofia presso l'Università degli Studi di Roma “La Sapienza” e mi sono laureato nell'aprile del 1990, relatore il prof. Gabriele Giannantoni, con una tesi in storia della filosofia antica intitolata "Vivere significa morire: analisi di alcuni frammenti eraclitei". Sono socio della SFI - Società Filosofica Italiana di cui curo il sito web. Da alcuni anni mi interesso di Pratiche Filosofiche e Consulenza Filosofica, collaborando con riviste scientifiche del settore, sulle quali ho all'attivo decine di pubblicazioni. Dal 2004 svolgo la professione di Consulente Filosofico e ho promosso una serie di iniziative filosofiche (Caffè Philo, Dialogo Socratico, Seminari di gruppo) aperte al pubblico. Nel giugno del 2005 ho partecipato come relatore al convegno "Pratiche filosofiche e cura di sé" presso l'Università di Venezia "Cà Foscari". Tra il settembre 2006 e il giugno 2007 ho curato il ciclo di seminari "La filosofia come arte di vivere" presso la Biblioteca Comunale di Rieti "Paroniana" con il beneplacito dell'Assessorato alla Cultura del Comune di Rieti. Nell'anno accademico 2006-2007 sono stato docente a contratto per il master in Consulenza Filosofica attivato presso l'Università di Roma3. Attualmente insegno filosofia e storia presso il Liceo "I. Vian" di Bracciano (Liceo Classico sezione X).