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25 APRILE: IL SENSO DI UNA CELEBRAZIONE


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di Giovanni De Luna*

Negli anniversari c’è sempre qualcosa di malato, quasi l’affiorare di una cultura da calendario, molto simile a quella che ispirava le cronache medievali: una storia appiattita sulla cronologia è esattamente il contrario di ciò che si intende per conoscenza storica ed è un elemento, quindi, fortemente diseducativo. Quelle date, tuttavia, ritrovano una propria utilità se chiamate a interagire non con il passato che intendono ricordare ma con il presente in cui si inseriscono, in un confronto, quindi, che avviene molto sul piano della memoria, poco su quello della storia.
Non sempre, per esempio, nella storia dell’Italia repubblicana il 25 aprile 1945 è stato commemorato allo stesso modo. Il primo anniversario, quello del 1946, non fu certamente ‘una festa’ per gli antifascisti. Si era alla vigilia del referendum del 2 giugno, scrive Nuto Revelli : “risalivo le valli a parlare di monarchia e repubblica, a portare il discorso nuovo del partito d’azione. Ma incontravo solo diffidenza e paura…”. La grande illusione era già finita: “il primo confronto elettorale – ricorda ancora – mi disse che il mondo contadino era proprio incapace di una scelta libera, autonoma: il voto diventò subito un tributo da pagare ai parroci, ai capimafia, ai padroni”. I partigiani che avevano affollato quelle stesse valli erano spariti, di colpo, trasformandosi in elettori; i partiti dei fucili si erano dissolti, ingoiati dai partiti delle tessere.

Un omaggio negato
Altro che antifascismo trionfante; tra chi aveva vinto e chi aveva perso i ruoli tendevano subito a confondersi e gli altri, i fascisti, all’ombra della ‘continuità dello stato’ avevano immediatamente cominciato a prendersi la loro rivincita. Tre anni dopo, l’anniversario della Liberazione cadde a una settimana da quel 18 aprile 1948 in cui l’Italia profonda ridisegnò l’assetto costituzionale di questo paese votando una costituzione materiale che riconosceva nell’anticomunismo (e non nell’antifascismo) il suo principio ispiratore. Fu il preludio di tanti, lunghi anni in cui contro la Resistenza si avviarono pesanti iniziative giudiziarie, un processo complessivo che ne mise in discussione riferimenti ideologici e criteri operativi, organizzazione militare e risultati politici.
Nella magistratura, quello che Guido Neppi Modona definì un “oscuro senso di colpa” verso i militanti della mussoliniana RSI, affiorava attraverso l’equiparazione tra le parti in causa, per additare nei partigiani i responsabili morali della disunione nazionale, di una lotta fratricida, gli autori di una pagina della nostra storia da dimenticare, rimuovere. Non a caso oggi, la proposta di legge per il riconoscimento della qualifica di belligeranti ai militari della RSI fonda le sue argomentazioni giuridiche su quella sentenza del Tribunale supremo militare del 26 aprile 1954 che allora rappresentò il culmine delle pulsioni assolutorie che attraversarono tutta la magistratura italiana, sia civile che militare. “Questo Tribunale Militare – era scritto nella sentenza – ricorda l’anelito di pacificazione che pervade tutto il popolo italiano e tutti i partiti, nessuno escluso, anelito tradotto dai singoli Governi che si sono susseguiti, dal 1946 a oggi, in decreti di Sovrana clemenza, intesi a porre sempre più sullo stesso piano morale tutti gli italiani in buona fede, per modo che tutti si sentano figli della stessa Patria, e non vi siano più dei tollerati, degli umiliati e dei reietti, cui si possa, ad ogni istante, rinfacciare un passato che fu piuttosto opera del fato, che degli individui, salvo la legittima repressione dell’azione delittuosa, da chiunque commessa, secondo i canoni immutabili del puro diritto”. E ancora: “Quando si afferma la tesi della libera determinazione dei singoli nella scelta del fronte, si dimentica la tragica situazione cui si è fatto segno, si oblia che la guerra fraterna non fu inizialmente voluta, ma fatalmente sorse dalla disfatta che, comunque, tutti gli italiani, salvo pochi, amarono di sconfortato amore la loro patria, anche errando; che, se si può parlare di collaborazionismo e di tradimento nel senso giuridico, non si può certo affermare che le centinaia di migliaia di soldati, che rimasero al nord a combattere contro gli alleati e le truppe regie fossero un’accozzaglia di traditori. Accettare e consacrare alla storia una tesi simile, significherebbe degradare la nostra razza, annullare il retaggio di gloria e di valore che ci lasciarono coloro che in guerra immolarono la vita, creare al cospetto delle altre nazioni una leggenda che non torna a onore del popolo italiano”.
Contemporaneamente, nell’opinione pubblica moderata i giudizi oscillavano tra l’ironico ridimensionamento delle figure dei partigiani (“rubagalline” e pronti solo ad andare in soccorso al vincitore) e le esplicite denigrazioni personali, con frammisti apprezzamenti sulla viltà (“nascosti nei conventi vaticani”) e ingiurie sulla mancanza di ‘onore’ degli antifascisti. E questo non negli ambienti neo-fascisti, ma su giornali conservatori come “Il Giornale d’Italia” o “Il Tempo”. Per esempio, scriveva Alberto Giovannini su “Il Tempo” del 7 gennaio 1955: “Noi ci auguriamo che se il prof. Salvemini è ancora pronto a disubbidire, lo Stato italiano abbia ancora legge e manette per i disubbidienti”. Era uno zoccolo duro di opinione su cui si plasmava fedelmente l’operato dell’intero apparato dello stato, dei magistrati come dei prefetti, dei questori, di un’intera burocrazia ministeriale, come quella dipendente dal ministero della Pubblica Istruzione che, per il decennale della Resistenza, il 25 aprile 1955, inviò una circolare solenne ai presidi di tutte le scuole italiane per invitarli a festeggiare, quel giorno, l’anniversario della nascita di Guglielmo Marconi.

Il paradigma di fondazione dell’Italia repubblicana
Fu il protagonismo collettivo sprigionatosi dalle piazze del luglio ’60 a rompere la crosta dell’indifferenza e della rimozione. Fu infatti solo negli anni ’60 che la Resistenza fu introdotta nel paradigma di fondazione dell’Italia repubblicana. Ma quale Resistenza e quale antifascismo? Certamente, mentre nelle ricorrenze del 25 aprile gli aspetti celebrativi tendevano a soppiantare quelli militanti, nelle sedi ufficiali ci si riferì allora all’antifascismo come a un “patto sulle procedure”, identificandolo con i percorsi istituzionali che avevano condotto all’elaborazione della Carta costituzionale. L’antifascismo diventò anche un indicatore per identificare schieramenti parlamentari (“l’arco costituzionale”) o, come nel caso della “solidarietà nazionale”, maggioranze governative. Ma fu proprio questa marcata istituzionalizzazione a negarne la sua linfa più autentica. In questo senso, negli anni ’80, i dibattiti che seguirono alle celebrazioni del 40° anniversario della Liberazione furono assolutamente esemplari. Le polemiche di quell’estate su Reder, su Marzabotto, sulla visita di Reagan al cimitero delle SS, sul dialogo con il MSI avviato da un partito “storicamente antifascista” come il PSI, furono vissuti in una sorta di totale inconsapevolezza. E l’abbraccio con una memoria che aveva progressivamente smarrito i suoi riferimenti ai documenti, per definirsi compiutamente come monumento, rischiò di essere mortale, di favorire più l’oblio che il ricordo.

La memoria e l’dentità
E oggi? C’è la possibilità di ricordare il 60° anniversario della Liberazione in modo da rendere quel ricordo vivo, operante, in grado di trasmettere nello stesso tempo conoscenza storica e senso di appartenenza? Sì, a patto di sottrarsi a ogni dimensione monumentale della memoria, di riferirsi alla realtà della guerra e della Resistenza, non a una loro icona ufficiale.
Ricordare il 25 aprile 1945 vuol dire anzitutto dare la possibilità a chi non c’era di conoscere la Resistenza nella nuda e scarna verità in essa racchiusa: quel giorno l’Italia ha riconquistato la libertà; lo ha fatto grazie all’impegno attivo di una esigua minoranza; lo ha fatto attraverso una lotta che rifiutava gli orpelli della “Grande guerra”, una guerriglia densa di imboscate e rastrellamenti, di fughe affannose e riusciti colpi di mano. Restituire agli italiani la faticosa quotidianità di quella lotta è anche il modo per rappresentare l’aspetto migliore della nostra identità nazionale, segnato da quell’asciutto senso del dovere riassunto nel motto “sei quel che fai”.
Un altro elemento che deve necessariamente emergere in quel ricordo è il nesso strettissimo esistente tra il 2 giugno 1946 e l’anniversario della Liberazione. La scelta per la Repubblica scaturì direttamente dalle giornate di aprile e il risultato del referendum fu la sanzione istituzionale di un processo dal basso, spontaneo: mai nella storia d’Italia si è registrata una così vasta partecipazione popolare a un evento militare e bellico; per la sua ampiezza, la dimensione volontaria del partigianato non ha precedenti né nell’Italia del Risorgimento, né in quella della Prima guerra mondiale, né in quella fascista, compresa Salò. Certo che la zona grigia di quelli che restarono inerti e passivi ad aspettare “che passasse la nottata” fu molto più estesa; certo che al Sud questa spontaneità fu sporadica e occasionale. Ma la memoria e l’identità di un Paese si costruiscono sui punti alti della sua vicenda storica, e sono sempre state le minoranze a riscattare l’inerzia delle maggioranze.
Il nesso tra il 2 giugno e il 25 aprile acquista così un significato preciso: la forza delle istituzioni repubblicane nate dopo il referendum si è nutrita di una legittimazione popolare scaturita direttamente dal momento più drammatico vissuto nella nostra storia unitaria. Per la prima volta (non era capitato neanche con il Risorgimento) forme di governo e assetti istituzionali si sono definiti sulla base di un ampliamento netto della partecipazione politica (alle elezioni del 1946 votò il 90% degli italiani, nel 1921, nelle ultime elezioni libere, solo il 58.4%) e a partire dalle scelte consapevoli dei settori più dinamici della società civile. Fu questo intreccio tra la spinta dal basso e il sistema dei partiti a dare slancio e vitalità a una Repubblica che si supponeva gracile e macilenta e, poi, a garantire a questo paese stabilità e progresso per molti decenni.
È possibile che in questa data, e nei valori che essa racchiude, si riconoscano tutti gli italiani? In questo senso il progetto civile e culturale del Presidente Ciampi è chiarissimo. Si tratta di recintare una zona comune, un luogo della memoria in cui ritrovarsi tutti insieme. Eppure, a volte si ha l’impressione che più aumentano le cerimonie, più diminuisce la loro presa sull’opinione pubblica, quasi che l’iniziativa di Ciampi sia come un barile d’olio rovesciato sul mare in tempesta: dove si estende la macchia oleosa tutto appare calmo, piatto, pacificato, ma intorno la bufera continua a imperversare e le onde si accavallano furiose. Il fatto è che l’Italia con cui il Presidente tenta di dialogare è un’Italia minoritaria, abitata da quei pochi che ritengono ancora importante fondare la propria identità sulla memoria e sulla storia. Nella sua stragrande maggioranza questo paese considera il passato come un ingombro di cui liberarsi.
Qualche curiosità suscitano ancora le risse che si accendono nella grande arena dell’uso pubblico della storia; per il resto, c’è una torpida indifferenza alimentata da giudizi sommari e sbrigativi in cui precipitano Stalin e Mussolini, i gulag e i lager, le rappresaglie naziste e le foibe, in una visione della storia semplificata fino al paradosso. Certamente il revisionismo storiografico si adatta molto bene a questo senso comune diffuso; ma anche le sue tesi vengono consumate come mode e poi lasciate cadere come avviene per le emozioni suscitate da uno sceneggiato televisivo.

Memorie divise e storia di tutti
C’è insomma il rischio che il Presidente parli soltanto agli ex fascisti (desiderosi di rivincite e ansiosi di legittimarsi), agli ex comunisti (carichi di rimpianti per una legittimazione faticosamente conquistata e poi rimessa in discussione) e a tutti gli uomini ex di questo paese, a quelli che ritengono indissolubile il nesso tra memoria e identità nazionale e che fondano anche la propria identità individuale sui valori ereditati dal passato e dalla storia. Ma questo rischio si intreccia con una scommessa affascinante: aiutare a transitare nel presente una storia troppo monumentale, troppo carica di morti e di orrori per essere frequentata volentieri dai giovani, per suscitare ancora passioni civili. In questo senso, mi sembra importante il registro da adottare in tutte le cerimonie ufficiali che scandiranno il percorso delle celebrazioni del 60° anniversario. Sarebbe bene non parlare di ‘memorie condivise’. Le memorie sono storicamente divise, ed è un bene che lo siano; ogni memoria ufficiale è l’imbalsamazione dei ricordi, l’azzeramento della loro soggettività, la plumbea anticamera del pensiero unico. Può esserci invece una storia collettiva, momenti in cui è possibile riconoscere una storia di tutti; ma allora questa va ricercata dove la ricerca colloca questi momenti, nella loro realtà non nell’artificio istituzionale. Faccio un esempio: nelle celebrazioni che hanno accompagnato il 60° anniversario della Liberazione di Parigi sarebbe stato assolutamente impossibile sanare le fratture che separano la memoria di Vichy da quella della Resistenza. Chirac non ha nemmeno tentato. In compenso ha riaffermato i valori della Repubblica contro quelli incarnatisi a Vichy e ha scelto di indicare come dato unificante l’esperienza reale che i francesi (quelli di Pétain e quelli di De Gaulle) fecero tutti insieme della durezza dell’occupazione nazista. È una buona traccia anche per noi. Sessanta anni fa, tutti gli italiani condivisero il tempo di guerra: la paura, la fame, la voglia di vivere ecc. furono le coordinate di un’esistenza collettiva straordinariamente simile, al Nord e al Sud, ‘sotto’ il Regno del Sud e ‘sotto’ la RSI. Forse è da quella storia che bisogna ripartire; e le memorie restino pure sacrosantemente divise.
*Professore di Storia contemporanea presso l’Università degli Studi di Torino

[FONTE: http://www.treccani.it/scuola/tesine/resistenza_e_liberazione/2.html]

 

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Autore:

Ho studiato filosofia presso l'Università degli Studi di Roma “La Sapienza” e mi sono laureato nell'aprile del 1990, relatore il prof. Gabriele Giannantoni, con una tesi in storia della filosofia antica intitolata "Vivere significa morire: analisi di alcuni frammenti eraclitei". Sono socio della SFI - Società Filosofica Italiana di cui curo il sito web. Da alcuni anni mi interesso di Pratiche Filosofiche e Consulenza Filosofica, collaborando con riviste scientifiche del settore, sulle quali ho all'attivo decine di pubblicazioni. Dal 2004 svolgo la professione di Consulente Filosofico e ho promosso una serie di iniziative filosofiche (Caffè Philo, Dialogo Socratico, Seminari di gruppo) aperte al pubblico. Nel giugno del 2005 ho partecipato come relatore al convegno "Pratiche filosofiche e cura di sé" presso l'Università di Venezia "Cà Foscari". Tra il settembre 2006 e il giugno 2007 ho curato il ciclo di seminari "La filosofia come arte di vivere" presso la Biblioteca Comunale di Rieti "Paroniana" con il beneplacito dell'Assessorato alla Cultura del Comune di Rieti. Nell'anno accademico 2006-2007 sono stato docente a contratto per il master in Consulenza Filosofica attivato presso l'Università di Roma3. Attualmente insegno filosofia e storia presso il Liceo "I. Vian" di Bracciano (Liceo Classico sezione X).

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