Pubblicato in: filosofia, storia

Albert Soboul – Che cos’è un philosophe


A questo punto si devono sottolineare due aspetti. Il philosophe è uno scienziato. Ed è anche l’uomo che mette in causa l’ordine costituito e la morale tradizionale. Questi due aspetti si preciseranno nel 18° secolo con la scossa subita dalla coscienza ereditaria, ed anche con l’ampliamento dell’ambito della conoscenza, quando nuovi ed immensi campi si apriranno alla ragione, – fermo restando il denominatore comune dello spirito del libero esame. […]

Dopo il 1715, la philosophie diventa un metodo universale. La sua essenza sta nello spirito di ragione e di libero esame che penetra in tutti i campi. Nel generale rinnovamento delle conoscenze, la philosophie è al centro di tutto. Mme da Lambert (1647-1733), il cui salotto letterario cominciò ad aver peso verso il 1720, diede all’inizio del secolo questa definizione prudente e insieme vigorosa: “Philosopher significa restituire alla ragione tutta la sua dignità, e farla rientrare in tutti i suoi diritti, significa riportare ogni cosa ai suoi principi, e scuotere il giogo dell’opinione e dell’autorità”. Verso la fine del secolo, Diderot (1713-1784) riprende, precisandola, la definizione della marchesa di Lambert, quando, in una lettera del 3 aprile 1771 alla principessa Dashkoff, indica nel senso di libertà la caratteristica del suo secolo. Diderot sottolinea al tempo stesso le successive conquiste della philosophie, che, dopo essersi rivolta contro la religione, ha fatto cadere la sua riflessione critica sui problemi dello Stato e della società. “Ogni secolo è caratterizzato da un certo spirito. Sembra che lo spirito del nostro secolo sia il senso della libertà. Il primo attacco contro la superstizione è stato violento, senza misura. Una volta che gli uomini hanno osato, in una qualunque maniera, dare l’assalto alla barriera della religione, a quella barriera, la più formidabile che esista come anche la più rispettata, è impossibile fermarsi. Non appena abbiano rivolto gli sguardi minacciosi contro la maestà del cielo, il momento dopo gli uomini non mancheranno di dirigerli contro la sovranità della terra. Il cavo che tien ferma e oppressa l’umanità è formato da due corde: l’una non può cedere senza che si rompa l’altra”. […] Montesquieu (1689-1755) afferma nelle Lettres persanes (1721) il suo entusiasmo philosophique identificando scienziato e philosophe. “Ci sono qui degli scienziati che, in verità, non sono affatto giunti fino al vertice della saggezza orientale, scrive Usbek a Hassein, ma lasciati a loro stessi, privati delle sante meraviglie, seguono nel silenzio le tracce della ragione umana. Non potresti credere sino a che punto li ha condotti questa guida. Hanno sbrogliato il Caos ed hanno spiegato con una semplice meccanica l’ordine dell’architettura divina”. […] (Lettera XCVII). […] Le Lettres persanes esprimono implicitamente un ordine ideale fondato sulla giustizia, che è precedente a ogni rivelazione, e sulla natura, vale a dire sulle esigenze fondamentali della ragione […] È attaccata la Chiesa, specialmente per la sua oscura teologia, per i suoi strani sacramenti, per le sue polemiche senza fine. “Vedo qui gente che disputa senza fine sulla religione”. […] Intendiamo, cioè, che va bene qualunque religione, purché vi si assolvano i propri doveri verso la società. Voltaire (1694-1788), nelle sue Lettres philosophiques o Lettres sur les Anglais (1734), illustra questa doppia direzione della philosophie. Philosophe lui stesso, si fa scienziato, o più esattamente volgarizzatore scientifico. La Lettera XII è un Elogio di Bacone, “il padre della filosofia sperimentale”. Nella Lettera XIII, Voltaire espone la filosofia di Locke, ch’egli pone al di sopra della filosofia di Descartes: Locke ha avuto il merito di allontanarsi dai sistemi metafisici per limitarsi all’esperienza. Le Lettere XIV-XVII sono dedicate a Newton, al suo sistema dell’attrazione, alle sue scoperte nell’ottica e nel calcolo infinitesimale. Ma queste Lettere sulla philosophie sono al tempo stesso un inno alla libertà, di pensiero. La philosophie si oppone alla religione. Voltaire […] scrive con finta ingenuità: “Non si deve mai temere che un’opinione philosophique possa nuocere alla religione di un paese. I nostri misteri possono ben essere contrari alle nostre dimostrazioni, non per questo sono meno riveriti dai nostri cristiani philosophes, i quali sanno che gli oggetti della ragione e quelli della fede sono di diversa natura […]”. Alla svolta del secolo, lo spirito di libero esame ha il sopravvento in tutti i campi. Nessuna realtà resta al di là della sua portata. L’ordine costituito, politico e sociale, è, se non messo in causa, passato almeno al vaglio della critica. […] Nella seconda metà, del 18° secolo, il concetto di philosophie acquista un valore più ampio. […] Il philosophe è innanzitutto colui che assimila le conoscenze scientifiche del suo tempo, e le fa progredire. Il campo della conoscenza si allarga: la società e la storia, e non più la sola religione, sono oggetto di riflessione razionale; il philosophe ci si applica. […] Lo spirito scientifico, che è caratterizzato dal primato della ragione e dal metodo sperimentale, non appartiene solo alle scienze della natura. I philosophes lo applicano allo studio dell’uomo e della società. La riflessione philosophique è passata dal campo della religione a quello della storia e della politica; essa tenta di definire una nuova morale. Le scienze sociali, prendendo a modello le scienze naturali, costituiscono come il campo specifico della philosophie. Sino ad allora, la ragione era considerata dai credenti come una particella di verità concessa ai mortali, come una scintilla divina. Essa delimita ora il suo campo, respingendo ogni metafisica, dichiarandosi incapace di conoscere la sostanza e l’essenza delle cose, incapace di elaborare dei sistemi. La ragione giudica, confronta, si sforza di discernere la verità dall’errore. Invece di partire da principi a priori, essa osserva, analizza, si tien ferma al reale. Confrontando poi i diversi elementi che ha distinto, si sforza di scoprire i loro legami e di stabilire delle leggi. La ragione si fonda sull’esperienza, respingendo l’autorità e la tradizione: è ad esse contraria. La ragione ha un carattere universale, è identica in tutti gli uomini. Dalla ragione soltanto dipende la loro salvezza: “La ragione, secondo l’articolo Philosophe dell’Encyclopédie, è nei riguardi del philosophe ciò che è la grazia nei riguardi del cristiano”. Questa concezione della ragione che procede da Locke e dal suo Essay on Human Understandings (1690), si ritrova durante tutto il secolo. In Voltaire, nelle Lettres philosophiques, specialmente nella quindicesima Lettera, dove si afferma il rifiuto di ogni metafisica (“Procedis huc et non ibis amplius”). Nel marchese d’Argens, autore de La philosophie du bon sens (1737). In Deslandes, che nel 1741 pubblica De la certitude des connaissances humaines au Examen philosophique des diverses prérogatives de la raison et de la foi: “la ragione è la potenza o la facoltà della nostra anima che per mezzo delle idee che ha delle cose, e confrontandole assieme, discerne il vero dal falso e il certo dall’incerto, quale che sia l’oggetto su cui ragioniamo”. […] Che la ragione non si applichi soltanto alla conoscenza del mondo ma anche alla condotta umana, è affermato con forza da D’Holbach, nel Discorso I de La politique rationnelle (1772): “La ragione non è altro che la conoscenza, fornita dall’esperienza e dalla riflessione, di quanto ci è utile o nocivo”. […] La ragione illumina tutti gli uomini, è la luce o, più precisamente, non trattandosi di un raggio solo ma di un fascio luminoso, i lumi [les lumières]. I Cartesiani utilizzavano l’espressione luce naturale, contrapposta alla luce rivelata. La parola, infatti, è stata prima usata nel senso teologico, poi in quello metaforico. Secondo il Dictionnaire de l’Académie (1694), “Luce [lumière] significa figuratamente intelligenza, chiarezza di spirito. Luce naturale… significa. anche tutto ciò che illumina l’anima. La luce della fede. La luce del Vangelo”. Verso la metà del 18° secolo, la parola designa tanto un atteggiamento intellettuale quanto l’epoca che adotta quell’atteggiamento. Così nel Tableau philosophique de progrès de l’esprit humain (1750) di Turgot (1727-1781): “Ogni ombra è infine dissipata; quale luce brilla da ogni parte! Quale folla di grandi uomini in tutti i generi! Quale perfezione della ragione umana!”. Così nell’articolo Bramini dell’Encyclopédie: “… mai i centri delle tenebre sono stati più rari e più ristretti di oggi; la philosophie si fa innanzi a passi da gigante, e la luce l’accompagna e la segue”. Così Voltaire in una lettera a Helvétius del 26 giugno 1765: “Da dodici anni si è operata negli animi una rivoluzione che è notevole… La luce si estende certamente da ogni lato”. […] “secolo illuminato, scrive Grimm nel maggio 1762, è il nome che diamo al nostro secolo…”. Il 18° secolo è il secolo dei lumi. La lotta religiosa continua. La philosophie trae argomento dallo sviluppo delle scienze positive. I risultati ottenuti nel campo scientifico legittimano agli occhi dei philosophes l’uso di un metodo sperimentale che esclude la spiegazione con il ricorso alle cause finali” e si libera dall’autorità dei testi sacri. La scienza deve liberarsi non solo dal giogo della scolastica, ma anche da ogni considerazione metafisica. Le scienze della natura vengono a testimoniare contro la rivelazione. […] I progressi della philosophie in questo campo sono tali che nel 1762 vengono fissati dal Dictionnaire de l’Académie nella definizione di philosophe: è ripresa la definizione del 1694, ma precisata da un’aggiunta: philosophe… “l’uomo che per spirito libertino si mette al di sopra dei doveri e degli obblighi della vita civile e cristiana”. […] Voltaire è il più acceso in questa lotta. Nel 1760, prende come motto Ecraser l’infáme; l’infáme è la Chiesa. […] Negli anni sessanta i philosophes costituiscono, su questo piano della lotta antireligiosa, un gruppo particolarmente combattivo. […] Dirsi philosophe dopo il 1760, significa, pur con numerose differenziazioni, aderire a una dottrina e militare in un partito. Attraverso la critica della religione rivelata sono rimesse in causa le basi della, morale tradizionale. Il metodo scientifico, che ha avuto successo con le scienze della natura, si applica anche alla morale. […] Helvétius (1715-1771), nel De l’esprit (1758), libro condannato e bruciato, applica questo metodo alla morale: “Ho ritenuto che la morale doveva esser trattata come tutte le altre scienze, e che si doveva costruire una morale come una fisica sperimentale”. D’Holbach (1723-1789) riprende questa stessa idea ne Le système de la nature (1770) […]: la morale in quanto scienza deve fondarsi non su “ipotesi la cui realtà non può essere constatata dai nostri sensi”, ma su di una conoscenza esatta della legge naturale, e dunque dei fatti stessi. Il philosophe vuole inoltre essere storico. Il 18° secolo ha avuto la passione della storia; i philosophes vi ricercano fatti e argomenti in appoggio alle loro controversie ed alle loro teorie. […] Montesquieu ha l’ambizione di stabilire le cause degli eventi storici. È questo il tema delle Considérations sur les causes de la grandeur des Romains et de leur décadence (1734) […]. Conoscere le cause è possibile perché “gli accidenti”‘ particolari” sono sempre inseriti nel “processo principale”. “Non è la Fortuna a dominare il mondo […]… Ci sono delle cause generali che agiscono in ogni monarchia, la innalzano, la conservano o la precipitano: tutti gli accidenti sono sottomessi a queste cause; e se il caso di una battaglia, ossia una causa particolare, ha mandato in rovina uno Stato, c’era una causa generale che faceva si che quello Stato dovesse perire per una sola battaglia. In una parola, il processo principale trascina con sé tutti gli accidenti particolari” (cap. XVIII). […] Il philosophe non studia la storia solo per se stessa. […] Non si tratta soltanto di conoscere il mondo e la società, bisogna inoltre trasformarli. La philosophie è anche una pratica politica e sociale. L’opera storica di Montesquieu porta all’Esprit des lois (1748). La storia porta alla politica. Già le Considérations contengono dei consigli sull’armonia dello Stato. […] Come nelle Considérations Montesquieu non è storico nell’esatto senso della parola ma philosophe della storia, così nell’Esprit des lois non è né giurista, né legislatore, ma philosophe del diritto e dei governi. “Non mi occupo affatto delle leggi ma dello spirito delle leggi”. Non per questo è meno chiaro il pragmatismo dell’opera. Il philosophe è anche un politico, e la storia è come l’arsenale del legislatore. […] “La legge in generale è la ragione umana in quanto governa tutti i popoli della terra; e le leggi politiche e civili di ogni nazione non devono essere che in casi particolari in cui si applica questa ragione umana. Devono a tal punto essere adatte al popolo per il quale sono state fatte, che è proprio un puro caso se quelle di una nazione possono andar bene per un’altra nazione. Devono riferirsi alla natura ed al principio del governo costituito o che si vuol costituire… Devono essere relative ai caratteri fisici del paese… Devono riferirsi al grado di libertà che la costituzione può consentire” (libro I, cap. III). L’opera storica, di Voltaire porta. al Dictionnaire philosophique (1764). Voltaire, attraverso la descrizione delle civiltà passate, intende “illuminare” il lettore; e giunge alla nozione della tolleranza, a quella di progresso. Così, nell’articolo Governo del Dictionnaire philosophique, Voltaire passa da una descrizione del governo inglese alla rivendicazione della libertà. “Ecco a cosa è infine giunta la legislazione inglese: a ricollocare ogni uomo in tutti i diritti della natura, diritti dei quali gli uomini sono privati in quasi tutte le monarchie. Questi diritti sono: libertà completa della sua persona e dei suoi beni; di parlare alla nazione con i suoi scritti; di poter essere giudicato in materia criminale soltanto da una giuria formata di uomini indipendenti; di non poter essere giudicato in nessun caso che secondo i precisi termini della legge”. Per Voltaire, la storia deve servire alla formazione sociale e politica dell’honnête homme. […] “II vero philosophe dissoda i campi incolti, aumenta il numero degli aratri, e di conseguenza degli abitanti; trova un’occupazione per il povero e lo arricchisce, incoraggia i matrimoni, marita l’orfano, non brontola affatto contro le imposte necessarie, e mette il coltivatore in grado di pagarle con allegria. Non si aspetta nulla dagli uomini e fa loro tutto il bene di cui è capace”. Il philosophe, dunque, non è affatto un pensatore chiuso nel suo studio: è un philosophe impegnato. La vita, di Voltaire, quella di Diderot stanno li a dimostrarlo. II philosophe è un combattente, utilizza tutte le armi, anche quelle della polemica, dell’ironia, sempre sulla breccia, tattico avvezzo ad ogni astuzia. Il patriarca di Ferney non disarmò mai. […] II philosophe vive in mezzo agli uomini. Non ha nulla di quei “philosophes ordinari che meditano troppo o che piuttosto meditano male… essi fuggono gli uomini e gli uomini li evitano”. Il vero philosophe è pieno di “umanità”. Il testo ricorda le parole di Cremete nell’Heautontimorumenos di Terenzio: “Homo sum, humani a me nihil alienum puto”. Il philosophe riprende qui l’elemento basilare dell’umanesimo: la fede e l’amore per l’umanità non sono giustificati dal fatto che l’uomo è immagine di Dio, ma dal fatto che è uomo. […] All’ideale cristiano, al rifiuto di questo mondo, si contrappone un ideale di felicità terrestre grazie ai beni della terra ed al commercio degli uomini. “Il nostro philosophe non crede di essere in esilio in questo mondo; non crede di essere in terra nemica; vuol godere da saggio amministratore dei beni che gli offre la natura; vuol trovare piacere nei rapporti con gli altri; e per trovarne, bisogna farne: cerca perciò di adattarsi a coloro con cui lo fanno vivere il caso o la sua scelta; e trova al tempo stesso ciò che gli va bene: è un honnête homme che vuol piacere e rendersi utile”. […] Questo razionalismo, questo umanesimo non sono fuori del tempo, si situano nel contesto ideologico del secolo dell’Illuminismo; in una situazione storica concreta, la religione non è soltanto eliminata, ma è inoltre sostituita dalla società civile, sola divinità cui rende omaggio il philosophe. “La società civile è, per così dire, la sola divinità ch’egli riconosca sulla terra; egli la incensa, la onora con la probità, con un’esatta attenzione ai suoi doveri, e con un sincero desiderio di non esserne un membro inutile o imbarazzante”. La società oggetto di questo culto non è un’astrazione, un concetto ideale, ma una realtà storica: la società delle honnêtes gens. […] Il philosophe si identifica insomma con l’honnête homme. Si manifesta così la persistenza dei valori del 17° secolo, ma in un nuovo contesto ideologico. Il philosophe non è l’autore di un sistema, non scrive trattati sulla natura delle cose. […] II philosophe così concepito appare come un modello, un ideale che ci si sforza di raggiungere. Era stato così con l’uomo universale o con il cortigiano del Rinascimento, con l’ “honnête homme” del 17° secolo. Sarà così con il gentleman del 19° secolo. L’honnête homme frequentava i salotti ove regnava la buona creanza, ove si discuteva dei problemi del gusto e della psicologia. Il philosophe frequenta i club, i caffè, dove si discute di scienza, di morale, di politica, dove domina la pubblica opinione che, secondo quanto scrive nel 1752 d’Argenson nel suo Journal, “governa il mondo”. “La scienza universale non è più alla portata dell’uomo, osserva Voltaire, ma le vere persone colte si mettono in condizione di muoversi su questi diversi terreni, anche se non possono coltivarli tutti”.

Da Voltaire a Diderot, ovvero “che cos’è un philosophe?”, in Feudalesimo e stato rivoluzionario, trad. it. di M. Leonardi, Guida, 1973

Autore:

Ho studiato filosofia presso l'Università degli Studi di Roma “La Sapienza” e mi sono laureato nel 1990, relatore il prof. Gabriele Giannantoni, con una tesi in storia della filosofia antica intitolata "Vivere significa morire: analisi di alcuni frammenti eraclitei". Sono socio della SFI - Società Filosofica Italiana di cui curo il sito web. Da alcuni anni mi interesso di Pratiche Filosofiche e Consulenza Filosofica, collaborando con riviste scientifiche del settore, sulle quali ho all'attivo decine di pubblicazioni. Dal 2004 svolgo la professione di Consulente Filosofico e ho promosso una serie di iniziative filosofiche (Caffè Philo, Dialogo Socratico, Seminari di gruppo) aperte al pubblico. Attualmente insegno filosofia e storia presso il Liceo "I. Vian" di Bracciano (Liceo Classico sezione X). Utilizzo la filosofia in pratica sia durante le lezioni ordinarie che in altre "straordinarie" occasioni (passeggiate filosofiche nel bosco, dialoghi socratici a tema, ecc.). A scuola provo a tener aperto uno "sportello" di consulenza filosofica rivolto ai grandi ed ai meno grandi.

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