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Breve antologia del Nichilismo


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L’uomo moderno crede sperimentalmente ora a questo, ora a quel valore, per poi lasciarlo cadere; il circolo dei valori superati e lasciati cadere è sempre più vasto; si avverte sempre più il vuoto e la povertà di valori; il movimento è inarrestabile […]. Quella che racconto è la storia dei prossimi due secoli.

NIETZSCHE, Frammenti postumi

Io vado intorno facendo nient’altro se non cercare di persuadere voi; e più giovani e più vecchi, che non dei corpi dovete prendervi cura, né delle ricchezze né di alcun’altra cosa prima con maggiore impegno che dell’anima, in modo che diventi buona il più possibile, sostenendo che la virtù non nasce dalle ricchezze, ma che dalla virtù stessa nascono le ricchezze e tutti gli altri beni per gli uomini; e in privato e in pubblico.

PLATONE, Apologia di Socrate

La società descritta in 1984 è una società controllata quasi esclusivamente dal castigo e dal timore di esso. Nel mondo immaginario della mia favola il castigo è raro e di solito mite. Il governo realizza il suo controllo, quasi perfetto, inducendo sistematicamente la condotta desiderata, e per far questo ricorre a varie forme di manipolazione pressoché non violenta, fisica e psicologica, e alla standardizzazione genetica. Forse non è impossibile la gestazione in vitro, come non è impossibile il controllo centralizzato della riproduzione; ma è chiaro che per molti anni a venire la nostra rimarrà una specie vivipara che si riproduce a casaccio. Può darsi che per motivi pratici si escluda la standardizzazione genetica. Il controllo sulle società continuerà a esercitarsi dopo che l’uomo è venuto al mondo; mediante il castigo, come accadeva in passato, e in misura sempre maggiore mediante metodi più efficienti di premio e di manipolazione scientifica.

HUXLEY, Ritorno al mondo nuovo, p. 239

Altrettanto poco c’è da stupirsi se i giovani non sembrano tenere molto alle forme della democrazia nella quale si riconoscono – almeno con le labbra – i loro genitori. Dove deve prendere allora il giovane i suoi ideali? È già una fortuna se egli non si attacca a falsi ideali, a pseudoreligioni o se addirittura non si rifugia nella droga. Se egli, come faceva un tempo la plebe romana, chiede panem et circenses (pane e divertimenti) le cose non vanno certo meglio. Aldous Huxley ha tradotto tutto ciò nel linguaggio del nostro secolo nel modo seguente: ‘Dammi televisione e hamburger e fammi il santo piacere di lasciarmi in pace, con le tue prediche sulla libertà e sulla responsabilità’. La ricerca del divertimento a tutti i costi è il preoccupante contrario della gioia del gioco creativo. Questa passività è incoraggiata dallo stato d’animo fiacco e svogliato che caratterizza non soltanto l’uomo stanco, ma anche l’uomo sazio, per non dire ipernutrito.

LORENZ, Il declino dell’uomo, p. 193

Mi sono allontanato non tanto dagli uomini quanto piuttosto dalle cose, e soprattutto dai miei affari: mi occupo degli affari dei posteri. Scrivo cose che possano loro giovare; affido agli scritti consigli salutari; come se fossero ricette di medicine utili; ne ho sperimentato l’efficacia sulle mie ferite, che, pur non essendo completamente guarite, tuttavia hanno cessato di estendersi.

SENECA, Lettere a Lucilio, 8, 2

Gli antichi avevano l’abitudine, che si è conservata fino ai nostri tempi, di scrivere all’inizio delle lettere: “Se stai bene, io ne sono contento, io sto bene”. Noi giustamente diciamo: “Se ti dedichi alla filosofia, ne sono contento”. Stare bene, infatti, è precisamente questo. Senza la filosofia l’anima è malata; anche il corpo, se pure è in forze, è sano come può esserlo quello di un pazzo o di un forsennato. Perciò, se vorrai star bene, cura soprattutto la salute dell’anima, e poi quella del corpo, la quale non ti costerà molto.

Ibidem, 15, 1-2

Ti dirò che cosa allora mi sia stato di conforto; ma prima voglio dirti che queste cose in cui trovavo sollievo hanno avuto per me l’efficacia di una medicina; i buoni conforti si trasformano in medicine, e qualunque cosa solleva l’anima giova anche al corpo. Gli studi sono stati la mia salvezza; è merito della filosofia se mi sono alzato dal letto, se sono guarito: a lei sono debitore della vita, anche se questo è il debito minore che ho con lei.

Ibidem, 78, 3

 

NICHILISMO

Per quanto mi riguarda, io che sento a volte in me il ridicolo di un profeta, so che non troverò mai in tutto questo la charité d’un médecin. Perduto in questo mondo miserabile, coudoyé par les foules, sono come un uomo stanco che, guardando all’indietro, non vede niente altro che désabusement et amertume in lunghi anni profondi, e davanti a sé una tempesta in cui non c’è niente di nuovo, né dottrina né dolore

11[234]

Descrivo ciò che verrà: l’avvento del nichilismo. Posso descriverlo ora perché si produce ora qualcosa di necessario – i segni di ciò sono dappertutto, ormai non mancano per questi segni che gli occhi. Qui io non esalto né biasimo il fatto che ciò avvenga: credo che ci sia, nelle crisi più grandi, un momento in cui l’uomo si ripiega su sé stesso nel modo più profondo; che poi l’uomo si riprenda, che riesca a uscire da queste crisi, è una questione di forza: è possibile… L’uomo moderno crede sperimentalmente ora a questo, ora a quel valore, per poi lasciarlo cadere; il circolo dei valori superati e lasciati cadere è sempre più vasto; si avverte sempre più il vuoto e la povertà di valori; il movimento è inarrestabile – sebbene si sia tentato in grande stile di rallentarlo. Alla fine l’uomo osa una critica dei valori in generale; ne riconosce l’origine; conosce abbastanza per non credere più in nessun valore; ecco il pathos, il nuovo brivido… Quella che racconto è la storia dei prossimi due secoli…

11 [119]

Ciò che racconto è la storia dei prossimi due secoli. Descrivo ciò che verrà, ciò che non potrà più venire diversamente: l’avvento del nichilismo. Questa storia può essere raccontata già oggi, poiché qui è all’opera la necessità stessa. Questo futuro parla già con cento segni, questo destino si annuncia dappertutto; tutte le orecchie sono già ritte per questa musica del futuro. Tutta la nostra cultura europea si muove già da gran tempo con una tensione torturante che cresce di decennio in decennio, come se si avviasse verso una catastrofe: inquieta, violenta, precipitosa; come un fiume che vuole sfociare, ma che non si rammenta più, che ha paura di ramnentare.

11 [411]

Nichilismo: manca il fine; manca la risposta al ‘perché?’; che cosa significa nichilismo? – che i valori supremi si svalorizzano.

I presupposti del nichilismo sono: “Che non ci sia una verità; che non ci sia una costituzione assoluta delle cose, una ‘cosa in sé’ “.

9 [35]

Contro la supposizione che un ‘in sé delle cose’ dovesse essere necessariamente buono, beato, vero, uno, l’interpretazione di Schopenhauer dell’ ‘in sé’ come volontà era stato un passo essenziale; però egli non aveva saputo divinizzare questa volontà: era rimasto fermo all’ideale morale cristiano. Schopenhauer era ancora a tal punto dominato dai valori cristiani da essere costretto a vedere la cosa in sé – dopo che essa non risultò più per lui ‘Dio’ – come cattiva, stupida, assolutamente da rifiutare. Non aveva compreso che ci possono essere infinite forme del poter-essere-altro e finanche del poter-essere Dio. Maledizione di quella limitata dualità: bene e male.

9 [42].

[…] la sintesi dei valori e dei fini (su cui riposa ogni forte cultura) si scioglie, in modo che i singoli valori si fanno la guerra: disgregamento; tutto ciò che ristora, guarisce, tranquillizza, stordisce, sarà in primo piano, sotto diversi travestimenti; religiosi o morali o politici o estetici, ecc.

9 [35]

Avete sentito di quel folle uomo che accese una lanterna alla chiara luce del mattino, corse al mercato e si mise a gridare incessantemente; ‘Cerco Dio! Cerco Dio!’. E poiché proprio là si trovavano raccolti molti di quelli che non credevano in Dio, suscitò grandi risa. ‘È forse perduto?’ disse uno. ‘Si è perduto come un bambino?’ fece un altro. ‘Oppure sta ben nascosto? Ha paura di noi? Si è imbarcato? È emigrato?’ – gridavano e ridevano in una gran confusione. Il folle uomo balzò in mezzo a loro e li trapassò con i suoi sguardi: ‘Dove se ne è andato Dio? – gridò – ve lo voglio dire! Siamo stati noi a ucciderlo: voi e io! Siamo noi tutti i suoi assassini! Ma come abbiamo fatto questo? Come potemmo vuotare il mare, bevendolo fino all’ultima goccia? Chi ci dette la spugna per strusciar via l’intero orizzonte? Che mai facemmo, a sciogliere questa terra dalla catena del suo sole? Dov’è che si muove ora? Dov’è che ci muoviamo noi? Via da tutti i soli? Non è il nostro un eterno precipitare? E all’indietro, di fianco, in avanti, da tutti i lati? Esiste ancora un alto e un basso? Non stiamo forse vagando come attraverso un infinito nulla? Non alita su di noi lo spazio vuoto? Non si è fatto più freddo? Non seguita venire notte, sempre più notte? Non dobbiamo accendere lanterne la mattina? Dello strepito che fanno i becchini mentre seppelliscono Dio, non udiamo dunque nulla? Non fiutiamo ancora il lezzo della divina putrefazione? Anche gli dèi si decompongono! Dio è morto! Dio resta morto! E noi lo abbiamo ucciso! […] Non ci fu mai un’azione più grande: tutti coloro che verranno dopo di noi apparterranno, in virtù di questa azione, a una storia più alta di quanto mai siano state tutte le storie fino a oggi!’. A questo punto il folle uomo tacque, e rivolse di nuovo lo sguardo sui suoi ascoltatori: anch’essi tacevano e lo guardavano stupiti. Finalmente gettò a terra la sua lanterna che andò in frantumi e si spense. ‘Vengo troppo presto – proseguì – non è ancora il mio tempo. Questo enorme avvenimento è ancora per strada e sta facendo il suo cammino: non è ancora arrivato fino alle orecchie degli uomini. Fulmine e tuono vogliono tempo, il lume delle costellazioni vuole tempo, le azioni vogliono tempo, anche dopo esser state compiute, perché siano vedute e ascoltate. […]’ Si racconta ancora che l’uomo folle abbia fatto irruzione, quello stesso giorno, in diverse chiese e quivi abbia intonato il suo Requiem aeternam Deo. Cacciatone fuori e interrogato, si dice che si fosse limitato a rispondere invariabilmente in questa modo: ‘Che altro sono ancora queste chiese, se non le fosse e i sepolcri di Dio?’.

La gaia scienza, L’uomo folle

Da questo passo risulta chiaro che l’affermazione di Nietzsche circa la morte di Dio riguarda il Dio cristiano. Ma è altrettanto certo, e da tener presente fin d’ora, che le espressioni; ‘Dio’ e ‘Dio cristiano’ sono usate nel pensiero di Nietzsche per indicare il mondo sovrasensibile in generale. ‘Dio’ è il termine per designare il mondo delle idee e degli ideali. Questo mondo del sovrasensibile vale da Platone – o, meglio, dalla tarda interpretazione greca e da quella cristiana della filosofia platonica – come il mondo vero, l’autenticamente reale. In opposizione a esso, il mondo sensibile è semplicemente il mondo di qua, il mondo mutevole, apparente e irreale. Il mondo di qua è la valle di lacrime, contrapposta all’eterna beatitudine ultraterrena. Se intendiamo, come ancora fa Kant, il mondo sensibile come mondo fisico nel senso più ampio, il mondo sovrasensibile diventerà il mondo metafisico. Così l’espressione ‘Dio è morto’ significa che il mondo ultrasensibile è senza forza reale, non dispensa vita alcuna. La metafisica, cioè – per Nietzsche – la filosofia occidentale intesa come platonismo, è alla fine. Nietzsche intende la sua filosofia come la controcorrente della metafisica, cioè, per lui, del platonismo.

Martin Heidegger, La sentenza di Nietzsche “Dio è morto”

Il nichilismo, pensato nella sua essenza, è piuttosto il movimento fondamentale della storia dell’Occidente. Esso rivela un corso così profondamente sotterraneo, che il suo sviluppo non potrà determinare che catastrofi mondiali. Il nichilismo è il momento storico universale dei popoli della Terra, nella sfera di potenza del Mondo Moderno. Non è quindi un fenomeno dell’epoca attuale e neppure un prodotto del secolo XIX, anche se in questo secolo si destò una consapevolezza più acuta nei riguardi di esso e il termine incominciò a essere usato. Né si può dire che il nichilismo sia soltanto il prodotto delle singole nazioni i cui pensatori e scrittori parlano espressamente di esso. Quelle che se ne ritengono esenti, ne determinano lo sviluppo forse in modo più radicale. Fa parte dell’inquietudine che circonda questo ospite estremamente inquietante il fatto che esso non possa rivelare la sua provenienza. Il nichilismo non prende inizio soltanto là dove il Dio cristiano è negato, il cristianesimo combattuto, o dove è predicato un ateismo volgare su basi di libero pensiero. Fin che guardiamo esclusivamente alla miscredenza come distacco dal cristianesimo e dalle sue manifestazioni, non andiamo al di là degli aspetti più estrinseci e accidentali del nichilismo. Il discorso dell’uomo folle sta appunto a dimostrare che l’espressione ‘Dio è morto’ non ha nulla in comune con le opinioni di quanti lo circondavano discorrendo fra di loro, di quanti ‘non credevano in Dio’. Nei miscredenti in questo senso, il nichilismo non è ancora penetrato come destino della loro storia. Fin che noi intendiamo l’espressione ‘Dio è morto’ soltanto come la formula della miscredenza, non facciamo che pensare in modo teologico-apologetico, rinunciando a ciò verso cui mira il pensiero di Nietzsche, e precisamente alla riflessione che tende a pensare ciò che è già accaduto alla verità del mondo sovrasensibile e al suo rapporto col mondo sensibile.

[…] l’ideale è stato finora la vera e propria forza calunniatrice del mondo e dell’uomo, il soffio velenoso sulla realtà, la grande seduzione che porta al nulla…

11 [118]

[…] tutto esiste, ma non vi sono fini – ateismo come mancanza di ideali.

11 [327] Diario del nichilista

L’assoluto cambiamento che interviene con la negazione di Dio – Non abbiamo assolutamente più nessun Signore sopra di noi; il vecchio mondo dei valori è teologico – esso risulta rovesciato.

11 [333]

 I valori e il loro variare stanno in rapporto con la crescita della potenza di chi pone i valori; la misura di incredulità, di una riconosciuta ‘libertà dello spirito’ come espressione della crescita di potenza; ‘nichilismo’ come ideale di suprema potenza dello spirito, di vita straricca: in parte distruttivo, in parte ironico.

9 [39]

Si riassorbisca di nuovo colui che fa nel fare, dopo che lo si è concettualmente estratto svuotando in tal modo il fare. Si riprenda di nuovo nel fare il far qualcosa, la ‘meta’, l’ ‘intenzione’, il ‘fine’, dopo che dal fare si è estratto artificialmente il fine, svuotando in tal modo il fare. Tutti gli ‘scopi’, le ‘mete’, i ‘significati’ non sono che espressioni e metamorfosi dell’unica volontà che inerisce a ogni accadere, la volontà di potenza; l’avere scopi, mete, intenzioni, il volere in generale equivalgono a un voler diventare più forti, a un voler crescere, e in più a volere anche i mezzi; l’istinto più universale ed elementare, in ogni fare e volere, è rimasto il più sconosciuto e nascosto proprio per il fatto che, in pratica, noi seguiamo sempre il suo comando, per il fatto che siamo questo comando… Tutti i giudizi di valore sono solo conseguenze e ristrette prospettive al servizio di quest’unica volontà; il giudicare stesso è solo questa volontà di potenza; una critica dell’essere in base a uno qualunque di questi valori è qualcosa come un controsenso e un equivoco; anche nel caso che in tutto questo si introducesse un processo di decadenza, questo processo servirebbe ancora a quella volontà…

[a cura di Giovanni Reale]

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Autore:

Ho studiato filosofia presso l'Università degli Studi di Roma “La Sapienza” e mi sono laureato nell'aprile del 1990, relatore il prof. Gabriele Giannantoni, con una tesi in storia della filosofia antica intitolata "Vivere significa morire: analisi di alcuni frammenti eraclitei". Sono socio della SFI - Società Filosofica Italiana di cui curo il sito web. Da alcuni anni mi interesso di Pratiche Filosofiche e Consulenza Filosofica, collaborando con riviste scientifiche del settore, sulle quali ho all'attivo decine di pubblicazioni. Dal 2004 svolgo la professione di Consulente Filosofico e ho promosso una serie di iniziative filosofiche (Caffè Philo, Dialogo Socratico, Seminari di gruppo) aperte al pubblico. Nel giugno del 2005 ho partecipato come relatore al convegno "Pratiche filosofiche e cura di sé" presso l'Università di Venezia "Cà Foscari". Tra il settembre 2006 e il giugno 2007 ho curato il ciclo di seminari "La filosofia come arte di vivere" presso la Biblioteca Comunale di Rieti "Paroniana" con il beneplacito dell'Assessorato alla Cultura del Comune di Rieti. Nell'anno accademico 2006-2007 sono stato docente a contratto per il master in Consulenza Filosofica attivato presso l'Università di Roma3. Attualmente insegno filosofia e storia presso il Liceo "I. Vian" di Bracciano (Liceo Classico sezione X).

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