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Epicuro – Esposizione completa a cura del prof. Francesco Dipalo


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1.    La vita e le opere

Sulla vita di Epicuro, come per la maggior parte dei filosofi antichi, abbiamo scarse informazioni, quasi tutte tramandate dal dossografo Diogene Laerzio (III sec. d.C.) nel X capitolo del suo Vite dei filosofi.

Nato nel 341 a.C. in una famiglia di coloni ateniesi del demo di Gargettio emigrati nell’isola di Samo, situata dinanzi alle coste dell’antica Ionia, Epicuro compì un primo viaggio alla volta di Atene all’età di diciotto anni, per il servizio di efebo. Dopo la morte di Alessandro il Grande e l’espulsione dei coloni ateniesi da Samo, egli raggiunse il padre Neocle a Colofone. Innamorato della filosofia sin dall’età di quattordici anni, la tradizione lo vorrebbe discepolo di un tale Nausifane, il quale lo avrebbe iniziato ai princìpi dell’atomismo democriteo. Nel 306 a.C. Epicuro si trasferì definitivamente ad Atene, di cui possedeva la cittadinanza, insieme ad un nutrito gruppo di discepoli provenienti, in gran parte, dalla città di Mitilene nell’isola di Lesbo, dove aveva installato una sua scuola. Nella metropoli greca egli acquistò per ottanta mine una casa con giardino, che diventò la sede della sua nuova scuola, conosciuta nell’antichità, appunto, con il nome di Giardino. Alla sua morte, nel 271 a.C. all’età di settanta anni, ne lasciò in eredità la proprietà ai discepoli.

La trasmissione delle opere

Fu scrittore prolifico. Secondo le fonti, Epicuro avrebbe scritto ben trecento libri, di cui tuttavia ci rimangono solo alcuni titoli. Possediamo per intero soltanto tre Lettere, A Meneceo, A Erodoto e A Pitocle, che insieme a quaranta Massime Capitali (in greco Kyrìai Dòxai) ci sono state trasmesse da Diogene Laerzio, il quale, evidentemente, nutriva una particolare ammirazione per il nostro filosofo, tanto da dedicargli un intero capitolo della sua monumentale opera. Nella Lettera a Erodoto sono esposte le dottrine fisiche e gnoseologiche dell’epicureismo; la Lettera a Pitocle tratta dei fenomeni celesti e metereologici e quella A Meneceo è incentrata sull’etica e contiene l’esposizione del celebre “tetrafarmaco” epicureo.

Un’altra raccolta di ottantuno massime, solo in parte corrispondenti con le quaranta Massime Capitali fu scoperta nel 1888 all’interno di un manoscritto conservato nella Biblioteca Vaticana ed è conosciuta come Gnomologio Vaticano.

I ritrovamenti archeologici

Un contributo importante alla conoscenza della letteratura epicurea è stato dato dagli scavi archeologici. Ad Ercolano, nei presso di Napoli, nel XVIII secolo fu riportata alla luce una villa con una biblioteca contenente vari testi attribuiti a Filodemo di Gadara, un epicureo del I secolo a.C., insieme ad innumerevoli papiri con frammenti dell’opera principale di Epicuro, Sulla natura, e altre lettere. L’analisi dei papiri, che richiede un paziente lavoro di ricostruzione filologica, è ancora in corso.

Un altro ritrovamento di un certo rilievo è avvenuto nel 1884 a Enoanda, in Licia, nell’odierna Turchia. Alcune lastre di pietra adornanti un portico recano incisi testi di Epicuro, tra cui una lettera alla madre, e di Diogene, il ricco possidente che fece realizzare l’opera grafica affinché i concittadini se ne potessero giovare.

Infine, poiché la dottrina epicurea rimase nel tempo assai fedele alla lettera del maestro, senza subire mutamenti rilevanti, per ricostruire il pensiero del nostro filosofo ci si può avvalere del De rerum natura di Tito Lucrezio Caro e delle opere di Cicerone, Plutarco e Sesto Empirico.

Le edizioni critiche del corpus epicureo

La prima edizione critica dei testi epicurei fu pubblicata a Lipsia nel 1887 dal filologo tedesco Hermann Karl Usener (1834 – 1905) col titolo di Epicurea. In essa sono raccolte le tre lettere di Epicuro tramandate da Diogene Laerzio, cui seguono i numerosi frammenti delle opere e delle lettere perdute, provenienti in gran parte dai papiri ercolanesi, e il testamento di Epicuro; quindi i frammenti provenienti da opere incerte, suddivisi per argomento, nonché la Vita di Epicuro di Diogene Laerzio e quella riportata nel codice Suda (una specie di enciclopedia storica risalente al X secolo d.C. e scritta in greco bizantino). Le edizioni successive si rifanno all’opera di Usener. Per questo nella classificazione dei frammenti epicurei si utilizza, convenzionalmente, la sigla Us., preceduta dal numero stabilito dal filologo tedesco. Nell’esposizione manualistica e nella parte antologica utilizzeremo la traduzione italiana di Graziano Arrighetti (Epicuro, Opere. Introduzione, testo critico, traduzione e note, Einaudi, Torino 1960).

I generi letterari

Le fonti ci hanno restituito testi classificabili secondo differenti generi letterari. I testi più corposi, le Lettere, appartengono al genere filosofico-epistolare; le Massime sono senz’altro riconducibili a quello aforistico o gnomologico,di intonazione moralistica; mentre i frammenti delle opere perdute sembrano piuttosto stralci di ampi trattati scientifici.

2.    Il punto di partenza: un’esperienza concreta cui segue una scelta di vita

Quello che la “carne” sperimenta

Il filo della speculazione epicurea parte da un’esperienza concreta, comune a tutti gli esseri umani, quella della carne (sarkòs):

Grida la carne: non aver fame non aver sete non aver freddo; chi abbia queste cose e speri di averle, anche con Zeus può gareggiare in felicità. (Gnomologio Vaticano, 33)

La “carne” qui non corrisponde ad una parte della persona, platonicamente intesa come anima separata dal corpo, ma all’individuo nella sua interezza.

L’esperienza fondamentale, che ciascuno di noi può sperimentare senza la mediazione di alcuna forma di ragionamento astratto, consiste nel rapporto con la propria corporeità. È nella carne che idee come “dolore” e “piacere” trovano un significato immediatamente comprensibile a tutti. In tal senso, ciò che proviamo col corpo e nel corpo rappresenta una specie di “livello zero”, su cui si fonda ogni forma di umana conoscenza. Nell’esperienza della fame, della sete, del freddo, siamo più nudamente esseri umani, al di là di ogni ulteriore distinzione, di sesso, di gruppo etnico o di posizione sociale.

Corpo e anima, a “livello zero”, sono un tutt’uno. Come è vero che non vi è alcuna sofferenza senza coscienza della stessa. Giacché soffriamo veramente soltanto quando “sentiamo”, “sappiamo” di stare soffrendo.

Questa, dunque, l’esperienza: evidente di per sé, essa, non necessita di alcuna dimostrazione teoretica.

La scelta: fuggire il dolore

La scelta è assolutamente conseguente dall’esperienza: al “grido” della “carne” non si può non rispondere. Scegliere di rispondere significa assumere comportamenti atti a liberare la “carne” dalla sofferenza, come saziare la fame, spegnere la sete, riscaldarsi al focolare. In queste azioni consiste concretamente il piacere. Nell’accezione epicurea esso si ottiene “ristabilendo” il naturale equilibrio del proprio essere, con il soddisfare, in primo luogo, i bisogni essenziali della corporeità.

Il “Bene” come astrazione in senso socratico e platonico non ha alcun significato. Per Epicuro esso coincide con il concreto interesse dell’individuo, con ciò che propriamente può essergli utile. Ovvero con ciò che gli procura piacere, annullando il dolore.

La filosofia concepita come ricerca razionale del piacere

La filosofia, allora, sarà intesa dagli Epicurei come ricerca razionale del piacere. Ricercare razionalmente il piacere significa imparare a distinguere in cosa esso realmente consista, sgombrando il campo da ciò che è illusorio. Il solo vero piacere è il puro e semplice piacere di esistere ed è definito in termini “sottrattivi” o “privativi”: difatti, i vocaboli utilizzati per indicare quello stato che noi chiamiamo di “benessere” o di “felicità”, sono a-ponìa, “assenza di dolore” nel corpo e a-tarassìa, “assenza di turbamento” nell’anima (in greco e nelle parole derivate dal greco l’alfa ha valore di prefisso negativo). Come dire, al piacere supremo arriviamo per sottrazione di dolore fisico e di inquietudine spirituale:

Il limite in grandezza del piacere è la detrazione di ogni dolore. E dovunque è piacere, e per tutto il tempo che persiste non c’è né dolore fisico né spirituale né ambedue. (Massime Capitali, III)

Causa delle molteplici sofferenze che affliggono l’umanità è, dunque, l’ignoranza di cosa sia il vero piacere e la conseguente ricerca affannosa di quei piaceri fittizi o instabili da cui Epicuro mette in guardia.

Si è infelici per tre fondamentali motivi: perché non ci si sente soddisfatti di ciò che si è o si ha e si cade preda di desideri innaturali; perché ci si pone mete al desiderare che si situano al di là della nostra portata; perché, infine, si vive nella perenne angoscia di perdere quel che si ha. Per questo la radice della sofferenza è nell’animo delle persone, iscritta nella loro inadeguata visione del mondo. Spinta da opinioni vuote la gran parte degli uomini si condanna ad una vita di sofferenza, quando invece potrebbe cogliere il frutto della felicità che è sempre alla nostra portata. Ed è questa la funzione che Epicuro assegnerà alla filosofia: curare la sofferenza attraverso la rimozione delle sue cause, ovvero delle false opinioni.

La filosofia medicina dell’anima

La filosofia sarà dunque concepita come “terapia spirituale”, una pratica conoscitiva che ha senso perseguire in quanto efficace nella eliminazione del male di vivere. L’approccio del maestro di filosofia alla “malattia” assomiglia a quello del medico empirista della scuola d’Ippocrate. Si parte dal riconoscimento dei sintomi (anamnesi), si passa all’individuazione delle cause della malattia (diagnosi), si ipotizza l’ulteriore sviluppo del male (prognosi) ed infine si prescrive un percorso terapeutico. La sofferenza spirituale e fisica è il sintomo; l’ignoranza di cosa sia bene per l’uomo e di quale sia il reale significato dei fenomeni naturali ne è la causa; il perdurare del sintomo e l’infelicità, il destino che attende coloro che non si preoccupano di rimuovere l’ignoranza dedicandosi alla filosofia; il mettere in pratica la dottrina di Epicuro il rimedio:

Vano è il discorso di quel filosofo che non cura le passioni dell’uomo. Come infatti non c’è alcun vantaggio dalla medicina che non cura le malattie dei corpi, così nemmeno dalla filosofia se non caccia la passione dell’anima. (fr. 221 Us.)

3.    L’etica

La distinzione tra piacere catastematico e piacere cinematico

L’etica epicurea è definita “edonistica”, ovvero fondata sul piacere (hedoné in greco). Si tratta di un concetto fondamentale dal momento che sulla possibilità di stabilire cosa sia autenticamente piacere si fonda, in ultimo, l’efficacia “terapeutica” della dottrina. Epicuro distingue due diversi generi di piacere: “in movimento” (cinematico)e “in stato di equilibrio” (catastematico). I primi appaiono sì “dolci e lusinghieri” ma provocano un’eccitazione violenta ed effimera che in ultimo genera dolore o insoddisfazione senza mantenere la promessa iniziale. L’ebbrezza data dall’assunzione smodata di alcool, per esempio, si manifesta in principio piacevole ed attraente. Ma il malessere fisico e lo stato di prostrazione che subentrano successivamente fanno sì che il “bilancio” dell’azione sia decisamente negativo. Insomma, chi “beve per dimenticare” in realtà finisce con l’incrementare la quantità di dolore da sopportare. Al contrario, il piacere “a riposo”, senza stimoli eccessivi, è duraturo, stabile, pienamente appagante. Si tratta della nostra condizione naturale, niente di speciale. Il suo raggiungimento è semplice da ottenere: basta non aver fame, non aver sete, non aver freddo. Godersi, per così dire, l’assenza di dolore, quello stato di salute, di energia e di tranquillità che, in genere, finiamo con l’apprezzare soltanto quando una malattia, un infortunio o una preoccupazione ce ne privano. Come è chiaramente espresso nella celebre Lettera a Meneceo (128):

Perché è in vista di questo che compiamo tutte le nostre azioni, per non soffrire né aver turbamento. Quando ciò noi avremo ogni tempesta dell’anima si placherà, non avendo allora l’essere animato alcuna cosa da appetire come a lui mancante, né altro da cercare con cui rendere completo il bene dell’anima e del corpo. E allora infatti che abbiamo bisogno del piacere, quando soffriamo perché esso non c’è; quando non soffriamo non abbiamo bisogno del piacere.

Il vero piacere consiste nell’assenza di dolore fisico e di inquietudine spirituale

Questa condizione di assoluta tranquillità determinata dal piacere inteso come annullamento del dolore è per l’uomo in carne ed ossa il bene in sé. Esso è qui ed ora, alla nostra portata, ci dice Epicuro, non sperduto tra le nebbie di qualche improbabile iperuranio. E si tratta di un bene “assoluto” perché è perfetto, completo, non può essere accresciuto sommandovi altri piaceri.

Il piacere catastematico si contrappone a quello cinematico, in un certo senso, come l’essere al divenire, il perfetto all’imperfetto, ciò che è fuori del tempo a ciò che è temporale.

Al lettore moderno che è abituato a dare un significato unilaterale all’idea di “piacere”, assimilandolo di fatto al piacere “cinematico”, una tale concezione potrà risultare difficile da comprendere. Cosa ci sarebbe di straordinario nel semplice non sentire dolore? Il punto è proprio questo. Nulla di straordinario, se non quella sensazione, peraltro difficile da descrivere, che corrisponde al puro piacere di essere al mondo, di respirare liberamente e pacatamente sentendosi parte del tutto. Una sensazione che potremmo definire di pieno benessere spirituale. Come se, non avendo un oggetto particolare cui attaccarsi col desiderio, la coscienza del singolo si potesse espandere in maniera indefinita, cosmica.

Felicità come atarassìa

Al piacere catastematico corrisponde quella che possiamo altrimenti chiamare “serenità” o “tranquillità dell’animo”. Vale la pena ricordare che il termine utilizzato da Epicuro è atarassìa, alla lettera “assenza di turbamento”. A differenza di “serenità” esso ha una chiara connotazione negativa, sottrattiva: come dire, la felicità è lì, basta eliminare il di più, ciò che disturba il nostro naturale modo d’essere.

La disciplina dei desideri

Nonostante tutto, conseguire lo stato di atarassìa,non è affatto semplice. Occorre sottoporsi ad una severa “ascesi” dei desideri, ossia “esercitarsi” (questo il significato etimologico di ascesi, dal verbo greco askèo, esercitare), prima di tutto, a distinguere la loro diversa natura. Per Epicuro esistono desideri naturali e necessari, naturali e non necessari e desideri vuoti, né naturali, né necessari.

Naturali e necessari sono tutti quei desideri la cui mancata soddisfazione produce sofferenza: di cibo, di acqua, di riposo, di un rifugio, ecc. Naturali ma non necessari quelli che, pur essendo conformi alla nostra fisiologia, possono essere messi da parte o posticipati senza che ciò generi sofferenza: per esempio,il desiderio di assaggiare un piatto ricercato o succulento, di vivere in un dimora particolarmente confortevole o, ancora, il desiderio sessuale.

Totalmente vuoti perché fondati su false opinioni sono, invece, desideri quali ricchezza, notorietà, successo, immortalità. Assecondare tali desideri non elimina la sofferenza bensì ne produce di nuova. Perché essi, non essendo naturali non possono essere soddisfatti. Chi corre dietro al denaro, per esempio, per quanto ne possa accumulare in cassaforte troverà sempre qualcuno più ricco di lui. Il suo desiderio, in quanto illusorio, è destinato a rimanere inappagato.

Saggezza è saper distinguere le diverse tipologie di desideri

Comprendere la distinzione tra le differenti specie di desideri, dunque, è fondamentale per conseguire la tranquillità dell’animo. Che si otterrà appunto soddisfacendo i desideri naturali e necessari, limitando quelli naturali ma non necessari e liberandosi del tutto di quelli non naturali né necessari. Per fortuna, afferma Epicuro, la beata natura ha fatto sì che le cose necessarie fossero facilmente procacciabili e quelle difficilmente ottenibili le ha rese non necessarie.

In questa pratica consiste la suprema virtù o saggezza, in greco phrònesis. Saggezza è esser prudenti, sapersi orientare in maniera lungimirante tra piaceri e dolori, effettuando, quando è necessario un “calcolo” ed una “valutazione degli utili”. A volte, sopportare un piccolo dolore oggi, può procurare un grande bene domani (o viceversa).

Il saggio è “autarchico” ossia libero dalla schiavitù dei desideri vani

Il saggio impara a rendersi quanto più possibile indipendente dai desideri, ad accontentarsi del poco, per non aver a soffrire in tempi di penuria e per accogliere con maggior gioia le “vacche grasse”. Tale ideale di saggezza è definito autàrkeia,“indipendenza”, “autosufficienza”.

Vale solo la pena di notare, infine, che nessuna immagine è più lontana dalla realtà storica dell’epicureo inteso come gaudente, libertino e materialista, dedito a piaceri volgari, dalla tavola, al vino e all’erotismo. Tale immagine giunta sino a noi attraverso secoli di letteratura polemista di impronta cristiana, volta a denigrare le filosofie non assimilabili all’ideale evangelico (o piuttosto alla dottrina della Chiesa), non era di certo estranea ai contemporanei di Epicuro, né a quelli dei suoi successori. Tracce di tali polemiche, soprattutto tra scuola epicurea e scuola stoica, si trovano abbondanti nella letteratura filosofica antica e tardo-antica. A sgombrare il campo da ogni possibile fraintendimento provvide lo stesso Epicuro rivolgendosi all’amico Meneceo:

Poiché non banchetti e feste continue, né il godersi fanciulli e donne, né pesci e tutto quanto offre una lauta mensa dà vita felice, ma saggio calcolo che indaga le cause di ogni atto di scelta e di rifiuto, che scacci le false opinioni dalle quali nasce quel grande turbamento che prende le anime. (Lettera a Meneceo, 131-132)

4.    La fisica

La fisica serve a curare l’inquietudine generata dall’ignoranza intorno ai fenomeni naturali

Ma la nostra tranquillità d’animo è minacciata dalla paura. Soddisfare i desideri lasciando però che la paura continui ad albergare nella propria anima, rende vano ogni tentativo di conseguire l’imperturbabilità. Le principali paure che affliggono gli uomini sono legate a ciò che appare sconosciuto e, in quanto tale, minaccioso: la morte e l’oltretomba, la divinità, la fragilità umana, la malattia e il dolore. Per aiutare a guarire da tali malattie Epicuro appronta il cosiddetto “tetrafarmaco” (quadruplice rimedio). La conoscenza della natura, ossia lo studio della fisica, non è fine a se stesso. Esso serve a curare la radice di tutti i mali: l’ignoranza. Giacché l’ignoranza genera la paura. E la paura è dolorosa.

Se non servisse a migliorare la propria condizione esistenziale lo studio della natura non avrebbe senso

La fisica è dunque in funzione dell’etica. Ha anch’essa un valore terapeutico, nella misura in cui ci aiuta a combattere l’ignoranza su due fronti. Il primo è rappresentato dall’ignoranza del mondo con cui l’uomo è chiamato, volente o nolente, a rapportarsi e di fronte al quale egli è impotente: la morte e il divino. Il secondo fronte, invece, riguarda la natura propria dell’uomo, che non è possibile mutare, ma che si può imparare a gestire facendo propri alcuni principi dell’etica epicurea. Essi riguardano, come abbiamo visto, il principio di piacere e dolore.

Nel primo caso, conoscere la vera natura del fenomeno che chiamiamo “morte” in contrapposizione a “vita” e comprendere l’essenza del divino e con esso il retto atteggiamento da tenere nei confronti degli dèi è utile a liberarsi dal terrore e dalle ansie con cui sono costretti a convivere coloro che sono afflitti da ignoranza e superstizione. Come dire, la realtà non si può cambiare, ma si può provare a cambiare il modo con cui ad essa ci rapportiamo eliminando quel surplus di sofferenza che deriva da una errata visione della stessa. Per esempio, non posso evitare di dover morire un giorno. Posso però provare, nel quotidiano, a lavorare filosoficamente sulla paura della morte, trascorrendo in maniera lieta il tempo che mi sarà concesso.

Il tetrafarmaco: una cura contro i mali derivanti da superstizione e ignoranza

Il tetrafarmaco di Epicuro, in sintesi, cura la principale causa del male di vivere, ossia la paura nelle sue quattro forme principali:

  1. paura della morte;
  2. paura degli dèi;
  3. paura di non poter raggiungere la felicità;
  4. paura del dolore.

In linea con l’atomismo democriteo, la morte è un semplice fenomeno fisico

Riprendendo l’atomismo democriteo – seppure con alcune importanti innovazioni di cui diremo in seguito – Epicuro riduce la morte ad un fatto puramente fisico e “meccanico”. L’anima umana, come il corpo, è composta da atomi, seppure dotati di una maggiore sottigliezza e mobilità. Quando tale composto si disgrega, il precedente aggregato, semplicemente, cessa di esistere. Non vi è alcun reale passaggio dall’Essere al non-essere, né dal non-essere all’Essere al momento della nascita. Perché l’Essere, come aveva mostrato Parmenide, non può annullarsi nel suo contrario, né provenire da esso. Così, gli atomi non si creano né si distruggono, né mutano le loro caratteristiche fondamentali (peso, forma, grandezza). Semplicemente cambiano disposizione nello spazio, disponendosi a nuove aggregazioni. L’evidenza della ragion pura è salva, così come quella dei sensi: il mutamento di forma dal vivo al morto, dalla persona che respira, si nutre, parla e, magari, ci sorride in questo preciso momento, alla fissità del cadavere, è altrettanto giustificata. I nostri sensi percepiscono un cambio di stato nella materia.

Pertanto non c’è nulla da temere nel fatto di dover morire

Ebbene, la morte è nulla per noi. Nulla perché essa rappresenta, per così dire, lo stadio successivo alla nostra presenza. Quando siamo presenti noi e abbiamo coscienza della nostra presenza, la morte non è presente. Quando essa è presente, insieme all’aggregato materiale che fu l’anima è svanita ogni nostra coscienza. Della morte, quindi, è vano preoccuparsi. Essa non può arrecarci alcun male, né fisico, né psichico, perché rappresenta, di fatto, la cessazione di ogni forma ci sensibilità e coscienza. Né ha senso angosciarsi vagheggiando di mondi ultraterreni in cui l’anima errerebbe dopo la morte ricevendo premi o castighi divini. Ogni superstizione legata all’oltretomba è priva di senso.

L’unica cosa di cui effettivamente dovremmo prenderci cura, come si diceva, è il pensiero della morte e la sofferenza psichica ad esso connessa. Ma per questo il rimedio approntato da Epicuro è più che sufficiente: basta interiorizzare il principio che la morte è nulla per noi e concentrarsi sulla magnificenza dell’attimo presente.

Anche gli dèi sono esseri materiali

Anche gli dèi sono composti di atomi. Ma la loro materia è in condizione di stabilità. A questo si riduce il concetto di “immortalità”. Essi esistono realmente – l’accusa di ateismo che sarà rivolta agli epicurei è pertanto infondata – giacché chiara immagine ne hanno gli uomini di ogni tempo, cultura, etnia, nazione.

Beatamente assisi negli intermondi gli dèi non si interessano alle vicende umane

Gli dèi, dunque, esistono nelle forme e fattezze immaginate dagli uomini. Ma essendo immortali, essi non si collocano nel nostro stesso mondo. Tra gli innumerevoli mondi cui gli atomi danno origine esistono delle zone “franche” denominate “intermondi” in cui le divinità trascorrono beatamente l’eternità in uno stato di perfetto piacere catastematico. Gli dèi, insomma, rappresentano il modello del saggio epicureo elevato all’ennesima potenza. Un modello da venerare ed imitare, non certo da temere. Poiché essi, nella pienezza della loro beatitudine, non si curano minimante delle faccende umane, guardandosi bene dal dispensare ricompense o punizioni ultraterrene.

Una teologia contraria alle credenze e alle superstizioni popolari

L’atomismo epicureo non lascia alcuno spazio alla superstizione. Il cosmo è regolato da forze puramente materiali. Non c’è spazio, quindi, per forme di causalità di tipo teologico o morale. I concetti di bene e di male, come abbiamo visto, hanno senso soltanto in relazione al dolore o all’assenza di dolore individuale. Risulta quindi inconcepibile che il bene si configuri come obbedienza alla volontà divina e il male come disobbedienza. Il dio, del resto, non ha alcun bisogno dell’uomo. Che il fedele preghi, faccia sacrifici, offerte votive, penitenze, non lo tocca affatto. In un contesto teologico del genere, l’unico atto religioso veramente significativo consiste in una adorazione piena di gratitudine, non perché il dio si muova a compassione per il fedele adorante, ma perché egli, nella sua immobile perfezione, continui a mostrargli la via ad una vita colma di beatitudine. Irreligioso, invece, è l’atteggiamento di chi, scioccamente, attribuisce agli dèi sentimenti, emozioni ed opinioni degne del volgo. La critica alla religione popolare e misterica non poteva essere più netta.

Il piacere è facile da conseguire

Vana, dunque, è la paura del divino, così come quella della morte. E facile da conseguire con un retto atteggiamento ed uno stile di vita disciplinato, come si è mostrato nel paragrafo precedente, ciò che dipende da ciascuno di noi: assaporare fino in fondo il piacere di essere vivi.

Il dolore fisico è sopportabile se si cronicizza, oppure breve se acuto

La paura del dolore fisico, in ultimo, viene allontanata per mezzo di questo ragionamento:

Non dura ininterrottamente il dolore della carne, ma il massimo rimane il minimo tempo, e quello che appena supera il piacere della carne non dura molti giorni; anzi le lunghe malattie danno alla carne più piacere che dolore. (Massime Capitali, IV)

Il dolore acuto è per sua natura assai limitato nel tempo. Ad un dolore cronico, invece, ci si fa l’abitudine. Inutile, quindi, aver paura del dolore, “presentendolo” quando esso non è presente o aggravandolo della sofferenza psicologica che deriva dalla paura, quando esso si manifesta.

Come conciliare il meccanicismo della fisica epicurea con la libertà morale?

Allontanare la paura contrapponendole una condotta di vita sobria e ragionevole dipende da noi, si diceva poc’anzi. Ma come conciliare la libertà di scelta, che è necessario presupporre a fondamento di qualsivoglia dottrina etica, con il meccanicismo implicato dal materialismo atomistico? Detto altrimenti: se ogni fenomeno fisico e psichico è riducibile ad un cozzare di atomi tra loro e spiegabile meccanicamente in termini di causa-effetto quale spazio rimane per la scelta etica? Potrebbe sembrare questione di poco conto, ma essa rappresenta un punto di contatto essenziale tra fisica ed etica epicurea e determina, di fatto, la principale innovazione apportata da Epicuro alla teoria atomistica di Democrito.

Il clinamen comeprincipio di casualità

Secondo Epicuro gli atomi, di numero infinito e di diversa “figura” e “grandezza”, sono intrinsecamente dotati di “peso”. In questo si differenziano dagli atomi democritei, il cui movimento rappresentava, per così dire, una caratteristica ad essi connaturata e non andava ulteriormente spiegato. Gli atomi, dunque, si muovono nell’immensità dello spazio vuoto, anch’esso infinito, spinti dal loro peso in “caduta libera” verso un basso assoluto. Il loro moto assomiglia a quello della pioggia, in cui le singole gocce d’acqua cadono l’una parallelamente all’altra. Se tale caduta proseguisse indefinitamente non si avrebbe alcun incontro-scontro di atomi e quindi non si formerebbero aggregati. Ma ad interrompere tale moto rettilineo subentra un fenomeno denominato da Epicuro parénklisis (“declinazione”, “spostamento”), ma noto, piuttosto, come clinamen, il termine latino introdotto, successivamente, da Lucrezio nel De rerum natura. Basta tale infinitesimale e impercettibile deviazione per introdurre un fattore “casuale” all’interno di una visione che altrimenti risulterebbe rigidamente deterministica.

Dal clinamen al Principio di indeterminazione di Heisenberg

Il clinamen può sembrare, a prima vista, un’idea piuttosto ingenua ed arcaica. Ci potrebbe stupire, pertanto, scoprire la sua assonanza con il cosiddetto Principio di indeterminazione che Werner Heisenberg, considerato uno dei padri della fisica quantistica, arrivò a formulare nel 1926 a quasi ventitre secoli di distanza dal nostro filosofo.

In base a tale principio è impossibile determinare con esattezza il comportamento di una particella elementare, dal momento che le leggi della fisica classica, quella newtoniana, non si applicano al mondo sub-atomico. Quello che accade nella regione spazio-temporale dei quanti, dunque, è «rimesso al gioco del caso». Il Principio di indeterminazione è stato confermato da più di ottant’anni di sperimentazioni ed è compatibile coi principali teoremi della fisica contemporanea.

Il «gioco del caso» apre le porte alla libertà di scelta in ambito etico

Ebbene, se gli atomi hanno in sé tale casuale potenzialità, allora diventa possibile interpretare la decisione etica del singolo come atto di libero (e casuale) arbitrio, che può realizzarsi, contemporaneamente, sia a livello psichico che corporeo, dal momento che identica è la natura materiale dei due ambiti.

Tale concezione colloca l’epicureismo in una posizione terza rispetto al determinismo assoluto della fisica democritea e al finalismo platonico ed aristotelico. In ambedue i casi la libertà dell’uomo risulterebbe compromessa: ridotta ad effetto necessario di una causalità efficiente nel primo caso o di una stringente causalità finale nel secondo.

Se invece si ammette, con Epicuro, la possibilità di una libera casualità, la scelta morale risulta giustificata e messa a disposizione dell’individuo in carne ed ossa. Per questo è possibile mutare attitudine di pensiero e stile di vita e allontanare da sé, il più possibile, le sofferenze prodotte dall’ignoranza.

Un senso di appartenenza cosmica

La consapevolezza di far parte di un cosmo infinito, immutabile, fatto di atomi in movimento nel vuoto, cadenti, declinanti o rimbalzanti gli uni sugli altri, in cui nulla s’origina dal nulla e nulla si dissolve nel nulla, ma tutto si trasforma accorpandosi e disgregandosi, colma l’animo del saggio epicureo di una gioia incommensurabile. Da questo universo omogeneo e circolare, infatti, è bandito ogni finalismo. Gli eventi della natura sono perfetti in sé, perché non rimandano a fini ulteriori. Non c’è nulla da realizzare, nessun superiore ordine morale, nessun destino trascendente da compiere. Solo l’attimo presente, in cui lo studio dei fenomeni celesti diventa giubilante contemplazione, come attestano questi versi tratti dal De rerum natura (Libro II, 1048-55) di Lucrezio:

E in verità, dato che l’intero spazio è infinito fuori dalle mura

di questo mondo, l’animo cerca di comprendere cosa ci sia

più oltre, fin dove la mente voglia protendere il suo sguardo,

fin dove il libero slancio dell’animo da sé si avanzi a volo.

In primo luogo, per noi da ogni punto verso qualunque

parte, da entrambi i lati, sopra e sotto, per il tutto

non c’è confine: come ho mostrato, e la cosa stessa di per sé

a gran voce lo proclama, e la natura dello spazio senza fondo riluce.

5.    La Canonica

Il materialismo fisico di Epicuro si traduce in sensismo gnoseologico

Con il termine “canonica” si intende la teoria della conoscenza (o gnoseologia) di Epicuro. Canonica deriva da “canone” che significa appunto criterio, standard. Tale criterio nella visione epicurea è rigorosamente sensista, ovvero fondato sulla percezione sensibile. Il soggetto conoscente entra in contatto con gli oggetti della conoscenza attraverso i cosiddetti simulacri (eidôla), “fasci di atomi” sottilissimi che, attimo dopo attimo, si staccano dalla superficie degli oggetti e penetrano nei nostri apparati sensoriali, vista, udito, tatto, ecc.

Il criterio di verità, ossia ciò che ci permette di stabilire la corrispondenza tra l’immagine che ci formiamo dell’oggetto conosciuto e l’oggetto stesso, risiede nei sensi. Un adeguato approccio empirico, dunque, ci consente di fugare qualsiasi dubbio di tipo conoscitivo.

Un certo numero di esperienze ripetute nel tempo, imprimendosi nella memoria, fa sì che la mente elabori delle idee generiche di un determinato oggetto. L’idea di mela, ad esempio, che ci si forma in occasione dello spuntino pomeridiano, deriva dalle reiterate esperienze pregresse con il frutto: ne percepiamo il colore, la forma, la consistenza, il profumo, il gusto. Queste informazioni sensibili, che derivano dalla natura “materiale” della mela, danno luogo ad una nozione generica di mela, che ha un suo corrispettivo anche nel linguaggio parlato. Grazie a tale nozione generica ciascuno di noi è in grado di “anticipare” l’esperienza che si appresta a fare, ovvero, riferendoci all’esempio precedente, di pregustare la rotondità, la fragranza e il sapore del frutto.

Dall’esperienza sensibile diretta alle “anticipazioni” tramite immaginazione

Conoscere in anticipo significa proiettarsi in avanti nel tempo. Nel compiere tale operazione, cui siamo naturalmente predisposti, si dà sempre un certo margine d’errore, perché ciò che immaginiamo non è detto trovi piena conferma attraverso la successiva esperienza. La “prolessi” o “anticipazione” di quello che ci apprestiamo a sperimentare va confermato attraverso i sensi. Senza tale conferma si hanno solo mere opinioni. In ultima istanza, dunque, il canone gnoseologico è la percezione sensoriale ed essa si dà sincronicamente, ovvero nel momento presente.

Al materialismo in ambito fisico corrisponde pertanto un rigoroso sensismo in ambito conoscitivo.

I ragionamenti “astratti” si fondano sul principio di analogia

Di alcune nozioni, per esempio il concetto di “vuoto” o l’idea del divino, non si dà esperienza sensoriale diretta. Tuttavia, esse si rivelano necessarie ad intendere il significato generale di determinate esperienze. Senza il vuoto, che in quanto non-essere non si presta ad alcun riconoscimento sensoriale, non si potrebbe spiegare il movimento degli atomi, evidente di per sé. D’altro canto, la presenza stessa della nozione di divinità in ogni essere umano, al di là di ogni barriera spazio-temporale – essa vale per me oggi e nel luogo in cui mi trovo, così come per un uomo vissuto in Grecia secoli orsono – rimanda inequivocabilmente all’esistenza della stessa divinità.

Simili ragionamenti, fondati sul principio dell’analogia, consentono di vagliare le verità che non cadono sotto il dominio dei sensi.

6.    Esercizi spirituali e stile di vita nel Giardino epicureo

La fisica come esercizio spirituale

Come in tutte le scuole filosofiche dell’antichità, nel Giardino d’Epicuro ci si dedica, innanzitutto, agli studi scientifici, a cominciare dalla fisica.

L’osservazione dei fenomeni celesti e meteorologici è un atto dotato di una certa sacralità. Significa rivolgersi, contemporaneamente, alla natura e al divino, entrambi oggetti di ammirazione da parte del filosofo praticante. Per questo l’indagine scientifica di Epicuro, sia in ambito naturalistico che gnoseologico, si perfeziona, in ultimo, nella contemplazione. Essa è utile a fugare i turbamenti dai quali l’uomo comune è afflitto. Ma ha anche un valore a se stante. Perché conoscere è pratica bella e piacevole in sé. Fissare lo sguardo su un paesaggio soave, aprendo con delicatezza le porte dei sensi alla percezione di ciò che ci sta dinanzi, ci procura una sensazione di pace e di gioia. Alla stesso modo, lasciare che la mente vaghi nell’infinità dell’universo, varcando le soglie del tempo e dello spazio, può farci provare, nell’attimo, l’ebbrezza dell’immortalità, tanto che, in quel momento, potremmo gareggiare in felicità con gli dèi:

Ricordati che sei nato a sorte mortale ed a finito tempo di vita: ma con i tuoi ragionamenti sulla natura sei sorto all’infinità ed all’eternità, e hai contemplato tutte le cose che sono ora e che saranno o che furono nel tempo trascorso. (Gnomologio Vaticano, 10)

Il discorso filosofico va interiorizzato attraverso la meditazione

Naturalmente, non basta aver preso confidenza con il discorso (lògos) filosofico epicureo: occorre interiorizzarlo attraverso la pratica e l’esercizio costante. La filosofia non consiste in una rassegna di nozioni libresche, formule e concetti astratti. Sviluppare le capacità intellettuali e retoriche dello studente non serve a niente se non provoca un effettivo cambiamento di vita, una “conversione” in vista della felicità. Il lògos epicureo mira ad imprimersi nella “carne”, a cambiare, insieme con lo stile di pensiero, le abitudini del neofita.

Tale cambiamento si ottiene attraverso l’assidua meditazione sui dogmi della scuola. Data la difficoltà a procurarsi testi scritti, nella scuola epicurea, come altrove, doveva prevalere la trasmissione orale. Occorreva quindi allenare la memoria con appositi esercizi: a questo scopo i discorsi del maestro erano espressi in agili raccolte di massime che il discepolo, all’occorrenza, poteva più facilmente ed efficacemente richiamare alla memoria.

La pratica filosofica in comunità si basa sul sentimento dell’amicizia

Ma la meditazione non è mai solitaria. La pratica avviene sempre in seno ad una comunità. In essa l’amicizia è il mezzo che mette in comunicazione il discepolo con il maestro e con gli altri discepoli. Nella scuola fondata da Epicuro il sentimento dell’amicizia non rappresenta soltanto una gioia in sé, bensì uno stimolo concreto a perseguire una vita all’insegna della filosofia, aiutandosi l’un l’altro a superare gli ostacoli che la vita a volte frappone in vista del conseguimento della felicità. L’amicizia (philìa) è detta “bene immortale” ed è indisgiungibile dalla saggezza (phrònesis), che pure, come “bene mortale”, è collocata su un gradino più in basso nella scala dei valori epicurei (Gnomologio Vaticano, 78). A sottolineare, verosimilmente, il prevalere della dimensione comunitaria su quella strettamente individuale. A differenza del filosofo cinico, l’epicureo non è un individualista, né ha vocazione monacale. «L’amicizia – difatti – trascorre per la terra annunciando a tutti noi di destarci per felicitarsi gli uni con gli altri» (Gnomologio Vaticano, 52).

Lo stesso Epicuro, come ci testimoniano alcune sue lettere tramandate da Diogene Laerzio, si propone come una sorta di “direttore spirituale”, sollecito a prendersi cura di amici e familiari, premuroso, persino dolce. In punto di morte scrive al discepolo Idomeneo una lettera in cui, dopo aver fatto cenno alla memoria dei colloqui del passato che gli rende lieta l’ora estrema nonostante i terribili dolori derivanti dai calcoli renali e dalla dissenteria che lo affliggono, ha la delicatezza di raccomandargli i figli orfani di un altro amico, Metrodoro, affinché egli provveda alle loro necessità al suo posto.

Una terapia basata sul dialogo e sull’esame di coscienza

Epicuro non ignora il potere catartico della parola. Il dialogo filosofico all’interno della sua scuola è praticato con dichiarato intento curativo. Conversare significa condividere in spirito di amicizia, da individuo ad individuo, e rappresenta un piacere ineguagliabile.

Un’altra pratica in uso presso la comunità epicurea è quella dell’esame di coscienza, basato sulla cosiddetta parrhesìa, che in greco significa “dire la verità”, “essere sinceri, autentici”. Il discepolo ha la possibilità di liberarsi del proprio senso di colpa confessandosi dinanzi ai compagni. In questa maniera, si riduce la sofferenza derivante dal conflitto interiore e dall’isolamento cui ciascuno si condanna chiudendosi nel proprio individualismo. Del resto, è esperienza comune a tutti come la verbalizzazione del proprio vissuto interiore, soprattutto in presenza di situazioni problematiche, sia di immediato giovamento all’anima.

Essere sinceri, confessare le proprie colpe e accettare i fraterni rimproveri del maestro e dei compagni più anziani ed esperti, è una delle principali virtù dell’epicureo. Perché solo grazie a questa disposizione di spirito si può effettivamente progredire nel cammino verso la felicità.

Il culto del maestro

A questo scopo si arriva addirittura a idolatrare la figura del maestro. «Fa tutto come se Epicuro ti vedesse» – consiglierà alcuni secoli dopo il filosofo stoico Seneca all’amico Lucilio. Epicuro diviene così l’incarnazione della saggezza, una sorta di «dio tra gli uomini», ad imitazione del quale occorre improntare la propria scelta di vita. Da qui un certo dogmatismo, ossia una rigidità dottrinale, che contraddistinguerà la scuola epicurea sino alla fine.

Osservare se stessi

Come abbiamo visto, di fondamentale importanza doveva essere la pratica della disciplina dei desideri. In tal senso, studiare filosofia significa osservare attentamente la propria interiorità nel vivere quotidiano: si è epicurei quando si fa colazione, quando si cammina o si sta seduti, quando ci si corica per dormire. Dobbiamo immaginarci persone in carne ed ossa impegnate nella conoscenza di se stesse. La via epicurea, in questa maniera, si innesta sul solco tracciato dal gnôthi seautón (conosci te stesso) della tradizione delfica e socratica.

Uno stile di vita frugale

Lo stile di vita epicureo – ci testimoniano le fonti – è contraddistinto da un’alimentazione frugale: un pane fragrante accompagnato da acqua limpida sono più che sufficienti a spegnere fame e sete. E con un «pentolino di cacio» si banchetta. Soddisfare con moderazione i propri bisogni in modo da mantenersi in uno stato di aponìa, assenza di dolore fisico, basta a garantirci contro i mali del corpo.

«Vivi nascosto»

La rinuncia al soddisfacimento di quei bisogni che Epicuro classifica come né naturali né necessari, fa sì che l’adepto si tenga lontano dai grattacapi e dalle preoccupazioni che rendono amara la vita di chi è sempre in cerca di riconoscimenti sociali, cariche istituzionali, denaro, successo, potere. Làthe biòsas, «vivi standotene nascosto» – recita una celebre massima. Il che non significa necessariamente, come si è spesso sostenuto, che Epicuro inviti a disinteressarsi egoisticamente della buona politica. Il criterio naturale della vita associata è l’utilità: su di essa si fondano il diritto positivo e le leggi. Esse sono convenzionali e mutano da popolo a popolo. Ma ad ogni latitudine servono a garantirci gli agi e le mutue opportunità offerti dal vivere insieme. Come dire, la buona politica consiste nel cooperare avendo di mira l’interesse comune e non nella ricerca del potere o dell’interesse personale.

Una comunità aperta, inclusiva e cosmopolita

Peraltro, come si è visto, la vita dell’epicureo trascorre in compagnia, allietata dalla gioia insuperabile dell’amicizia e della condivisione. Il Giardino di Epicuro, a differenza dell’Accademia platonica o del Liceo aristotelico, le fonti ce lo rappresentano aperto alla più vasta umanità, senza barriere di tipo sociale, intellettuale o sessista. Per aderire all’Epicureismo, insomma, non occorreva essere di buona famiglia, né avere un quoziente intellettivo particolarmente alto, né essere uomini liberi. Sappiamo, infatti, che il Giardino era frequentato anche da persone semplici, schiavi, donne sposate e persino cortigiane come una tale Leonzio, rappresentata dal pittore Teoro in posa meditativa. Né la famiglia era considerata d’ostacolo, quantunque pare che Epicuro abbia rinunciato a formarsene una sua propria.

Da ciò si ricava l’ispirazione cosmopolita della dottrina epicurea, la sua vocazione universale, conforme allo spirito prima ellenistico e successivamente romano-imperiale. Mentre altre scuole filosofiche si mantennero per tutta la loro plurisecolare esistenza elitarie ed esclusiviste, l’Epicureismo ebbe ampia diffusione nel mondo antico. Il De rerum natura del poeta latino Tito Lucrezio Caro (98/96-55/53 a.C.) e le iscrizioni che il ricco epicureo Diogene fece scolpire sulle pareti di un portico nella città di Enoanda, in Asia Minore, per diffondere la dottrina di Epicuro, sono testimonianza dell’ardore “missionario” che dovette animare la scuola, anche a molti secoli di distanza dalla morte del suo fondatore.

«Vivi l’attimo»

Nel raccoglimento e nel pacato godimento dei più elementari piaceri della vita, in buona compagnia, trascorre la vita dell’epicureo. Egli esercita la sua attenzione a focalizzarsi sul momento presente, l’unico veramente esistente, senza curarsi del passato, che non è più, o del futuro, che non è ancora. Con ciò impara a godersi la meraviglia dello stare al mondo. A questa emozione accennerà un altro poeta d’età augustea, Quinto Orazio Flacco (65-27 a.C.), con il celebre carpe diem, “afferra l’attimo”. La meditazione della morte, fugato ogni terrore con il “quadruplice rimedio”, serve appunto ad apprezzare con maggiore entusiasmo e trasporto l’infinita ricchezza di ciò che si sta vivendo, hic et nunc, qui ed ora.

Pertanto – ci ricorda Epicuro – non bisogna indugiare a dedicarsi alla filosofia, né quando si è giovani, né quando si è vecchi. Non avremo una seconda chance per essere felici:

Si nasce una volta, due volte non è concesso, ed e necessario non essere più in eterno; tu, pur non essendo padrone del tuo domani procrastini la gioia, ma la vita trascorre nell’indugiare e ciascuno di noi muore senza aver mai goduto della pace. (Gnomologio Vaticano, 14)

Consigli di lettura

–        Arrighetti 1960

Graziano Arrighetti, Epicuro, Opere. Introduzione, testo critico, traduzione e note, Einaudi, Torino 1960 (19732).

Questo libro contiene, ad oggi, la raccolta più completa dei testi di Epicuro che sono giunti sino a noi. Comprende la biografia di Epicuro, le Lettere a Erodoto, Pitocle e Meneceo e le Massime Capitali incluse nel capitolo X delle Vite dei filosofi di Diogene Laerzio, le Sentenze Vaticane, i testi papiracei rinvenuti ad Ercolano, nonché frammenti di altre epistole e di passi epicurei citati da altri autori antichi e tardo-antichi. L’analisi filologica dei testi originali, basata sulla raccolta di Usener, è assai accurata (e destinata ad un pubblico di specialisti).

–        Diano 1968

Carlo Diano, La filosofia del piacere e la società degli amici, tratto dal volume Saggezza e poetiche degli antichi, Neri Pozza Editore, Vicenza 1968. Diano è stato uno dei maggiori interpreti della filosofia di Epicuro. Ha portato in luce, in particolare, il nesso tra filosofia epicurea ed ontologia eleatica.

–        Fusaro 2006

Diego Fusaro, La farmacia di Epicuro. La filosofia come terapia dell’anima, Il Prato, Padova 2006. Fruibile dal più vasto pubblico, il libro evidenzia l’originalità della domanda filosofica da cui prende le mosse la speculazione epicurea. La visione del reale (fisica) e dei mezzi per attingere ad esso (canonica) è subordinata alla necessità di rispondere alla domanda di felicità che giace sul fondo di ogni essere umano. Epicuro sarebbe dunque autore di una specie di “rivoluzione copernicana” che avrebbe invertito il tradizionale rapporto tra uomo e cosmo e tra teoria e pratica. La sua concezione si incentra sull’uomo reale, così com’è, svelando come aleatoria ed inconsistente la visione aristotelica della scienza per la scienza. Da qui discende il pragmatismo “farmacologico” epicureo volto esclusivamente alla liberazione dalla sofferenza. Questo spostamento dell’assetto speculativo “dal cielo alla terra”, dall’idea alla carne, è stato gravido di conseguenze per la storia del pensiero occidentale. Non a caso, tra i tanti estimatori di Epicuro ritroviamo, in tempi più recenti, Karl Marx. Fusaro cura da anni uno dei principali portali filosofici italiani sul web raggiungibile all’indirizzo: http://www.filosofico.net/.

–        Hadot 1995

Pierre Hadot, Che cos’è la filosofia antica?, Einaudi, Torino 1995 (20103). Si veda, in particolare, il capitolo dedicato ad Epicuro (pp. 111-122). L’esposizione, chiara ed essenziale, con uno stile letterario gradevole e accattivante, ruota intorno alla tesi che la filosofia antica sia stata, fondamentalmente, “modo di vivere”, saggezza intesa come “capacità di saper vivere”, in cui la teoria, il lògos, sarebbe subordinato alla prassi. Niente di più distante dalla realtà storica, dunque, dell’idea del filosofo come teoreta disincarnato, volto alla costruzione di sistemi speculativi che nulla hanno a che vedere con la dimensione del quotidiano. Questa impostazione di fondo è tanto più vera nel caso delle filosofie ellenistiche, che si incentrano intorno alla questione del benessere spirituale dell’uomo e delle pratiche psichiche e fisiche atte a raggiungere tale scopo. Pierre Hadot (1922-2010), storico della filosofia francese, è uno degli autori più letti e commentati da chi si occupa, oggi, di pratiche filosofiche ed in particolare di consulenza filosofica.

–        Isnardi Parente 1993

Margherita Isnardi Parente, Introduzione a Epicuro, Opere, TEA, Milano 1993. Una pregevole edizione delle opere di Epicuro curata da una delle più importanti filosofe e storiche della filosofia antica, da cui emerge viva tutta l’attualità del pensiero epicureo, in relazione al dibattito epistemologico attualmente in corso. Ogni aspetto del pensiero epicureo, infatti, si trova a dialogare a distanza con la scienza contemporanea: dalla fisica atomistica con il concetto di indeterminazione e casualità introdotto con la parénklisis, al rigoroso empirismo in ambito conoscitivo, alla concezione materialistica ed unitaria del rapporto tra anima e corpo, che ricorda da vicino alcune tesi di fondo delle attuali neuroscienze.

–        Màdera 2006

Romano Màdera, Il nudo piacere di vivere, Mondadori, Milano 2006. L’autore, filosofo e psicoterapeuta, affronta lo studio della filosofia epicurea in maniera ora saggistica ora autobiografica. Il tetrafarmaco di Epicuro è attualizzato e mostrato nelle sue possibili applicazioni pratiche, alternative ad altri approcci terapeutici. Il che mostra l’attualità della proposta etica di Epicuro, utilissima per combattere i tanti mali di origine culturale e psichica che affliggono l’individuo, soprattutto nelle società di stampo occidentale e consumistico; nonché le possibilità di utilizzare la pratica filosofica in chiave autobiografica come “cura di sé” e “terapia dell’esistenza”.

–        Nussbaum 1994

Martha Nussbaum, Terapia del desiderio. Teoria e pratica nell’etica ellenistica, Vita e pensiero, Milano 1998. Filosofa statunitense, anche la Nussbaum si muove nella direzione, aperta da Pierre Hadot, della filosofia come pratica, ma intesa in senso più marcatamente medico e terapeutico. Le filosofie elleniste, ed in particolare quella epicurea, si prestano più di ogni altra ad un nuova applicazione metodologica del fare filosofia, orientata ad una ridefinizione degli stessi concetti di “sanità” e “malattia”. Il metodo filosofico epicureo può quindi essere visto come strumento utile alla comprensione e alla cura delle emozioni (si pensi, ad esempio, alla disciplina dei desideri).

–        Onfray 2006

Michel Onfray, Le saggezze antiche. Controstoria della filosofia I, Fazi editore, Roma 2006. Onfray procede ad una vera e propria “riscrittura” della storia della filosofia in chiave polemica antiplatonica e anticristiana, mettendo in risalto il ruolo, a lungo trascurato e denigrato, delle filosofie a base materialista, sensista ed edonista, a cominciare da quella epicurea. L’autore, docente di filosofia e libellista francese, il quale si autodefinisce “ateo” e “post-anarchico”, ritiene che la filosofia non debba prescindere dall’apporto delle scienze della natura, intrecciando con esse un dialogo aperto e fecondo. Egli si mostra critico dell’attuale sistema scolastico (transalpino, ma la critica si potrebbe, coerentemente, estendere anche alla scuola superiore italiana) in cui l’insegnamento della filosofia viene condotto in maniera astratta e nozionistica e incentrato più sul passato che sulla contemporaneità. Dalla filosofia epicurea deriva, di contro, l’attenzione alla pratica nella vita quotidiana e all’apertura interdisciplinare tra filosofia e scienze naturali.

–        Pesce 1981

Domenico Pesce, Introduzione ad Epicuro, Laterza, Bari 1981. Lo studio di Domenico Pesce è ormai un classico della storia della filosofia, presente in ogni biblioteca che si rispetti. Esso offre una guida completa alla comprensione del pensiero di Epicuro, fornendo al lettore meno esperto gli strumenti critici essenziali per districarsi all’interno delle varie prospettive storiografiche.

Il lessico epicureo

Atarassìa

Da alfa con valore privativo e taràsso “turbo”, “agito”, indica la condizione di “assenza di inquietudine” che rappresenta il culmine e il fine ultimo dell’etica edonistica epicurea. Tale stato è spirituale e fisico allo stesso tempo, dal momento che nella visione materialistica di Epicuro l’essere umano è un tutt’uno di corpo e anima (quest’ultima è vista come un composto di atomi particolarmente sottile, sparso per tutto il corpo e ad esso connesso in ogni parte, simile ad un soffio caldo). L’atarassìa, che in termini positivi potremmo tradurre con “quiete”, “pace”, “tranquillità”, è conseguibile attraverso il soddisfacimento dei desideri naturali e necessari e l’eliminazione dei principali timori da cui è afflitto l’uomo, in relazione alla morte, agli dèi, alla difficoltà nel procurarsi il piacere, al dolore fisico (il cosiddetto tetrafarmaco). Allontanata la sofferenza derivante dal mancato appagamento dei bisogni primari (fame, sete, sonno, riparo) e dall’ignoranza intorno alla vera natura degli dèi e della nostra condizione mortale, appurato che la via verso il benessere è semplice e che il dolore corporeo, nell’arco della vita, è di breve durata e facilmente gestibile, si raggiunge una condizione interiore di perfetta quiete, non più soggetta alle tempeste dei desideri effimeri e innaturali, né all’ansia dell’ignoto. La condizione atarassica, va aggiunto, non è niente di speciale: è il nostro naturale modo di essere, cui si perviene purgandoci da avidità, paura ed ignoranza.

Aponìa

Anche questo termine è introdotto dall’alfa privativo in congiunzione con pònos, “fatica”, “spossatezza”, “dolore delle membra”. Insieme ad atarassìa designa lo stato di perfetta quiete raggiunto dal saggio epicureo il quale, purificato da ansie e pregiudizi, si gode con semplicità il benessere del corpo restando indifferente agli stimoli e alle lusinghe di una vita attiva, orientata verso ciò che è superfluo ed illusorio. Per questo l’epicureo non si dà pena a correr dietro alle chiacchiere del mercato, né alle faccende politiche del foro, né ai sollazzi di bassa lega della taverna e del lupanare.

Atomismo

È la concezione della natura, formulata da Democrito e ripresa da Epicuro, secondo cui la realtà sarebbe composta da elementi materiali indivisibili, gli atomi, in movimento nel vuoto (la parola àtomos è composta dall’alfa privativo e tomé, “taglio”, dal verbo tèmno). Il cosmo, dunque, è riducibile alle funzioni: 1) atomo; 2) spazio vuoto; da cui deriva: 3) movimento. L’atomismo, pur riflettendo l’impostazione dell’ontologia di Parmenide, salva l’evidenza fenomenica del divenire. Il movimento (e quindi il cambiamento) deriva infatti dalla combinazione di atomi (l’Essere) e di vuoto (non-essere). Gli atomi, di numero infinito come gli aggregati cui danno origine, si differenziano, secondo Epicuro, per “figura”, “grandezza” e “peso”. Quest’ultima caratteristica costituisce un’innovazione rispetto alla concezione di Democrito. È il peso, infatti, a spiegare il movimento degli atomi nello spazio. Essi cadono verso il basso seguendo una sorta di “moto rettilineo uniforme”, ma sono suscettibili di piccole, infinitesimali “deviazioni” di traiettoria (parénklisis in Epicuro e clinamen in Lucrezio) che li portano a scontrarsi con la conseguente formazione di aggregati di dimensioni variabili (dai corpi celesti a quelli microscopici).

Autàrkeia (autarchia)

Da autòs, “se stesso”, e arché, “principato”, “dominio”, indica la virtù dell’ “autocontrollo” del saggio epicureo, il quale, praticando la disciplina dei desideri, è in grado di rimanere impassibile dinanzi alle attrattive illusorie dei piaceri né naturali né necessari (cinematici), accontentandosi del puro piacere di esistere (catastematico). Il perfetto autarchico è bastevole a se stesso (frugalità), padrone del suo corpo e della sua mente (temperanza), dunque totalmente libero.

Canonica

Il vocabolo deriva da canòn, in greco “bastone di canna”, “regolo”, ovvero uno strumento che poteva essere utilizzato per costringere l’allievo a stare diritto. Metaforicamente canone assume il significato di “regola”, “prescrizione”, “modello”, da cui canonica che potremmo tradurre con la locuzione “scienza della regole”. Il termine canonica fu adottato da Epicuro con riferimento alla logica (analitica) aristotelica. Nella dottrina epicurea (tripartita in etica, fisica e canonica) esso indica la logica e la teoria della conoscenza (gnoseologia) di stampo rigorosamente sensistico.

Carne (sarkòs)

Rappresenta il punto di partenza della speculazione epicurea, il primo, ineliminabile dato oggettivo con il quale ciascun essere umano è chiamato a confrontarsi. La “carne”, che si riferisce alla persona nella sua interezza, “sente” piacere e dolore e in questa evidenza primaria individua “bene” e “male”, fondando l’etica secondo natura. Perché è naturale evitare il dolore e perseguire il piacere. L’intera dottrina epicurea, in un certo senso, è il tentativo di dare risposta a questa domanda originaria: come posso fuggire la sofferenza? Esiste una “cura”?

Carpe diem (afferra l’attimo)

Per comprendere il significato di questa celebre locuzione del poeta latino Orazio (65 a.C. – 8 a.C.), generalmente tradotta con “cogli l’attimo”, occorre citare i versi in cui è incastonata «Dum loquimur fugerit invida aetas: carpe diem, quam minimum credula postero» (Odi 1, 11, 8). La traduzione completa suona così: «Mentre ce ne stiamo qui a conversare il tempo, invidioso, avrà già preso il volo: afferra il momento presente, perché nel domani è meglio confidare il meno possibile». Si tratta di un invito a stabilire la propria dimora nel presente, senza lasciarsi disturbare dal pensiero del futuro. È nell’attimo che si gioca la partita della vita: la felicità non si può rimandare a domani, perché del domani non vi è alcuna certezza. Sprofondato nel godimento dell’attimo, concentrato passo a passo, respiro dopo respiro, il saggio epicureo conquista l’unica dimensione concessa all’uomo sotto forma di eternità. E nella perfezione del piacere attuale, afferma Epicuro, egli può essere paragonato ad un dio.

Casualità

Con “causalità” (o caso) si intende l’impossibilità di determinare con certezza le relazioni che intercorreranno tra un elemento e l’altro (o tra un evento e l’altro) all’interno di un dato sistema. La casualità si contrappone al “determinismo”, causale o finale. In un sistema deterministico, infatti, ogni elemento risulta necessariamente collegato all’altro in base ad una legge razionalmente predeterminabile, o ricorrendo ad una causa efficiente (a priori) oppure da una causa finale (a posteriori). Nella sua visione della natura Epicuro introduce un elemento di causalità attraverso il concetto di parénklisis (o clinamen).

Clinamen (declinazione)

Il termine è utilizzato da Lucrezio nel De rerum natura e corrisponde alla parénklisis di Epicuro. Indica lo spostamento casuale ed indeterminabile degli atomi dalla loro traiettoria di caduta verticale nello spazio vuoto. Tale declinazione, che avviene, in un certo senso, di “propria iniziativa”, porta gli atomi a cozzare tra di loro determinando la formazione dei corpi composti. Il concetto di clinamen è decisivo perché rappresenta il nesso concettuale con cui Epicuro scardina il rigoroso meccanicismo dell’atomismo democriteo introducendo nel cosmo la possibilità del libero gioco della casualità.

Comunità epicurea (Giardino)

Il Giardino epicureo, secondo le fonti, non fu adibito soltanto a scuola, ma divenne, col tempo, un luogo di residenza o di soggiorno temporaneo per i discepoli del filosofo di Samo, provenienti da ogni parte dell’Ellade e soprattutto dalla Ionia. Riuniti in comunità essi condivisero, oltre allo studio, una specie di “regola”, uno stile di vita, fatto di pratiche collettive, di pubbliche manifestazioni di parrhesìa e di tranquillità giovialità. Se è vero che il punto di partenza della filosofia epicurea è l’individuo in carne ed ossa, non si può dire che il suo esito finale sia “individualistico”. Tutt’altro. La vita in comune, addolcita e impreziosita dal sentimento dell’amicizia (philìa), è la via maestra al godimento della vita e alla coltura della saggezza, in conformità con la natura sociale dell’essere umano.

Disciplina dei desideri

La “disciplina dei desideri” è, al contempo, teoretica e pratica. Essa rientra a pieno titolo nella “medicina” razionale che Epicuro somministra ai discepoli onde guarirli dalla sofferenza (fisica e psichica) e mostra la via pratica attraverso la quale è possibile ottenere stabilmente questo risultato. Occorre, in primo luogo, stabilire la natura del desiderare. Si desidera qualche cosa di cui si è manchevoli e si sente il bisogno onde appagare uno stimolo che, altrimenti, potrebbe diventare doloroso. Il piacere catastematico consiste, semplicemente, nella eliminazione (temporanea) dello stimolo (ed eventualmente del dolore ad esso connesso). Soddisfare con moderazione i desideri naturali (cibo, sonno, calore, ecc.) è fonte di piacere. Esistono, peraltro, desideri secondo natura la cui mancata soddisfazione non ci arreca dolore fisico (o che non sono, comunque, impellenti: per esempio il desiderio sessuale). Riguardo questi è necessario vagliare razionalmente cosa comporti in termini di pro e contro la loro soddisfazione. Il fine ultimo dell’agire consiste sempre nel preservare, per quanto è possibile, quella condizione di quiete e benessere psico-fisico garantita dall’appagamento dei bisogni elementari. Ad ogni buon conto, con l’esercizio l’epicureo potrà fortificarsi e rendersi indipendente (autarchico) da tali desideri. Si terrà del tutto lontano, invece, dai falsi desideri, quelli classificati come “né naturali né necessari” (per esempio il possesso di un abito “firmato” o di un’ingente somma di denaro), dal momento che, tendendo a reiterarsi senza fine, non recano alcuna vera soddisfazione, ma solo l’illusione di essa.

Divinità

Degli dèi non bisogna aver paura, recita uno dei quattro farmaci epicurei. La concezione religiosa tradizionale attribuiva alla sfera divina la costante minaccia incombente sugli esseri umani. La portata terrifica di disavventura, malattia, dolore, morte, con cui l’uomo antico conviveva a stretto gomito, era lenita, per così dire, con il ricorso all’immagine del dio. Mio figlio è ammalato? Sacrifico un gallo ad Esculapio, il dio della medicina, affinché gli risparmi la vita. In assenza di spiegazioni razionali, la religione sopperiva alla domanda di senso e significato che rende più accettabile il male. Tuttavia, il meccanismo psicologico sul quale si basava il ricorso alla divinità poteva (e può) rivelarsi un’arma a doppio taglio: se l’imprevedibilità e l’incertezza del vivere si spiegano con il ricorso alla volontà divina, nuovi e ben più gravi timori possono affacciarsi alla coscienza di chi crede in maniera superstiziosa. Egli può sentirsi in balia di divinità crudeli o capricciose, dalla volontà imperscrutabile, terribili nella collera e nel punire colpe e tabù. Contro la superstizione, a sanare le indicibili sofferenze spirituali che tale visione volgare e blasfema del divino reca con sé, si erge, gigantesco, il razionalismo naturalista di Epicuro. Gli dèi esistono, non v’è dubbio. Altrimenti non si spiegherebbe l’unanime nozione che ne hanno gli uomini. Ma abitano altre dimensioni del cosmo – i cosiddetti “intermondi” – e, nella loro perfezione, non hanno altro interesse che trascorrere l’eternità in uno stato di totale atarassìa. Del tutto autarchici, essi non sono afflitti da desideri e passioni, non sanno cosa sia il rancore, la gelosia, l’avidità. Chi attribuisce loro tali emozioni manifesta una forma di ignoranza masochistica. A loro il saggio epicureo si rivolge con spirito contemplativo ed emulativo allo stesso tempo.

Dolore

L’esperienza originaria del dolore rappresenta il punto di partenza del pensiero epicureo. Soggetto del dolore, è l’essere umano nella concretezza della sua carnalità. Se non provassimo dolore, in un certo senso, non avremmo alcun bisogno di filosofare. Per questo la filosofia si presenta come cura (theràpeia) “antalgica”. Nell’etica edonistica il dolore rappresenta il male, l’assenza di dolore, per converso, il bene.

Edonismo

Il vocabolo “edonismo” denota un sistema etico fondato sul concetto di piacere (hedoné). Il conseguimento del piacere corrisponde allo stato di felicità, fine dell’agire morale. L’edonismo epicureo è connotato da un’idea non convenzionale di piacere. Per Epicuro autentico piacere è solo quello “stabile”, “in quiete” (hedoné katastematiké), perseguibile con una condotta di vita razionale, distinto dal piacere “in movimento” (hedoné kinematiké) istintivo e sfrenato.

Intermondi (intermundia)

Con “intermondi”, dal termine latino intermundia utilizzato nel De Rerum Natura da Lucrezio, sono designate le particolari regioni del cosmo, situate tra gli infiniti mondi che lo compongono, in cui dimorano beatamente ignari degli uomini e delle loro vicende le divinità epicuree.

Làthe biòsas (vivi nascosto)

Al fine di realizzare l’ideale di atarassìa dell’etica epicurea, il saggio si guarderà bene dal dare il proprio assenso a quei desideri, stimati né naturali né necessari, che potrebbero arrecargli inquietudine e fastidi di vario genere. Tra questi la voglia di fama, di potere, di ricoprire cariche pubbliche o di essere adulato, risultano assolutamente controproducenti nonché deleteri in vista di una vita tranquilla. Per questo egli eviterà la politica dei “politicanti” e si terrà lontano, per quanto è possibile, dalla folla. Si terrà, insomma, “defilato” rispetto agli umori e agli strepiti della pubblica piazza. Sarebbe errato, tuttavia, considerare tale atteggiamento come disimpegnato o, peggio, “antipolitico”. La buona politica, intesa in termini pragmatici e fattivi, interessa nella misura in cui assolve alla sua funzione di garanzia del vivere civile. In altre parole, sarebbe insensato “vivere nascosti” là dove non ci fossero leggi ed istituzioni in grado di tutelare adeguatamente la dimensione “privata” della comunità epicurea. La politica, quindi, va considerata in vista dell’etica edonistica, come un mezzo rispetto ad un fine.

Materialismo

Con il termine “materialismo”, in filosofia, si indica una concezione secondo cui la materia è elemento originario e non derivato (per esempio creato da Dio) della costituzione del mondo. Insieme allo spazio vuoto e al moto, la materia è considerata ragione sufficiente a spiegare il funzionamento dei fenomeni fisici e celesti. L’atomismo è, a pieno titolo, una teoria “materialistica”.

Meccanicismo

All’interno di una visione del mondo materialistica, il “meccanicismo” fa riferimento all’intrinseca potenzialità della materia di dar vita a tutti i fenomeni naturali in virtù di leggi immutabili, generalmente esprimibili in termini matematici. Tali leggi sono considerate necessarie e sufficienti a spiegare il movimento dei corpi senza dover ricorre ad una causalità di tipo finalistico.

Morte

Punto qualificante del tetrafarmaco epicureo è la convinzione che «nulla è per noi la morte». Se la morte non si può sconfiggere, è possibile comunque far fronte alla sofferenza prodotta dal terrore della morte che inquina le nostre vite. La cura a tale sofferenza è offerta dal razionalismo materialista e sensista della fisica epicurea. Quelli che noi chiamiamo “vita” e “morte” sono semplici fenomeni naturali, di aggregamento e disaggregazione di atomi. Nulla vi è di male nel non essere più, perché la scomposizione degli atomi che costituiscono l’anima umana, anch’essa concepita di natura materiale, porta con sé la cessazione di ogni forma di sensibilità. Pertanto, se le nozioni di “bene” e “male” corrispondono a “piacere” (come assenza di dolore) e “dolore”, con il sopraggiungere della morte e dell’insensibilità da essa provocata non potrà darsi né bene né male: che «quando ci siamo noi non c’è la morte, quando c’è la morte noi non siamo più». Dissipata la paura della morte, occorrerà quindi lavorare sull’accettazione della nostra condizione di mortali «non aggiungendo infinito tempo, ma togliendo il desiderio dell’immortalità».

Parrhesìa (sincerità)

L’essere franco, diretto, veritiero è una qualità imprescindibile dello stile di vita epicureo. Il maestro si presenta ai discepoli per quello che è, senza infingimenti. Egli cura la semplicità del dire, senza nascondersi dietro le parole, senza retorica. Lo scopo del suo insegnamento, che incarna in prima persona, è l’autenticità: il suo discorso, lògos, è diretta espressione del suo essere. Nello stesso tempo il saggio, tutto teso all’imitazione di Epicuro, utilizza la parrhesìa per creare presso gli studenti un clima di amicizia e benevolenza reciproca, con la consapevolezza che la salvezza dall’ignoranza e dal male di vivere è faccenda complicata se affidata alle sole forze dell’individuo. Per questo all’interno della scuola epicurea vigeva l’obbligo di periodiche riunioni in cui tutti erano chiamati ad aprire la propria anima col racconto autobiografico, parlando di sé dinanzi alla comunità raccolta. Non si trattava di dare o ricevere perdono per i propri peccati (il concetto cristiano di “peccato” è assolutamente estraneo alla cultura greca antica), ma di purificarsi condividendo con gli altri difficoltà, gioie, delusioni e vittorie lungo il cammino verso la saggezza. Dalla parrhesìa pare discenda, seppure in un contesto dogmatico e spirituale ben diverso, la confessione pubblica praticata dalle prime comunità cristiane.

Philìa (amicizia)

L’amicizia è uno dei capisaldi dogmatico-esistenziale della filosofia epicurea. Essa rappresenta, al contempo, il mezzo e il fine del modo di vivere del saggio. Come mezzo, l’amicizia è utile perché consente all’epicureo di condividere lo studio e la pratica della virtù con gli altri praticanti, nonché di costituire una società fraterna per la mutua condivisione degli impegni e delle fatiche quotidiane (il Giardino). D’altro canto, essa è fonte in sé di grande piacere. La gioia di sedere conversando amabilmente con un amico, immersi nella natura, condividendo con lui il semplice piacere di esistere illustra, in un certo senso, la suprema realizzazione dello stile di vita epicureo.

Phrònesis (saggezza)

Virtù per eccellenza, equivalente alla prudentia latina, essa consiste nella capacità di interiorizzare e di mettere in pratica i principi della dottrina epicurea. Il saggio è consapevole delle dinamiche interne dei desideri che padroneggia conducendo una vita tranquilla e frugale. Con lo studio della natura dissipa le ansie provocate dall’ignoranza e nell’amicizia trova il naturale complemento al godimento delle gioie della vita.

Piacere (hedoné) catastematico (e cinematico)

A differenza della scuola cirenaica Epicuro distingue il piacere “dinamico” (cinematico) da quello “statico” (catastematico) e considera vero piacere – e dunque scopo dell’etica – soltanto quest’ultimo. Il piacere catastematico corrisponde ad uno stato di totale rilassamento psicofisico, privo di ansie, insoddisfazioni e moti violenti dello spirito (avidità, collera, ecc.). A differenza del piacere cinematico, che deriva dalla momentanea soddisfazione di una pulsione ed è per sua natura effimero, il piacere catastematico, se adeguatamente coltivato e mantenuto, risulta stabile e duraturo e fa da placido “sfondo” all’imperturbabilità (atarassìa) del saggio epicureo.

Prolessi (anticipazione)

Derivato dal verbo prolambàno, “prendo prima”, nella gnoseologia epicurea il termine indica la facoltà mentale di anticipare le esperienze future grazie al ricordo di quelle passate. Di derivazione empirica (da empirìa, esperienza) la prolessi ci consente, tra l’altro, di calcolare in modo probabilistico le conseguenze di una determinata azione, onde valutare se essa sia economicamente vantaggiosa o meno in relazione al fine edonistico dell’etica epicurea. In altre parole, è grazie alla prolessi che l’individuo valuta, per esempio, l’opportunità di soddisfare un desiderio naturale ma non necessario, soppesando in base alle esperienze passate i pro (piacevolezza) e i contro (patimento) che esso comporta.

Sensismo

Con “sensismo” si intende una concezione gnoseologica che consideri imprescindibile l’attività percettiva dei sensi (vista, udito, olfatto, gusto, tatto) per spiegare il funzionamento della conoscenza in generale. Il canone epicureo è rigorosamente “sensista” in quanto fa derivare dalla percezione sensibile dei cosiddetti “simulacri” la formazione delle immagini mentali e delle idee astratte, di cui il soggetto conoscente si serve per anticipare (prolessi) le possibili esperienze future.

Simulacri (eidôla)

Si tratta di “immagini materiali” che si staccano continuamente dagli oggetti consentendoci di entrare in contatto percettivo con loro. Tali immagini sono composte da flussi di atomi sottilissimi che emanano dall’oggetto della percezione andando a “colpire” gli apparati sensoriali del soggetto conoscente. Sul concetto di “simulacro” si fonda la gnoseologia (dottrina della conoscenza) sensista e materialista dell’epicureismo.

Terapia spirituale

La dottrina epicurea si presenta, nel suo complesso, come una forma di “terapia spirituale”. La sua ragion d’essere è la cura (theràpeia) della persona nella sua integralità psico-fisica e si pone come fine la concreta rimozione della sofferenza che deriva da ignoranza e pregiudizio. Il discorso (lògos) filosofico epicureo è in funzione della pratica. A vari livelli. Ascoltandolo, innanzitutto, si prende atto della propria condizione esistenziale e ci si avvicina alla comunità dei praticanti. Attraverso la progressiva memorizzazione ed interiorizzazione dei precetti il discepolo “convalescente” trasforma il discorso in pratica quotidiana, abito, modo di vivere. Lungo la via della guarigione definitiva, infine, egli praticherà il discorso come pratica filosofica in sé, dialogando con i compagni, in spirito di armonia ed amicizia.

Tetrafarmaco (quadruplice rimedio)

Consiste nelle regole per liberare l’uomo dalle quattro principali cause di sofferenza: timore degli dèi, timore della morte, timore di non riuscire a conseguire la felicità, timore del dolore fisico. Sul tetrafarmaco è imperniato il messaggio “salvifico” del razionalismo epicureo: combattere l’ignoranza da cui deriva il mal di vivere con la “medicina” della conoscenza è possibile ed è una via universalmente percorribile. In tal senso il saggio epicureo viene proposto come una sorta di “medico dell’anima” a vocazione cosmopolitica.

I testi

Nota: il testo completo della Lettera a Meneceo (sull’etica) è disponibile on line all’indirizzo: …..

Le calunnie contro Epicuro

Attraverso il dossografo Diogene Laerzio ci giunge la lontana eco delle polemiche che nel corso dei secoli dovettero contrapporre le diverse scuole filosofiche, in particolare quella stoica e quella epicurea. I protagonisti di tali polemiche spesso non andavano molto per il sottile. Lo dimostra questa sezione delle Vite dei filosofi inserita subito dopo le scarne notizie biografiche su Epicuro (vedi manuale cap. 1). La scuola epicurea, ancora viva al tempo di Diogene Laerzio (180-240 d.C.), era molto legata alla figura del maestro, tanto da dedicargli un vero e proprio culto della personalità. Sappiamo, per esempio, che il suo genetliaco veniva festeggiato dai discepoli ogni anno il decimo giorno del mese di Gamelione (tra il 22 dicembre e il 20 febbraio circa). Per quanto bassi, gli attacchi ad personam potevano pertanto risultare insidiosi: mettere in discussione il personaggio Epicuro significava sminuire la portata teoretica e pratica dei suoi insegnamenti. Diogene Laerzio non nasconde la sua simpatia per Epicuro. Per dovere “d’ufficio” riporta comunque i principali “pettegolezzi” ancora circolanti ai suoi tempi per poi, come in tribunale, controbattere punto per punto in un’appassionata requisitoria in difesa del nostro filosofo. È interessante notare come la “leggenda nera” dell’epicureismo inteso come stile di vita godereccio e crapulone, materiale e sensuale e quindi anti-spirituale e peccaminoso, leggenda che si consoliderà durante il Medio Evo cristiano, trovi appiglio nelle calunnie già circolanti in epoca antica e tardo-antica.

Diotimo Stoico, che gli portava odio, lo calunniò acerbamente, mettendo in giro cinquanta lettere vergognose come di Epicuro; e anche colui che raccolse sotto il nome di Epicuro quei codicilli attribuiti a Crisippo[1]; e così pure lo Stoico Posidonio e i suoi scolari, e Nicolao, e Sozione […] e Dionigi d’Alicarnasso. Dicono infatti che egli andava con la madre per le casupole a recitare le formule di purificazione, e con il padre faceva il maestro di scuola per vile compenso; che prostituì uno dei fratelli ed ebbe per concubina Leonzio l’etera[2]; che spacciava per suo quanto Democrito aveva detto sugli atomi e Aristippo sul piacere[3]; che non fu cittadino legittimo, come dice Timocrate e Erodoto nell’opera Sulla giovinezza di Epicuro. Che adulava vergognosamente Mitre, ministro delle finanze di Lisimaco[4], chiamandolo nelle lettere «Salvatore» e «Signore»; e che anche Idomeneo e Erodoto e Timocrate, che avevano svelato i suoi segreti, lodava e adulava in tale maniera[5]. E nelle lettere a Leonzio scriveva:

Per Apollo Salvatore, o cara piccola Leonzio, di quale esultante plauso mi hai riempito nel leggere la tua cara lettera.

E a Temista, la moglie di Leonteo:

Sono ben capace, se voi non venite da me, di trascinarmi, facendomi molto rotolare sulle mie ruote[6], fin dove voi e Temista mi chiamate.

E a Pitocle che era un bel giovane:

Mi accomodo e aspetto il tuo amabile e divino ingresso[7].

[…]

E scrisse anche a molte altre etere, e soprattutto a Leonzio, che fu amata anche da Metrodoro. Nell’opera Del fine scrive così:

Almeno per me non so pensare il bene se ne tolgo i piaceri del gusto, quelli dell’amore, quelli dell’udito, e i soavi moti che tramite la vista ricevo dalle forme[8].

E nell’epistola a Pitocle scrive:

Fuggi, o felice, a vele spiegate ogni genere di cultura.

Epitteto[9] lo accusa di turpiloquio[10] e lo ingiuria moltissimo. E inoltre, nell’opera intitolata Cose allegre, Timocrate, fratello di Metrodoro e discepolo di Epicuro, dopo avere abbandonata la sua scuola, dice che egli vomitava due volte al giorno, per l’amore dei piaceri della mensa, e che lui stesso a stento era riuscito a fuggire quella notturna filosofia e a quella specie di associazione misterica[11].

(Diogene Laerzio, Vite dei filosofi, X, 3-7)

La difesa di Diogene Laerzio

L’apologia di Epicuro è condotta dal dossografo in maniera veemente e puntigliosa. A smentire le accuse ci sono fatti inconfutabili: gli onori resi ad Epicuro da Atene, la moltitudine di discepoli, non misurabile nemmeno in termini di “intere città”, la longevità della scuola epicurea. Solo un uomo di eccezionale bontà e carisma avrebbe potuto dar vita ad un fenomeno spirituale e culturale di tale portata.

Folli sono però costoro: per un tal uomo sufficiente testimonio della insuperabile bontà d’animo che usò verso tutti e la patria, che lo onorò con statue di bronzo, e gli amici, tanti da non potersi misurare nemmeno a intere città, e i discepoli, tutti avvinti dalle sirene della sua dottrina; all’infuori di Metrodoro di Stratonicea che passò alla scuola di Carneade[12], forse perché gli pesava la sua insuperabile bontà; e la sua scuola che, mentre quasi tutte le altre si estinsero, rimase sempre e produsse innumerevoli scolarchi, uno dopo l’altro, dal numero dei discepoli; l’amore verso i genitori[13], la beneficenza verso i fratelli, la bontà verso i servi, come appare chiaro anche dal testamento e dal fatto che filosofarono insieme a lui; di questi il più famoso fu Mys, di cui abbiamo già detto; in una parola la sua benevolenza verso tutti. Indicibili i suoi sentimenti di riverenza verso gli dèi e di amore verso la patria. Per eccesso di modestia si tenne lontano dalla politica; e pur volgendo allora momenti calamitosi per la Grecia[14], tuttavia visse Iì, solo due o tre volte avendo fatto un breve viaggio nella Ionia dagli amici; i quali da ogni parte venivano a lui, e con lui convivevano nel Giardino, secondo che dice anche Apollodoro (che comprò per ottanta mine; lo dice Diocle nel terzo libro della Scorsa),conducendo vita frugalissima e semplicissima; si accontentavano, dice, di un cotile[15] di vinello; ma in genere la loro bevanda era acqua. Epicuro inoltre non stimava che si dovessero porre in comune i beni, come diceva Pitagora che comune deve essere tutto ciò che è degli amici; ciò infatti è proprio di gente che non si fida, e dove non vi è fiducia non vi e nemmeno amicizia[16]. Egli stesso dice nelle epistole che gli bastava solo acqua e un po’ di pane d’orzo; ed aggiunge:

Mandami un pentolino di cacio perché possa, quando voglio, scialare un po’[17].

Tale era colui che insegnava che il fine è il piacere. E Ateneo così lo esalta in questo epigramma:

O uomini, vi date pena per le cose più vili e per l’avidità non siete mai sazi di contese e di guerre; la ricchezza secondo natura ha breve confine ma le stolte opinioni hanno strada infinita[18]. Questo il saggissimo figlio di Neocle o dalle Muse ascoltò, o dal sacro tripode della Pizia.

(Diogene Laerzio, Vite dei filosofi, X, 9-12)

Epistola alla madre

Questi stralci della Lettera alla madre sono stati rinvenuti durante gli scavi che hanno riportato alla luce l’antica città di Enoanda, situata in Licia lungo il corso superiore del fiume Xanto nell’odierna Turchia. Componevano, insieme ad altri scritti, il lascito di un ricco cittadino del posto, tale Diogene, ai suoi concittadini: un portico “parlante”, interamente inciso di testi epicurei. Una specie di “vangelo” dell’epicureismo, risalente al II sec. d.C. Le parole che Epicuro rivolge alla madre Neocle sono di una dolcezza commovente.

…. causare un grande turbamento in proposito. Infatti le immagini che si presentano alla nostra mente di persone lontane che non abbiamo sotto gli occhi procurano la più grande paura, ma se sono presenti nemmeno la più piccola[19]. Ma se tu osservi bene la loro natura, tali ti stanno di fronte, anche quelle degli assenti, come quelle dei presenti. Non essendo infatti percettibili ai sensi ma alla mente, prese in se stesse hanno lo stesso potere, riguardo agli assenti, di quello che hanno quando sussistono essendo quelli presenti. Per queste cose dunque, o madre, fatti animo. Nulla infatti di male ti rivelano le immagini che ti occorrono di me[20]. Pensa invece che giorno per giorno noi avanziamo verso una maggiore felicità, sempre acquistando qualcosa di proficuo. Non sono certo per me piccole né poco importanti queste cose che rendono la nostra natura simile agli dei, e mostrano che nemmeno per la mortalità siamo inferiori alla beata e immortale natura. Quando infatti siamo vivi godiamo di una gioia pari agli dei[21] …. [il frammento si interrompe]

…. contraccambiandola in ugual misura anche se ha ricevuto diminuzione; ma se non ha la sensazione, come può subire diminuzione? Pensa dunque, o madre, che noi viviamo sempre felici in mezzo a questi beni, e fatti animo riguardo a quello che facciamo. Risparmia piuttosto, per Zeus, quegli aiuti che ci mandi continuamente. Non voglio che ti manchi qualcosa perché io ne abbia di troppo; ma è meglio che manchi a me piuttosto che a te. E del resto io vivo comodamente senza che mi manchi nulla, per il denaro degli amici e per quello che mi manda continuamente il padre, il quale poco tempo fa mi ha mandato per mezzo di Cleone nove mine. Non dovete dunque, ciascuno dei due, darvi pensiero per noi, ma piuttosto star vicini l’un l’altro[22] ….

(fr. 65, Arrighetti, op. cit.)

Morte di Epicuro

Se fare filosofia significa, in primo luogo, incarnare uno stile di vita, come sostiene lo storico della filosofia francese Pierre Hadot, il racconto della morte di Epicuro è molto significativo. Coerente sino alla fine egli lascia vita serenamente, congedandosi da essa con una libagione di vino, nonostante i fortissimi dolori provocati dai calcoli renali. I suoi ultimi pensieri vanno ai discepoli, perché continuino a seguire la strada aperta dalla sua dottrina e si prendano cura gli uni degli altri.

Morì di un calcolo che gli impediva di orinare, come dice anche Ermarco nelle epistole, dopo essere stato malato quattordici giorni. E allora dice Ermippo che entrato in un bacino di bronzo pieno di acqua calda e chiesto del vino puro lo bevve; raccomandato infine agli amici di ricordare le sue dottrine morì. Su di lui abbiamo questo epigramma:

«Salve, ricordate la mia dottrina». Questo Epicuro disse come ultima cosa ai suoi amici morendo. Entrò nel caldo lavacro e bevve vino puro, poi trasse al freddo Ade.

(Diogene Laerzio, Vite dei filosofi, X, 15-16)

E già sul punto di morte scrive a Idomeneo questa lettera:

Era il giorno beato e insieme l’ultimo della mia vita quando ti scrivevo questa lettera. I dolori della vescica e dei visceri erano tali da non poter esser maggiori; eppure a tutte queste cose si opponeva la gioia dell’anima per il ricordo dei nostri passati ragionamenti filosofici[23]. Tu ora, come è degno della buona disposizione che hai avuto fin da giovanetto per me e per la filosofia, abbi cura dei figli di Metrodoro[24].

(Diogene Laerzio, Vite dei filosofi, X, 22)

…. che questo fosse I’atteggiamento di Epicuro nei confronti della morte è prova quanto scriveva a Mitre sotto l’arcontato di Pitarato, di essere cioè convinto che essa gli era gradita, e che in un certo senso egli I’accoglieva volentieri[25].

(fr. 70 Arrighetti, op. cit.)

Il testamento

Anche il testamento di Epicuro, sempre riportato da Diogene Laerzio, è testimonianza concreta della sua disposizione d’animo nei confronti della comunità. Il saggio epicureo non è un individualista. Egli sa che senza la comunità la sua pratica di vita orientata alla tranquillità d’animo risulterebbe difficile. Per questo Epicuro sembra preoccuparsi, prima di tutto, che la sua scuola continui a funzionare anche senza di lui. Se la filosofia è stile di vita, dottrina praticata, non è tanto necessario che si conservino libri e testimonianze intellettuali, quanto piuttosto che esista una comunità di praticanti che tenga vivo lo spirito dell’insegnamento.

E così dispose per testamento:

Con questo testamento lascio tutti i miei beni a Aminomaco di Filocrate del demo Bate, e a Timocrate di Demetrio del demo Potamo, secondo la donazione fatta ad ambedue scritta nel Metroo, a condizione che il Giardino e le sue dipendenze lo diano a Ermarco di Agemorto mitilenese[26], e a quelli che si occuperanno con lui di filosofia, e a quegli scolarchi ai quali Ermarco lo lascerà[27], perché ivi si dedichino alla filosofia, e affinché diano opera a conservarlo insieme a Aminomaco e a Timocrate, per quanto sarà loro possibile. E via via a coloro che filosoferanno nella mia scuola affido la dimora del Giardino, e ai loro eredi, perché anch’essi mantengano il Giardino[28] nella maniera che parrà più sicura, così come coloro ai quali l’affideranno i miei discepoli.

La casa di Melite Aminomaco e Timocrate la diano da abitare a Ermarco e a coloro che con lui filosoferanno, finché Ermarco vivrà.

I proventi di quanto ho dato a Aminomaco e a Timocrate, li dividano per quanto sarà possibile, consultandosi con Ermarco, per le offerte funebri al padre e alla madre e ai fratelli, e a me, perché sia festeggiato secondo il consueto il mio genetliaco ogni anno il decimo giorno del mese di Gamelione, e l’adunanza dei discepoli il ventesimo giorno di ogni mese, stabilita in memoria mia e di Metrodoro. Celebrino anche il giorno consacrato ai miei fratelli, nel mese di Posidone, e così pure quello consacrato a Polieno nel mese di Metagitnione, così come noi solevamo fare[29].

Abbiano cura anche, Aminomaco e Timocrate, del figlio di Metrodoro Epicuro, e del figlio di Polieno Polieno, purché vivano e si occupino di filosofia insieme a Ermarco. E così pure della figlia di Metrodoro si prendano cura, e quando abbia raggiunto l’età la diano in isposa a colui che Ermarco sceglierà fra coloro che filosoferanno insieme a lui, purché essa si comporti bene e sia obbediente a Ermarco[30]. Diano Aminomaco e Timocrate per il loro mantenimento quanto dei miei redditi sembri loro opportuno assegnare annualmente, dopo essersi consigliati con Ermarco. Mettano a parte dei redditi anche Ermarco, affinché ogni decisione sia presa con l’intervento di lui che è invecchiato con me filosofando e che io ho lasciato a capo dei discepoli. Per la dote della fanciulla, quando sarà giunta in età adatta, diano Aminomaco e Timocrate quanto sembrerà opportuno, detraendola dai beni a disposizione, dopo aver preso consiglio da Ermarco.

Si prendano cura anche di Nicanore, come ho fatto io, affinché quanti con me filosofarono e mi diedero il loro aiuto con le loro sostanze e mostrandomi il loro affetto decisero di invecchiare con me nella filosofia, non abbiano a mancare del necessario, per quanto è in mio potere[31].

Tutti i miei libri siano dati a Ermarco[32]. Se qualcosa accadrà a Ermarco prima che i figli di Metrodoro siano giunti a maggiore età, provvedano Aminomaco e Timocrate, affinché, se si comportano bene, abbiano tutto il necessario, per quanto sarà possibile, traendolo dalle rendite che ho lasciato. E riguardo a tutto il resto si preoccupino che ogni cosa avvenga come ho stabilito, per quanto è possibile. Degli schiavi lascio liberi Mys, Nicia, Licone; e anche Fedria lascio libera[33].

(Diogene Laerzio, Vite dei filosofi, X, 16-21)

L’esperienza carnale del dolore: il piacere inteso come “sottrazione di dolore”

Nell’edonismo epicureo il piacere rappresenta la condizione umana (e, in un certo senso, universale) secondo natura (katà tèn phýsin). È il dolore, tuttavia, che ci rende concretamente consapevoli di cosa sia piacere, così come la malattia ci consente di apprezzare lo stato di salute. Il dolore, secondo natura, serve a segnalare uno stato di bisogno cui occorre provvedere (es. saziare la fame, riposare muscoli indolenziti, ecc.). Piacere, allora, significa acquietare lo stimolo ripristinando la condizione originaria.

Non aumenta il piacere nella carne una volta sia tolto il dolore per ciò che ci mancava, ma solo si varia[34]. II limite (posto da parte) dello spirito riguardo ai piaceri proviene da una accurata considerazione di questi stessi edi ciò che ad essi è simile, tutte cose che recano allo spirito le più grandi paure[35].

(Massime Capitali, XVIII)

La carne pone i limiti del piacere illimitati, e illimitato è il tempo che glielo procura. L’anima prendendo coscienza del bene della carne e del suo giusto limite, e tolti i timori relativi all’eternità ordina la vita in maniera che essa sia perfetta, e non ha più bisogno, oltre quella, del tempo infinito; ma non fugge il piacere, né, quando le circostanze conducono al momento di lasciare la vita, si diparte come se le mancasse qualcosa di ciò che serve a render la vita felice[36].

(Massime Capitali, XX)

La salda condizione di benessere della carne e la fida speranza in proposito contengono, per chi sappia rendersene conto, la più alta e sicura gioia[37].

(fr. 68 Us.; 21,3 Arrighetti)

La filosofia come terapia

Un richiamo esplicito a fare filosofia non per apparire colti o ben formati, ma per stare realmente bene con noi stessi. La pratica filosofica è “cura di sé” (epimelèia heautòn).

Non fingere di filosofare, ma filosofare davvero bisogna; non abbiamo infatti bisogno di apparire sani, ma di esserlo davvero.

(Gnomologio Vaticano, 54)

Piacere catastematico e piacere cinematico

La distinzione tra piacere “in quiete” e piacere “in movimento” contraddistingue l’edonismo epicureo rispetto a quello della scuola cirenaica di Aristippo. Il “piacere” cui si riferiscono i Cirenaici è soltanto quello cinematico, che deriva principalmente dalla soddisfazione dei bisogni corporali. Epicuro, invece, predilige il piacere catastematico, stabile e duraturo, di contro a quello cinematico effimero e illusorio. Allo stesso modo, mentre i Cirenaici mettono l’accento sui piaceri corporali, l’edonismo epicureo predilige, piuttosto, la mancanza di turbamento nell’anima, pur considerando l’uomo nella sua interezza psicofisica.

Si differenzia dai Cirenaici per quanto riguarda la dottrina del piacere: quelli infatti non ammettono il piacere catastematico, ma solo quello in moto. Lui invece ambedue, nell’anima e nel corpo, come dice nell’opera Di ciò che si deve scegliere e fuggire e in quella Del fine, e nel primo libro dell’opera Delle vite, e nell’Epistola agli amici di Mitilene. E ugualmente dicono così Diogene nel libro diciassettesimo Delle scelte e Metrodoro nel Timocrate: «Poiché il piacere si può concepire in moto e stabile». E Epicuro nell’opera Delle scelte dice questo:

La mancanza di turbamento nell’anima e di dolore nel corpo sono piaceri stabili; invece la gioia e la letizia si vede dalla loro attività che sono piaceri in moto[38].

E ancora in questo si oppone ai Cirenaici: essi reputano i mali fisici peggiori di quelli dell’anima; tanto è vero che i colpevoli si puniscono con pene corporali; egli invece quelli dell’anima: la carne infatti soffre solo pei mali presenti, l’anima invece per i passati per i presenti e per i futuri; di conseguenza anche i maggiori piaceri sono quelli dell’anima. Per dimostrare poi che il fine è il piacere osserva che gli esseri viventi, appena nati, del piacere godono, il dolore fuggono per istinto naturale, irrazionalmente. Spontaneamente dunque fuggiamo il dolore. E anche Eracle, quando la tunica lo strazia grida:

piangendo e urlando; e attorno gemono le rocce, i picchi montani di Locri, e le vette dell’Eubea.

È in vista del piacere che si ricercano le virtù, non di per se stesse; come la medicina in vista della salute, come dice Diogene nel ventesimo libro Delle scelte, il quale chiama l’educazione «direzione». Epicuro dice anche che solo la virtù è inseparabile dal piacere; le altre cose se ne possono separare, come mortali[39].

(Diogene Laerzio, Vite dei filosofi, X, 136-138)

Il bene: vivere secondo natura

Conformarsi alla natura è il fine dell’etica epicurea: il bene non rappresenta una condizione speciale, né qualcosa di trascendente. È immediatamente attingibile qui ed ora ed è sperimentabile al massimo grado di perfezione. Per questo, occorre conoscere se stessi, come recitava l’antico motto delfico. Il che per Epicuro si traduce in osservazione e conoscenza della “fisiologia del desiderio”. Una volta scoperto il meccanismo che sta alla base della fisiologia umana, bisogna conformare le scelte etiche a tale fisiologia, assecondandola col soddisfare i desideri naturali, se non sono dannosi alla salute, e col rifiutare quelli non conformi a natura.

Se in ogni circostanza non farai riferimento per ciascuna delle tue azioni al bene secondo natura (katà tèn phýsin), ma ti volgerai ad altro, sia che tu faccia una scelta o un rifiuto, le tue azioni non saranno in accordo con le tue parole.

(Massime Capitali, XXV)

Non bisogna far violenza alla natura, ma persuaderla; e la persuaderemo soddisfacendo i desideri necessari, quelli naturali se non recano danno, respingendo aspramente quelli dannosi.

(Gnomologio Vaticano, 21)

La disciplina dei desideri

La disciplina dei desideri rappresenta l’architrave dell’etica epicurea. Il termine “disciplina” mette l’accento sull’esercizio pratico: a nulla vale la conoscenza teoretica se poi non si è in grado di tradurla in abito quotidiano. L’uso delle “massime”, lapidarie e incisive, aveva proprio la funzione di aiutare il praticante a memorizzare i principali dogmi del pensiero epicureo per poterli volgere immediatamente in pratica.

Dei desideri alcuni sono naturali e necessari, altri naturali ma non necessari, altri poi né naturali né necessari, ma nascono da vana opinione. (Epicuro considera naturali e necessari quei desideri che ci liberano dai dolori del corpo, come bere quando si ha sete; naturali ma non necessari quelli che non sottraggono il dolore del corpo, ma solo variano il piacere, come i cibi opulenti; né naturali né necessari quelli come il desiderio di corone o di statue in proprio onore.)

(Massime Capitali, XXIX)

Dei desideri quanti, se non soddisfatti, non conducono al dolore, non sono necessari, ma è facile dissipare lo stimolo quando appaiono rivolti a cose difficili a ottenersi o tali da procurare danno[40].

(Massime Capitali, XXVI)

Che cos’è saggezza (phrònesis)

Esercitare la saggezza significa imparare ad orientarsi tra le diverse pulsioni e passioni di natura endogena: governare il proprio corpo. La phrònesis compete all’uomo libero (eléutheros): libertà, in questo contesto semantico, significa capacità di padroneggiare se stesso, di decidere conformemente a natura quali desideri vadano immediatamente soddisfatti, quali, eventualmente, differiti nel tempo e quali, invece, ignorati perché dannosi.

Fra quei desideri che se non vengono soddisfatti non comportano dolore corporeo quelli in cui intensa è la passione provengono da vuote opinioni, e non per la loro natura sono difficili a dissiparsi, ma per le stolte credenze degli uomini[41].

(Massime Capitali, XXX)

Per ognuno dei desideri va posta questa domanda: che cosa mi accadrà se si compie ciò che vuole il desiderio, e che cosa se non si compie[42]?

(Gnomologio Vaticano, 71)

Anche il fatto che il nostro corpo abbia sopportato certi dolori è cosa utile per metterci in guardia contro quelli consimili[43].

(Gnomologio Vaticano, 73)

Nessun piacere è di per sé un male, ma i mezzi che procurano certi piaceri portano molti più turbamenti che gioie[44].

(Massime Capitali, VIII)

Nessuno, vedendo il male, lo preferisce, ma ne rimane ingannato come se fosse un bene rispetto a un male peggiore[45].

(Gnomologio Vaticano, 16)

L’autàrkeia del saggio

Caratteristica distintiva del saggio è l’autodominio (o autocontrollo). Chi è abituato ad accontentarsi di poco è più libero di quanti dipendono da bisogni incontrollati o, peggio, fittizi. Se l’indipendenza dal bisogno rende più forti e sereni, allora la povertà, consapevolmente assunta come stile di vita, è un segno distintivo di saggezza.

II saggio venuto a paragone di fronte alle necessità della vita sa piuttosto dare che prendere; tale è il tesoro di indipendenza dai bisogni che possiede[46].

(Gnomologio Vaticano, 44)

II più grande frutto del bastare a se stessi è la libertà.

(Gnomologio Vaticano, 77)

Non vanagloriosi artefici di chiacchiere né ostentatori di quella cultura desiderata dai più forma lo studio della natura, ma fieri e indipendenti e orgogliosi dei propri beni, non di quelli che provengono dagli eventi[47].

(Gnomologio Vaticano, 45)

Bisogna ci segua, spontaneo, il plauso degli altri, ma noi occupiamoci della salute delle nostre anime[48].

(Gnomologio Vaticano, 64)

L’uomo sereno procura serenità a sé e agli altri.

(Gnomologio Vaticano, 79)

Lo studio della natura è in funzione dell’etica

L’atto del conoscere non può essere separato dal soggetto conoscente, dalla sua dimensione etica ed esistenziale. Siamo mossi alla conoscenza della natura, secondo Epicuro, per un motivo molto concreto: fugare la paura che deriva dall’ignoranza dei fenomeni terrestri e celesti. Se non dovessimo far fronte al terrore originario che proviamo dinanzi al mistero del divino, della morte, del dolore, non avremmo bisogno della fisica. A questo proposito, si è spesso sottolineata la differenza tra l’epicureismo (e le dottrine ellenistiche in genere) e la filosofia aristotelica. La scienza, per lo Stagirita, sarebbe fine a se stessa, così come il bìos theoretikòs, la stile di vita praticato dal filosofo-scienziato. Anche per Aristotele, però, lo stimolo a filosofare è di natura psicologica ed esistenziale: la meraviglia (thàuma), quel senso di curiosità mescolata a timor panico che prende alla gola dinanzi all’ignoto. E la dedizione alla scienza, alla fine, non è forse una scelta di tipo etico? L’epicureo, del resto, una volta acquietata l’ansia che gli deriva dalla non corretta interpretazione del significato della morte e della natura degli dèi, vive lo studio della fisica, l’osservazione dei fenomeni meteorologici e celesti come un’attività piacevole in sé, finendo, in questo, con l’assomigliare al “liceale” aristotelico.

Se non ci turbasse la paura delle cose celesti e della morte, nel timore che esse abbiano qualche importanza per noi, e l’ignoranza dei limiti dei dolori e dei desideri, non avremmo bisogno della scienza della natura.

(Massime Capitali, XI)

Non era possibile dissolvere i timori riguardo a ciò che è più importante ignorando che cosa fosse la natura dell’universo ma vivendo in sospettoso timore per i miti[49]. Così non era possibile senza lo studio della natura avere pure gioie.

(Massime Capitali, XII)

A niente giovava il procacciarsi sicurezza dagli uomini finché rimanevano i sospetti e le paure per le cose del cielo e dell’Ade e di ciò che avviene nell’universo[50].

(Massime Capitali, XIII)

Epicuro a Pitocle salute.

Cleone mi portò la tua lettera nella quale ti mostravi molto affettuoso nei nostri confronti e ben degno della sollecitudine che abbiamo per te, e sinceramente ti sforzavi di ricordare quei ragionamenti che conducono a vita felice. Mi chiedevi poi di mandarti un trattatello, breve e riassuntivo, sui fenomeni celesti, per poterlo tener meglio a memoria. Gli altri miei scritti, infatti, sono difficili a ricordarsi, sebbene, come dici, tu li abbia continuamente alle mani. Noi ben volentieri abbiamo approvato questa tua richiesta, e l’abbiamo accolta con buone speranze. Per cui, dopo aver composto tutte le altre opere, vogliamo portare a termine anche questa trattazione che tu stimi potrà riuscire utile anche a molti altri, e soprattutto a coloro che da poco hanno gustato della verace scienza della natura, e a coloro che sono impediti dalle faticose occupazioni della vita quotidiana. Accogli dunque di buon grado questo mio scritto, e tenendotelo bene a memoria richiamalo spesso alla mente, insieme alle altre cose della piccola epitome che abbiamo mandato a Erodoto[51].

Per prima cosa si deve credere che della conoscenza dei fenomeni celesti, sia che vengano trattati in connessione con altri, sia indipendentemente, l’unico scopo e la tranquillità e la sicura fiducia, così come anche per le altre cose; né si deve sforzare ciò che è impossibile, né avere la stessa opinione riguardo a tutte le cose, sia nei ragionamenti sui generi di vita che in quelli che riguardano la soluzione delle altre questioni naturali[52], come per esempio che il tutto è fatto di corpi e di vuoto[53], oppure che gli elementi fondamentali della materia sono indivisibili[54], o tutte le altre cose che in un solo senso si possono accordare con i fenomeni. Questo però non si verifica nei fenomeni celesti, i quali hanno molteplici cause del loro verificarsi e della loro essenza molteplici determinazioni in accordo con i sensi. Non bisogna indagare la scienza della natura secondo vacui assiomi e legiferazioni, ma come richiedono i fenomeni[55]. Perché la nostra vita non ha bisogno di irragionevolezza e di vuote opinioni, ma di trascorrere tranquilla. E si ottiene la massima serenità riguardo a tutti i problemi che vengono risolti secondo il metodo delle molteplici spiegazioni in accordo coi fenomeni, quando si ammetta in proposito, come è conveniente, il verosimile[56]. Ma quando qualcosa si ammette, qualcos’altro invece si rifiuta, pur essendo in accordo coi fenomeni, è chiaro che allora si abbandona qualsiasi genere di scienza della natura per cadere nella mitologia[57].

Gli indizi dei fenomeni celesti ce li forniscono i fenomeni che accadono presso di noi, e che si vede dove e come avvengono, e non i fenomeni celesti stessi che possono avvenire in molte maniere. All’immagine che di ciascuno percepiamo bisogna porre ben attenzione, e va determinata in base a ciò che ad essa e congiunto e riguardo a cui i fenomeni che accadono presso di noi non si oppongono a che avvenga in molti modi[58].

(Lettera a Pitocle, 84-88)

La morte non è da temere

Se il bene è assenza di dolore (ovvero piacere) e il male il suo contrario, la distinzione tra bene e male dipende esclusivamente dalla possibilità di sentire, ovvero dalla “sensibilità”. Ma se la morte è, per definizione, “assenza di sensibilità” (causata dalla disgregazione degli atomi che componevano la sostanza senziente, l’anima), essa non può essere né male né bene. Semplicemente non ci riguarda in quanto si pone al di là della nostra sfera etica.

Nulla è per noi la morte; perché ciò che è dissolto è insensibile, e ciò che è insensibile non è niente per noi.

(Massime Capitali, II)

Ognuno lascia la vita come se l’avesse cominciata allora[59].

(Gnomologio Vaticano, 60)

Gli dèi e la religione nei limiti della fisica epicurea

La pietas di Epicuro, la sua devozione nei confronti degli dèi è ampiamente documentata. Ciò nonostante, l’epicureismo ebbe fama di dottrina atea se non blasfema. In realtà l’oggetto della controversia epicurea non dovette essere la spiritualità religiosa in sé, bensì le tante superstizioni e credenze foriere di intime angosce e timor panico, spesso sfruttato ad arte, che dovevano esser diffuse allora, soprattutto tra i ceti bassi della popolazione. Per questo il secondo punto del tetrafarmaco, oltre ad avere una valenza universalmente umana e cosmopolita, può assumere anche un certo valore civile. Il vero atto contro la religione è aver timore della divinità, perché ad essa si attribuiscono passioni e debolezze umane, contaminando in maniera stolta – e blasfema – la pura perfezione della sua natura beata.

L’essere beato e immortale non ha né procura agli altri affanni; così non è soggetto né all’ira né alla benevolenza. Queste cose infatti sono proprie dell’essere debole. (In altre opere dice che gli dei sono conoscibili solo con la mente; alcuni sussistono nella individualità materiale, altri nella somiglianza di forma, prodotti dal continuo flusso di simulacri (eidôla)[60] simili volti a costituire lo stesso oggetto; che sono antropomorfi.)

(Massime Capitali, I)

Quanto a noi, dice, sacrifichiamo agli dei santamente quando lo si deve, e agiamo bene in tutto il resto secondo le leggi senza turbarci minimamente per la vane opinioni riguardo agli esseri che sono i migliori e i più augusti. E inoltre diciamo che questo è giusto per la causa che ho detto; così infatti è possibile che una natura mortale viva, per Zeus, come Zeus[61], come ben si vede.

(fr. 387 Us.; 105 Arrighetti)

Apparirà chiaro che Epicuro ha osservato tutte le regole del culto e ha raccomandato di osservarle anche ai suoi scolari, non solo per ossequio alle leggi, ma anche per osservanza di principi naturali. Dice infatti nell’opera …… che è conforme a saggezza il pregare, non perché gli dei si adireranno se non lo faremo, ma per l’idea che noi abbiamo delle loro nature superiori per potenza e prestanza[62].

(fr. 13 Us.; 124 Arrighetti)

È stolto chiedere agli dèi ciò che ci si può procurare da se stessi[63].

(Gnomologio Vaticano, 65)

I sogni non hanno natura divina né potere divinatore, ma provengono da afflusso di simulacri[64].

(Gnomologio Vaticano, 24)

Ottenere il piacere è facile

Il terzo punto del tetrafarmaco sottolinea quanto sia facile e alla portata di tutti liberarsi dal dolore e conseguire la felicità. Il “vangelo” epicureo, la “buona novella”, consiste proprio in questo: la felicità, intesa come aponìa e atarassìa, è il nostro stato naturale, il nostro consueto modo d’essere. Basta connettersi ad esso, soddisfacendo i bisogni naturali e godendosi la pura e semplice gioia d’esistere. A tutti è concesso far questo, nessuno escluso: da qui discende il valore “ecumenico” e profondamente umanista della dottrina epicurea.

Chi conosce quali sono i limiti della vita sa che agevole è il liberarsi del dolore di ciò che manca, e ordina, sì da essere perfetta, tutta la vita; cosicché non ha bisogno di cose che comportino lotta.

(Massime Capitali, XXI)

La Lettera ad Erodoto: il rapporto tra sensismo e materialismo

Nella Epistola ad Erodoto Epicuro traccia un quadro completo della sua concezione gnoseologica e fisica, deducendo l’una dall’altra. Al rigoroso sensismo in ambito conoscitivo corrisponde la visione materialistica ed atomistica della natura.

Per prima cosa, o Erodoto, bisogna aver ben chiaro il significato delle parole, per potere, riferendoci ad esso, giudicare delle opinioni e di ciò che è oggetto di indagine o che presenta difficoltà, e perché tutto per noi non sia confuso, procedendo all’infinito nelle dimostrazioni, e perché non si possiedano altro che delle vuote parole[65]. Se avremo a che cosa riferire l’oggetto delle nostre indagini e delle difficoltà e delle opinioni, ne conseguirà necessariamente che possiamo scorgere l’idea fondamentale che ogni parola richiama senza bisogno di dimostrazioni[66]. Inoltre in base alle sensazioni[67] bisogna porre attenzione a tutto, cioè agli atti apprensivi immediati, sia della mente sia di qualsiasi altro criterio, ugualmente alle affezioni che si producono, per poter avere con che procedere a delle induzioni sia su ciò che attende conferma, sia su ciò che non cade sotto il dominio del sensi, e dopo aver ben distinto queste cose comprendere poi ciò che riguarda quel che non cade sotto i nostri sensi[68].

Prima di tutto nulla nasce dal nulla; perché qualsiasi cosa nascerebbe da qualsiasi cosa, senza alcun bisogno di semi generatori; e se ciò che scompare avesse fine nel nulla tutto sarebbe già distrutto, non esistendo più ciò in cui si è dissolto. Inoltre il tutto sempre fu come è ora, e sempre sarà, poiché nulla esiste in cui possa tramutarsi, né oltre il tutto vi è nulla che penetrandovi possa produrre mutazione[69].

E inoltre il tutto è costituito di corpi e di vuoto […]. Che i corpi esistano infatti di per sélo attesta in ogni occasione la sensazione, in base alla quale bisogna, con la ragione, giudicare di ciò che sotto i sensi non cade come abbiamo detto prima; se poi non esistesse ciò che noi chiamiamo vuoto o luogo o natura intattile, i corpi non avrebbero né dove stare né dove muoversi, come vediamo che si muovono[70].

Oltre a queste due, né in base all’esperienza, né in analogia ai dati di essa si può arrivare a concepire alcuna altra cosa nel modo in cui queste appunto vengono colte in tutte le nature, se si eccettua ciò che di queste nature chiamiamo qualità accidentali o essenziali[71].

E poi […]dei corpi alcuni sono aggregati, altri i componenti degli aggregati. Questi sono indivisibili e immutabili dato che tutto non deve distruggersi nel nulla, ma permanere essi saldi nella dissoluzione degli aggregati, avendo natura compatta, né esistendo dove o come possano essere distrutti. Per cui è necessario che i principi costitutivi dei corpi siano indivisibili[72].

Oltre a ciò il tutto è infinito, poiché ciò che è finito ha un estremo, e l’estremo si può scorgere rispetto a qualcos’altro, ma il tutto non si può scorgere da qualcos’altro, di modo che non avendo estremo non ha nemmeno limite, e ciò che non ha limite e illimitato, non limitato[73].

E anche per la quantità dei corpi e per la grandezza del vuoto il tutto è infinito. Se infatti il vuoto fosse infinito e i corpi finiti, questi non potrebbero rimanere in alcun luogo, ma vagherebbero per l’infinito vuoto, sparsi qua e là, non sostenuti né mossi da altri corpi nei rimbalzi; se poi fosse finito il vuoto, i corpi infiniti non avrebbero dove stare[74].

Per di più i corpi che sono indivisibili e solidi — dei quali sono formati gli aggregati e nei quali si disgregano – hanno un inconcepibile numero di forme; perché non è possibile che possano sussistere tante differenze negli aggregati prodotti dalle stesse forme limitate[75]. […]

Gli atomi poi hanno moto continuo […] e eterno e alcuni rimbalzano via lontano gli uni dagli altri, alcuni invece trattengono lì il loro rimbalzo quando siano compresi in un aggregato o contenuti da altri atomi intrecciati; infatti la natura del vuoto che separa gli uni dagli altri è causa di ciò, non essendo tale da opporre resistenza, e d’altra parte la solidità, che è loro propria, è causa del loro rimbalzare negli urti finché l’intreccio non li rimette nella primitiva posizione turbata dal rimbalzo. Non c’è un inizio di questi moti, essendo eterni sia gli atomi che il vuoto[76]. […] Tutto quanto è stato detto, se viene tenuto bene a mente, fornisce un compendio sufficiente di quanto si deve pensare riguardo alla natura delle cose.

I mondi poi sono infiniti, sia quelli uguali al nostro sia quelli diversi; poiché gli atomi, che sono infiniti come abbiamo or ora dimostrato, percorrono i più grandi spazi. Non vengono esauriti infatti tali atomi, dai quali ha origine o viene costituito un mondo, né da un solo né da un numero finito di mondi, né da quanti sono simili né da quanti sono dissimili a questo; di modo che niente si oppone a che i mondi siano infiniti.

Esistono inoltre delle immagini che hanno la stessa forma degli oggetti solidi, ma per sottigliezza sono molto differenti da ciò che si vede. Né è impossibile che nell’ambiente che ci circonda si producano tali afflussi, e che siano adatti a riprodurre le parti cave e quelle piane, o emanazioni tali da conservare la disposizione e l’ordine che avevano anche nei corpi solidi: queste immagini noi le chiamiamo simulacri[77].

[…]

Inoltre nessun fenomeno si oppone a che i simulacri abbiano una sottigliezza inconcepibile; per cui hanno anche una velocità inconcepibile, trovando ogni meato proporzionato (alla loro costituzione rada) affinché niente, o poco, li impedisca quando sono in numero infinito; e inoltre a che il prodursi dei simulacri avvenga con la rapidità del pensiero. Infatti dalla superficie dei corpi si parte un continuo flusso di simulacri — che non è visibile con la diminuzione del corpo stesso a causa del continuo risarcimento della materia il quale conserva per molto tempo la posizione e l’ordine degli atomi del corpo da cui proviene[78], anche se talora avviene che possa subire un certo disordine[79]. Inoltre nell’ambiente che ci circonda si formano rapidamente delle concrezioni, perché non è necessario che si costituisca anche in profondità la pienezza del corpo; e ci sono anche altri modi in cui tali nature possono costituirsi. Nessuna infatti di tutte queste cose è in contrasto con i dati della sensazione se ben si consideri in qual modo si potrà ricondurre da ciò che e fuori di noi ai nostri sensi sia la chiara evidenza della realtà sia la conformità (dell’oggetto percepito) alle sensazioni.

Bisogna anche ritenere che noi vediamo la forma delle cose e pensiamo per mezzo di qualcosa che dall’esterno giunge a noi. Non potrebbero infatti le cose esterne imprimere il loro colore e la loro forma per mezzo dell’aria frapposta fra noi e loro, né per mezzo di radiazioni o di afflussi che si dipartano da noi verso di esse cosi come lo possono per mezzo di immagini che giungano a noi dagli oggetti esterni, conservandone colore e forma e con grandezza proporzionata alla nostra vista o alla nostra mente, muoventisi con grande velocità e per questa causa adatti a dare la sensazione di un tutto unico e continuo, capaci di conservare le qualità dell’oggetto da cui provengono in seguito all’armonico impulso che loro proviene dal martellare in profondità degli atomi del corpo solido. E quella percezione che noi cogliamo sia per un atto di attenzione della mente sia dei sensi, sia della forma sia dei caratteri essenziali, è proprio la forma dell’oggetto solido, risultante dall’ordinato, continuo presentarsi di un simulacro o da un residue di esso.

[…]. L’uguaglianza poi con le cose esistenti e così dette reali da parte delle rappresentazioni che noi cogliamo come in una pittura o nel sonno o negli altri atti apprensivi della mente o degli altri criteri, non potrebbe sussistere se non ci fosse ciò che può essere oggetto di tali atti apprensivi. L’errore poi non potrebbe sorgere se non cogliessimo in noi un certo quale altro moto, connesso sì con l’atto apprensivo ma distinto da esso. E a causa di questo moto dunque, nel caso non venga confermato o riceva attestazione contraria, che si origina l’inganno; se invece viene confermato o non riceve attestazione contraria, la verità. E questa credenza bisogna possederla in maniera ben salda per non distruggere i criteri che si basano sull’evidenza, e perché l’errore, ugualmente considerato come avente un fondamento di realtà, non porti alla più completa confusione.[80]

(Lettera ad Erodoto, 37-52)

Criterio (canone) della conoscenza è la sensazione

La teoria della conoscenza di Epicuro si fonda sulla sensazione, come la fisica sul concetto di atomo. Rifiutare l’evidenza della sensazione significa privarsi dell’unico criterio di distinzione del vero. In tale prospettiva l’errore consiste nel giudizio del soggetto conoscente che è chiamato, di volta in volta, ad avvalorare la sensazione. Egli può rifiutarsi di dar credito a ciò che percepisce oppure mescolare fantasia e percezione concreta. La visione epicurea è strettamente “realista”, ovvero parte dal presupposto che ci sia corrispondenza immediata tra l’oggetto della conoscenza e l’immagine che di tale oggetto si fa il soggetto conoscente. Tanto è vero che attraverso la percezione sensoriale, come si è visto, entriamo in contatto con il “simulacro” materiale dell’oggetto percepito.

Se tu ti opporrai a tutte le sensazioni non avrai più nulla, nemmeno per quelle che tu dici essere fallaci, a cui facendo riferimento giudicarle.

(Massime Capitali, XXIII)

Se rifiuti qualche sensazione e non distingui ciò che si opina, e ciò che attende conferma e ciò che è evidente in base alle sensazioni e alle affezioni e a ogni atto di attenzione della mente, turberai anche le altre sensazioni con la tua stolta opinione, e così rifiuterai ogni criterio[81]. Se invece nei tuoi pensieri che riguardano le opinioni riterrai esatto sia ciò che attende conferma, sia ciò che non riceve attestazione favorevole, non fuggirai I’errore, poiché avrai conservato ogni ambiguità in ogni giudizio su ciò che è giusto o ciò che non è giusto.

(Massime Capitali, XXIV)

La ricerca filosofica è piacere in sé

Praticare la filosofia non è un mezzo per acquistare la beatitudine del piacere catastematico è in sé piacere. Non esiste una via per conseguire la gioia se non praticare ciò che è in sé gioioso. In questo modo scorre tranquilla l’esistenza di coloro che frequentano il Giardino: ogni momento della giornata, ogni attività è “impregnata” di spirito filosofico, dagli studi scientifici, alle faccende domestiche, ai momenti di relax in cui si conversa e si ride insieme. La pratica filosofica non serve a niente: come l’apprendere, è gioia fine a se stessa.

Nelle altre occupazioni a mala pena, una volta compiute, giunge il frutto; nella filosofia invece la gioia s’accompagna al conoscere: non infatti dopo l’apprendere il piacere, ma insieme l’apprendere e il piacere.

(Gnomologio Vaticano, 27)

Bisogna ridere[82] e insieme filosofare e attendere alle cose domestiche e esercitare tutte le altre nostre facoltà, e non smettere mai di proclamare i detti della retta filosofia.

(Gnomologio Vaticano, 41)

Nelle discussioni fra chi ama ragionare progredisce di più chi rimane sconfitto in ciò che impara[83].

(Gnomologio Vaticano, 74)

L’amicizia è il coronamento della vita felice

Amicizia (philìa) e saggezza (phrònesis) sono inscindibili perché, se la filosofia è fondamentalmente “dialogo”, da soli non si progredisce verso la conoscenza e la gioia di vivere. Ecco perché abbiamo bisogno di buoni amici, per condividere gioiosamente la pratica e l’apprendimento. Ed ecco perché l’amicizia si basa sul concetto di “utile”. Evocare l’ “utilità” o, addirittura, la “necessità” dell’amicizia non significa sminuirne il valore. Tutt’altro. L’utile e il bene, socraticamente, coincidono.

Di tutti quei beni che la saggezza procura per la completa felicità della vita il più grande di tutti e l’acquisto dell’amicizia.

(Massime Capitali, XXVII)

La medesima persuasione che ci rassicura che nessun male è eterno o durevole, ci fa anche persuasi che in questo breve periodo della vita esiste la sicurezza dell’amicizia.

(Massime Capitali, XXVIII)

Ogni amicizia è di per se stessa desiderabile, pure trae origine dalla necessità.

(Gnomologio Vaticano, 23)

Non abbiamo tanto bisogno dell’aiuto degli amici quanto della fiducia del loro aiuto[84].

(Gnomologio Vaticano, 34)

Non è amico né chi sempre cerca I’utile, né chi mai lo congiunge all’amicizia: l’uno fa traffico dei favori col sentimento della riconoscenza, l’altro uccide la speranza per il futuro[85].

(Gnomologio Vaticano, 39)

Partecipiamo alle sventure degli amici non con lamentazioni da funerale, ma dandoci da fare.

(Gnomologio Vaticano, 66)

Sulla frugalità

Lo stile di vita epicureo, contrariamente al luogo comune, fu improntato alla frugalità. La libertà dal bisogno è il principale scopo della disciplina dei desideri. Accontentarsi del minimo indispensabile rende più gradito il di più, quando le circostanze lo consentono. Ma l’epicureo non è disposto a barattare la tranquillità interiore per ottenere qualcosa di cui può fare comunque a meno.

Abbiamo ricercato la frugalità non perché si debbano avere sempre cose semplici e da poco, ma per esser forti nei confronti di esse[86].

(fr. 135a Us.; 51 Arrighetti)

Trabocca il mio corpo di dolcezza vivendo a pane e acqua, e sputo sui piaceri del lusso, non per se stessi, ma per gli incomodi che li seguono[87].

(fr. 181 Us.; 115 Arrighetti)

Più splendido, credimi, apparirà il tuo parlare in umile giaciglio e fra cenci; perché le tue parole così saranno non solo dette, ma comprovate[88].

(fr. 206 Us.; 116 Arrighetti)

Meglio per te impavido giacere su umile giaciglio che in preda a turbamento possedere aureo letto e sontuosa mensa[89].

(fr. 207 Us.; 117 Arrighetti)

I piaceri dei dissoluti non danno la felicità

Come si evince da queste massime, il rifiuto del lusso e della ricchezza e, in generale, dei cosiddetti piaceri cinematici non si fonda su un astratto moralismo di maniera. L’edonismo epicureo, in un certo senso, è estremamente pragmatico: se uno stile di vita libertino e godereccio assicurasse la tranquillità d’animo, ebbene, l’epicureo non esiterebbe a trasformarsi, per quanto è possibile, in libertino. Ma le cose evidentemente non stanno così. E pensare che, paradossalmente, l’appellativo di “epicureo” è finito con il corrispondere proprio a “libertino”…

Se ciò che procura i godimenti del dissoluti li liberasse dai timori della loro mente riguardo alle cose celesti e alla morte e ai dolori, e se insegnasse loro qual è il limite deipiaceri e dei dolori non avremmo di che biasimarli, colmi come sarebbero di ogni piacere e senza mai avere di che soffrire nell’anima o nel corpo, ciò che appunto è il male.

(Massime Capitali, X)

La ricchezza secondo natura ha dei limiti ben precisi e beni facilmente procacciabili, ma quella secondo le vane opinioni non ha alcun limite[90].

(Massime Capitali, XV)

La povertà commisurata al bene secondo natura è ricchezza; la ricchezza senza una misura è grande povertà[91].

(Gnomologio Vaticano, 25)

II giusto è tranquillissimo, l’ingiusto è pieno della più grande inquietudine[92].

(Massime Capitali, XVII)

Niente basta a colui per il quale è poco ciò che basta.

(Gnomologio Vaticano, 68)

Fama e potere non sono sinonimi di felicità

Ad inseguire il potere ci spinge un desiderio assolutamente positivo e conforme a natura: tutti gli uomini, infatti, bramano pace e sicurezza e molti, credendo che il potere – ai vari livelli – sia in grado di assicurare loro quello che cercano, mirano ad impossessarsene come un mezzo in vista del fine ultimo. L’intenzione, quindi, non è cattiva. Il corto circuito tra ciò che si desidera, pace e sicurezza, e ciò che effettivamente spesso si ottiene, inquietudine e insicurezza, è determinato dalla erronea scelta del mezzo. L’esperienza insegna che se i mezzi non sono coerenti al fine difficilmente si riuscirà ad ottenere quel che si desidera. Soprattutto se tali mezzi finiscono col farci perdere di vista lo scopo ultimo (la serenità) del nostro agire.

Famosi e illustri vollero diventare alcuni pensando di procurarsi così la sicurezza dagli uomini; così che, se la loro vita è tranquilla, ottennero ciò che è il bene secondo natura; se non è tranquilla non posseggono quello per cui da principio furono mossi da un impulso conforme a ciò che è bene secondo natura.

(Massime Capitali, VII)

Fra gli uomini, per lo più, l’inattività è torpore, l’attività follia[93].

(Gnomologio Vaticano, 11)

Non libera dal turbamento dell’anima né procura la vera gioia dello spirito né l’esistenza dei più grandi beni né l’onore e la considerazione presso la folla né alcun’altra cosa che dipenda da principi causali che non hanno limiti ben determinati[94].

(Gnomologio Vaticano, 81)

Vivi appartato dalla folla e dalle faccende politiche

I rapporti politici, le leggi e le istituzioni si basano sulla reciproca utilità. Anche in ambito politico l’epicureismo si rivela una dottrina pragmatica: una volta assolta la sua funzione fondamentale, ovvero garantire la sicurezza e un certo grado di prosperità, la politica deve cessare di rappresentare un interesse prioritario. Altrimenti, volgendosi in ricerca del potere fine a se stesso, potrebbe finire con l’essere d’ostacolo al conseguimento della pace interiore. Il «làthe biòsas» epicureo, quindi, non va inteso come un rifiuto aprioristico e individualistico dell’agire politico, bensì come presa di distanza da un certo modo, autoreferenziale, di concepire e di fare politica. In passato si è spesso argomentato che in epoca ellenistica, venuta meno la pòlis tradizionale con l’emergere dei grandi regni alessandrini, sarebbe scemato anche il tradizionale interesse dell’uomo greco per la politica. Ridotto al rango di idiòtes (cittadino privato) egli si sarebbe ritirato, per così dire, in una visione privatistica ed intimistica del mondo, abbandonando le grandi prospettive “impegnate” dell’età classica. Se questi argomenti, come vedremo in seguito, si rivelano assolutamente fuori luogo a proposito dello stoicismo, l’altra grande filosofia di epoca ellenistica (e poi romana), lo sono, in parte, anche per l’epicureismo. Epicuro non mette in guardia dalla buona politica, che deve provvedere sostanzialmente ad assicurarci una situazione civile e sociale che oggi definiremmo di welfare state (stato del benessere), né invita i suoi discepoli a boicottare la più ampia comunità cittadina (che, come narra Diogene Laerzio, riconoscente gli tributò statue ed onori). Gli sta a cuore, piuttosto, che il discepolo non cada nella trappola di quella che oggi definiremmo la “politica dei politicanti”, fatta di sordidi interessi personali, poltrone, intrallazzi, compromessi, e soprattutto demagogia. Da cui discende la raccomandazione di evitare la “folla” o di prendere le distanze dal “volgo”. Il potere per il potere, gli schiamazzi del mercato e del foro, l’ansiogeno arrivismo del carrierante o la perenne inquietudine dell’uomo d’affari, non sono compatibili con una vita felice.

Una volta ottenuta la sicurezza dagli uomini per la possibilità di avere fino a un certo grado agiatezza e abbondanza, purissima diventa la tranquillità che proviene da vita serena e appartata dalla folla.

(Massime Capitali, XIV)

Io preferirei, usando tutta la franchezza, vaticinare nell’indagine della natura ciò che a tutti gli uomini è utile, anche, se nessuno mi dovesse comprendere, piuttosto che adagiato sui pregiudizi cogliere il fitto plauso tributatomi dalle folle[95].

(Gnomologio Vaticano, 29)

Bisogna liberarsi dal carcere degli affari edella politica.

(Gnomologio Vaticano, 58)

Queste cose io le dico non per molti, ma per te: noi siamo infatti l’uno all’altro abbastanza vasto teatro[96].

(fr. 208 Us.; 120 Arrighetti)

Allora soprattutto ritirati in te stesso, quando sei costretto a stare nella folla.

(fr. 209 Us.; 121 Arrighetti)

Mai ho cercato di piacere al volgo, poiché ciò che ad esso piace io non lo so, ciò che io so è ben lontano dal capirlo.

(fr. 187 Us.; 122 Arrighetti)

Le istituzioni politiche e il diritto poggiano sul concetto di “utilità”

La categoria del giusto, ovvero di ciò che è conforme al diritto (ius), si fonda sull’utile secondo natura. L’origine naturale del diritto (il cosiddetto ius naturalis) è coerente con il materialismo epicureo. Le leggi degli uomini non hanno origine divina, né discendono da lontani cieli metafisici. Non vanno dunque idolatrate come entità superiori, né considerate immodificabili. Perché, se è vero che le leggi di natura sono immutabili, le condizioni della vita associata possono col tempo subire variazioni. Presso le genti civili le leggi nascono per “contratto” stabilito tra individui e rimangono in vigore fintantoché sussistano le condizioni che determinarono il patto. Per questo, ciò che ieri era ritenuto “utile” e fissato nei termini di legge, può domani rivelarsi “inutile” e dover essere accantonato. Per lo stesso motivo le leggi cambiano da popolazione a popolazione, secondo una visione che oggi definiremmo di “relativismo culturale”. Inutile sottolineare la modernità della visione epicurea che, per alcuni versi, sembra anticipare le linee guida del giusnaturalismo e del contrattualismo secentesco.

Allo scopo di aver sicurezza dagli uomini era un bene secondo natura anche quello del potere e della regalità, sempre che per mezzo di queste cose si potesse ottenere tanto[97].

(Massime Capitali, VI)

II diritto secondo natura è il simbolo dell’utilità allo scopo che non sia fatto né ricevuto danno.

(Massime Capitali, XXXI)

Per tutti quegli animali che non poterono stringere patti per non ricevere né recarsi danno reciprocamente, non esiste né il giusto né l’ingiusto, altrettanto per tutti quei popoli che non vollero e non poterono porre patti per non ricevere e non recare danno.

(Massime Capitali, XXXII)

Non è la giustizia un qualcosa che esiste di per sé, ma solo nei rapporti reciproci e sempre a seconda dei luoghi dove si stringe un accordo di non recare né di ricevere danno.

(Massime Capitali, XXXIII)

Da un punto di vista generale il diritto è uguale per tutti, poiché rappresenta l’utile nei rapporti reciproci, ma dal punto di vista delle particolarità dei vari luoghi e di ogni genere di principi causali segue che una medesima cosa non è per tutti giusta.

(Massime Capitali, XXXVI)

Fra le cose prescritte come giuste dalla legge ciò che ècomprovato essere utile nelle necessità dei rapporti reciproci bisogna che costituisca il diritto, sia che sia uguale per tutti, oppure no. Ma se viene sancita una legge che non risulti conforme all’utile dei rapporti reciproci, questa non ha più la natura del giusto. E se anche viene a decadere ciò che era utile secondo il diritto, ma per un certo tempo aveva corrisposto alla prenozione[98] di esso, durante quel tempo non era meno giusto dal punto di vista di chi non si turba per vane chiacchiere, ma guardi ai fatti.

(Massime Capitali, XXXVII)

Tolleranza e relativismo culturale

Il cosmopolitismo del filosofo epicureo si condensa in questa massima, degna di un Erasmo da Rotterdam o di un Montaigne: mostrare apprezzamento per le altrui abitudini, sempre che non violino la legge, significa riconoscergli il sacrosanto diritto alla diversità, riconoscimento su cui si poggia ogni forma di sana e dialogante reciprocità. Il che ci lascia immaginare quanto dovesse essere aperta ed accogliente l’atmosfera del Giardino, in cui s’incontravano persone di ogni nazionalità, condizione sociale, età e sesso.

Le nostre abitudini, come cose a noi proprie, le apprezziamo, siano o no buone e invidiate dagli altri; altrettanto bisogna fare con quelle del nostro prossimo, se sono giuste.

(Gnomologio Vaticano, 15)

Il piacere del ricordo

Il “ricordo dei momenti piacevoli” è una pratica filosofica che compete soprattutto alle persone anziane. È naturale che, quando si è giovani, il tempo della vita risulti, per così dire, sbilanciato verso il futuro e annuvolato dall’imprevedibilità della sorte. Chi è avanti con gli anni, invece, se ha ben vissuto, può godersi il conforto di essere giunto in un «porto tranquillo» al riparo dalle tempeste della vita. Allora, sporgendosi col ricordo nel tempo andato, passando in rassegna i bei momenti della giovinezza in compagnia di un vecchio amico, il saggio può rinnovare il godimento dei piaceri passati. Per questo nella Lettera a Meneceo Epicuro fa appello a giovani e vecchi dicendo: «Né il giovane indugi a filosofare né il vecchio di filosofare sia stanco. Non si è né troppo giovani né troppo vecchi per la salute dell’anima».

Non il giovane è felice, ma il vecchio che ha vissuto una vita bella; perché il giovane nel fiore dell’età e mutevole ludibrio della sorte; il vecchio invece giunse alla vecchiezza, come a tranquillo porto, e di tutto ciò che prima aveva con dubbio sperato ora ha sicuro possesso nella tranquilla gioia del ricordo.

(Gnomologio Vaticano, 17)

Chi è dimentico del bene passato è già vecchio oggi.

(Gnomologio Vaticano, 19)

Bisogna curare i mali presenti con il grato ricordo dei beni passati, e con la coscienza che non è possibile far sì che non sia ciò che è avvenuto[99].

(Gnomologio Vaticano, 55)

Iconografia

Epicuro è il filosofo di cui l’antichità ci ha tramandato il maggior numero di busti e sculture. Pare che la scuola epicurea celebrasse la figura del Maestro il venti di ogni mese come colui che per primo aveva svelato agli uomini le misteriose leggi della natura, liberandoli dal terrore della superstizione.

Particolare de La Scuola di Atene (1509-1510) di Raffaello Sanzio che ritrae Epicuro in atto di scrivere. Notare la corona di foglie – utilizzata nei banchetti antichi – che gli incornicia il capo e l’espressione placida e gaudente del volto. Tale rappresentazione corrisponde ad un edonismo di maniera, tipico della tradizione ferocemente antiepicurea della filosofia cristiana medievale e rinascimentale, che non rende giustizia alla figura storica del filosofo di Samo, il cui aspetto, probabilmente,doveva esprimere piuttosto forza interiore, austerità, ascetismo.

Un papiro della cosiddetta Villa dei Pisoni (o dei Papiri) ad Ercolano, così come appariva al momento del suo ritrovamento. L’eruzione del Vesuvio nel 79 d.C., che distrusse Pompei ed Ercolano, ricoprì i testi scritti su carta di papiro con un sottile strato di ceneri vulcaniche grazie al quale essi si sono conservati sino ai giorni nostri.

Un particolare della Villa dei Pisoni di Ercolano dove sono stati rinvenuti i papiri attribuiti al filosofo epicureo Filodemo di Gadara (110 a.C. ca – 35 a.C. ca).

Nel II secolo d.C. Diogene di Enoanda dedica il muro di un portico all’ingresso della città alla trascrizione delle massime del maestro Epicuro:

Condotto dall’età verso il tramonto della vita, e pronto in ogni istante a prendere congedo dal mondo con un canto malinconico sulla pienezza della mia felicità, ho deciso, per paura di lasciarmi prendere alla sprovvista, di recare soccorso a tutti coloro che sono nella buona disposizione per riceverlo. Se una persona, o due, o tre, o qualunque numero vogliate, fosse in una condizione difficile, e io fossi chiamato in suo aiuto, farei tutto ciò che è in mio potere per dare il mio miglior consiglio. Oggi, come ho detto, la maggior parte degli uomini sono malati, come in un’epidemia; malati delle loro false credenze sul mondo; e il male imperversa, perché se lo trasmettono l’un l’altro come pecore. Inoltre è semplicemente giusto portar soccorso a coloro che verranno dopo di noi; anch’essi sono gente nostra, benché non siano ancora nati. L’amore per gli uomini ci ordina di aiutare gli stranieri che per caso passino di qui. Poi che il messaggio del libro è stato già diffuso fra gli uomini, ho deciso di utilizzare questo muro e di esporre in pubblico il rimedio ai mali dell’umanità.

(fonte: http://patrickmarini.wordpress.com/2006/08/05/214/)


[1] Crisippo di Soli (Soli, 281 a.C./277 a.C. – Atene, 208 a.C./204 a.C.), filosofo greco, considerato il secondo fondatore della scuola stoica.

[2] Le etere nella società greca antica erano cortigiane e prostitute d’alto bordo, spesso schiave liberate o straniere. Per l’epoca rappresentavano un modello femminile emancipato, colto, partecipe della vita pubblica.

[3] Oltre alle “malefatte” che riguardano la sfera del denaro e del sesso, truffe basate sulla credulità della gente, sfruttamento della prostituzione (maschile), promiscuità con una prostituta, ad Epicuro si imputa il reato di “plagio”: secondo i suoi detrattori, le dottrine epicuree consisterebbero in un rimaneggiamento dell’atomismo di Democrito e dell’edonismo di Aristippo di Cirene.

[4] Uno dei diadochi (successori) di Alessandro Magno. Alla sua morte ottenne la Tracia e nel 306 a.C. e se ne proclamò re.

[5] Alla lunga sequela di accuse si aggiunge quella di “collusione” con i potenti del tempo.

[6] Allude probabilmente ad una specie di “sedia a rotelle” cui fu costretto Epicuro in vecchiaia.

[7] Si torna a battere sul tasto di una sessualità esacerbata: Epicuro non solo avrebbe frequentato la bella cortigiana Leonzio (che pare sia stata accolta nel Giardino come discepola), ma non si sarebbe nemmeno fatto scrupolo di insidiare una donna sposata, Temista, né di rivolgere ammiccamenti ad un bel ragazzo come Pitocle.

[8] Insomma, la classica visione popolare e distorta dell’epicureo: amante della buona cucina, crapulone, vizioso, tutto intento a sollazzare i sensi, palato, udito, vista, ecc.

[9] Epitteto (Ierapoli, 50 – Nicopoli d’Epiro, 120) fu un grande filosofo stoico di epoca romana autore del celebre Manuale.

[10] Epicuro è presentato come un personaggio volgare: estraneo alla cultura che fuggirebbe «a vele spiegate», utilizzerebbe un linguaggio basso e pieno zeppo di oscenità.

[11] “Filosofia notturna” e “associazione misterica” evocano addirittura scenari orgiastici.

[12] Carneade di Cirene (Cirene, 214 a.C. – Atene, 129 a.C.), filosofo della corrente degli scettici, è considerato il fondatore della terza Accademia di Atene (o Nuova Accademia).

[13] “L’amore verso i genitori” di cui parla Diogene Laerzio è attestato dalla Epistola alla madre riportata più sotto.

[14] Diogene si riferisce  al travagliato momento storico in cui Epicuro trasferì la sua dimora e il suo magistero ad Atene (306 a.C.). Alla fine del IV sec. a.C., dopo la sconfitta della flotta ateniese dinanzi all’isola di Amorgo ad opera della flotta macedone (322 a.C.), la pòlis era caduta, di fatto, nella sfera d’influenza macedone. Nel 307 a.C. Antigono I Monoftalmo, il successore di Alessandro Magno cui era toccato il dominio della Macedonia e dell’Ellade, grazie alla spedizione del figlio Demetrio, aveva posto fine all’autonomia di Atene, trasformandola in protettorato macedone.

[15] Antica unità di misura greca per i liquidi corrispondente, grosso modo, ad un terzo di litro.

[16] Il mettere in comune i beni, pratica diffusa presso i pitagorici, viene visto da Epicuro come segno di scarsa fiducia. In una comunità in cui i rapporti si basino su amicizia (philìa) e franchezza (parrhesìa) è possibile dar vita ad un sano senso di “comunitarismo”, senza imporre, per questo, il “comunismo” dei beni. Il filosofo epicureo sa sempre di poter contare sul sostegno, anche materiale, dell’amico. Ha fiducia in lui. E senza fiducia non si dà vera amicizia.

[17] Il quadro che emerge dalla apologia è l’esatto “negativo” di quello tratteggiato dai detrattori di Epicuro: un uomo onesto, benevolente, mansueto persino con schiavi e famigli che trattava in maniera amichevole; amante della patria ma troppo modesto per occuparsi di politica; di abitudini frugali, tanto che un pezzo di formaggio sulla sua mensa avrebbe rappresentato un lusso.

[18] Il piacere, inteso come benessere, tranquillità d’animo, è la più grande ricchezza ed è sempre lì, a nostra disposizione, perfetto, stabile, in quanto conforme a natura. Avidità e ignoranza, invece, conducono gli uomini ad inseguire, senza fine, piaceri illusori e innaturali.

[19] La lontananza, a volte, fa sì che sorgano in noi immagini paurose. Ci immaginiamo le persone care in difficoltà, sofferenti, magari angosciate. Se le avessimo sotto gli occhi, l’esperienza diretta (l’unico, vero criterio di conoscenza valido), invece, ci rincuorerebbe immediatamente.

[20] Tant’è: madre e figlio sono lontani, separati, forse, da giorni e giorni di navigazione. Allora non si può fare a meno di confrontarsi con le immagini, solo mentali, che ci raffiguriamo della persona cara. Ma tali immagini, portate dalle alate parole della lettera, non possono che essere rincuoranti. Nulla di male esse rivelano.

[21] Praticando la filosofia Epicuro progredisce verso una felicità sempre più perfetta. Nulla gli manca, al punto che può paragonarsi per beatitudine agli dèi. Dunque, di cosa dovrebbe preoccuparsi la madre? Forse, anche Neocle, come tutte le mamme, doveva essere piuttosto apprensiva e protettiva nei confronti del figlio… Del resto,dietro un uomo di grande spirito, generalmente, vi è una madre di eccezionale umanità.

[22] La chiusa della lettera – almeno per la parte che ci è giunta – è come una carezza. Tu e papà, risparmiatevi le preoccupazioni, risparmiatevi gli aiuti economici: me la cavo benissimo da solo. Non voglio vi manchi nulla. Desidero soltanto che stiate vicino l’una all’altro. Sembra di vederli i genitori del filosofo, seduti vicini, le teste canute reclinate, con lo sguardo che si perde tra le onde del mare Egeo e il pensiero che vola al figlio lontano…

[23] Il ricordo dei beni passati è una pratica cui Epicuro accenna spesso. Essa consente di ravvivare nella mente e, di conseguenza, nella persona intera, il tranquillo piacere e la gioia di vivere anche nei momenti più dolorosi della vita. Il dolore fisico, sembra dirci Epicuro, è più che sufficiente. Perché stare lì ad alimentarlo con una sofferenza psichica che, almeno in parte, dipende da ciascuno di noi?

[24] Metrodoro di Lampsaco era stato un epicureo “della prima ora”, legatissimo al maestro, con il quale aveva condiviso lo studio e la pratica nel Giardino di Atene. Fu anche lui scrittore prolifico, per quanto ci è stato tramandato, anche se delle sue opere ci rimangono pochissimi frammenti. Era scomparso sette anni prima di Epicuro nel 278-277 a.C. all’età di cinquantatre anni. A lui Epicuro aveva in animo di lasciare la guida della scuola, se gli fosse sopravvissuto. Morendo Metrodoro aveva lasciato alle cure della comunità i suoi due figli, un maschio, cui era stato dato il nome di Epicuro in onore del maestro, e una femmina. Ora, sul letto di morte, Epicuro affida i bambini a Idomeneo di Lampsaco, concittadino e cognato di Metrodoro, affinché li cresca provvedendo al loro sostentamento e alla loro educazione.

[25] A raffigurare, in concreto, il primo, essenziale punto del tetrafarmaco epicureo: «la morte è nulla per noi».

[26] Ermarco di Mitilene succederà ad Epicuro alla guida del Giardino.

[27] Da maestro a discepolo: così Epicuro dà inizio ad una linea di successioni che si interromperà soltanto nell’epoca tardo-antica.

[28] Il Giardino è luogo e simbolo della dottrina allo stesso tempo: abbiate cura, sembra dire Epicuro, affinché possiate consegnarlo intatto ai figli dei vostri figli. Questa è la vostra eredità materiale e spirituale allo stesso tempo.

[29] Con il suo testamento Epicuro sembra anche voler perpetuare una sorta di “calendario liturgico”, fatto di date canoniche e di “feste comandate”.

[30] Come abbiamo già letto nella Lettera ad Idomeneo Epicuro raccomanda ai suoi esecutori testamentari i figli del discepolo e amico Metrodoro, scomparso qualche anno addietro. Al successore Ermarco è affidata la “patria potestà” sui ragazzini, Epicuro “junior” e sorella. Inutile far notare la diversità di trattamento tra i due: il maschio diventerà un filosofo alla scuola di Ermarco, mentre la femmina è destinata ad un matrimonio combinato, come era in uso nella società ateniese del tempo (non senza una dote in denaro di cui Epicuro si dà pensiero qualche riga sotto).

[31] Un ultimo pensiero vola ai vecchi compagni di pratica: usate le mie sostanze affinché ,non mancando loro niente, possano vivere una vecchiaia serena.

[32] I libri di Epicuro vanno allo scolarca Ermarco perché li custodisca e li utilizzi per l’insegnamento. Il libro, all’epoca, era un oggetto assai prezioso, spesso trascritto in pochissime copie. Occorreva quindi averne molta cura se lo si voleva lasciare in eredità ai futuri discepoli. Il libro non è quasi mai un bene personale: esso appartiene all’intera comunità.

[33] Infine gli schiavi: Epicuro, come la gran parte degli Ateniesi benestanti, doveva possederne un certo numero. Per alcuni, per esempio Mys, è attestata una particolare predilezione. Alla sua morte essi acquistano per disposizione testamentaria lo status di liberi (eleutheroi).

[34] Se il massimo piacere consiste nella totale assenza di dolore, allora una certa “progressione” del piacere può verificarsi soltanto nell’atto del togliere (o dell’appagare) lo stimolo doloroso. Una volta ottenuto questo, la “carne” (e la persona nella sua interezza) non può aspirare ad altro: simile ad un dio, ha raggiunto la perfezione. Il piacere si può solo “variare”, ma non aumentare.

[35] Il vero problema, tuttavia, non è rappresentato dalla “carne” in sé. Per metterla a tacere bastano pane ed acqua. Se, in aggiunta, non si disciplina la mente, il piacere appena conseguito viene vanificato: se ad un corpo riposato (aponìa) non corrisponde una mente priva di turbamento (atarassìa) il piacere si dissipa facilmente. Mente e corpo, a ben guardare, sono due facce della stessa medaglia. Il limite del piacere conseguibile con una corretta disciplina del pensiero – in questo consiste l’educazione filosofica – consiste nel prendere coscienza di cosa sia realmente “piacere”, ovvero di quanto esposto sopra, purgando l’animo da ansia, angoscia, inquietudine. La conoscenza rende liberi.

[36] Paradossalmente, rispetto al modo di pensare comune, la limitatezza della nostra condizione di mortali è condizione essenziale al conseguimento della felicità. Se avessimo davanti un’infinità di tempo da vivere, infiniti sarebbero i desideri da dover saziare. Del resto, se prestiamo orecchio all’inquietudine generata dalle nostre passioni che, soprattutto in giovane età, ci spingono ad un desiderare smodato, ci condanniamo a non poter mai essere del tutto soddisfatti. Inseguendo affannosamente i tanti oggetti del nostro desiderio, finiamo con il credere che la felicità dipenda da essi. Continuiamo quindi a correre dietro a vani fantasmi, confusi, pieni di turbamento. Mentre per conseguire la vera tranquillità d’animo basterebbe praticare la disciplina del fermarsi nel qui ed ora, godendosi la perfezione aoristica del piacere presente. Chi riesce in questa pratica cessa di temere la morte.

[37] Nessuna gioia può sommarsi alla perfezione del piacere catastematico, che deriva alla carne dalla cessazione del dolore: quando si abbia questo e se ne sia consapevoli, non si manca di nulla.

[38] Alla atarassìa (assenza di turbamento nell’anima) e all’aponìa (assenza di dolore nel corpo) Epicuro contrappone la sensazione di gioia (charà) e di letizia (euphrosýne): le une sono conseguenza del piacere in quiete, le altre derivano dal piacere in movimento. Non a caso, generalmente utilizziamo i termini “gioia” e “letizia” per indicare uno stato d’animo positivo ma transitorio, legato ad un fatto più o meno contingente (sono lieto per, provo gioia per). Utilizziamo sostantivi come “serenità” o “imperturbabilità”, al contrario, per indicare stati d’animo più profondi e radicati nell’animo di una persona e, quindi, più duraturi nel tempo.

[39] Se il bene è il piacere, in un’etica di stampo edonistico, allora la virtù sarà la via che conduce al piacere, essendo da esso indisgiungibile. La virtù, dunque, non è fine a se stessa: in questo la divergenza con lo stoicismo è radicale. Come si è evidenziato sopra,l a funzione dell’etica epicurea è decisamente terapeutica.

[40] I desideri la cui mancata soddisfazione non procura dolore, rivelano il loro carattere illusorio e innaturale. Quei desideri che si dovessero rivelare troppo difficili da realizzare non devono impensierire: al primo cambio d’umore, facilmente cadranno da soli come castelli di carte. L’epicureo coltiva un sano “realismo”. Diremmo, oggi, che “ha i piedi ben piantati a terra”.

[41] I desideri contro natura, per esempio il poter ostentare un “abito firmato” o un’auto di lusso, non comportano dolore corporeo (un criterio utilissimo per valutare oggettivamente la naturalità o meno del desiderio). Possono comportare, tuttavia, una certa sofferenza psichica, proprio perché si fondano su pregiudizi e vuote opinioni. Sarebbero facili da dissipare, insomma, se si fosse meno filosoficamente ignoranti. Non vi è altra cura, per questo, che la pratica filosofica.

[42] Saggezza è anche saper valutare anticipatamente i risultati di una determinata azione o le conseguenze di un dato comportamento. La conoscenza, secondo Epicuro, si basa sulle sensazioni immediate. Ma la mente è in grado di elaborare delle “anticipazioni” (prolépseis dal verbo prolambàno “prendo prima”) delle sensazioni future in base al ricordo delle esperienze passate. Su questa facoltà si basa il ragionamento, che consiste nel vagliare i pro e i contro delle decisioni che si prenderanno. Una piccola dose di dolore oggi, ad esempio un esame medico particolarmente invasivo, potrebbe evitarmi sofferenze ben più gravi in futuro. O, viceversa, una notte d’amore con un partner occasionale procurarmi grattacapi o sofferenze in futuro. È saggio pensarci “per tempo”.

[43] L’esperienza del dolore passato è utile per poter anticipare le conseguenze delle azioni future. Come dire, «sbagliando s’impara».

[44] Niente è gratis. Ogni azione comporta delle conseguenze. Occorre valutare attentamente l’economia dell’agire. Chiedersi per esempio: quanto sforzo, quanta energia mi costa soddisfare questo desiderio? Il piacere (il benessere, la tranquillità) che ne potrò ricavare è proporzionato alla fatica (o alle preoccupazioni di cui mi dovrò far carico)?

[45] Non si fa il male volontariamente, bensì si sbaglia per ignoranza (o per errore di valutazione). È la riproposizione, in chiave edonistica, dell’ “intellettualismo etico” di socratica memoria.

[46] Chi è libero dal bisogno, nel senso che ha ben chiara la distinzione tra ciò che è naturale e necessario e ciò che, essendo superfluo, procura più grattacapi che soddisfazioni, è anche più disponibile nei confronti del “prossimo”. Il saggio, bastando a se stesso, non ha nulla da chiedere, tutto da dare.

[47] Fare filosofia non vuol dire imparare a produrre discorsi infarciti di belle e difficili parole. Se ostentazione e vanagloria fossero in grado di assicurarci la tranquillità d’animo, potremmo anche farlo. Ma le cose non stanno così. Lo scopo dello studio filosofico consiste in una trasformazione interiore, nell’acquistare tramite assiduo esercizio quella “capacità di saper vivere” che ci rende, il più possibile, indipendenti dagli eventi esterni, bastevoli a noi stessi.

[48] Come dire: prendersi cura di sé è il modo migliore per ottenere lo spontaneo, sincero gradimento degli altri. Il saggio è d’aiuto ai propri compagni proprio in quanto si sforza di migliorare se stesso. Chi ha trovato la pace interiore – possiamo farne esperienza diretta, ogni giorno – diffonde intorno a sé un senso di serenità di cui tutti possono godere. Viceversa, lo stolto è motivo di inquietudine.

[49] La “scienza” epicurea si contrappone alla visione mitica del mondo. In questo Epicuro, come la gran parte dei filosofi antichi, svolge una funzione, per così dire, “illuministica”: rischiarare le “tenebre” dell’ignoranza e della superstizione attraverso l’uso della ragione.

[50] Il cielo e l’oltretomba (Ade), insieme al cosmo, rappresentavano per gli uomini del tempo – ma anche per noi oggi, si pensi allo scatenarsi incontrollato delle forze della natura, dai terremoti agli tsunami ai cambiamenti climatici – una perpetua fonte di terrore, cui si faceva fronte, soprattutto a livello popolare, con il ricorso al rito religioso, al racconto mitologico, alla superstizione. Arrivare a comprendere la causa del fenomeno, va da sé, serve ad alleviare la sofferenza causata dalla paura dell’ignoto. Ciò che è comprensibile diventa anche prevedibile e, in qualche misura, evitabile (o accettabile). A questo elementare bisogno psicologico (e spirituale), in sostituzione delle antiche narrazioni mitiche e teologiche, mira a far fronte l’atomismo di Epicuro.

[51] In queste prime righe della Lettera a Pitocle Epicuro esplicita la diversa funzione dei suoi scritti. I trattati da lui composti risultano «difficili a ricordarsi» nonostante il discepolo li abbia sempre sottomano (evidentemente nel Giardino dovevano girarne un certo numero di copie). Il mandare a memoria è, comunque, essenziale per indurre quella “conversione interiore” che è il vero scopo del filosofare. Per questo Epicuro ritiene necessario comporre la presente epistola. Essa ha una chiara funzione “didattica” e “psicagogica” al contempo.

[52] Sia in ambito etico che in ambito fisico occorre esaminare ogni questione in maniera specifica, senza cedere a facili generalizzazioni.

[53] “Corpi” (sòma) e “vuoto” (anaphès) rappresentano il binomio su cui poggia la visione materialistica del mondo. Il terzo concetto, implicato dai primi due, è il “movimento” che risulta evidente alla percezione sensoriale, su cui si fonda la gnoseologia epicurea (“sensismo”). I corpi, infatti, si muovono nello spazio (vuoto). Sul piano ontologico la corporeità rappresenta l’Essere parmenideo, di contro alla “vuotezza” del non-essere.

[54] Ossia àtoma, non separabili.

[55] La “fedeltà” ai fenomeni è essenziale: la scienza della natura serve ad “armonizzare”, in maniera convincente, la spiegazione razionale con il “fenomeno” (phainòmenon), ossia il modo in cui quella determinata cosa si manifesta ai sensi, viene percepita dal soggetto conoscente. È questo il punto di collegamento tra sensismo gnoseologico e materialismo fisico.

[56] Per quanto riguarda la spiegazione dei fenomeni meteorologici e celesti, una volta sconfitta l’ansia legata alle questioni essenziali (la morte, gli dèì e la natura di piacere e dolore, il tetrafarmaco), là dove l’esperienza risulti incompleta, il filosofo epicureo può accontentarsi del “verosimile”, senza per questo turbare la sua serenità spirituale.

[57] Pur arrestandosi sulla soglia del verosimile, per non «cadere nella mitologia» occorre evitare di contraddirsi, per esempio dinanzi a due diverse esperienze fenomeniche (seppure con mero valore indiziario) accettando l’una e rifiutando l’altra.

[58] Dei fenomeni celesti abbiamo solo indizi e non prove certe: per esempio, non siamo in grado di seguire coi sensi e in maniera continuata l’evolversi di un fenomeno cosmico che ha luogo nel spazio profondo. Al massimo possiamo provare ad inferire qualcosa in base ai «fenomeni che accadono presso di noi».

[59] Piacere e dolore sono strettamente connessi alla temporalità. Come dire: avviene, qui ed ora, che io senta piacere o dolore. Nell’attimo, dunque, risiede il cuore segreto della scelta etica. Mantenersi concentrati nell’istante presente, senza sporgersi avanti nel futuro o indietro nel passato, fa sì che la vita rimanga ben distinta dalla morte. Allora, per analogia, l’ultimo respiro è identico al primo.

[60] I “simulacri” sono effluvi di atomi sottilissimi che si staccano continuamente dagli oggetti naturali. Quando entrano in contatto con l’apparato sensoriale trasmettono al soggetto conoscente la “forma” dell’oggetto da cui provengono. Gli dèi, evidentemente, non fanno eccezione. Se ne abbiamo un’idea, del resto, essa non può non provenire tramite emissione di simulacro dall’oggetto stesso della conoscenza, la divinità. Come dire: la dimostrazione dell’esistenza degli dèi è la possibilità di una qualche forma di “teologia”.

[61] «Per Zeus», «come Zeus»: grazie al dio, a lui ispirandoci, possiamo aspirare a vivere nel suo stesso stato di beatitudine. La divinità per il filosofo epicureo svolge una funzione di modello da imitare. Per questo egli la onora nei modi previsti dalla tradizione e dalle leggi (nelle pòleis greche la religione era stabilita e regolamentata dalla legge). Il piacere è il bene sommo. Dal momento che esso consiste nell’assenza di dolore e di turbamento ed è in sé perfetto – non perfettibile – la beatitudine del saggio, nell’attimo presente, eguaglia quella del dio. L’unica differenza concepibile sta nella dimensione atemporale in cui si trova la divinità: la sua beatitudine ha come orizzonte l’eternità.

[62] La preghiera non ha la funzione di ingraziarsi il dio o di prevenire la sua ira nei nostri confronti – si tratta di atteggiamenti infantili o superstiziosi che poco hanno a che fare con la vera spiritualità. Il pregare è piuttosto una pratica intesa ad armonizzare l’interiorità dell’uomo con l’idea, viva del divino. Onorando il divino si mostra rispetto per se stessi.

[63] Cosa altro potremmo chiedere agli dèi se il massimo bene, l’atarassìa, è conseguibile attraverso la pratica dei dogmi epicurei? Nessuno può sostituirsi a me nel prendersi cura di me stesso.

[64] Nell’antichità (ma anche in tempi moderni almeno fino alla “rivoluzione” freudiana: L’interpretazione dei sogni fu pubblicato nel 1899) si riteneva che certi sogni fossero di ispirazione divina o che, comunque, provenissero da una diversa dimensione del reale recando con sé predizioni ed auspici. Ad Epicuro bastano poche parole per dissolvere ogni residuo timore superstizioso: i sogni altro non sono che immagini residuali portate alla nostra coscienza dai “simulacri” delle cose con le quali siamo entrati in contatto durante lo stato di veglia. Anche in questo il nostro filosofo si dimostra estremamente moderno.

[65] Definire i termini del discorso è esigenza filosofica per eccellenza. Basti rammentare le celebri “definizioni” socratiche, di cui troviamo testimonianza in molti Dialoghi platonici.

[66] Ad ogni parola si collega un’idea cui corrisponde un oggetto preciso. La gnoseologia epicurea, in linea con il pensiero antico in generale, si mostra chiaramente “realista”. Con “realismo” si intende una concezione in cui si dà corrispondenza immediata tra sfera linguistica (parola), sfera logico-ideativa (idea) e sfera ontologica (oggetto in sé). Vi è, ad esempio, un rapporto di correlazione tra la matita che ho in mano in questo momento (la cosa in sé, in latino res da cui deriva il vocabolo “realismo”), l’immagine mentale che di tale matita mi faccio attraverso la percezione sensibile, visiva, tattile, ecc. (l’idea di matita) e la parola “matita”, che pensata o pronunziata ad alta voce, ne è il corrispettivo in senso puramente linguistico-fonetico.

[67] La “sensazione” è il criterio fondante della gnoseologia epicurea (sensismo), che per questo si dice “sensista”.

[68] Dalla sensazione immediata e dalle “affezioni” ad essa collegate (gli effetti che tale sensazione ha sul soggetto percipiente) si può procedere per “induzione” a dimostrare sia ciò che attende conferma, sia quanto non cade direttamente nella sfera del sensibile. Qualsiasi ragionamento astratto, dunque, per poter essere considerato valido deve trarre origine dal criterio (canone) della percezione sensibile (empiria).

[69] Ex nihilo nihil fit, “nulla si genera dal nulla”, è l’espressione equivalente che Lucrezio usa nel De rerum natura. Le tesi qui esposte, attraverso il pensiero di Democrito, richiamano quelle parmenidee. Che l’Essere sia ingenerato è possibile dimostrarlo ricorrendo al principio di contraddizione. Se l’Essere fosse generato, esso deriverebbe da qualcosa di altro da sé. Ciò che è altro rispetto all’Essere è non-essere. Dunque l’Essere trarrebbe origine dal non-essere. Ma questo è impossibile, visto che il non-essere, per l’appunto, non è. Il cosmo di Epicuro, considerato come Tutto, ha le medesime caratteristiche dell’Essere parmenideo, ossia è ingenerato, imperituro e immutabile.

[70] Considerato dall’interno, il cosmo si presenta composto di due elementi ontologicamente diversi: i corpi (scomponibili in atomi), la cui esistenza ci viene direttamente attestata dalle sensazioni, e il vuoto cui giungiamo per induzione. Il vuoto non è assimilabile al non-essere parmenideo, giacché dotato di una certa consistenza ontologica, come spazio in cui si muovono i corpi.

[71] Tutto è riducibile, in ultima istanza, a corpi e vuoto. Le altre qualità osservabili nei corpi derivano dalle diverse condizioni naturali.

[72] Àtomoi, indivisibili, i “mattoni” che compongono tutti i corpi presenti nell’universo. Ad essi si applicano le stesse caratteristiche dell’Essere eleatico, salvo il concetto di “unicità”: gli atomi sono plurali.

[73] Il cosmo, peraltro, è infinito, come lo è il numero di atomi che lo compone. Se il cosmo è il Tutto e nulla può esistere oltre al Tutto (che altrimenti risulterebbe “parziale”), allora non è possibile concepire alcun limite, giacché il limite di una cosa è costituito dalla presenza discreta di un’altra cosa. Ma se il cosmo non ha limiti, esso è infinito.

[74] Un discorso analogo vale per il vuoto. Se esso fosse in qualche maniera limitato, gli atomi, infiniti, non avrebbero dove muoversi. In altre parole, ad una quantità di materia illimitata deve corrispondere una nozione di spazio illimitato.

[75] Data la straordinaria varietà degli aggregati cui gli atomi danno origine, enorme, inconcepibile deve essere il numero di differenti forme nelle quali essi si presentano.

[76] Gli atomi sono in moto continuo (principio di inerzia) ed entrano in contatto scontrandosi e rimbalzando l’uno sull’altro. In questa maniera si formano i corpi aggregati che finiscono col disgregarsi quando gli atomi riprendono il loro moto originario.

[77] I simulacri (eidôla) emanando continuamente dai corpi “colpiscono” l’apparato sensoriale del soggetto conoscente fornendogliene un’immagine anch’essa materiale.

[78] L’emanazione dei simulacri avviene alla velocità del pensiero e non comporta una diminuzione della “massa” complessiva del corpo da cui provengono. La materia detratta dall’oggetto-fonte, infatti, viene continuamente rinnovata.

[79] Il che potrebbe spiegare fenomeni percettivi “distorti”, per esempio visioni confuse, allucinazioni, miraggi.

[80] Se si rimane fedeli alla sensazione, prodotta dai simulacri, non può esserci possibilità di errore. L’errore è prodotto dalla precipitazione del soggetto conoscente il quale, affidandosi ad impressioni ancora incerte, ovvero ai moti interni dell’apparato sensorio “colpito” dagli effluvi materiali, produce associazioni indebite. Per questo è opportuno “verificare” l’idea che si ha di una cosa o di un fenomeno attraverso successive e controllate esperienze (sperimentalismo).

[81] Occorre distinguere tre diversi approcci conoscitivi: 1) «ciò che si opina», ciò di cui si ha un’opinione, che s’immagina essere in una maniera o nell’altra, ma di cui non si è fatta esperienza diretta; 2) «ciò che attende conferma», un’impressione, magari vaga, che va confermata con un’ulteriore esperienza; 3) «ciò che è evidente in base alle sensazioni e alle affezioni e a ogni atto di attenzione della mente», una conoscenza pienamente confermata a tutti i livelli. Avere piena consapevolezza di questa distinzione costituisce il criterio gnoseologico fondamentale.

[82] All’invito di Epicuro sembra far eco, ad alcuni secoli di distanza, la celebre locuzione del poeta latino Orazio, epicureo: Ridentem dicere verum: quid vetat?, Cosa vieta di dire la verità ridendo? (Satire, Libro I, 1, 24).

[83] Le discussioni che si fanno nel Giardino non servono a far mettere in mostra questo allievo a scapito dell’altro, o a dimostrare quanto si abili a maneggiar parole. Si pratica il dialogo, o anche il contraddittorio, per dare modo a ciascuno di avvalersi dell’aiuto dei condialoganti. Al punto che la vera “vittoria” sta nel rendersi conto di essere stato “sconfitto”, ovvero di aver avuto la possibilità di ricredersi, prendendo coscienza del proprio errore. Solo se dialoga con questo spirito, di indubbia derivazione socratica, si può effettivamente progredire nella conoscenza.

[84] Poter avere fiducia in un amico, in una relazione fondata sull’assoluta reciprocità, è un bene in sé, indipendentemente dal fatto che poi l’intervento dell’amico possa concretamente risolverci questo o quel problema pratico.

[85] In generale l’ “utilità” dell’amico consiste nella possibilità di condividere le cose della vita, perché in esse, nella dimensione del quotidiano, si realizza l’hedoné epicurea. Ed è precisamente in questa dimensione, abitata da persone in carne ed ossa, con concrete esigenze fisiche e psichiche da soddisfare, che si giocano quei tanti, a volte minuscoli, gesti “utili”: aiutare un amico momentaneamente impedito dalla malattia, sbrigare una faccenda per suo conto o magari provvederlo di pane e cacio. Trasfigurare l’amicizia in qualcosa di romantico e “platonicamente” inarrivabile escludendo la sfera dell’utilità, gli toglie corpo. Al contrario, trasformare l’amicizia in un rapporto meramente utilitaristico, basato su una specie di do ut des, gli toglie anima.

[86] L’epicureo non rifiuta un bene in grado di soddisfare un desiderio naturale per motivi “ideologici”. Pane e acqua sono sufficienti per mettere a tacere i morsi della fame, ma se sulla mensa mi capita un po’ di pecorino da accompagnare alle fave, va bene lo stesso. Meglio però abituarsi all’essenziale, in modo da non sentire la mancanza di fave e pecorino quando non se ne troveranno più.

[87] Chi seguisse lo stile di vita epicureo, al giorno d’oggi, sarebbe, spontaneamente, anti-consumista. Il consumismo è inconciliabile con la visione epicurea perché fa coincidere, insensatamente, la libertà dell’individuo con il suo “potere d’acquisto”, spingendolo all’acquisizione compulsiva di beni inutili e volti, nella maggior parte dei casi, al soddisfacimento di desideri né naturali né necessari. D’altro canto, meno cose si hanno, meno grattacapi ci si procura. Vera libertà (autàrkeia) è libertà dal superfluo.

[88] Quello che conta, in filosofia, non è il bel parlare, la sottigliezza dei ragionamenti o la capacità di persuadere, bensì la coerenza tra ciò che si dice e ciò che si fa (o si è). Coerenza è autenticità: chi predica la povertà farebbe bene a farlo vestito di cenci piuttosto che di broccati.

[89] A che vale il possesso di beni di lusso se non si ha la pace interiore? Dormirà il sonno del giusto, sia pure su un lettino malmesso, chi ha coltivato l’atarassìa epicurea. Non saranno invece le lenzuola di seta o il materasso di piume a conciliare il sonno di chi ha barattato la pace interiore con il superfluo.

[90] Chi vive seguendo le «vane opinioni», perennemente a caccia del “superfluo”, accecato dall’illusione che esso possa garantirgli quella felicità che va, come tutti, istintivamente procacciando, si condanna a fatiche e inquietudini senza fine. Come Sisifo, quando gli pare d’aver portato a termine la sua opera, deve ricredersi e ricominciare tutto da capo: perché l’avidità che deriva dall’ignoranza è senza limite e non conduce ad alcuna stabilità.

[91] “Povertà” e “ricchezza” sono termini relativi, non assoluti. Il loro significato dipende dal limite che ci si dà e dalla corrispondenza di tale limite, che può essere soggettivo, con il limite oggettivo impostoci dalla natura, ovvero dalla soddisfazione dei desideri naturali e necessari. Così posso “sentirmi” o “giudicarmi” “povero” se le risorse economiche a mia disposizione non mi consentono di soddisfare un desiderio che nella visione epicurea non è né naturale né necessario, come per esempio organizzare un banchetto elettorale per centinaia di persone, onde guadagnarmi la loro ammirazione. Oppure, di contro, sentirmi “ricco” e grato alla fortuna per avere risorse economiche sufficienti a pagarmi una piazzola con tenda al campeggio estivo e qualcosa da mettere sotto i denti. Tema di grande attualità in un’epoca di crisi culturale e politica, prima ancora che economica, quale quella in cui ci troviamo a vivere.

[92] Premio alla giustizia, ovvero ad una condotta di vita improntata ai valori epicurei, è la tranquillità d’animo. Chi invece eccede la misura, rincorrendo i falsi piaceri, vivrà nell’inquietudine.

[93] Al contrario il piacere catastematico è il frutto maturo di un’attività sveglia e cosciente, ma stabile, in riposo.

[94] Come la ricchezza, anche fama e potere non hanno di per sé limiti ben definibili e, dunque, non sono in grado di garantire la tranquillità d’animo, la quale, come sappiamo, deriva dalla piena soddisfazione dei desideri naturali e necessari. Il piacere catastematico è perfetto proprio perché non può essere accresciuto, mentre la natura illimitata dei desideri non naturali né necessari fa sì che essi non possano essere mai soddisfatti. Per essi vale a mo’ di slogan, la celebre canzone dei Rolling Stones I Can’t Get No Satisfaction scritta nel 1965 da Mick Jagger e Keith Richards.

[95] Il filosofo, anche a rischio dell’impopolarità, che peraltro non teme, preferisce indagare i segreti della natura per aiutare gli uomini a fugare l’inquietudine prodotta dall’ignoranza, piuttosto che, assecondando i più comuni pregiudizi, dire loro quel che vogliono sentirsi dire.

[96] Il “vasto teatro” per il filosofo è rappresentato dal dialogo personale, unica “arena” nella quale è disposto a scendere per produrre un cambiamento concreto.

[97] L’esercizio del potere e la regalità, dunque, si giustificano e legittimano soltanto in funzione della loro utilità in vista della sicurezza collettiva. Un’idea, questa, che anticipa di duemila anni la teoria politica esposta nel Leviathan dal filosofo inglese Thomas Hobbes (1588-1679).

[98] La “prenozione” (pròlepsis) consiste nell’idea astratta derivante dall’esperienza che si proietta in avanti, anticipando, verosimilmente, le esperienze future. La legge, stabilita per contratto sull’utilità reciproca, ha un valore convenzionale. La sua validità, quindi, può decadere se successive esperienze ne dimostreranno l’inefficacia. Per questo non bisogna trasformare i codici di leggi in totem immutabili: a contare non sono le «vane chiacchiere» ma la realtà fattuale. In queste massime Epicuro sembra riprendere alcune tematiche care ai sofisti, dalla positività e convenzionalità del diritto al relativismo culturale.

[99] Nessuno può portarci via il ricordo dei bei momenti vissuti. È un tesoro che ci accompagnerà per il resto della vita.

Autore:

Ho studiato filosofia presso l'Università degli Studi di Roma “La Sapienza” e mi sono laureato nel 1990, relatore il prof. Gabriele Giannantoni, con una tesi in storia della filosofia antica intitolata "Vivere significa morire: analisi di alcuni frammenti eraclitei". Sono socio della SFI - Società Filosofica Italiana di cui curo il sito web. Da alcuni anni mi interesso di Pratiche Filosofiche e Consulenza Filosofica, collaborando con riviste scientifiche del settore, sulle quali ho all'attivo decine di pubblicazioni. Dal 2004 svolgo la professione di Consulente Filosofico e ho promosso una serie di iniziative filosofiche (Caffè Philo, Dialogo Socratico, Seminari di gruppo) aperte al pubblico. Attualmente insegno filosofia e storia presso il Liceo "I. Vian" di Bracciano (Liceo Classico sezione X). Utilizzo la filosofia in pratica sia durante le lezioni ordinarie che in altre "straordinarie" occasioni (passeggiate filosofiche nel bosco, dialoghi socratici a tema, ecc.). A scuola provo a tener aperto uno "sportello" di consulenza filosofica rivolto ai grandi ed ai meno grandi.

Un pensiero riguardo “Epicuro – Esposizione completa a cura del prof. Francesco Dipalo

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