Pubblicato in: storia

L’Ancien Régime


Audio-lezione di storia per le classi quarte dei licei

La situazione economica e sociale
Un Paese prevalentemente agricolo
Una società divisa in ordini
Ancien régime e società moderna a confronto
Nobili e contadini nelle campagne
Gli ordini privilegiati
Definizione di “stato” e di “ceto”
Definizione di “privilegio”

Canovaccio esposizione

Diapositiva 1

Allora, Ancien régime, “antico regime”. La storiografia utilizza il vocabolo in francese, è il termine con il quale in storia ci si riferisce all’insieme delle istituzioni politiche, giuridiche, economiche e sociali caratteristiche di gran parte dell’Europa tra 16° e 18° secolo. Tale modo espressione (“antico regime”) fu introdotta dalla pubblicistica dei rivoluzionari francesi a partire dal 1789 per contrapporre il vecchio regime prerivoluzionario a quello che stava uscendo dalla Rivoluzione francese.

L’espressione “ancien régime” si diffuse poi nel secolo successivo e conobbe una notevole fortuna grazie alla celebre opera dello storico e uomo politico francese Alexis de Tocqueville L’antico regime e la rivoluzione (1856).

Naturalmente gli uomini che vissero sotto il “ancien régime” non avevano alcuna nozione di trovarsi sotto un “vecchio regime”. Come vi ho detto tante volte, i termini che troviamo studiando in storia e che vengono utilizzati dagli storiografi sono sempre “carichi” di giudizi valoriali, non sono mai neutri. Gli stessi vocaboli hanno una loro “storia” specifica che va compresa per collocare gli eventi e i fenomeni di breve, medio e lungo termine al posto giusto.

In particolare, l’aggettivo “vecchio” nella logica di una visione del mondo e di una visione politica “progressista” – ricordatevi che i filosofi illuministi, padri putativi e non della Rivoluzione francese, quelli comunque che ne inventarono il “linguaggio” – si carica naturalmente di un valore negativo, come dire “passatista”, “oscurantista”, “non adeguato”. Dunque da cambiare attraverso, appunto, una Rivoluzione. Un po’ come il termine “medioevo”, coniato in epoca umanistico-rinascimentale e poi ripreso della pubblicistica illuminista settecentesca, l’oscura “età di mezzo”, di mezzo tra il luminoso passato del mondo antico, la classicità, e noi “i moderni”, “nani sulle spalle di giganti”, come si ebbe a dire.

E, in effetti, il termine “ancien régime” si lega – sempre con una accezione negativa – al concetto di Medioevo. Le strutture socio-economiche ed istituzionali del vecchio regime hanno una storia che risale, in parte, all’Alto Medioevo – in effetti si andarono formando e consolidando in epoca carolingia – e si fondano proprio sul valore della “tradizione”. Da questo punto di vista, l’“ancien régime” lo si può considerare un regime “tradizionalista”. Le leggi hanno forza proprio in quanto si basano sulle consuetudini, sul “è così perché così è sempre stato”. Principio, del resto, su cui si basa il diritto in ogni epoca, anche oggi in un certo senso. Di fatto, però, quello che ci colpisce, a noi uomini del XXI secolo, abituati a vivere in una società, entro certi limiti, dinamica e in continua trasformazione, tanto mobile da essere stata definita “liquida” per usare la felice espressione del sociologo polacco Zygmunt Bauman, è l’immobilità, l’immobilismo che caratterizza il “vecchio regime”.

Diapositiva 2

La situazione economica e sociale

Come in epoca feudale, potete vederlo dalla diapositiva, la società dell’ancien régime è una società “tripartita”. La tripartizione, come sapete, ha molto a che vedere con la religione cristiana, che, per secoli, ha improntato la visione del mondo dell’uomo europeo. Tutto è interpretato in senso religioso: istituzioni politiche (l’Impero fondato da Carlo Magno è “Sacro”, oltre che “Romano”), differenze sociali ed economiche. La tripartizione riprende l’idea cristiana di “Trinità”: Dio è Uno e Trino allo stesso tempo, Padre, Figlio e Spirito Santo. Alla stessa maniera la comunità cristiana è divisa in tre parti: quelli che pregano, il primo stato, quelli che combattono per la fede (non sempre e necessariamente ovviamente), quelli che lavorano (nei campi: i cosiddetti “servi della gleba”).

Come nella Trinità – le tre Persone in cui articola la divinità, sono della stessa sostanza, ma gerarchicamente distinte per la loro funzione – così la società del “vecchio regime” è organizzata secondo una “rigida” gerarchia: cominciando dal basso, il cosiddetto terzo stato, a seguire la “nobiltà” (il secondo stato) ed, infine, al vertice, il clero (il primo stato). Appunto, quelli che lavorano (i laborantes), la gran parte della popolazione francese (ed europea), che si stima per la seconda metà del XVIII secolo composta da circa 25 milioni di persone (un numero enorme: la Francia è il paese più sviluppato in senso demografico e, di fatto, la prima potenza europea sul piano internazionale); la nobiltà composta da circa 300.000 individui (il secondo stato); il clero, si stima, composto di circa 150.000 membri (il primo stato).

Come potete vedere, a tale distinzione sociale numericamente diseguale, corrisponde una altrettanto diseguale distribuzione delle risorse economiche. O meglio della principale (spesso unica) risorsa economica: la terra, leggi l’agricoltura (quella che i famosi “fisiocratici” avevano celebrato come risorsa economica per eccellenza).

Il 60% delle terre diviso per 25 milioni è infinitamente di meno rispetto al 30% della proprietà terriera diviso per 300.000 proprietari (gli aristocratici) o il 10% diviso per 150.000. Immaginatevi di mettere tutte queste persone intorno ad un tavolo per il pranzo o la cena e considerate come verrebbe diviso il cibo…

Una suddivisione, dunque, assolutamente diseguale, “strutturalmente” diseguale. Già, perché qui si parla di “stati”. Vediamo cosa significa il termine “stato”.

In latino “status” si riferisce alla condizione sociale di una persona. Questo termine lo utilizziamo anche noi oggi, nell’originale latino: “avere uno status sociale”, “trovarsi in un determinato status sociale” ecc. Status o stato sociale si riferisce al ruolo che ciascuno di noi ricopre all’interno della società civile e che è, più o meno collegato, ad una determinata posizione economica: dunque la professione o il mestiere che si svolge.

Noi oggi utilizziamo il termine “Stato”, con la lettera maiuscola, riferendoci, invece, all’insieme delle istituzioni (il governo, il Parlamento, ecc.) nonché degli organismi burocratici-amministrativi che governano il paese, che fanno funzionare la società civile: dal fisco, alla giustizia, ai servizi sociali, ecc. Questo uso del termine stato è abbastanza moderno: risale, grosso modo, al XVI secolo. I Romani quando parlavano di politica utilizzavano il termine “res publica”, cosa pubblica.

Tornando al vecchio regime settecentesco, il termine stato si riferisce evidentemente alla situazione socio-economica (che ha anche, inevitabilmente, risvolti politici).

Un’altra considerazione, sempre terminologica: “stato” rimanda a qualcosa si immobile, di rigido, di “statico”, appunto. Quella dell’“ancien régime” è appunto una società piuttosto immobile. Ovvero: se si nasce aristocratici (il famoso “sangue blu”) si è destinati ad un certo tipo di vita e di carriera. Se nasci contadino, nel 99% dei casi, muori contadino. Non c’è grande mobilità sociale.

Oddio, una certa mobilità sociale è sempre esistita, dunque non è del tutto estranea nemmeno al vecchio regime. Ma il quadro è decisamente diverso da quello che abbiamo presente noi uomini, europei o del primo mondo (perché ci sono società differenti anche oggi) nel XXI secolo. La nostra è una società abbastanza “mobile” o tale dovrebbe essere. La mobilità è comunque vista come un dato positivo: ecco perché si parla di “ascensori sociali” che, sempre in teoria, dovrebbero essere basati sul merito, sulle capacità del singolo.

La nostra è, appunto, una società diversa, “borghese” si diceva una volta, sulla scorta della Rivoluzione francese, che per l’appunto Marx aveva definito “rivoluzione borghese” e il marxismo successivo aveva ripreso questa etichetta. Una società fatta di “classi”. Il termine “classe” si riferisce ad una entità decisamente più aperta, mobile e dinamica rispetto al termine “ceto” (o “stato”) che invece fotografa, come abbiamo visto, una società statica.

Perché mobile? Perché la società borghese si basa sul possesso del bene mobile per eccellenza, il denaro (di contro al bene immobile per eccellenza: la terra, che nell’ancien régime si possiede per diritto ereditario). Il denaro compra tutto, si trasforma in tutto e tutto trasforma. Le classi sociali, dunque, dipendono dal reddito: così si muovono, in maniera fluida, i concetti di uguaglianza e disuguaglianza in senso socio-economico (fermo restando che lo “stato sociale”, ridistribuendo la ricchezza complessiva della società attraverso strumenti di tassazione progressiva dovrebbe garantire uguali condizioni nei settori essenziali della vita civile: vedi per esempio sanità e scuola).

Un’altra cosa importante: ciascuno stato del vecchio regime è fortemente articolato al suo interno. È vero si è comunque nobili nascendo di “sangue blu”. Ma c’è sangue blu e sangue blu: quello di un duca non è esattamente lo stesso di quello di un cavaliere o di un visconte. Lo stesso dicasi per quanto riguarda il clero: la condizione di un vescovo o di un abate non è esattamente la stessa rispetto a quella di un umile parroco di campagna. Vedremo poi come queste differenze avranno un certo peso nelle concitate fasi che seguiranno alla convocazione degli Stati Generali, quando parte del clero e della nobiltà si unirà alla ribellione del cosiddetto “terzo stato” costituendosi in Assemblea Nazionale Costituente.

Il Terzo Stato, infine, è in assoluto quello più articolato e composito. Al terzo stato appartiene tanto l’umile bracciante, quanto il popolano di città, il salariato, l’artigiano, il bottegaio, ma anche il piccolo-medio imprenditore, il ricco mercante, su su fino al banchiere e all’industriale (anzi al proto-industriale, dato che la rivoluzione industriale era ancora là dallo svilupparsi almeno in Francia: la prima rivoluzione industriale, quella della seconda metà del XVIII secolo, è un fatto esclusivamente inglese). Al terzo stato appartiene anche il mondo delle professioni: farmacista, medico, avvocato, giornalista, ecc. Molti di questi ultimi li ritroveremo attivamente impegnati sulla scena politica negli anni concitati della Rivoluzione (Danton, Robespierre, Marat, ecc.). Poi ci sono gli intellettuali doc, i cosiddetti, così si definiti loro, philosophes, i filosofi illuministi, quelli dell’Enciclopedia delle arti e dei mestieri, tanto per intenderci.

Diapositiva 3

Come abbiamo detto, la Francia del XVIII secolo è un paese prevalentemente agricolo. La ricchezza si basa sull’agricoltura. La gran parte della popolazione, l’80%, è composta da contadini, più o meno umili. Quelli che i francesi benpensanti, da secoli e in maniera dispregiativa, chiamavano i Jacques Bonnhomme, “uomini buoni” nel senso di sempliciotti, ignoranti. Quelli che ogni tanto, quando i raccolti andavamo male per alcuni anni di seguito, spinti dalla fame, si armavano di forconi e davano vita a quelle rivolte più o meno spontanee passate alla storia con il termine, appunto, di “Jacquerie”. Possiedono, quando li possiedono, appezzamenti di terra di dimensioni modeste, e sono in grado, nella stragrande maggioranza dei casi, di provvedere a malapena alla loro sussistenza: lavorano per l’autoproduzione e per l’auto-soddisfacimento dei bisogni più elementari. Dunque, alimentano una forma di economia che lascia poco o nessuno spazio al mercato. Quella forma di economia che risale al feudalesimo altomedievale e che si riassume nella formula marxiana di M-D-M: merce, denaro, merce. Produco carote per scambiarle con cavoli, tanto per variare la mia dieta. Non ho né alcuna fantasia (perché non ne ho comunque modo) di mettere da parte un qualche “capitale”, cioè di produrre o di comprare per vendere. Al contrario vendo quel po’ che mi avanza per comprare quel che mi serve.

Diapositiva 4

Abbiamo detto che la società dell’ancien régime è una società “castale”, di ceti o, per l’appunto, “piramidale”. Alla base della piramide, a reggere il peso dei ceti superiori c’è il cosiddetto terzo stato, articolato nella maniera che abbiamo illustrato. Reggere il peso in che senso? Ebbene, il terzo stato, a cominciare dai poveri disgraziati, quei contadini Jacques di cui dicevamo prima, regge la baracca. Sia quella dello stato centrale, quello dei re assolutisti che siedono sul trono a Versailles, che finanziano guerre a destra e a manca, a cominciare da quelle di Luigi XIV sino alla guerra dei Sette Anni e a quella in appoggio dei rivoluzionari americani, sempre contro l’Inghilterra). Sia quella dei poteri locali, l’aristocrazia feudale e la Chiesa. Come? Pagando tasse a re Luigi, nonché taglie e balzelli vari ai nobili del posto, o, in mancanza di denari, pagando in natura con il loro lavoro coatto, il “robot” o la “corvee”, come avevano sempre fatto, i loro nonni e i nonni dei nonni, da generazioni. Ecco perché il contadino del disegno satirico si dimena, vanamente, sotto il peso del nobile e del prete.

Beninteso: quello che vale per il contadino, vale anche per il popolo delle città. Anche i borghesi pagano le tasse, anche se non sono necessariamente gravati dai balzelli cui è sottoposto il contadino delle provincie. Il sistema dell’ancien régime che si basa, come dicevamo, sulla “tradizione”, altra parola chiave, è molto variegato: ogni feudo, ogni abbazia, ogni municipalità gode di statuti particolari, di speciali esenzioni, accumulate nei secoli dei secoli e legittimate dalle sentenze dei Parlamenti locali, che hanno appunto il compito di controllare e ratificare (o respingere) le leggi emanate dal re in ragione dei “privilegi” derivanti dalla tradizione.

Diapositiva 5

Ecco un’altra parola che dovete ricordarvi bene: “privilegio”. La società dell’ancien régime è una società di privilegi e di privilegiati. Privilegio ci suona in senso, per lo più, negativo (soprattutto se siamo noi a non essere “privilegiati”). Che vuol dire “privilegio”? Leggo la definizione del dizionario Treccani:

«Il termine privilegium indicava nel diritto romano una norma giuridica eccezionale che derogava a una norma generale e si distingueva dal ius singulare in ciò, che anche questo derogava alla norma generale, ma era suggerito dall’aequitas, mentre al privilegium un siffatto fondamento mancava. I Romani, anche se talvolta lo chiamavano ius singulare, con questo concettualmente non lo confondevano. Più spesso era condizione di favore a una persona o a una classe di persone; l’esenzione da un peso o da altra regola gravosa».

In parole semplici, il privilegio fa sì che una certa persona o una certa categoria di persone, a differenza dei più, siano esentate dal rispetto di una norma (più o meno gravosa). È un po’ la mentalità, tanto per capirci, di quello che chiede di non pagare il parcheggio o di saltare la fila perché “Lei non sa chi sono io”. Per noi è assolutamente deleteria (anche se di “casta” e di “privilegi” continuiamo a parlare lamentandoci anche oggi, rispetto al mondo della politica, per esempio).

Ebbene, quello che per noi è eccezionale o negativo, nell’antico regime era considerato del tutto normale, legale e positivo. Anzi, più che “normale”, direi “naturale”, in quanto sancito, dimostrato e garantito, dalla visione del mondo comune, quella religiosa e teologica che aveva animato (e continuava ad animare) il mondo europeo. È assolutamente che ci siano delle differenze tra gli uomini e dunque delle “gerarchie”, nell’interesse stesso della comunità cristiana. È naturale perché così vuole Dio, perché questo è l’orientamento stesso della creazione divina. Capite il legame profondo, consustanziale, tra vecchio regime e Chiesa cattolica? Capite, anche, il motivo per cui la laicità, anzi il laicismo più spinto, diventerà la bandiera dei rivoluzionari francesi e dei rivoluzionari di tutta Europa (nonché quella dei liberali del XIX secolo)? Riassumendo…

Per riassumere leggi diapositiva.

Diapositiva 6

Nelle campagne, poi, la situazione è ancora più diseguale. I contadini sono sottoposti ad una serie di obblighi, che, in alcuni casi, si vanno addirittura rafforzando nel corso del XVIII secolo. Hanno le mani legati in tutti i sensi. I nobili, già proprietari di immensi latifondi, si riservavano il monopolio di alcuni strumenti essenziali per la produzione agricola (es. torchio per il vino, forno, mulino) e imponevano tributi ai contadini per il loro utilizzo. Ancora nel Settecento venivano puniti i contadini che possedevano una macina domestica. Insomma, se vuoi cuocere il pane o fare il vino devi pagar pegno al nobilotto locale.

Senza considerare la cosiddetta “Signoria di banno” ovvero, leggo la definizione esatta, «una specie di potere pubblico di costrizione, esercitato da un Signore su un determinato territorio, che si manifesta in forma di diritto di imposizione fiscale, di esercizio della giustizia, di reclutamento militare e di controllo della violenza legittima».

Insomma, il contadino è preso, per così dire, tra l’incudine e il martello. Perché la situazione complessiva è aggravata dalla sussistenza di un binomio, all’apparenza coerente, ma in realtà assai contraddittorio, sempre più contradditorio al suo interno: lo stato assoluto, la monarchia assoluta da una parte e l’ancien régime dall’altra. Il re, dai tempi di Luigi XIV (vi ricordate? L’État, c’est moi!), gestisce in maniera assoluta (legibus solutus, sciolto dalle leggi, superiore alle leggi in quanto messo lì da Dio, di diritto divino) la politica e la giustizia. Ma l’aristocrazia e il clero, che per garantire comunque il loro potere hanno bisogno della monarchia, ma rivaleggiano con le tendenze accentratrici e livellatrici della stessa, continuano ad avere in mano alcune fondamentali leve economiche, basate, per l’appunto, sulla tradizione e sul privilegio: non pagano le tasse e, in più, gravando con ulteriori balzelli sui contadini e sul terzo stato in generale, sottraggono al fisco regio risorse fondamentali per mandare avanti uno stato moderno, sempre più bisognoso di denari per sovvenzionare l’apparato burocratico in espansione, esercito, marina, politiche coloniali, ecc. Insomma, la monarchia per poter sopravvivere, visto anche l’enorme debito pubblico accumulatosi tra il XVII e il XVIII secolo, avrebbe bisogno di una leva fiscale più ampia. Ma tale leva fiscale è “impedita” dagli organismi del vecchio regime, ed in particolare dall’aristocrazia francese. Priva di reale potere politico, dai tempi del Re Sole, ma super-garantita sotto il profilo economico e fiscale. Insieme alla Chiesa, insomma, un vero ceto “parassitario”.

Diapositiva 7

Per riassumere: il clero gode oltre all’esenzione fiscale della riscossione della decima e di altri tradizionali balzelli (giustificati con le opere religiose, di carità, di assistenza ai poveri, ecc. ma anche, a volte, sperperati in lussi e sfarzo). I nobili oltre all’esenzione fiscale e alla riscossione di tributi dai contadini hanno il monopolio delle cariche più prestigiose (civili, militari, ecclesiastiche): come dire entrare a far parte dei quadri della burocrazia, nonché quelli dell’esercito e dell’alto clero, è sempre una questione di sangue: blu per l’esattezza.

Una situazione del genere, per motivi di lungo periodo e, poi, per motivi contingenti che esamineremo nelle prossime lezioni, non poteva reggere a lungo. Quella che noi chiamiamo “Rivoluzione francese”, di fatto, è il fenomeno dell’esplosione delle contraddizioni che abbiamo sin qui esaminato.

Autore:

Ho studiato filosofia presso l'Università degli Studi di Roma “La Sapienza” e mi sono laureato nel 1990, relatore il prof. Gabriele Giannantoni, con una tesi in storia della filosofia antica intitolata "Vivere significa morire: analisi di alcuni frammenti eraclitei". Sono socio della SFI - Società Filosofica Italiana di cui curo il sito web. Da alcuni anni mi interesso di Pratiche Filosofiche e Consulenza Filosofica, collaborando con riviste scientifiche del settore, sulle quali ho all'attivo decine di pubblicazioni. Dal 2004 svolgo la professione di Consulente Filosofico e ho promosso una serie di iniziative filosofiche (Caffè Philo, Dialogo Socratico, Seminari di gruppo) aperte al pubblico. Attualmente insegno filosofia e storia presso il Liceo "I. Vian" di Bracciano (Liceo Classico sezione X). Utilizzo la filosofia in pratica sia durante le lezioni ordinarie che in altre "straordinarie" occasioni (passeggiate filosofiche nel bosco, dialoghi socratici a tema, ecc.). A scuola provo a tener aperto uno "sportello" di consulenza filosofica rivolto ai grandi ed ai meno grandi.

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