Pubblicato in: storia

Liberalismo (voce in Politica, vocabolario Ornaghi)


LIBERALISMO:
1. Significato particolare e significato generale – 2. Hobbes, Locke – 3. Il pensiero liberale moderno – 4. Crisi delle dottrine liberali e neoliberalismo.

1. In senso proprio il termine designa quella teoria politica che pone consapevolmente come fondamento, valore supremo e fine dell’azione politica la libertà dell’individuo. In questa accezione e un fenomeno prettamente moderno e ha una storia che si sviluppa a partire dalle guerre civili di religione del Cinquecento e Seicento: la prima libertà invocata dal L. è la libertà di culto, strettamente connessa con la richiesta di tolleranza religiosa.
In senso più ampio, dal momento che la libertà è sempre stata un ideale affascinante in nome del quale combattere e chiedere ad altri di combattere, si sono talvolta impropriamente definiti “liberali” autori e momenti nella storia del pensiero politico nei quali questo ideale di libertà individuale è parso particolarmente presente con un certo grado di autocoscienza. Si è così cercato di individuare un filone “liberale” nell’antica Grecia, che avrebbe come esponenti più rappresentativi alcuni sofisti, assertori di un certo individualismo, visti soprattutto in contrapposizione a Platone, concepito come teorico di uno Stato autoritario. “Liberale” sarebbe l’Atene del secolo V, dove all’individuo è garantita la possibilità di vivere come vuole, di contro all’autoritaria Sparta.
Ciò che manca tuttavia in Grecia è una coerente e compiuta teoria dell’individuo, che viene invece sempre visto come inevitabilmente ed inestricabilmente legato alla comunità di appartenenza: se l’uomo è un “animale politico” e chi vive al di fuori della polis può essere solamente “un dio o una belva” (Aristotele, Politica, 1253a), non si vede come possa essere teorizzata la libertà dell’individuo, come questa possa divenire un fine dell’azione politica. Anche quando Aristotele (e tanti autori prima di lui a partire da Erodoto) contrappone la libertà della polis greca al dispotismo e alla schiavitù orientali, ritiene sempre che si tratti di una libertà pubblica, nella compagine politica e non al di fuori o contro di essa: la sfera privata non ha, in breve, un valore a sé stante. I Greci inoltre ritennero sempre che la comunità politica avesse un fine positivo: creare, cioè, cittadini virtuosi. Ancora, “liberali” sarebbero certe caratteristiche estremamente individualistiche del diritto romano, passate nella tradizione occidentale, come la rigorosa difesa della proprietà privata. Si tratta, come si vede, di suggestioni e trasposizioni che poco hanno a che vedere con la storia e che presentano requisiti di scientificità discutibili, e tuttavia testimoniano bene la difficoltà di dare una definizione univoca del L. e, conseguentemente, di rintracciarne una storia.
Le provocatorie e stimolanti critiche avanzate recentemente al L. da Alasdair Macìntyre impongono un preliminare chiarimento sui criteri definitori del pensiero liberale. Esistono certamente alcuni valori discriminanti che fanno ricadere all’interno del L. chiunque li sottoscriva: essi sono il valore fondante, attribuito all’individuo e a certi suoi diritti (libertà e proprietà privata, innanzitutto), la rivendicazione di una sfera di autonomia dallo Stato e la necessità di controllo dei governanti. Oltre a ciò è difficile andare: alcuni liberali (Hobbes, Berlin) propugnano una concezione “negativa” della libertà, intesa come assenza di impedimento o costrizione, altri (Locke, Mill) una visione “positiva” (poter agire senza ostacoli del volere altrui) di essa; alcuni sostengono il valore supremo dello Stato liberale, altri (come Spencer) vedono l’uomo in contrapposizione allo Stato. Nel corso della sua storia, inoltre, il L. si è trovato a fronteggiare sfide assai diverse (lo Stato assoluto, il totalitarismo, il welfare State) che hanno prodotto risposte differenti da parte di politici e pensatori liberali.

2. La scelta di Thomas Hobbes come primo pensatore liberale potrà apparire soggettiva ma non è certamente arbitraria. In lui, attraverso la fictio dello “stato di natura” e dei diritti individuali ivi posseduti dall’uomo, troviamo una fondazione contrattuale dello Stato finalizzato alla protezione degli individui e la nozione che il soggetto sia libero di fare tutto ciò che non è espressamente proibito dalla legge. Occorre ricordare, inoltre, che la costruzione del “grande Leviatano” non è un gioco accademico, ma ha come sfondo storico le guerre civili di religione e dunque come fine la neutralizzazione del conflitto; in questa luce va letta la sua propugnazione di un conformismo esteriore teso alla salvaguardia della pace, che sottende una distinzione – anch’essa liberale – tra foro interno (nella coscienza privata l’uomo ha libertà assoluta) e foro esteriore.
Alla luce delle lotte religiose e della massima secondo cui lo Stato si occupa delle cose di questo mondo e non della salvezza delle anime va interpretata anche la difesa della tolleranza in campo religioso di John Locke. Il suo pensiero, sebbene temporalmente antecedente, costituisce una rigorosa sistematizzazione dell’esperienza politica inglese successiva alla Gloriosa Rivoluzione (1689). Anche Locke vede lo Stato nascere da un contratto che fa uscire l’uomo dallo stato di natura (tra i due stati non vi è opposizione, come in Hobbes, ma passaggio); egli assegna conseguentemente allo Stato il compito di proteggere e tutelare i diritti naturali (alla vita, alla libertà e alla proprietà privata) dei singoli. Alla dottrina di Locke si ispirò l’azione del partito Whig in Gran Bretagna, che auspicava un governo limitato da norme di legge con valore universale e severe restrizioni ai poteri dell’esecutivo.

3. Con David Hume e Adam Smith ha inizio il pensiero liberale moderno. Il primo vede il governo nascere come rimedio alla tentazione naturale da parte dell’uomo di infrangere le leggi della giustizia mosso dall’interesse immediato; il secondo concepisce lo Stato come prodotto dell’attività ma non di un disegno dell’uomo e applica rigorosamente questa concezione “spontaneista” in campo economico, con la nota teoria della “mano invisibile” che fà sì che ciascun individuo, perseguendo il proprio interesse privato, promuova il bene pubblico. Smith ritiene conseguentemente che le funzioni dello Stato in materia economica debbano essere ridotte al minimo e che gli individui debbano essere lasciati liberi di agire senza indebite costrizioni in una situazione di libero mercato e libera competizione: sono così poste le fondamenta della dottrina del liberismo e del laissez faire, controparte economica del L., dominante nell’Ottocento in molti paesi.
In Francia si può parlare propriamente di L. solo dopo la Restaurazione (1814): Constant e Guizot, assertori di una limitazione costituzionale dei poteri del governo, sono i principali esponenti di quella corrente liberale nota come “garantismo”; Alexis de Tocqueville, d’altro canto, intravede per primo i problemi posti alla libertà dall’ineluttabile avanzare dell’uguaglianza democratica.
In Germania, nell’opera di Immanuel Kant, Friedrich Schiller e Wìlhelm von Humboldt, abbiamo una polemica anti-assolutista e l’ideale dello “Stato di diritto” (Rechtsstaat), che vede nella legge la protettrice della libertà individuale.
In Inghilterra, con Jeremy Bentham e James Mill nasce la dottrina liberale dell’utilitarismo, rigidamente consequenzialistica, che attraverso un calcolo costi/benefici vede nella “massima felicità del maggior numero di persone” il fine dello Stato. Inizialmente legato all’utilitarismo è anche John Stuart Mill, il quale individua la nuova frontiera del L. nella difesa della libertà dell’individuo non più dallo Stato assoluto, ma da quella “tirannide della maggioranza” che si esplica nella società civile attraverso il conformismo sociale.

4. La dottrina liberale, egemone in molti paesi europei nell’Ottocento, declina verso la fine del secolo quando comincia a essere sostituita come ideologia progressista dal socialismo, per riaffermarsi dopo la seconda guerra mondiale e la vittoria delle democrazie liberali sugli Stati totalitari. Numerosi sono ora da un lato i paesi che possiedono costituzioni e governi che si ispirano ai principi politici ed economici del L. (Stato laico, difesa dei diritti dell’individuo e della proprietà privata, libero mercato); assistiamo d’altro lato a un ritorno di interesse per la teoria liberale, al fine di adeguarla alle sfide dello Stato assistenziale e delle nuove società multireligiose e multirazziali.
Uno dei più coerenti pensatori liberali del dopoguerra è Friedrich A. von Hayek il quale, muovendo da una teoria psicologica e da un modello della mente fondato su un ordine spontaneo tra le connessioni neuroniche, applica questa concezione di “ordine spontaneo” in campo politico ed economico, sostenendo la superiorità politica di uno Stato in cui la legge garantisca il libero perseguimento dei fini individuali dei cittadini e la superiorità economica del libero mercato. Più recentemente il L. è stato oggetto di particolare elaborazione negli Stati Uniti, dove John Rawls si è rifatto alla dottrina contrattualistica per fondare una teoria della giustizia (distributiva) accettabile da tutti gli attori politici; Robert Nozick e Ronald Dworkìn hanno posto l’accento sulla necessità da parte dello Stato di tutelare innanzitutto i diritti morali individuali; Bruce Ackermann ha sottolineato l’importanza di una fondazione dialogica dei principi di giustizia.

(G. Giorgini)

In: Politica, vocabolario a cura di Lorenzo Ornaghi, Milano, ed. Jaca Book, 1996

Annunci

Autore:

Ho studiato filosofia presso l'Università degli Studi di Roma “La Sapienza” e mi sono laureato nell'aprile del 1990, relatore il prof. Gabriele Giannantoni, con una tesi in storia della filosofia antica intitolata "Vivere significa morire: analisi di alcuni frammenti eraclitei". Sono socio della SFI - Società Filosofica Italiana di cui curo il sito web. Da alcuni anni mi interesso di Pratiche Filosofiche e Consulenza Filosofica, collaborando con riviste scientifiche del settore, sulle quali ho all'attivo decine di pubblicazioni. Dal 2004 svolgo la professione di Consulente Filosofico e ho promosso una serie di iniziative filosofiche (Caffè Philo, Dialogo Socratico, Seminari di gruppo) aperte al pubblico. Nel giugno del 2005 ho partecipato come relatore al convegno "Pratiche filosofiche e cura di sé" presso l'Università di Venezia "Cà Foscari". Tra il settembre 2006 e il giugno 2007 ho curato il ciclo di seminari "La filosofia come arte di vivere" presso la Biblioteca Comunale di Rieti "Paroniana" con il beneplacito dell'Assessorato alla Cultura del Comune di Rieti. Nell'anno accademico 2006-2007 sono stato docente a contratto per il master in Consulenza Filosofica attivato presso l'Università di Roma3. Attualmente insegno filosofia e storia presso il Liceo "I. Vian" di Bracciano (Liceo Classico sezione X).