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Aristotele: scopo dell’umano è il conoscere


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Aristotele, Protreptico, B16-B24
Ora gli esseri viventi appartengono, o tutti in generale o almeno i migliori e più nobili, a ciò che è generato dalla natura e in accordo con essa; e non significa nulla se qualcuno invece asserisce che la maggior parte degli animali sarebbe generata contro natura, cioè per far male e provocare danno. Il più nobile degli animali esistenti sulla terra è l’uomo, sicché risulta chiaro che l’uomo è generato per natura e conformemente a natura.

Se dunque 1) il fine è sempre migliore della cosa (perché tutto si genera in vista dello scopo e il “ciò per cui” è sempre migliore e il meglio di tutto), se poi 2) il fine conforme a natura è ciò che viene raggiunto per ultimo nel processo del divenire, quando questo si sviluppi con continuità fino al compimento; se inoltre assumiamo 3) che nell’uomo prima giunge a compimento il corpo, e soltanto in seguito ciò che concerne l’anima, e che il compimento di ciò che è migliore è sempre successivo alla sua generazione; se dunque assumiamo che 4) l’anima viene all’essere sempre dopo il corpo, e che a sua volta all’interno dell’anima la facoltà della mente viene all’essere per ultima (poiché vediamo che questa per natura è l’ultima che si origina nell’uomo, e questa è la ragione per cui l’unico bene il cui possesso la vecchiaia reclami); 5) ammesso tutto questo, allora la facoltà della mente è per natura il nostro fine, ed il suo esercizio costituisce lo scopo ultimo in vista di cui siamo nati. Posto che noi siamo stati generati conformemente a natura, è allora anche chiaro che esistiamo per pensare ed imparare. Ed ora domandiamoci per quale fra gli oggetti di pensiero esistenti il dio ci ha prodotti. Quando a Pitagora fu posta questa domanda dagli abitanti di Fliunte, egli rispose: “per osservare il cielo.” Egli usava definirsi un osservatore della natura, e diceva di essere nato per questo scopo. Di Anassagora, poi, si racconta che così abbia risposto alla domanda per quale scopo l’uomo potrebbe augurarsi di nascere e di vivere: “per osservare il cielo, e le stelle in esso, e la luna e il sole”, come se per nulla altro valesse la pena. In accordo con questo argomento, Pitagora avrebbe dunque a ragion veduta affermato che ogni uomo è stato formato dal dio per conoscere e meditare. Se poi l’oggetto di questa conoscenza sia l’ordine del mondo oppure una qualche altra natura, sarà forse da esaminare in seguito; per il momento ci basta, come base, ciò che abbiamo detto. Se cioè conformemente a natura il fine è la facoltà della mente, allora non v’è dubbio che la cosa migliore è di esercitarla. E dunque bisogna fare ogni altra cosa in vista del bene che è presente nell’uomo stesso; e, fra queste cose a loro volta, quelle corporee in vista di quelle dell’anima, e la virtù in vista della facoltà della mente, perché questa è la cosa più alta. Alla stessa meta ci porta quest’altra argomentazione. Dal momento che nella natura tutta domina l’ordine, essa non fa nulla a caso, ma tutto subordina a uno scopo. In quanto essa esclude il caso, si adopera per la realizzazione dello scopo in grado ancor maggiore di ogni arte umana, perché, come già sappiamo, le capacità umane prendono a modello la natura. Poiché per natura l’uomo consta di anima e corpo, e l’anima vale più del corpo, e inoltre ciò che vale meno è sempre subordinato a ciò che è migliore in vista di uno scopo, così il corpo esiste in vista dell’anima. Già sappiamo che l’anima è in parte razionale, in parte invece irrazionale, e che la parte irrazionale ha minor valore; se ne ricava che la parte irrazionale esiste in vista di quella razionale. Alla parte razionale appartiene l’intelligenza; la dimostrazione dunque porta inevitabilmente alla conclusione che tutto esiste in vista dell’intelligenza. L’attività dell’intelligenza è quella di pensare, e il pensare consiste nella contemplazione degli oggetti del pensiero, così come l’attività dell’organo della vista è di vedere gli oggetti visibili. Sono quindi il pensiero e l’intelligenza che rendono ogni altra cosa desiderabile per l’uomo, perché le altre cose sono desiderabili in vista dell’anima, e nell’anima l’intelligenza è ciò che vale di più, e in vista di cui esiste tutto il resto.

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Autore:

Ho studiato filosofia presso l'Università degli Studi di Roma “La Sapienza” e mi sono laureato nell'aprile del 1990, relatore il prof. Gabriele Giannantoni, con una tesi in storia della filosofia antica intitolata "Vivere significa morire: analisi di alcuni frammenti eraclitei". Sono socio della SFI - Società Filosofica Italiana di cui curo il sito web. Da alcuni anni mi interesso di Pratiche Filosofiche e Consulenza Filosofica, collaborando con riviste scientifiche del settore, sulle quali ho all'attivo decine di pubblicazioni. Dal 2004 svolgo la professione di Consulente Filosofico e ho promosso una serie di iniziative filosofiche (Caffè Philo, Dialogo Socratico, Seminari di gruppo) aperte al pubblico. Nel giugno del 2005 ho partecipato come relatore al convegno "Pratiche filosofiche e cura di sé" presso l'Università di Venezia "Cà Foscari". Tra il settembre 2006 e il giugno 2007 ho curato il ciclo di seminari "La filosofia come arte di vivere" presso la Biblioteca Comunale di Rieti "Paroniana" con il beneplacito dell'Assessorato alla Cultura del Comune di Rieti. Nell'anno accademico 2006-2007 sono stato docente a contratto per il master in Consulenza Filosofica attivato presso l'Università di Roma3. Attualmente insegno filosofia e storia presso il Liceo "I. Vian" di Bracciano (Liceo Classico sezione X).