Pubblicato in: storia

Democrazia (voce in Politica, vocabolario Ornaghi)


DEMOCRAZIA:
1. Teorie classiche delle forme di governo e teoria medievale della sovranità popolare – 2. Le due tradizioni moderne – 3. La D. come “struttura di possibilità”.

1.Il termine D. – potere (kràtos) derivato dal popolo (demos) o esercitato dal popolo – ha sempre più un’accezione e un impiego equivoci e non univoci.
L’oggettiva polisemanticità deriva dal fatto che da esso si dipartono almeno tre diverse modalità di intendere quale spessore contenutistico dare al termine: a) la teoria classica delle forme di governo; b) la teoria medievale della sovranità popolare; c) la teoria moderna diffusasi a partire dalla riflessione di Rousseau e del filone liberale.
Nel primo significato rilevabile da varie fonti classiche (Erodoto, Platone, Aristotele) vengono distinte tre forme di governo sulla base di un criterio quantitativo: che il governo sia di uno, di molti, di pochi. Queste forme possono avere uno svolgimento normale oppure corrompersi. Avremo quindi forme di governo corrette (monarchia, aristocrazia, D.) e i loro corrispettivi speculati degenerati (tirannide, oligarchia, demagogia). Questa bipartizione è basata ovviamente su un criterio di valore, essendo corrette quelle forme di governo in cui prevale l’interesse generale o bene comune, ed essendo corrotte quelle in cui ciò che genera le norme è l’interesse di una parte soltanto della polis. Nella tradizione classica si tende dunque, detto approssimativamente, a rimanere all’interno di uno schema descrittivo, sebbene non manchino i giudizi di valore, per lo più negativi, sulla D. Nella tradizione medievale, invece, il popolo è inteso come la fonte prima della sovranità, anche se questa non viene esercitata direttamente, e del diritto (Marsilio da Padova). Ora, sembra che tanto il significato derivato dalla tradizione classica quanto quello di derivazione medievale abbiano ben poco a che fare, contenutisticamente, con l’accezione che ha corso a partire dall’epoca moderna: Machiavelli, operando descrittivamente una semplificazione, afferma l’esistenza soltanto di due forme di governo, quella monarchica e quella repubblicana. Quest’ultima non coincide del tutto con la forma democratica, giacché si possono dare delle repubbliche aristocratiche; ma, contrapposta alla forma di governo in cui il potere è concentrato nelle mani di uno solo, la forma democratica si trasmette e viene intesa in questa accezione sino alla nostra epoca, per divenire simpliciter nel mondo contemporaneo il luogo dove si pongono i problemi politici Non v’è intatti o è estremamente raro un regime che non si dica democratico.

2. La D. in senso moderno ha dato luogo a due tradizioni, l’una che inizia dalla riflessione di Rousseau, l’altra che si dipana dalla tradizione liberale (Constant, Tocqueville, J.S. Mill). Ciò che differenzia la prima dalla seconda è, in sintesi, il fatto che nella filosofia politica rousseauiana la D. è l’estrinsecazione mondana, politica, comunitaria del potere costitutivo della virtù. Ideale egualitario, partecipativo, legislativo, infatti, si fondono tutti nell’idea della volontà generale, indefettibilmente diretta verso il bene comune, qualitativamente distinta dalla volontà di tutti, che è invece la mera sommatoria, destituita perciò di ogni valore morale, delle volontà individuali, idiosincratiche, prudenziali. L’ideale rousseauiano di D. (diretta) come veicolo immediato di contenuti morali sopravviverà poi nel nostro secolo nelle forme utopiche e terroristiche del socialismo reale, trovando, probabilmente non a caso, fertile terreno nei regimi comunistici asiatici, dove si è impiantato su forme di vita già portate verso modalità di organizzazione sociale e mentale di stampo comunitario.
Dalla tradizione di pensiero liberale si diparte uno svolgimento affatto diverso, non soltanto perché orientato in senso più pragmatico, ma anche perché basato su diverse assunzioni metafisiche. Ciò che conta ed esiste davvero per questa tradizione sono gli individui. Ora, si assume come inevitabile che questi siano portatori di prospettive di vita e di esigenze individuali che possono entrare in conflitto. Questo dato di fatto non rende però impossibile ogni comunità politica e, anzi, rende quella democratica o policratica (Dahl) dove sussiste un pluralità permanente dei centri decisionali – preferibile perché più rispondente ad alcune caratteristiche della natura umana. Queste ultime sono caratteristiche di coesistenza (la necessità sociale di alcune forme di interazione e di alcuni valori condivisi) e di imperfezione (il fatto che gli esseri umani siano un misto non solubile di egoismo incompleto, giudizio fallibile, informazione imperfetta: Lucas, Hart). Le interazioni fra gli individui contribuiscono a formare la decisione politica attraverso la costituzione di un corpo rappresentativo, ed è fondamentale che il processo di interazione degli interessi, di aggregazione delle preferenze, sia il risultato di una libera scelta volontaria.
Questo ideale di D. come processo nel quale vengono rispettate le libertà così come i diritti individuali, in cui gli individui vengono pensati come i decisori effettivi, viene messo in crisi quando si comincia a pensare che al di là del numero ipotetico di coloro che vengono coinvolti nel governo – criterio che dovrebbe raggiungere la sua massima estensione appunto nella D. – vi è un elemento che accomuna qualsiasi forma di governo, ed è il fatto che chi detiene effettivamente il potere decisionale è in effetti una minoranza: la classe politica, la centralità della quale, all’interno anche delle dinamiche dei regimi parlamentari, è stata sottolineata con particolare vigore dall’élitismo italiano.

3. Tale constatazione, anche qualora non assuma i toni propri di Mosca, Pareto, Michels, comporta una ridefinizione realistica della D. incentrata non più sul perseguimento del bene comune che si esprime nella volontà generale o nei processi decisionali che rispettano e accrescono le libertà tanto positive (“libertà per”) quanto negative (“libertà da”) dei cittadini, ma piuttosto, come nelle teorie economiche della D., sulla considerazione della D. come un’arena nella quale concorrono gruppi rivali in lotta per appropriarsi del potere mediante la conquista del consenso popolare espresso attraverso il voto (Schumpeter, Downs). In tale lotta ha importanza fondamentale l’erogazione della quantità di informazione necessaria a orientare l’opinione pubblica in un senso anziché in un altro.
Questa definizione fenomenologica e avalutativa, non è tuttavia priva di un’indicazione della superiorità etica della D. liberale su altre forme di governo, per quanto certamente presente in seconda battuta. Ci si riferisce al fatto che la formazione dei gruppi di pressione che lottano per modellare le preferenze è sempre tendenzialmente aperta. Questo fatto potrebbe essere in fondo inteso come una conferma della grande speranza liberale che la verità ha più chances di emergere nel libero confronto delle opinioni, scambio che appunto sarebbe favorito e sarebbe costitutivo dei regimi liberal-democratici (Mill). Né è incompatibile con questa idea il fatto che per regime democratico si sia sempre più venuto intendendo un insieme di procedure di decisione o, come anche si dice, di regole del gioco (Bobbio), quali il fatto che i componenti il corpo legislativo devono essere scelti in una competizione a carattere periodico cui possano partecipare tutti i cittadini che godono dei diritti politici, che le minoranze politiche non possono essere discriminate e devono avere a loro volta a disposizione i mezzi per divenire maggioranza e così via. Intesa in questo senso, la D. è certamente più una struttura di possibilità che un contenuto; e tuttavia sarebbe un errore ritenere che lo schema offerto dalla D. liberale sopporti qualsivoglia riempimento.

(P. Marrone)

In: Politica, vocabolario a cura di Lorenzo Ornaghi, Milano, ed. Jaca Book, 1996

Per approfondire: Francesco Dipalo, Giorgio Gagliano, Elio Rindone, A cura di Francesco Dipalo, Democrazia. Analisi storico-filosofica di un modello politico controversoDiogene Multimedia 2016, pp. 230

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Autore:

Ho studiato filosofia presso l'Università degli Studi di Roma “La Sapienza” e mi sono laureato nell'aprile del 1990, relatore il prof. Gabriele Giannantoni, con una tesi in storia della filosofia antica intitolata "Vivere significa morire: analisi di alcuni frammenti eraclitei". Sono socio della SFI - Società Filosofica Italiana di cui curo il sito web. Da alcuni anni mi interesso di Pratiche Filosofiche e Consulenza Filosofica, collaborando con riviste scientifiche del settore, sulle quali ho all'attivo decine di pubblicazioni. Dal 2004 svolgo la professione di Consulente Filosofico e ho promosso una serie di iniziative filosofiche (Caffè Philo, Dialogo Socratico, Seminari di gruppo) aperte al pubblico. Nel giugno del 2005 ho partecipato come relatore al convegno "Pratiche filosofiche e cura di sé" presso l'Università di Venezia "Cà Foscari". Tra il settembre 2006 e il giugno 2007 ho curato il ciclo di seminari "La filosofia come arte di vivere" presso la Biblioteca Comunale di Rieti "Paroniana" con il beneplacito dell'Assessorato alla Cultura del Comune di Rieti. Nell'anno accademico 2006-2007 sono stato docente a contratto per il master in Consulenza Filosofica attivato presso l'Università di Roma3. Attualmente insegno filosofia e storia presso il Liceo "I. Vian" di Bracciano (Liceo Classico sezione X).