Pubblicato in: politica mente, scuola

Prof: “tre mesi di ferie”, “18 ore di lavoro” e altri luoghi comuni: non ne usciremo finché…


Leggo il solito articolo dal titolo Il Lavoro Sommerso degli Insegnanti Vale Almeno 800 Euro al Mese.

Sono vent’anni che ci ripetiamo le stesse cose. I pregiudizi dei più sono infondati, d’accordo. È pur vero che il sommerso lo si fa – chi più chi meno – su base volontaria, o con quattro soldi di compenso. E comunque “non si vede”. Col risultato, noto a tutti gli addetti ai lavori, che anche a scuola vige la regola non scritta dei “furbi” e dei “fessi”. Chi non vuole fare niente, di fatto, a parte la mera presenza fisica a scuola e le demenziali “burocazzate”, davvero, è lasciato libero di non fare niente (anche perché, spesso, non sa fare niente o non può fare niente per oggettive condizioni anagrafiche, psico-fisiche, di salute: per esempio, venite voi, a sessant’anni suonati, a lavorare in una classe delle elementari con 25-30 bambini scatenati, un handicap, tre DSA, due BES, ecc.). Lo chiameremo “furbo”? Di fatto, “fur” ladro di tempo e di energie, il suddetto ruba – magari senza volerlo o esserne consapevole – alla comunità tutta e anche a noi, anzi soprattutto a noi, i “fessi”, che oltre al surplus di lavoro “invisibile” ai più, dobbiamo accollarci tutte le criticità del sistema, nonché le contumelie della “clientela” (la cittadinanza si è quasi del tutto estinta). Per non parlare dei “succhiatori di energie”, gli incompetenti relazionali e i professional-autistici, i “signor-no”, pronti a prendere la parola quando si tratta di criticare astrattamente il “sistema”, ma poi sempiternamente assenti quando si tratta di assumersi uno straccio di responsabilità o dare una mano ai colleghi (per non parlare degli studenti loro affidati). Questi – e molti altri che non ho il tempo di descrivere – sono i tipi “sociali o sociopatici” che conosciamo o abbiamo conosciuto tutti. Ebbene, un discorso è collegato all’altro. Perché, purtroppo, noi umani siamo più portati – credo per ragioni culturali e antropologiche – a notare quel che non va, piuttosto che tutto quello che, invece e nonostante tutto, funziona. Così, gli studenti e le famiglie lanceranno improperi, generalizzando, contro l’istituzione in sé – il liceo Pinco Pallino, per esempio – ma si dimenticheranno di riconoscere a Cesare quel che è di Cesare. La questione è eminentemente politica. Finché non si introdurranno percorsi formativi seri per selezionare i nuovi insegnanti, ispezioni per valutare il lavoro di quelli in servizio, scatti di carriera basati sul merito e sul curriculum e valutati da una commissione più o meno imparziale – magari convocata su richiesta del docente che vorrebbe fare uno scatto di carriera, come in Francia – non ne usciremo. Non è possibile, per esempio, che una figura quadro, un vice-dirigente (in assenza del DS di ruolo, molti di noi sanno bene) abbia tassati al 38% o al 41% quei quattro soldi in più che prende. Non è possibile che il lavoro di un coordinatore di classe, alla fine dell’anno, equivalga al costo di una cena in famiglia in un ristorante di seconda (o terza) categoria – o piuttosto a qualche bolletta TIM, che paghiamo anche per poter lavorare da casa collegati 24 h con il registro elettronico. Non lo faranno perché a loro non conviene. La scuola pubblica va semplicemente lasciata a marcire nel suo limo fangoso. In attesa che il privato le si affianchi per cause di forza maggiore (come è avvenuto o sta avvenendo con la sanità pubblica). Tutto qui. Chi non vede questo è semplicemente cieco. È la storia degli ultimi venti anni… Quando si tratta di difendere le istituzioni pubbliche, non dico l’estinta “sinistra”, ma la sedicente “destra sociale” (quella delle barricate nelle periferie contro gli immigrati, per capirci) dov’è? La distruzione del welfare procede a piccoli ma infallibili passi da più di un quarto di secolo, in maniera coerente, sottile, al di là dei discorsi propagandisti, dei cambi di governo, dei colori, neri rossi gialli verdi… Diremo con Hegel che si tratta dello Spirito dei tempi?

Autore:

Ho studiato filosofia presso l'Università degli Studi di Roma “La Sapienza” e mi sono laureato nel 1990, relatore il prof. Gabriele Giannantoni, con una tesi in storia della filosofia antica intitolata "Vivere significa morire: analisi di alcuni frammenti eraclitei". Sono socio della SFI - Società Filosofica Italiana di cui curo il sito web. Da alcuni anni mi interesso di Pratiche Filosofiche e Consulenza Filosofica, collaborando con riviste scientifiche del settore, sulle quali ho all'attivo decine di pubblicazioni. Dal 2004 svolgo la professione di Consulente Filosofico e ho promosso una serie di iniziative filosofiche (Caffè Philo, Dialogo Socratico, Seminari di gruppo) aperte al pubblico. Attualmente insegno filosofia e storia presso il Liceo "I. Vian" di Bracciano (Liceo Classico sezione X). Utilizzo la filosofia in pratica sia durante le lezioni ordinarie che in altre "straordinarie" occasioni (passeggiate filosofiche nel bosco, dialoghi socratici a tema, ecc.). A scuola provo a tener aperto uno "sportello" di consulenza filosofica rivolto ai grandi ed ai meno grandi.

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